Geopolitica
Condoleeza Rice ammette che l’Ucraina sta perdendo e chiede una fornitura eterna di danari e armi a Kiev
In un incredibile editoriale del Washington Post dello scorso 7 gennaio, l’ex segretario di Stato americano Condoleezza Rice e l’ex segretario alla Difesa Robert Gates hanno scritto qualcosa che apparentemente va contro la narrazione propalata dai media americani per cui l’Ucraina starebbe vincendo la guerra contro la Russia.
La narrazione di Putin conquistatore tuttavia è rispettata:
«Vladimir Putin rimane pienamente impegnato a riportare tutta l’Ucraina sotto il controllo russo o, in caso contrario, distruggendola come un Paese vitale. Crede che sia il suo destino storico – la sua missione messianica – ristabilire l’impero russo e, come Zbigniew Brzezinski ha osservato anni fa, non può esserci impero russo senza l’Ucraina».
È interessante che i due ex papaveri di Stato USA non si facciano mancare la citazione del proto-neocon ultrarussofobo Brzezinski, la cui famiglia polacca un tempo regnava sul voivodato di Ternopoli, finito sotto l’URSS e poi sotto Kiev, e ora forse obiettivo delle voglie di Varsavia.
Gates e la Rice tuttavia ammettono che sebbene la Russia stia soffrendo durante le operazioni militari, non sarà sconfitta dall’Ucraina. Pur sostenendo che l’Ucraina ha risposto «brillantemente» alle operazioni, sottolineano che «l’economia del Paese è nel caos, milioni di persone sono fuggite, le sue infrastrutture sono state distrutte e gran parte della sua ricchezza mineraria, capacità industriale e considerevole terreno agricolo sono sotto il controllo russo».
È ammesso che Kiev non può esistere oggi senza il caritatevole aiuto economico e bellico del mondo NATO. E viene finalmente snocciolato il succo di ogni paura neocon: la possibilità che si arrivi a negoziati di pace.
«La capacità militare e l’economia dell’Ucraina ora dipendono quasi interamente dalle linee di salvataggio provenienti dall’Occidente, in primo luogo dagli Stati Uniti. In assenza di un’altra importante svolta e successo ucraino contro le forze russe, le pressioni occidentali sull’Ucraina per negoziare un cessate il fuoco aumenteranno con il passare dei mesi di stallo militare»
Già, il cessate al fuoco, questo demonio: quello rifiutato a suon di colpi di artiglieria ucraina per il Natale. Quello che pareva negoziato ad aprile, prima che una repentina visita di Boris Johnson riportasse l’Ucraina a gettare i suoi ragazzi nella fornace del fronte.
«Nelle circostanze attuali, qualsiasi cessate il fuoco negoziato lascerebbe le forze russe in una posizione forte per riprendere la loro invasione non appena saranno pronte. Questo è inaccettabile» tuonano Condoleeza e Gates.
Quindi, «l’unico modo per evitare un tale scenario [un accordo di pace negoziato] è che gli Stati Uniti e i loro alleati forniscano urgentemente all’Ucraina un drammatico aumento delle forniture e delle capacità militari, sufficienti a scoraggiare una rinnovata offensiva russa e consentire all’Ucraina di spingere indietro le forze russe nell’est e nel sud».
«Il Congresso ha fornito abbastanza soldi per pagare tale rinforzo; ciò che è necessario ora sono le decisioni degli Stati Uniti e dei loro alleati per fornire agli ucraini l’equipaggiamento militare aggiuntivo di cui hanno bisogno, soprattutto armature mobili. L’accordo degli Stati Uniti giovedì per fornire i veicoli da combattimento Bradley è encomiabile, ma in ritardo. Poiché ci sono serie sfide logistiche associate all’invio di carri armati pesanti American Abrams, la Germania e altri alleati dovrebbero soddisfare questa esigenza».
Salta completamente il tabù, inizialmente praticato anche con (sembra) modifiche agli armamenti consegnati, di strumenti di offesa in grado di colpire l’entroterra russo.
«I membri della NATO dovrebbero anche fornire agli ucraini missili a lungo raggio, droni avanzati, scorte significative di munizioni (compresi i proiettili di artiglieria), maggiori capacità di ricognizione e sorveglianza e altre attrezzature. Queste capacità sono necessarie in settimane, non mesi».
Per giustificare questo progetto – che è escalation atomica allo Stato puro – i due quindi fanno una bella citazione storica sulla bellezza dell’interventismo americano , facendo riferimento al 1914, 1941 e 2001 (!), affermando che il popolo americano ha imparato alcune dure lezioni che «l’aggressione e gli attacchi non provocati allo Stato di diritto e all’ordine internazionale non possono essere ignorati»: e parla lo Stato che ha chiuso in casa tutti i suoi cittadini obbligandoli a prendere un siero genico sperimentale, pena la perdita di qualsiasi mezzo di sopravvivenza – e ciò è vero anche per i soldati, che ora sul campo di battaglia potrebbero rimanerci colpiti non da pallottole russe ma dalla miocardite mRNA.
Per avere la pace, per Gates e la Rice gli Stati Uniti devono inviare più armi e che «il modo per evitare il confronto con la Russia in futuro è aiutare l’Ucraina a respingere l’invasore ora».
