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Condannato in primo grado il figlio di Grillo. Per il misfatto che corse con il fatale cambiamento di governo 2019

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Il figlio del fondare del Movimento Cinque Stelle Beppe Grillo, Ciro Grillo è stato condannato con i suoi amici per stupro in un processo che va avanti da più di un lustro.

 

Il processo per il presunto stupro di gruppo su due giovani donne, avvenuto nella notte tra il 16 e il 17 luglio 2019 a Porto Cervo, si è concluso con la condanna di tutti e quattro gli imputati. Il Tribunale di Tempio Pausania, presieduto dal giudice Marco Contu, dopo tre ore di camera di consiglio, ha emesso una sentenza 8 anni di carcere per Ciro Grillo, figlio del fondatore del M5S e due amici, mentre 6 anni e 6 mesi per un quarto ragazzo.

 

Nessuno degli imputati era presente in aula, così come la principale accusatrice, una studentessa italo-norvegese di 19 anni all’epoca dei fatti.

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I fatti si sono verificati nella villa di vacanza della famiglia Grillo, in Costa Smeralda, presso un lussuoso residence chiamato Pevero Golf.

 

All’epoca, sia gli imputati che le vittime avevano 19 anni. Secondo l’accusa, i quattro giovani avrebbero compiuto uno stupro di gruppo ai danni della ragazza, che avrebbe subito una violenza sessuale da uno degli amici prima dell’aggressione collettiva. La ragazza ha sempre sostenuto di essere stata violentata inizialmente da uno degli amici di Grillo e successivamente anche dagli altri.

 

L’amica della ragazza ha denunciato abusi da parte di tre degli imputati (escluso il primo) diverse settimane dopo i fatti. Gli abusi subiti dalla seconda vittima consistono in foto e un video a sfondo sessuale, girati dai tre mentre dormiva su un divano. Le immagini sono state ritrovate dagli inquirenti nei telefoni degli imputati, e la seconda ha scoperto di essere stata vittima solo quando è stata contattata dalle autorità, non essendosi accorta di nulla al momento dei fatti. Degno di nota il fatto che, a quanto ci è dato di vedere, dei filmati della notte brava esistono degli screenshot (così almeno sembra da Dagospia) ma non le versioni integrali, nemmeno censurate, che a quanto sembra, per una volta, non hanno saputo «uscire» dalla procura.

 

Tuttavia un video lo fece Beppe Grillo in persona, che nell’aprile 2019 si filmò, a metà tra un uomo irato e un padre disperato, mentre attaccava la situazione chiedendo addirittura di essere arrestato lui.

 

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«Mio figlio è su tutti i giornali come uno stupratore seriale, insieme ad altri tre ragazzi» dice il comico fondatore di quello che è stato il primo partito politico italiano per voti (in ispecie a Sud).

 

«Perché non sono stati arrestati? Ce li avrei portati io in galera, a calci nel culo… perché vi siete resi conto che non è vero niente» continuava urlando il Grillo battendo le mani sui tavoli. «Perché una persona viene stuprata alla mattina, al pomeriggio va in kite-surf… otto giorno dopo fa la denuncia… vi è sembrato strano? Bene vi è sembrato strano – è strano» grida, divenendo paonazzo in volto. Si tratta di uno degli argomenti circolanti riguardo l’attendibilità della ragazza, cui con evidenza il tribunale ha dissentito.

 

Grillo faceva poi riferimento al video della serata. «C’è tutto il video, passaggio per passaggio… si vede che c’è la consenzienzietà [sic], si vede che c’è il gruppo che ride, che sono ragazzi di 19 anni, che si stanno divertendo, che sono in mutande, che sono in mutande e saltellano, con il (…) così perché sono quattro coglioni non quattro stupratori».

 

«Io sono stufo perché sono due anni… e se dovete arrestare mio figlio perché non ha fatto niente allora arrestate me, perché ci vado io in galera».

 

La sfuriata del potente comico sollevò polemiche, considerando il peso politico – all’epoca il M5S era partito di governo – che la figura poteva avere allora.

 

Il Corriere della Sera oggi parla con una fonte che assicura che Beppe e Parvin [moglie di origine iraniana di Grillo e madre di Ciro, sempre, con una certa eleganza, lontana dai riflettori, ndr] erano preoccupati per una possibile sentenza dura. Un’eventualità che ovviamente scongiuravano. Loro credono e hanno sempre creduto nell’innocenza di Ciro».

