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Cardinale Zen: papa Francesco usa i sinodi nel tentativo di «cambiare le dottrine della Chiesa»

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Il cardinale Joseph Zen ha rinnovato la sua critica al Sinodo sulla sinodalità, affermando che Papa Francesco usa i sinodi nel tentativo di «cambiare le dottrine o le discipline della Chiesa». Lo riporta LifeSite.

 

In un recente articolo pubblicato in più lingue, il cardinale emerito di Hong Kong Zen ha nuovamente espresso una stridente critica al Sinodo sulla sinodalità appena concluso. In compagnia di numerosi prelati vocali, Zen è stato un critico costante del Sinodo, che si è svolto dall’autunno del 2021 al 27 ottobre 2024.

 

«Definire questo Sinodo sulla sinodalità un Sinodo dei vescovi è un termine improprio», ha scritto Zen, ribadendo un punto che lui e molti altri hanno sollevato negli ultimi anni. Grazie all’intervento diretto di Papa Francesco, il Sinodo ha comportato la novità di avere uomini e donne laici come elettori, trasformandolo così dall’espressione originale di «Sinodo dei vescovi», come delineato da Papa Paolo VI.

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Zen ha osservato che un papa può «convocare qualsiasi forma di riunione consultiva», ma con questo stile di riunione non poteva affermare che rimanesse un sinodo dei vescovi. «Ha usato il nome “sinodo”», scrive lo Zen, «per sostituire il “Sinodo dei vescovi” con un tipo ibrido di riunione».

 

Il pontificato di Francesco è stato caratterizzato da una serie di sinodi, molti dei quali sono stati controversi: il Sinodo sulla famiglia, il Sinodo sull’Amazzonia, il Sinodo sulla sinodalità. Zen ha attestato che tali eventi fanno parte di un piano per rivedere gli insegnamenti della Chiesa:

 

«Dai “Sinodi” tenuti sotto Papa Francesco, possiamo vedere che egli desidera cambiare ogni volta le dottrine o le discipline della Chiesa piuttosto che discutere su come salvaguardarle».

 

Il cardinale di Hong Kong ha fatto riferimento ad alcuni dei precedenti sinodi di Francesco, sottolineando come essi siano la prova dell’affermazione secondo cui Francesco usa gli incontri per cambiare l’insegnamento ecclesiale:

 

«Ha utilizzato il Sinodo sulla famiglia (2004-2005) per cercare di far ricevere la Santa Comunione ai cattolici divorziati e risposati. Voleva utilizzare il Sinodo dell’Amazzonia per introdurre l’ordinazione di laici sposati altamente rispettati (viri probati) come sacerdoti. E per il Sinodo questa volta, dalle due figure principali che ha nominato e dai documenti emessi dal segretariato, possiamo vedere che ha alcuni obiettivi più ampi: cambiare il sistema gerarchico della Chiesa (sostituirlo con un gruppo democratico di battezzati); istituire diaconi donne (aprendo la strada alle donne sacerdote); abolire il celibato sacerdotale; e cambiare la dottrina tradizionale sull’etica “sessuale” (iniziando con le benedizioni alle coppie omosessuali)».

 

La seconda sessione del Sinodo sulla sinodalità è stata criticata dagli attivisti dell’ordinazione femminile per non aver ufficialmente incluso l’argomento nella discussione. È stato – insieme a una serie di altre questioni più controverse – spostato a 10 diversi gruppi di studio nati dall’incontro del Sinodo del 2023. Per questo, il Sinodo è stato criticato dai liberali per non aver ottenuto nulla.

 

Alludendo a questo e ad altri fallimenti del Sinodo nel conquistare il sostegno pubblico tra i cattolici per i suoi sforzi, Zen ha scritto che «il loro programma è fallito».

 

I gruppi di studio del Sinodo hanno contribuito a prolungare le questioni spinose del Sinodo, ha scritto Zen, senza però arrivare a soddisfare «i radicali».

