Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Biden voleva bombardare i siti nucleari dell’Iran, che si dice pronto ai colloqui sul nucleare se trattato con «rispetto»

Pubblicato

il

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha tenuto un incontro ad alto livello alcune settimane fa per discutere di una possibile azione militare contro gli impianti nucleari iraniani. Lo riporta la testata statunitense Axios, che cita fonti con conoscenza della materia.

 

Secondo quanto riferito, le discussioni facevano parte dei piani di emergenza per scenari in cui l’Iran si avvicinasse allo sviluppo di armi nucleari prima che Biden lasci l’incarico il 20 gennaio.

 

Durante l’incontro, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha presentato a Biden diverse opzioni, ma il presidente non ha autorizzato alcuna azione e al momento non sono in corso discussioni attive sugli attacchi militari, hanno aggiunto le fonti.

Acquistate le Maglie Crociate

Un funzionario statunitense, parlando in forma anonima, ha chiarito che l’incontro non è stato sollecitato da nuove informazioni di intelligence, ma aveva lo scopo di valutare una «prudente pianificazione dello scenario» nel caso in cui l’Iran arricchisse l’uranio fino a livelli adatti alle armi.

 

I consiglieri di Biden hanno discusso se la situazione in Medio Oriente giustificasse un intervento o desse a Biden un «imperativo e un’opportunità per colpire», ha scritto Axios. Nonostante alcune argomentazioni interne a favore di un attacco rapido mentre le difese iraniane e l’influenza regionale sono indebolite, non è stata fatta alcuna raccomandazione, secondo il funzionario statunitense.

 

Israele ritiene inoltre che l’Iran sia «isolato» dopo la cacciata del siriano Bashar Assad e che il suo principale alleato nella regione, Hezbollah, sia stato notevolmente indebolito dalla recente offensiva delle IDF. Ciò potrebbe spingere l’Iran ad accelerare il suo programma nucleare, creando una finestra di opportunità per un attacco preventivo israeliano, secondo il Times of Israel.

 

Giovedì, il governo iraniano ha ribadito la sua posizione di perseguire l’energia nucleare pacifica pur rimanendo aperto ai negoziati, purché Teheran venga trattata con «rispetto», secondo il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

 

«Noi operiamo in questo ambito. Chi ha delle preoccupazioni è benvenuto a farsi avanti così possiamo discutere e negoziare per risolvere le loro preoccupazioni», ha detto l’Araghchi. «Quanto più impongono sanzioni e pressioni all’Iran, tanto più l’Iran mostrerà resistenza».

 

Il ministro degli Esteri ha avvertito che le sanzioni non funzioneranno con l’Iran, riferendosi in particolare alla politica di «massima pressione» impiegata dagli Stati Uniti durante il primo mandato del presidente Donald Trump.

 

«Quanto più impongono sanzioni e pressioni all’Iran, tanto più l’Iran mostrerà resistenza», ha detto Araghchi, invitando le nazioni occidentali a trattare il suo Paese con rispetto. «Se optano per negoziati equi, giusti e dignitosi e parlano con il linguaggio del rispetto, risponderemo per le rime».

 

Secondo il ministro, gli Stati Uniti e i suoi alleati capiscono solo il linguaggio della forza. Le capacità missilistiche della Repubblica islamica sono ciò che spinge l’Occidente a voler parlare invece di usare la forza, ritiene.

 

«L’ho detto molte volte e credo fermamente che se non fosse per le nostre capacità missilistiche, nessuno starebbe negoziando con noi», ha detto Araghchi all’agenzia persiana Tasnim, con probabile riferimento all’arsenale attivo di missili ipersonici, con i quali Teheran ha già attaccato Israele nel corso di rappresaglie recenti – e che sarebbero stati utilizzati contro lo Stato Ebraico anche dagli Houthi yemeniti, considerati come proxy sciita iraniano.

 

«Se potessero distruggere le nostre strutture nucleari con un attacco militare, perché si sarebbero presi la briga di sedersi con noi per oltre due anni per negoziare? … Il motivo è che non avevano la capacità di eliminare militarmente le nostre strutture» ha continuato il massimo diplomatico iraniano.

 

L’Iran ha a lungo negato di avere ambizioni di sviluppare armi nucleari, sostenendo che le sue attività nucleari servono solo a scopi civili. Nel 2015, il Paese ha raggiunto un accordo nucleare con le principali potenze mondiali, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), che ha limitato il programma nucleare iraniano in cambio di una parziale riduzione delle sanzioni.