 

Ciro Grillo, già campione italiano di Savate (la boxe francese, che prevede anche l’uso di calci), laureatosi a pieni voti in giurisprudenza e attualmente avvocato praticante a Genova, in una dichiarazione spontanea ha detto che a dicembre diverrà padre. La prospettiva aggiunge dolore alla situazione: assieme ad altri due amici è stato condannato a otto anni di carcere (il quarto ha preso sei anni e mezzo), ben oltre i due anni per cui scatta la condizionale.

 

In Italia, il reato di violenza sessuale (comunemente chiamato stupro) è previsto dall’articolo 609-bis del Codice Penale e prevede una pena principale della reclusione da sei a dodici anni. Quindi, questa condanna a 8 anni si presenterebbe come nel mezzo tra la minima e la massima comminabile. La pena si applica a chi, con violenza, minaccia o abuso d’autorità, costringe qualcuno a compiere o subire atti sessuali. La pena può essere aumentata in presenza di aggravanti, come la violenza di gruppo, mentre può essere diminuita nei casi di minore gravità.

 

È difficile non empatizzare con il sentimento paterno di Grillo, specie riguardando il video qui sopra. Tuttavia va anche detto che dei genitori della ragazza, apparsi solo in articoli e rarissime interviste, non è ci è data possibilità di fare altrettanto, vista la totale mancanza di foto e pubblicità. Chi ha un figlio e una figlia può solo immaginare un simile incubo capitare a uno o all’altra, e a tutta la famiglia.

 

Tuttavia, non è su questa storia comunque tragica – per la quale molti hanno smesso di accorparsi in tifoserie abbastanza presto – che vogliamo soffermarci, ma sulla sua presenza all’interno della storia politica italiana.

 

Nelle stesse ore in cui si consumava il fatto, per una coincidenza davvero significativa, era entrato in crisi il governo gialloverde. Salvini, forte di una percentuale di voti del 34% dei voti italiani alle elezioni europee di poche settimane prima — quando aveva messo in fila, sun un palco sotto la Madonnina del Duomo di Milano, ogni singolo leader populista europeo, da Marine Le Pen in giù – chiedeva più poteri alla Lega, mentre crescevano all’interno dei membri del Carroccio impegnati nell’esecutivo la frustrazione nei confronti del premier Giuseppe Conte.

 

Ricorderete, erano i giorni del Papeete, con Salvini a petto nudo in consolle con il DJ della spiaggia di Milano Marittima. La crisi di governo scopperà ad agosto e farà cadere il Conte I. Secondo i probabili calcoli di Salvini, la caduta dell’esecutivo avrebbe dovuto portare al voto, dove la Lega avrebbe raccolto un plebiscito. Le cose andarono in maniera molto differente.

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La stampa nazionale, praticamente quasi nelle stesse ore in cui accadeva la vicenda di Ciro e amici in Sardegna, rilanciava uno scoop del quotidiano Il Tirreno che parlava di una riunione segreta dei vertici del M5S a Bibbona, nella villa al mare di Grillo – oggi oggetto di polemica per la concessione di un arenile privato sulla spiaggia.

 

«Porta chiusa a un ritorno con Salvini e con la Lega e addio alla maggioranza gialloverde. Beppe Grillo, a due giorni dal discorso in aula del premier Conte, ha tenuto nella sua villa a Marina di Bibbona (Livorno) un vertice con Roberto Fico e Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio e Davide Casaleggio» riportava Repubblica il 18 luglio.

 

Finito il meeting, il Movimento aveva diramato una nota: «Tutti i presenti, si legge in una nota, si sono ritrovati compatti nel definire Salvini un interlocutore non più credibile. Prima la sua mossa di staccare la spina al governo del cambiamento l’8 agosto tra un mojito e un tuffo. Poi questa vergognosa retromarcia in cui tenta di dettare condizioni senza alcuna credibilità, fanno di lui un interlocutore inaffidabile, dispiace per il gruppo parlamentare della Lega con cui è stato fatto un buon lavoro in questi 14 mesi».

 

Sappiamo che pochi giorni dopo sarebbe arrivata la denuncia ai carabinieri della compagnia Duomo di Milano della ragazza contro il figlio di Grillo è compagnia: era il 6 agosto. Proprio a ridosso del fatidico 8 agosto.