 

I membri del Sinodo hanno ripetutamente sottolineato la necessità di allontanarsi da uno stile di leadership della Chiesa «pirimidale» verso uno «sinodale», postulando che il futuro della Chiesa sia intrinsecamente legato all’essere sinodale. Durante il Sinodo si è svolto anche un ampio dibattito sulla proposta di conferire autorità dottrinale alle conferenze episcopali. Sono state inoltre avanzate richieste affinché i concili a vari livelli della chiesa nazionale fossero resi obbligatori, rafforzando così uno stile “sinodale” di esercizio devoluto dell’autorità.

 

Considerando tutto ciò e le questioni aperte del documento finale del Sinodo, Zen ha messo in guardia dal pericolo che la Chiesa cattolica possa diventare simile allo stile protestante:

 

«Ciò non significa che la Chiesa cattolica diventa la stessa Chiesa anglicana? Non saremo più l’unica Chiesa cattolica e apostolica? Né la Chiesa santa, perché non ci sono più insegnamenti etici affidabili che conducano i fedeli a distinguere il bene dal male».

 

«Il futuro resta molto incerto», ha affermato, basandosi sulla valutazione del documento finale.

 

Uno dei principali problemi evidenziati da Zen sul Sinodo sulla sinodalità è che, sebbene sia terminato, non ha di fatto smesso di funzionare. Francesco ha anche preso la decisione importante di accettare il documento del Sinodo e di farlo suo, senza scrivere lui stesso un’esortazione apostolica.

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Ma Zen ha messo in dubbio questa affermazione, sollevando una serie di preoccupazioni che ha sul Sinodo – essendo un mix di vescovi e laici – e su chi sia precisamente responsabile dei suoi contenuti:

 

«Qual è il valore di questa conclusione sinodale? Chi ha scritto la bozza di questo documento? È un gruppo eletto dall’assemblea plenaria del Sinodo che può davvero rappresentarli? I membri dell’assemblea plenaria avranno tempo sufficiente per studiare questo documento? Chi gestisce gli “emendamenti” proposti dai membri dell’assemblea plenaria? Ogni emendamento è stato discusso e votato da tutti i membri? Lo studio del documento e la discussione degli “emendamenti” sono operazioni complicate. Un documento così lungo non può essere seriamente realizzato in fretta. Chiedo ancora: come può il Papa essere pienamente responsabile di un documento finale del genere?»

 

Secondo la segreteria del Sinodo, i cardinali Jean-Calude Holleirhc e Mario Grech hanno supervisionato la commissione che aveva la responsabilità di compilare il rapporto. Tuttavia, la segreteria si è sforzata di dire che la commissione di redazione stava semplicemente compilando i vari piccoli resoconti dei membri del Sinodo e non stava scrivendo alcun nuovo contenuto.

 

Successivamente, nell’ultima settimana, sono stati apportati degli emendamenti, tra cui l’inserimento della domanda aperta sui diaconi donne, e il testo è stato approvato passaggio per passaggio con votazione comune.

 

Zen ha ipotizzato che Bergoglio stesso fosse in ultima analisi responsabile del contenuto del rapporto finale del Sinodo, minimizzando l’argomentazione secondo cui si trattasse di una «teoria del complotto».

 

«Tutti sanno che il Papa crede nel “processo” (il tempo è più grande dello spazio)», scrive il cardinale di Hongo Kongo. «Ciò che non è stato possibile realizzare in questa assemblea, può essere realizzato nel processo che inizia ora. Il Sinodo è finito, ma la Chiesa sinodale inizia ora! Dobbiamo viverci dentro!»

 

Le riflessioni finali di Zen sono in effetti supportate dagli stessi organizzatori del Sinodo, scrive LifeSite. Nel pubblicare il rapporto finale, i cardinali Hollerich e Grech hanno affermato che, sebbene l’evento sia terminato, il Sinodo continuerà poiché il processo «include la fase di implementazione».