Aiuta Renovatio 21

Nel 2018, tuttavia, gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente dall’accordo sotto Trump. Da allora, l’Iran ha aumentato le sue capacità di arricchimento e gli sforzi per rilanciare l’accordo sono finora falliti. Il mese scorso, il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha affermato che l’Iran ha «drammaticamente» accelerato il suo arricchimento dell’uranio fino al 60% di purezza, definendo questo sviluppo «molto preoccupante».

 

L’Iran ha mantenuto la promessa di espandere il suo programma nucleare in risposta all’approvazione di una risoluzione critica nei confronti del Paese da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

 

Come riportato da Renovatio 21, analisti occidentali hanno recentemente dichiarato che Israele non avrebbe davvero la capacità militare per eliminare in toto il programma nucleare iraniano – un lavoro quindi che deve lasciare agli USA.

 

Tuttavia due mesi fa è emerso che lo Stato Ebraico avrebbe già colpito siti atomici della Repubblica Islamica dell’Iran.

 

Le tensioni atomiche tra iraniani e israeliani erano sensibili ancora due anni fa quando il Grossi aveva visitato Israele. Ancora nel 2022, Netanyahu rivendicava il diritto di attaccare le strutture nucleari di Teheran.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’Iran aveva provocato lo Stato Ebraico, avvertendo di sapere dove sono nascoste le sue armi nucleari. Un mese fa scosse sismiche in territorio persiano avevano fatto pensare a possibili esperimenti nucleari segreti da parte della Repubblica Islamica.

 

Il programma nucleare iraniano fu fermato anni fa da un’operazione congiunta israelo-statunitense di guerra informatica detta Olympic Games, che finì per liberare per il mondo un virus informatico chiamato Stuxnet, che devastò sistemi elettronici in tutto il pianeta.

 

Il programma atomico iraniano è stato in seguito sabotato da omicidi di scienziati di cui sono ritenuti responsabili gli israeliani. In uno dei casi più noti, per uccidere un fisico atomico di Teheran sarebbe stato utilizzato un robot killer mitragliatore a guida satellitare.

 

Come riportato da Renovatio 21, il segretario di Stato Anthony Blinken ha dichiarato a fine luglio scorso che l’Iran era vicino alla bomba atomica.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

Continua a leggere

Geopolitica

Washington sta cercando il prossimo leader di Cuba

Pubblicato

il

Da

L’amministrazione Trump starebbe cercando un nuovo dirigente cubano capace di modificare l’orientamento politico dell’Avana. Lo riporta il New York Times, citando funzionari americani in servizio e in pensione.   Dal suo ritorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha rafforzato l’embargo in vigore da decenni contro Cuba, minacciando dazi doganali ai Paesi che le forniscono petrolio e dichiarando di voler risolvere la questione «in un modo o nell’altro».   Funzionari anonimi hanno detto al NYT che la Casa Bianca sta individuando un funzionario cubano, in carica o in pensione, che possa essere convinto ad assumere il governo. L’amministrazione avrebbe chiesto alle agenzie di intelligence di individuare una figura analoga a Delcy Rodríguez, diventata presidente ad interim del Venezuela dopo il rapimento di Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti a gennaio.   Secondo il giornale, le agenzie di intelligence ritengono che Cuba assomigli meno al Venezuela e più all’Iran, Paese nei confronti del quale Washington ha pubblicamente dichiarato l’intenzione di cambiare regime senza però riuscirci finora, stando a fonti a conoscenza dei rapporti.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Funzionari americani hanno spiegato al New York Times che pochi funzionari pragmatici sarebbero disposti a prendere il potere se le forze americane catturassero Raul Castro, l’ex presidente che conserva ancora grande influenza, o se in altro modo costringessero alle dimissioni l’attuale leadership. Washington, secondo quanto riportato, ha alternato fasi di collaborazione con il governo cubano a piani per rovesciarlo.   Il viceministro degli Esteri Carlos Fernandez de Cossio aveva detto all’inizio dell’anno che le forze armate cubane si stavano preparando a una possibile invasione americana, definendo «ingenuo» non farlo, «visti gli eventi che si verificano nel mondo».   La Casa Bianca cerca di orientare Cuba verso una linea politica più favorevole agli interessi di Washington, contando al tempo stesso sul peggioramento della situazione economica, provocato dalle crescenti pressioni, perché possa provocare un cambio di leadership.   L’isola, sottoposta a embargo americano dal 1960, sta affrontando blackout quotidiani e gravi carenze di carburante dopo che il Venezuela, un tempo principale fornitore di petrolio, ha interrotto le forniture a seguito delle pressioni americane successive al rapimento di Maduro.   All’inizio di quest’anno funzionari delle Nazioni Unite avevano avvertito che le sanzioni americane avevano già provocato gravi carenze di medicinali essenziali, mentre il blocco dei carburanti aveva raddoppiato la mortalità infantile. Il mese scorso l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Voler Turk ha dichiarato che il blocco USA contro l’isola uccide i bambini.   Russia, Cina, Messico e altri Paesi hanno inviato aiuti umanitari a Cuba. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che Mosca resta solidale con il governo e il popolo cubano e continuerà a fornire sostegno politico, diplomatico e materiale. Alla fine di marzo la Russia ha consegnato circa 700.000 barili di petrolio greggio.