 

Accade quindi l’impensabile: il M5S, contrariamente al progetto di Salvini di andare ad elezioni, si allea con il PD e forma una nuova maggioranza. Il fatto è clamoroso: tanto per ricordare, sempre il 18 luglio 2019 il ministro dello Sviluppo Economico M5S Luigi Di Maio aveva provlamato in video che «con il partito di Bibbiano non ci voglio avere nulla a che fare. Con il partito che in Emilia-Romagna toglieva le famiglie ai bambini con l’elettroshock per venderseli, io non voglio avere nulla a che fare».

 

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L’onorevole Giggino confondeva, come molti all’epoca, l’elettroshock con la terapia antitraumatica EMDR, che aveva comunque all’epoca sollevato controversia.

 

E invece: il M5S in quelle settimane decisive si alleò esattamente con il PD, dando vita al Conte-bis. Non solo è tenuto in piedi Giuseppe Conte come presidente del Consiglio, ma Di Maio viene «promosso» a minsitro degli Esteri, ruolo per cui sarà preso in giro dai russi davanti ai discorsi fatti a ridosso dello scoppio della guerra ucraina.

 

Ulteriormente, era conservata tale e quale la posizione del guardasigilli, che restava Alfonso Bonafede, detto DJ Fofo: il ministero della Giustizia, quindi, restava ai pentastellati.

 

All’esplodere del caso dello stupro in Costa Smeralda, si sprecarono le illazioni, di cui si fece campione l’inesausto Vittorio Sgarbi. In Parlamento, a seguito delle dichiarazioni programmatiche del primo ministro Conte il 9 settembre 2019, il critico d’arte fa insinuazioni tremende: «È tempo di grandi padri, di elevati maestri, ed ecco il Governo Grillo-Renzi. Eppure quando il figlio fu accusato del delitto Montesi il padre, il Ministro degli esteri Attilio Piccioni, si dimise; quando il figlio dell’elevato Grillo è stato accusato di stupro, Grillo ha fatto Di Maio Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, cercando la copertura del PD che controlla i giudici, vedi il caso Palamara».

 

 

Il riferimento è al caso Montesi (1953), quando venne trovata annegata la 21enne Wilma Montesi, una bella ragazza di Roma il cui caso era stato chiuso con la spiegazione di un malore a seguito di un pediluvio in mare. La stampa non accettò e si cominciò a parlare di complotto di copertura di potenti personaggi che sarebbero stati implicati. Fu messo alla gogna mediatica il giovane jazzista Piero Piccioni, conosciuto anche come Piero Morgan e noto per le sue colonne sonore dei film di Alberto Sordi, il cui padre, Attilio Piccioni, era vicepremier e ministro degli Esteri, nonché tra i massimi esponenti della DC: a causa dello scandalo, che aveva portato in carcere a Regina Coeli il figlio poi scagionato completamente, si dimise da ogni carica. Il caso Montesi rimane irrisolto.

 

Le medesime storie, coperto dall’immnunità parlamentare, lo Sgarbi va ripetendole alla TV nazionale. «Sono in rapporti stretti con grillini a cui Grillo avrebbe confessato che il suo unico problema in quel momento era tutelare il figlio» dice Sgarbi nella trasmissione di La7 di Giletti, lamentando di non poterne parlare in nessun altro talk show.

 

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Sono illazioni terrificanti, che all’epoca magari circolavano, ma che Sgarbi era piuttosto solo ad esprimere.

 

Rammentiamo la profezia di Sgarbi, che nel 2021 condannò il video di difesa pubblicato dal Grillo (quello dell’«arrestate me»), dicendo che ora il figlio dovrà ringraziare il padre «per il rinvio a giudizio e per la condanna che avrà». «Se c’era un 10% di possibilità che l’indagine fosse archiviata, l’intervento superbo di Grillo ha dato ai magistrati lo spunto per il rinvio a giudizio» procede Sgarbi, ripreso dall’agenzia Adnkronos e dalla stampa nazionale. «L’accelerazione per il rinvio a giudizio si deve a Grillo» spiegava il deputato. «Essendo stato sempre amico dei magistrati ha pensato di fare l’intervento più utile. I magistrati potevano anche archiviare, qualche possibilità c’era, così per fare perfetta chiarezza grazie all’intervento di Grillo sono stati rinviati a giudizio».