 

Con i gruppi di studio del Sinodo che dovrebbero riferire a giugno 2025, resta da vedere in che modo il Sinodo implementerà un rapido cambiamento. Tuttavia, con l’esempio di Fiducia Supplicans che introduce unilateralmente argomenti discussi dal Sinodo, sebbene li allontana dal Sinodo, una mossa del genere non è da escludere in futuro. Come noto, lo Zen è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.

 

Lo Zeno durante il Sinodo aveva criticato la lobby LGBT che ha descritto come «attivamente impegnata a promuovere i propri piani fuori dalla sala dell’assemblea mentre questa è in sessione», come testimoniato dai recenti eventi ospitati da Padre James Martin e dal New Ways Ministry.

 

«Ciò che preoccupa è che perfino quei cosiddetti “nuovi ministri pastorali” che sostengono il cambiamento di genere sono stati accolti calorosamente dal Papa negli ultimi giorni», ha continuato Zen, facendo riferimento diretto all’udienza papale del New Ways Ministry dello scorso fine settimana.

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Come riportato da Renovatio 21, monsignor Zen aveva dichiarato che il Sinodo mira a «rovesciare» la gerarchia della Chiesa per creare un «sistema democratico».

 

Lo Zen è al centro anche della questione sino-vaticana, con lo scellerato accordo tra Pechino e il Sacro Palazzo rinnovato poco fa. Il cardinale come noto sta subendo arresti e processi ad Hong Kong, mentre il Vaticano bergogliano si piega al Partito Comunista Cinese.

 

In una conferenza stampa aerea, di ritorno da Budapest, Bergoglio aveva di fatto mollato il cardinale Zen, ex arcivescovo di Hong Kong che ha passato la vita a combattere le persecuzioni della Cina comunista e a difendere quei cattolici cinesi «sotterranei» che da quando è in corso l’accordo sino-vaticano, hanno il tremendo timore di essere stati abbandonati dal Vaticano.

 

Zen è sotto processo nella nuova Hong Kong telecomandata da Pechino: l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa.

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Il vescovo Barron sostiene che Giuda Iscariota non sia andato all’inferno

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Il vescovo Robert Barron ha pubblicato un articolo in cui sostiene la tesi secondo cui Giuda Iscariota, il traditore di Gesù Cristo, non si trova all’inferno.   Il 29 marzo, l’articolo di Barron intitolato «Anche Giuda? Ripensare il peccato, la disperazione e la misericordia divina in questa Domenica delle Palme» è apparso sul sito web del canale conservatore statunitense Fox News. Pur riconoscendo che Sant’Agostino d’Ippona, San Tommaso d’Aquino e «la maggior parte dei teologi» credevano che Giuda fosse finito all’inferno per aver tradito Cristo o per essersi suicidato, monsignor Barron ha presentato una «contro-visione»: un’incisione del XII secolo che apparentemente mostra il Buon Pastore che porta il morto Giuda sulle spalle.   «Papa Francesco era così affezionato a quest’immagine che ne aveva una riproduzione sopra la sua scrivania nell’ufficio papale. Essa rappresentava, per lui, la speranza che persino Giuda potesse essere salvato dall’immensa misericordia del Signore», scrive il vescovo.   Come riportato da Renovatio 21, vi fu scandalo quando due anni fa emerse un video che mostrava questo dipinto nello studio papale, con clamore ulteriore dovuto al fatto che nel quadro Gesù viene raffigurato ignudo.