Non una parola sul fatto che ciò potrebbe portarci ancora più vicini alla guerra atomica. Questo Condoleeza Rice non può non saperlo: docente di Scienze Politiche a Stanford, dove è stata pure vice-rettore, era specializzata in materia di URSS e dottrina nucleare.
Che sia proprio la distruzione atomica massiva il fine dei guerrafondai sempre più scatenati?
Geopolitica
Hamas afferma di essere pronto a cedere il governo di Gaza
Hamas ha annunciato di essere disposta a trasferire integralmente il controllo del governo di Gaza a un comitato tecnicocratico palestinese, come previsto dal piano di pace proposto dal presidente statunitense Donald Trump.
Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG) è stato istituito nell’ambito di un fragile accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, mediato da Washington e entrato in vigore alla fine dello scorso anno.
«Tutti i ministeri, le agenzie e i dipartimenti, anche quelli del settore della sicurezza, sono pronti a consegnare tutti i fascicoli al comitato indipendente», ha dichiarato il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, in un’intervista all’AFP pubblicata mercoledì.
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«Il comitato entrerà poi nella Striscia di Gaza. Seguirà il processo di passaggio di consegne», ha aggiunto, precisando che sono state predisposte tutte le condizioni necessarie per un trasferimento completo della governance dell’enclave palestinese.
Hamas è ora «pronta a intraprendere tutti i passaggi della seconda fase» del piano di pace di Trump, ha concluso Qassem.
Il passaggio delle consegne dal gruppo militante e il suo disarmo rappresentano il passo successivo nella roadmap delineata dal presidente statunitense per porre fine al conflitto tra Hamas e Israele e procedere alla ricostruzione di Gaza.
Il giorno precedente, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva avvertito che Gerusalemme Ovest non autorizzerà l’avvio della ricostruzione nell’enclave, in gran parte devastata, fino a quando Hamas non avrà completato il disarmo totale.
«Israele manterrà il controllo di sicurezza» sia su Gaza che sulla Cisgiordania, ha ribadito, confermando l’opposizione alla creazione di uno Stato palestinese.
Secondo il piano di pace di Trump, la gestione ordinaria di Gaza dovrebbe essere affidata al NCAG, composto da 15 tecnocrati palestinesi. Tale organismo opererebbe sotto la supervisione di un «Consiglio per la Pace», presieduto dal presidente statunitense.
Nonostante il cessate il fuoco mediato da Trump, Israele e Hamas si sono accusati reciprocamente di continue violazioni. L’armistizio ha posto fine a un conflitto scoppiato il 7 ottobre 2023, quando militanti di Hamas hanno attaccato Israele, causando circa 1.200 morti e il rapimento di oltre 250 persone. In risposta, lo Stato degli ebrei ha imposto un blocco e lanciato un’operazione militare su Gaza, che secondo il ministero della Salute dell’enclave controllato da Hamas ha provocato la morte di quasi 72.000 palestinesi.
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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Geopolitica
Al-Jolani visita Mosca per la seconda volta in meno di quattro mesi
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Geopolitica
«Basta con gli ordini di Washington»: parla il presidente ad interim del Venezuela
La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, ha affermato di aver raggiunto il limite della pazienza nei confronti delle imposizioni provenienti da Washington, lanciando la prima sfida aperta alla Casa Bianca dopo il rapimento del leader venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti avvenuto all’inizio di questo mese.
La Rodriguez ha assunto la guida del Paese in seguito al raid e al sequestro di Maduro da parte statunitense, datato 3 gennaio. In un primo momento, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato che Washington avrebbe «governato» il Venezuela, per poi esprimere in seguito il proprio sostegno a Rodríguez durante la fase transitoria.
«Basta con gli ordini di Washington sui politici in Venezuela», ha dichiarato la Rodriguez rivolgendosi a un gruppo di lavoratori del settore petrolifero a Puerto La Cruz, in un evento trasmesso domenica dall’emittente statale Venezolana de Televisión.
«Lasciamo che la politica venezuelana risolva le nostre divergenze e i nostri conflitti interni», ha aggiunto la presidente in carica, precisando che la Repubblica ha già pagato un prezzo altissimo per le conseguenze del fascismo e dell’estremismo nel Paese.
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Subito dopo aver giurato come presidente ad interim, Rodriguez aveva affermato che nessun «agente straniero» avrebbe controllato il Venezuela né lo avrebbe ridotto a una «colonia». Successivamente, il direttore della CIA John Ratcliffe si è recato a Caracas per un incontro con lei, apparentemente per trasmetterle le condizioni poste da Trump per un miglioramento delle relazioni bilaterali, che comprendevano cambiamenti sia nella politica interna sia in quella estera.
Da quel momento, la Rodriguez ha intrapreso passi per conformarsi alle richieste statunitensi, tra cui l’apertura del settore petrolifero venezuelano alle compagnie americane e una maggiore cooperazione in ambito di sicurezza.
Trump ha lodato la Rodriguezza definendola una «persona straordinaria» al termine di una loro conversazione telefonica della scorsa settimana, evidenziando gli «enormi progressi» registrati dopo l’accettazione delle richieste americane e annunciando una partnership «spettacolare» nei settori del petrolio e della sicurezza nazionale. Anche il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha lasciato intendere che la revoca delle sanzioni potrebbe essere ormai prossima.
La scorsa settimana, la Casa Bianca ha reso noto l’intenzione di invitare la Rodriguez a Washington, a seguito del colloquio telefonico avvenuto con Trump.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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