 

«È anche vero che con un rinvio a giudizio per un reato di quel genere la condanna è certa» vaticinava lo Sgarbi. Il margine che, nella società Me Too, una donna abbia mentito se anche fosse reale, verrebbe annullato dallo spirito dei tempi. Anche se le donne fossero state consenzienti, cosa che peraltro non credo, il tempo è tale che loro verrebbero condannati lo stesso. Qualunque cosa venga fuori le ragazze risulteranno delle vittime anche se fossero state consenzienti. Perché il consenso sarebbe stato estorto con l’ubriachezza o con la droga»

 

«Saranno condannati sia che siano colpevoli, come io credo, sia che siano stati semplicemente travolti da una situazione equivoca come dice Grillo. Non esiste alcuna possibilità che siano assolti».

 

Parrebbe che lo Sgarbi, almeno su quest’ultimo punto, abbia avuto ragione, ma non è nemmeno questo il dato che ci deve interessare. È l’ipotesi di una qualche influenza del misfatto sulla creazione del Conte-bis.

 

Dobbiamo guardare a quanto è successo pochi mesi dopo: il mondo va in lockdown, l’Italia viene sequestrata prima, e poi obbligata al siero genico sperimentale fatto con aborti, da un governo a trazione grillina. Ad affrontare il momento fatale l’Italia si ritrova con il PD (ricordate un nome: Roberto Speranza) più la banda dei grillini di governo. La ricetta giusta, uno pensa, per la devastazione infinita che abbiamo subito.

 

Qualcuno può pensare: una storia torbida di ragazzi può aver partorito l’era dei DPCM di Conte, e tutta la devastazione – economica, sociale, politica, spirituale, biologica – che ne è derivata?

 

Il dolore di Grillo padre, può aver partecipato alla catastrofe umana della tirannide pandemica innescata in Italia e non ancora fermatasi?

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Giovanni Favia via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

 

Politica

Assassina nel braccio della morte sopravvive a una doppia iniezione letale: nuova eroina delle donne ripaganizzate?

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Una donna condannata per omicidio nel Tennessee è stata ricoverata dopo essere sopravvissuta a due dosi di farmaci per l’iniezione letale in un tentativo di esecuzione fallito, hanno riferito giovedì diversi media citando i suoi avvocati e testimoni oculari.   Christa Pike, 50 anni, è stata condannata a morte per le torture e l’omicidio di Colleen Slemmer, studentessa diciannovenne del Job Corps di Knoxville, nel 1995. Se l’esecuzione, prevista per mercoledì, fosse andata a termine, sarebbe stata la prima di una donna nel Tennessee in oltre duecento anni.   Il 12 gennaio 1995, la Pike e il fidanzato Tardaryl Shipp, con l’amica Shadolla Peterson e la Slemmer uscirono dal dormitorio e si recarono nel bosco, dove a Slemmer fu detto che volevano fare pace offrendole della cannabis. Arrivati ​​nel luogo isolato, Slemmer fu aggredita da Pike e Shipp mentre la Peterson faceva da palo. Secondo la testimonianza in tribunale, per i successivi 30 minuti, Slemmer fu schernita, picchiata e ferita con un’arma da taglio. Durante l’aggressione, Slemmer implorò per la sua vita. Lo Shipp usò un taglierino  per incidere un pentagramma sul suo petto mentre era ancora viva, mentre la Pike usò una mannaia.   Infine Pike fracassò il cranio di Slemmer con un grosso pezzo di asfalto, uccidendola per lesione cerebrale. Pike conservò un pezzo del cranio di Slemmer e lo esibiva vantandosi di come lo avesse ottenuto.[