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Il vescovo chiede ai lettori di non inviargli lettere, poiché sa «che non possiamo abbracciare un universalismo semplicistico, che afferma di essere perfettamente certi che tutte le persone saranno salvate. Dobbiamo anzi ammettere la possibilità molto reale di un rifiuto eterno di Dio». Il resto dell’articolo del vescovo americano tratta il tema delle persone che si suicidano e di come non dobbiamo disperare per loro, ma piuttosto «pregare per loro e affidarle alla misericordia di Dio».   L’argomentazione iniziale di Barron a sostegno della possibilità che Giuda fosse stato risparmiato dalla dannazione era la sua chiara contrizione, come testimoniato dal Vangelo di Matteo. Tuttavia, il vescovo non affronta il fatto che il Vangelo non afferma che Giuda si sia pentito della sua disperazione.   In risposta all’articolo di Barron, è stato fatto notare in rete che l’insegnamento tradizionale della Chiesa cattolica romana, contenuto nel Catechismo del Concilio di Trento, è che Giuda «perse anima e corpo».   Come riportato da Renovatio 21, l’insegnamento della Chiesa secondo cui Giuda si è escluso dalla salvezza è stato riaffermato da Leone ancora l’anno passato.   Il vescovo Barron è stato in passato criticato per aver ipotizzato che l’inferno possa essere vuoto, una speculazione teologica resa popolare dal teologo Hans Urs von Balthasar nella sua opera del 1988 «Osiamo sperare che tutti gli uomini siano salvati?».   Il Barrone ha inoltre scandalizzato i fedeli cattolici descrivendo Gesù come la «via privilegiata» – piuttosto che l’unica via (At 4, 12) – per la salvezza, elogiando un libro del noto attivista filo LGBT padre James Martin, SJ, e dicendo a un commentatore omosessuale «sposato» che non avrebbe cercato di annullare il «matrimonio» omosessuale, tra gli altri episodi.   «Non credo di voler insistere ulteriormente sulla questione», ha dichiarato Barron al pundit omosessuale con figli da provetta e surrogata Dave Rubin in un’intervista del 2017 a proposito del «matrimonio» omosessuale. «Penso che probabilmente causerebbe molti più problemi, dissensi e difficoltà se continuassimo a insistere».   Monsignor Barron, divenuto figura popolarissima in America grazie al suo podcasto, che compare pure come annuncio a pagamento sui social network, è salito agli onori delle cronache nelle ultime settimane per aver prima abbandonato e poi tentato di fustigare pubblicamente la collega della Commissione per la libertà religiosa Carrie Prejean Boller, ex Miss California divenuta cattolica, che aveva tentato di portare in commissione i problemi creati dal sionismo.   «Sii coraggioso, vescovo Barron. Il mondo ha bisogno di uomini coraggiosi», aveva esortato la bellissima. «Se la signora Prejean Boller è stata licenziata per aver espresso queste convinzioni, è difficile capire perché io sia ancora membro della Commissione», aveva replicato il vescovo, che a differenza della Miss mai aveva trattato il tema dell’influenza sionista sulla vita civile, politica, militare e perfino religiosa americana, e mai si è buttato come la Prejean sul tema del genocidio di Gaza.   «Presentarsi come vittima di pregiudizi anticattolici o affermare che la sua libertà religiosa sia stata negata è semplicemente assurdo» continuava con insolenza il vescovo, negando quanto evidente a chiunque abbia veduto il video dei lavori di Commissione, con rabbini e propagandisti dello Stato Ebraico che tentavano di metterla a tacere..

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Al tradimento del Barron (che, dice la Boller, in privato dapprima le aveva espresso solidarietà) si aggiunge quello del cardinale neoeboraceno Timoteo Dolan, che pure ha preso le distanze dalla Prejean dopo averla, lei dice, sostenuta in privato all’arrivo delle prime avvisaglie della censura sionista l’anno scorso.   Al contrario dei due gerarchi della Conferenza Episcopale Statunitense, monsignor Joseph Strickland, già vescovo di Tyler, Texas ha in questi giorni preso le difese della Prejean e delle sue posizioni di fede cattolica ortodossa in un accorato scritto pubblico.   Come riportato da Renovatio 21, le paure di monsignor Barron, creatura mediatica celeberrima nel cattolicesimo mainstream americano, si erano viste anche in un documentario di William Friedkin, Il diavolo e padre Amorth (2017). Nel documentario regista de L’esorcista (1973) cercava di indagare sulla verità dietro il fenomeno della possessione diabolica, che tanto gli aveva dato successo nel capolavoro horror di quarant’anni prima, finendo per intervistare, negli ultimi tempi della sua vita, il leggendario padre Gabriele Amorth, decano degli esorcisti internazionali.  
Oltre che ad incontrare l’esorcista emiliano, il Friedkin aveva intervistato l’allore vescovo ausiliare di Los Angeles Robert Barron, il quale, con l’espressione ragazzotta sopra un clergyman e i pantaloni da pretino moderno, mostrava tutto il suo terrore per l’argomento.
  «Parlare con il diavolo… hey… persone come padre Amorth possono farlo, io non potrei mai osare di farlo, non sono a quel livello spirituale… io penso che sia davvero una cosa pericolosa».   Lo stesso Friedkin che a quel punto della conversazione lo interrompe, pure puntandogli il dito: «che cosa hai detto? (…) È nelle scritture!» esclama Friedkin. «Gesù esorcizzava i demoni!». Il regista americano si chiede come un vescovo, discendente degli Apostoli, possa dire una cosa del genere.  