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Nei documenti legali d’urgenza visionati dal New York Times, gli avvocati affermano che Pike non perse conoscenza dopo due siringhe di pentobarbital: il cuore batteva ancora e russava in modo udibile. Secondo il giornale e i legali, fu poi portata in un ospedale vicino; le sue condizioni non erano note. Le autorità del Tennessee avrebbero confermato lo stesso giorno a un giudice federale che stava ricevendo cure.   L’Associated Press ha citato testimoni dei media secondo cui Pike sarebbe rimasta cosciente dopo l’iniezione e a un certo punto avrebbe chiesto ai funzionari del carcere di una sensazione al braccio. Si continuò a sentirla russare dietro la tenda chiusa, prima che i giornalisti fossero fatti uscire.   L’esecuzione era inizialmente prevista per la mattina successiva, ma una corte d’appello federale emise una sospensione temporanea per esaminare le tesi dei difensori, secondo cui la storia di abusi sessuali e negligenza subiti nell’infanzia non era stata adeguatamente presentata in sede di condanna. La Corte Suprema degli Stati Uniti rimosse poi l’ostacolo, consentendo al Tennessee di procedere la stessa sera.   Sul mancato esito, il Dipartimento penitenziario del Tennessee ha dichiarato di aver «seguito ogni fase del protocollo di esecuzione legale e stabilito dallo Stato, approvato dall’ufficio del procuratore generale».   In rete si sprecano le ironie e i sospetti: Christa Pike aveva chiesto che a occuparsi di lei nella camera della morte fosse un team composto solo da donne. La richiesta, avanzata dai suoi avvocati nelle ultime settimane prima della data fissata del 30 settembre 2026, riguardava il personale che l’avrebbe trasportata, sorvegliata e sottoposta all’iniezione letale, non i testimoni esterni (familiari della vittima o giornalisti). La motivazione indicata è il trauma da abusi sessuali subiti da bambina e il disturbo da stress post-traumatico: secondo la difesa, essere immobilizzata, toccata e intubata da uomini le avrebbe fatto rivivere quegli abusi.   Il Tennessee non ha garantito che ogni persona nella camera sarebbe stata una donna, ma ha accettato alcune misure: trasferimento con agenti donne, tentativo di avere solo personale femminile durante la death watch, e schermi per privacy in doccia e bagno. Dopo il tentativo di esecuzione fallito, un suo avvocato, Randy Spivey, ha detto che quanto aveva visto era coerente con un team di esecuzione tutto femminile.   I commentatori online ora alludono al fatto che potrebbe essere stata una donna a sbagliare l’iniezione, come a dimostrare l’incapacità delle femmine di fare certi lavori – come quello di dare la morte, ma nell’era dell’uguaglianza dobbiamo vedere anche le donne-boia.   È la seconda esecuzione fallita nello Stato quest’anno. A maggio le autorità annullarono l’iniezione letale di Tony Carruthers, condannato per il rapimento e l’omicidio di tre persone nel 1994, dopo che i boia avevano impiegato più di un’ora senza riuscire a inserire una flebo per il pentobarbital.   L’iniezione letale è ampiamente considerata il metodo di esecuzione più soggetto a errori negli Stati Uniti. Dall’inizio del 2020, 170 persone sono state giustiziate in 17 Stati, in maggioranza in Florida, Texas e Oklahoma. Nello stesso periodo sei Stati hanno registrato iniezioni letali mal eseguite, secondo il Death Penalty Information Center, organizzazione no-profit che raccoglie dati e analisi sulla pena capitale.   Ora in America vari osservatori ed anche politici chiedono il ritorno della sedia elettrica. Lo stesso presidente Trump, interrogato sul caso ha detto apertis verbis che sarebbe d’uopo reintrodurre i plotoni di esecuzione.

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Come riportato da Renovatio 21, il dipartimento di Giustizia USA cinque mesi fa aveva comunicato che il Paese ripristinerà l’uso della fucilazione, della sedia elettrica e dell’asfissia gassosa per giustiziare i criminali condannati per i reati federali più gravi.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa lo Stato americano dell’Alabama ha giustiziato un condannato a morte utilizzando l’azoto gassoso, segnando il secondo utilizzo di questo controverso metodo, che alcuni critici hanno definito equivalente alla tortura. Durante l’esecuzione del condannato a morte, i testimoni dissero di averlo visto tremare e contorcersi sulla barella per minuti prima di morire.   L’esistenza della pena capitale negli Stati Uniti può essere fatta risalire all’inizio della Virginia coloniale. Insieme al Giappone (dove vi è stata la controversia dell’ex ministro della Giustizia che aveva affermato di «annoiarsi» a firmare le condanne a morte), Singapore e Taiwan, gli Stati Uniti sono una delle quattro democrazie avanzate e l’unica Nazione occidentale che applica regolarmente la pena di morte.   Il tema tuttavia non è la pena di morte, ma il montante trend dell’impunità richiesta per le donne assassine. Bisogna considerare la portata del caso Lindsay Clancy, assassina dei suoi tre figli, difesa a spada tratta da milioni di donne gosciste americane convinte che la donna fosse preda ad una presunta psicosi post-partum o addirittura che l’assassino sia il marito (registrato dalle telecamere in farmacia dove lo aveva mandato la moglie per avere il tempo di strangolare i piccoli).   La contraddizione tra le posizioni non preoccupa l’esercito di neofemministe, per lo più wine-mom come oggi sono chiamate le donne della suburbia borghese americana, viziate e con tanto tempo libero a disposizione. In quantità immense si sono presentate fuori dal tribunale per acclamare la nuova eroina, una donna che uccide i propri figli.   Con il caso dell’assassina (satanica?) Christa Pike sembra non andremo molto lontani: sui social media è un tutto un pullulare di ammiccamenti, giustificazioni (ha subito traumi infantili, ci viene ripetuto) e perfino video fake che la mostrano dolorante.   Si tratta, pensiamo, di una slatentizzazione del femminismo di cui essere grati: esso si rivela per ciò che è sempre stato dal principio, una riedizione del culto delle streghe, con malefizi e omicidi – e, ovvio, aborti – inclusi.
La scristianizzazione, tutti lo sanno, non porta alla società «laica», ma alla ripaganizzazione, cioè al ritorno del sacrificio umano. È logico, quindi, che la donne del mondo ripaganizzato erigano a propri modelli delle assassine.
 