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Il DDF sollecitato a correggere le «gravi carenze» di Mater Populi Fidelis

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Un’associazione internazionale di rinomati esperti di mariologia ha appena scritto una lettera aperta al Cardinale Victor Manuel Fernandez. In essa, denunciano una rottura con il Magistero tradizionale e chiedono chiarimenti sul controverso testo che limita i titoli della Vergine Maria.

 

Il malcontento continua a crescere negli ambienti fedeli alla tradizione mariana della Chiesa. Il 19 marzo 2026, Solennità di San Giuseppe, la Commissione Teologica dell’Associazione Mariana Internazionale (IMA) ha indirizzato una lettera aperta al Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF).

 

Questa lettera, resa pubblica nella festa dell’Annunciazione, esprime «profonda delusione» per il persistente silenzio del Vaticano di fronte alle diffuse critiche mosse alla nota dottrinale Mater Populi Fidelis, pubblicata nel novembre 2025.

 

Una rottura con la continuità dottrinale

Al centro della controversia vi è la volontà del DDF di bandire o respingere con un tratto di penna sprezzante titoli tradizionali e consolidati come «Corredentrice» o «Mediatrice di tutte le grazie». Per i firmatari, questo documento non si limita a suggerire cautela pastorale; di fatto «minimizza» il ruolo unico della Vergine Maria nella salvezza delle anime.

 

Nel loro dettagliato commentario di 23 pagine, i teologi sottolineano che Mater Populi Fidelis sembra contraddire l’insegnamento coerente dei papi, da Pio XI a Giovanni Paolo II. Essi sottolineano che il titolo di «Corredentrice» è stato ripetutamente utilizzato dal Magistero per enfatizzare la subordinazione totale, ma attiva, di Maria al sacrificio di Cristo.

 

Rifiutando questi termini con il pretesto che siano «superflui» o richiedano troppe spiegazioni, il Dicastero sembra, secondo i critici, adottare un approccio «più vicino al protestantesimo che alla ricchezza del dogma cattolico».

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L’appello a un «autentico dialogo sinodale»

La lettera dell’IMA mette in luce un paradosso lampante: mentre l’attuale pontificato invoca la «sinodalità» e l’ascolto del «Popolo di Dio», le petizioni di milioni di fedeli e la competenza di eminenti mariologi sono state semplicemente ignorate durante la stesura del testo.

 

«Abbiamo agito in uno spirito di rispettoso dialogo sinodale, con l’obiettivo della migliore formazione teologica possibile per il bene della Chiesa», scrivono gli autori, rifacendosi all’istruzione Donum Veritatis, che definisce la responsabilità dei teologi.

 

Avvertono che l’ambiguità della nota dottrinale rischia di «minare ogni merito umano e ogni cooperazione nell’opera di redenzione», cancellando la specificità della missione materna di Maria.

 

Un’eredità dottrinale in pericolo?

Per molti osservatori, l’iniziativa dell’IMA ha il merito di evidenziare una rottura nella continuità dell’insegnamento attuale e di sollecitare una correzione: in passato, come ricorda la lettera, alcune note del Sant’Uffizio sono già state corrette dal Magistero.