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Politica

Gli ebrei ultraortodossi condannano le Forze di Difesa Israeliane definendole «esercito nemico»

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Migliaia di ebrei ultraortodossi hanno sfilato di notte per le strade di Gerusalemme, contro la coscrizione obbligatoria nell’esercito israeliano e in omaggio ai renitenti alla leva della comunità incarcerati.

 

La marcia è partita dal quartiere di Geula, con diverse strade chiuse. La polizia non ha schierato agenti in mezzo alla folla, apparentemente per non innescare violenze. L’iniziativa è stata promossa da vari gruppi ultraortodossi contrari alla leva, tra cui la Fazione di Gerusalemme e altri attivisti anti-coscrizione, che speravano in uno svolgimento pacifico. Non sono stati segnalati incidenti di rilievo.

 

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Secondo quanto riferito, una cinquantina di ex renitenti, già detenuti, si sono presentati all’evento e la folla li ha celebrati come veri martiri, per quella che gli organizzatori hanno definito la loro adesione all’ebraismo. La comunità ultraortodossa si oppone in modo schiacciante alla coscrizione nelle Forze di Difesa Israeliane e considera lo studio a tempo pieno della Torah il proprio dovere primario.

 

Durante la marcia sono stati esposti cartelli e striscioni di vario tipo, alcuni dei quali equiparavano i prigionieri militari Haredi agli «ostaggi». Altri condannavano le Forze di Difesa Israeliane (IDF) definendole un «esercito nemico» e ribadivano il rifiuto degli Haredi di sacrificare i propri figli «sull’altare del sionismo», come mostrano le immagini riprese sul posto. Alcuni manifestanti sono stati visti su un autobus a due piani scoperto, con la musica a tutto volume, mentre ballavano per le strade.

 

La manifestazione è arrivata due giorni dopo che centinaia di ebrei Haredi si erano riuniti a Bnei Brak per onorare 160 renitenti ultraortodossi usciti da una prigione militare. Gli organizzatori l’avevano descritto come una festa di bentornato, ma l’evento ha assunto un tono politico ed è servito a lanciare Colore Nero, un partito Haredi di recente registrazione, il cui programma ruota soprattutto attorno all’esenzione dal servizio militare per la comunità ultraortodossa.

 

Il servizio è obbligatorio per la maggior parte dei cittadini israeliani, uomini e donne, ma i membri della comunità Haredi hanno goduto di un’esenzione per decenni.

 

Quell’esenzione è terminata nel 2014, dando luogo a ripetuti scontri tra ultraortodossi e autorità. Le tensioni si sono acuite durante la guerra di Gaza, con la sentenza della Corte Suprema del 2024 che ha dichiarato obbligatoria la coscrizione per migliaia di membri della comunità. La leva di massa degli ultraortodossi è stata però rinviata più volte e, secondo alcune fonti, le autorità avrebbero di recente sospeso le attività di reclutamento in vista delle elezioni parlamentari.

 

Come riportato da Renovatio 21, la polizia israeliana è intervenuta contro ebrei ultraortodossi che avevano bloccato un’importante autostrada nei pressi di Tel Aviv per protestare contro l’arresto di un renitente alla leva appartenente alla comunità ultraortodossa. Le scene circolanti online mostrano i poliziotti che strappano i pantaloni agli haredi.

 

Come riportato da Renovatio 21, a gennaio un adolescente è morto e altri tre sono rimasti feriti quando un autobus si è schiantato contro un gruppo di ebrei ultraortodossi che protestavano contro la coscrizione a Gerusalemme.

 

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Come riportato da Renovatio 21, nei mesi precendenti  l’esercito israeliano ha annunciato l’intenzione di arruolare forzatamente 54.000 studenti di seminario ultra-ortodossi.

 


Come riportato da Renovatio 21, dopo lunghe discussioni dell’opinione pubblica israeliana, l’anno scoro l’Alta Corte di Israele aveva stabilito che anche gli ortodossi devono essere arruolati nell’esercito dello Stato Ebraico. Nel 2025 centinaia di manifestanti ultraortodossi avevano bloccato una delle principali arterie stradale di Tel Aviv, Bnei Brak, per protestare contro la leva obbligatoria.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato la rivista ebraica Ha-kom, rivolta agli ebrei ortodossi, aveva pubblicato una serie di articoli sulla demoralizzazione dei soldati israeliani.

 

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Immagine screenshot da Twitter

 

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Politica

La Gran Bretagna potrebbe annullare la Brexit: parla il neopremier Burnham

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Il premier britannico Andy Burnham ha detto che la Gran Bretagna potrebbe, in prospettiva, tornare nell’Unione Europea, mentre il suo esecutivo valuta diverse strade per ridefinire i rapporti con il blocco a dieci anni dal referendum sulla Brexit.   In un’intervista alla BBC mercoledì, Burnham ha dichiarato che la Brexit ha fatto «più male che bene», sostenendo che l’assetto attuale frena la crescita economica e non ha consegnato il controllo sull’immigrazione che era stato promesso. Ha aggiunto che il governo esaminerà alternative che vanno dal mantenere lo status quo all’adesione a un’unione doganale o al mercato unico, fino a un eventuale rientro definitivo nell’UE.   Di recente si è parlato sempre più spesso di un possibile ritorno all’UE, con diversi esponenti britannici di primo piano che hanno avanzato l’ipotesi. Le parole di Burnham sono l’indicazione più netta finora che un rientro potrebbe essere un’opzione concreta, anche se una mossa del genere riaprirebbe i nodi di sovranità, immigrazione e controllo normativo che hanno spinto gran parte del voto per l’uscita.