 

La questione va oltre la mera semantica. Per i fedeli legati alla pietà mariana tradizionale, si tratta di difendere la verità su colei che è la «Nuova Eva». Mentre la Santa Sede rimane in silenzio in questo momento, si sta organizzando una resistenza teologica, che ricorda come la devozione mariana non sia un accessorio facoltativo, ma un baluardo contro l’indebolimento della fede.

 

Immagine: Annunciazione, vetrata originariamente collocata nella Cattedrale di Santa Vibiana, ora si trova nel Mausoleo della Cattedrale di Nostra Signora degli Angeli a Los Angeles.

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Porte chiuse per la FSSPX

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Il 28 marzo, ai partecipanti a un pellegrinaggio organizzato dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X è stato impedito l’ingresso al santuario di Nostra Signora Addolorata a Cuceglio (vicino a Torino).   Padre Aldo Rossi, il sacerdote responsabile del pellegrinaggio, ha letto una dichiarazione davanti alla chiesa. Nonostante il pellegrinaggio fosse stato annunciato, le porte sono rimaste chiuse.   Il quotidiano La Voce ha riportato che diversi sacerdoti, le Suore Consolatrici del Sacro Cuore e numerosi fedeli, tra cui giovani famiglie, hanno partecipato a questo pellegrinaggio di diversi chilometri, alcuni portando una statua della Madonna Addolorata. Come scriveva il giornale, «I fedeli del priorato di Saint-Charles de Montalenghe avevano organizzato un pellegrinaggio quaresimale, annunciato in anticipo». «Nessuna Messa, nessuna celebrazione liturgica: solo poche preghiere finali, come gesto di devozione», erano previste.   La Voce, quotidiano laico, prosegue il suo resoconto con stupore: secondo le sue fonti, la decisione di chiudere i cancelli al gruppo di pellegrini sarebbe stata presa dal rettore del santuario, don Luca Meinardi, su influenza del suo superiore, il vescovo di Ivrea, monsignor Daniele Salera. Il giornale commenta: «Una scelta che contraddice inevitabilmente un vocabolario ecclesiastico che, negli ultimi anni, ha privilegiato parole come accoglienza, inclusione, dialogo e misericordia».  