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Nel giugno 2016 i britannici hanno votato per uscire dall’UE con il 52% contro il 48%, avviando anni di trattative sui termini della Brexit. Il Regno Unito ha lasciato formalmente il blocco nel gennaio 2020 e ha abbandonato mercato unico e unione doganale alla fine dello stesso anno.   Per molti elettori del Leave la Brexit riguardava soprattutto sovranità e immigrazione, più che l’economia. Un sondaggio Ashcroft subito dopo il referendum ha rilevato che il 49% di chi aveva votato per uscire indicava come motivo principale la volontà che le decisioni sul Regno fossero prese in Gran Bretagna, mentre il 33% citava il desiderio di riprendere il controllo su immigrazione e confini. Solo il 6% metteva in primo piano i benefici attesi per commercio ed economia. Al contrario, il 43% di chi aveva votato per restare indicava come preoccupazione principale il rischio della Brexit per economia, occupazione e prezzi.   La Brexit ha messo fine alla libera circolazione nell’UE e ha dato a Londra il controllo su chi potesse trasferirsi in Gran Bretagna dall’Unione. Questo, però, non si è tradotto in un calo complessivo dell’immigrazione. Il saldo migratorio netto è anzi salito in modo netto, con un aumento degli arrivi da Paesi extra-UE, fino al record di 944.000 persone nell’anno concluso a marzo 2023, prima di calare bruscamente dopo l’inasprimento delle norme sui visti. I cittadini extra-UE restano la maggioranza degli ingressi.   Il cambiamento ha avuto un effetto speculare: i cittadini britannici hanno perso i diritti di libera circolazione dell’UE e ora sono soggetti ai requisiti di ingresso previsti per i viaggiatori extra-UE nello spazio Schengen.   La Brexit ha inoltre dato alla Gran Bretagna una politica commerciale autonoma, permettendole di negoziare accordi senza il via libera degli Stati membri dell’UE. Da allora Londra ha chiuso intese con Australia, Nuova Zelanda e India e ha aderito al CPTPP, un importante blocco commerciale indo-pacifico. Tuttavia l’Office for Budget Responsibility (OBR) stima che i benefici economici di lungo periodo degli accordi post-Brexit siano modesti rispetto all’impatto atteso dalle maggiori barriere commerciali con l’UE.   Ciononostante il blocco resta il principale partner commerciale della Gran Bretagna, con circa il 41% delle esportazioni britanniche e circa la metà delle importazioni nel 2025.   I critici sostengono che i costi economici della Brexit abbiano superato i benefici. L’Ufficio per la Responsabilità di Bilancio (OBR) stima che la Brexit ridurrà alla fine l’intensità degli scambi dell’economia britannica di circa il 15% e la produttività di circa il 4% rispetto alla permanenza nell’UE. Si tratta di ipotesi di modellizzazione di lungo periodo, non di perdite osservate in modo diretto, e la performance economica britannica dopo la Brexit è stata influenzata anche dalla pandemia di COVID-19, dal conflitto in Ucraina e da più ampie perturbazioni del commercio globale.   L’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale ha anche creato nuove barriere commerciali con il principale partner della Gran Bretagna. Le imprese devono ora affrontare dichiarazioni doganali, regole di origine e controlli aggiuntivi che non c’erano quando il Paese era membro dell’UE.   Sebbene la Brexit abbia dato a Londra un maggiore controllo sull’immigrazione legale, Burnham ha sostenuto che ha indebolito la capacità del Paese di contrastare quella irregolare, riducendo la cooperazione con i Paesi europei, in particolare sugli attraversamenti della Manica.   Burnham non ha collegato in modo esplicito la revisione del ruolo dell’UE alla tenuta del Regno britannico. L’iniziativa si inserisce però nel contesto dei partiti indipendentisti e nazionalisti irlandesi in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, che spingono per l’indipendenza o la riunificazione irlandese e presentano una maggiore integrazione con l’UE come parte della loro visione.   Questo mese l’SNP e il Plaid Cymru, entrambi indipendentisti, insieme al Sinn Féin, favorevole all’unificazione irlandese, hanno riaffermato insieme il diritto all’autodeterminazione delle rispettive nazioni e hanno chiesto a Londra di facilitare un cambiamento costituzionale, dichiarando che il loro futuro «appartiene all’Unione Europea».   Burnham, dal canto suo, ha fatto della tenuta del Paese una priorità esplicita. Rispondendo martedì alla previsione del primo ministro scozzese John Swinney, secondo cui sarebbe stato l’ultimo premier del cosiddetto Regno Unito, ha promesso di «combattere con tutte le mie forze per mantenere unito il Paese».

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In materia di sicurezza, Gran Bretagna e UE si sono già avvicinate in modo significativo nonostante la Brexit. Il Regno Unito resta una delle principali potenze militari europee della NATO, mentre il Partenariato di sicurezza e difesa Regno Unito-UE del 2025 ha istituito consultazioni strategiche periodiche e ha ampliato la cooperazione su Ucraina, sanzioni alla Russia, mobilità militare e produzione di armamenti. Ha inoltre aperto la strada a un maggiore coinvolgimento britannico nelle iniziative di difesa dell’UE.   Un eventuale ritorno non sarebbe automatico né ripristinerebbe le precedenti condizioni di adesione. Londra  dovrebbe presentare una nuova domanda formale e seguire l’intero processo di adesione, che richiede l’approvazione unanime degli Stati membri e il consenso del Parlamento europeo. Alla Gran Bretagna non sarebbero inoltre garantite le deroghe e gli accordi speciali di cui godeva prima della Brexit: i termini di una nuova adesione andrebbero negoziati.   Subito dopo il referendum del 2016 i leader dell’UE dissero di rammaricarsi della scelta britannica, pur rispettandone l’esito. Nei negoziati successivi sul recesso Bruxelles tenne una linea rigida, insistendo sul fatto che la Gran Bretagna non potesse conservare i benefici dell’adesione dall’esterno e respingendo l’idea di «selezionare solo i vantaggi» del mercato unico.   Tuttavia Un decennio dopo Bruxelles non esclude il ritorno di Londra. A luglio il commissario europeo Maros Sefcovic ha detto che la richiesta di adesione è «una prerogativa esclusiva» dei britannici. L’ex negoziatore dell’UE per la Brexit, Michel Barnier, ha dichiarato a giugno che la «porta dell’UE è aperta», sottolineando però che la Gran Bretagna non può semplicemente scegliere quali regole dell’UE seguire.

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Immagine di sebastiandoe5 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic  
   
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