Dichiarazione di Don Aldo Rossi

Cari pellegrini, siamo giunti alla fine di questo pellegrinaggio, ma come potete vedere, troviamo le porte del santuario chiuse perché le autorità religiose locali si sono rifiutate di aprircele. Questo ci ricorda proprio le parole di Sant’Atanasio – che abbiamo esaminato di recente per la pubblicazione nel nostro bollettino, Il Cedro – il quale disse, tra l’altro, contro gli ariani e i semi-ariani dei primi secoli della Chiesa: «Voi restate fuori dai luoghi di culto, ma la fede abita in voi». Consideriamo cosa sia più importante: il luogo o la fede? La vera fede, naturalmente.   Ebbene, nella cultura dominante, che è una cultura inclusiva, le porte sono aperte a tutti: agli anglicani che celebrano la Messa nella madre di tutte le chiese a Roma, San Giovanni in Laterano, anche se non sono sacerdoti. Solo due giorni fa, Roma ha inviato un messaggio all’arcivescovo anglicano – una donna – in occasione del suo insediamento, ricordandole di camminare insieme, di non dimenticare che le differenze non possono cancellare la fraternità nata dal nostro comune battesimo. Le chiese sono aperte ai protestanti, permettendo loro persino di celebrare la Messa in una parrocchia qui a Torino. Preghiamo con tutte le religioni. Apriamo le chiese anche alla dea della terra Pachamama, come è successo a Roma. Apriamo le chiese ai gruppi LGBT e celebriamo la Messa con loro, specialmente a Roma, nella Chiesa del Gesù. Apriamo le porte ai buddisti e agli animisti, come durante l’incontro di Assisi del 1986, dove una statua di Buddha fu addirittura collocata sul tabernacolo.   Per la Fraternità Sacerdotale San Pio X, però, è proibito anche solo offrire una preghiera per le vocazioni – non la Messa, ma preghiere per le vocazioni. In questo caso, non c’è inclusione, ma esclusione. Perché? Perché nel Pantheon c’erano tutti gli dei tranne Nostro Signore Gesù Cristo. Se avessero incluso Nostro Signore Gesù Cristo, gli altri dei sarebbero crollati.   Ebbene, c’è una sola risposta, una risposta che ci permette di cogliere la realtà e la profondità della crisi nella Chiesa e nella cultura liberale dell’inclusività: è che la verità è esclusiva. La verità non è inclusiva, ma esclusiva. Posso includere tutto il resto, ma non la verità. Posso includere tutti gli errori, ma non la verità, perché la verità è esclusiva, come dice il Vangelo, Nostro Signore Gesù Cristo stesso: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde». «Il vostro “Sì, sì” sia “No, no”; tutto ciò che va oltre viene dal maligno».   La Fraternità Sacerdotale San Pio X segue semplicemente l’esempio dell’arcivescovo Lefebvre, che desiderava che sulla sua lapide fosse incisa la frase: «Ho trasmesso ciò che ho ricevuto». Noi trasmettiamo semplicemente questa verità, questa tradizione che abbiamo ricevuto. Ma, all’interno di un sistema inclusivo, questo non può essere accettato, perché la verità è esclusiva: non si può rimanere nel mezzo.   E ripeto le parole di Sant’Atanasio, che disse agli ariani e soprattutto ai semi-ariani: «Voi siete la grande corruzione perché rimanete nel mezzo. Volete rimanere tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e camminate con il mondo. Vi dico: fareste meglio ad andarvene con il mondo e ad abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo».   Pertanto, l’ecumenismo attuale può accettare tutte le religioni, tutti gli errori, tranne la verità, tranne la dottrina cattolica che, per sua stessa natura, condanna tutti gli errori, tutte le false dottrine, tutte le false religioni. Due più due fa quattro, e quattro esclude tutti gli altri numeri. È così. La luce disperde le tenebre, come dice san Paolo: «Quale rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità? O quale comunione c’è tra la luce e le tenebre?».   Cari pellegrini, tutto ciò, da un lato, ci rattrista profondamente, perché mostra quanta oscurità si sia diffusa persino all’interno della Chiesa stessa; ma, dall’altro, il Signore ci mostra la splendida misericordia di Dio che, nonostante questo mistero di iniquità all’interno della Chiesa stessa, fa ancora risplendere la luce della verità e della tradizione della Chiesa cattolica. Voi stessi ne siete testimoni qui: le suore, i sacerdoti, le giovani famiglie manifestano questa luce.   Non proviamo odio né risentimento, perché, come disse san Giovanni Bosco quando fu assalito da due valdesi pronti a colpirlo: «Io non uso la forza. Potrei usarla, ma non la uso, perché sono sacerdote, perché sono cattolico, e la nostra forza è la pazienza e il perdono».   Chiediamolo in modo particolare alla Madonna Addolorata, che ci dà questo grande esempio di pazienza, e offriamole anche questo sacrificio: il sacrificio di non entrare, di non poter entrare nella Chiesa. In primo luogo, secondo l’intenzione del pellegrinaggio, per ottenere santi sacerdoti; ma offriamo questo sacrificio anche per la Chiesa, per il Papa, per il Vescovo di Ivrea, per tutti i vescovi e tutti i sacerdoti, affinché possano uscire al più presto da queste tenebre, da questo falso ecumenismo, da questa falsa cultura dell’inclusività che esclude la verità, cioè che esclude Nostro Signore Gesù Cristo, che è la via, la verità e la vita.   Ora reciteremo qui le preghiere finali: la preghiera alla Madonna Addolorata, poi canteremo le litanie della Beata Vergine.     Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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