Aiuta Renovatio 21

Come riportato da Renovatio 21, gli Stati Uniti hanno incrementato la presenza dei loro servizi segreti a Cuba negli ultimi mesi, nel tentativo di spingere il regime comunista del Paese a riformarsi o a cadere. A maggio, l’amministrazione Trump ha inviato a Cuba il direttore della CIA John Ratcliffe per avvertire il regime della necessità di riforme fondamentali. Pochi giorni dopo, il dipartimento di Giustizia ha formalizzato le accuse contro l’ex presidente cubano Raul Castro in relazione alla morte, avvenuta nel 1996, di quattro persone che cercavano di soccorrere degli esuli cubani in mare.   I militari cubani temono l’invasione USA, mentre questi ultimi temono un attacco contro la base di Guantanamo. Tuttavia, un mese fa, i capi militari dei due Paesi si sono incontrati proprio a Guantanamo.   Come riportato da Renovatio 21, a cercare colloquio con Washington vi sarebbe anche il giovane nipote del presidente cubano Castro, Raul Guillermo Rodriguez Castro.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 Immagine di Bruno Rijsman via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic  
 
Continua a leggere

Geopolitica

Colono ebreo armato accusato della morte di un leader palestinese in Cisgiordania

Pubblicato

il

Da

Giovedì i procuratori israeliani hanno formalizzato l’accusa di omicidio colposo a carico del colono ebreo Yinon Levi in relazione all’uccisione a colpi d’arma da fuoco, avvenuta nel 2025 nella Cisgiordania occupata, della leader della comunità palestinese Awdah Hathaleen. Si tratta della prima incriminazione di questo genere in sette anni.

 

Hathaleen, insegnante di 31 anni, è stata uccisa il 28 luglio durante uno scontro con un gruppo di coloni che avevano introdotto escavatori nel villaggio di Umm al-Khair per livellare il terreno e realizzare un nuovo avamposto. Gli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono considerati illegali dal diritto internazionale, poiché le Nazioni Unite li ritengono un ostacolo alla nascita di uno Stato palestinese indipendente.

 

Le immagini dell’episodio mostrano Levi mentre brandisce una pistola durante lo scontro con i residenti e apre il fuoco contro la folla. Si odono alcuni degli uomini che lo circondano gridare «Sparatemi» in inglese. Secondo l’atto d’accusa, citato da Haaretz, Levi ha esploso un colpo verso degli edifici «agendo in modo sconsiderato, consapevole della possibilità che le sue azioni potessero causare la morte di qualcuno».

 

Se dichiarato colpevole, rischia fino a 12 anni di reclusione. Levi era stato inserito nella lista degli «estremisti violenti» dall’amministrazione Biden, ma il presidente statunitense Donald Trump lo ha cancellato dalle sanzioni americane nel 2025. Resta comunque soggetto alle sanzioni dell’Unione europea.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, coloni e soldati israeliani hanno ucciso almeno 1.100 palestinesi in Cisgiordania dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas a Gaza nell’ottobre 2023.

 

L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din evidenzia che Levi è il primo civile israeliano a essere incriminato per la morte di un palestinese in Cisgiordania dal 2019. I dati dell’associazione, riportati dai media israeliani, indicano che tra il 2005 e il 2025 oltre il 90% dei casi non ha portato ad alcuna incriminazione e soltanto il 3% si è concluso con una condanna.

 

Negli ultimi anni Israele ha intensificato l’espansione degli insediamenti, una politica sostenuta da esponenti politici tra cui il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Il mese scorso Smotrich ha annunciato lo stanziamento di circa 440 milioni di dollari per la creazione di 34 nuovi insediamenti, provocando la condanna delle Nazioni Unite.

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa coloni israeliani e soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso quattro palestinesi durante un attacco a un villaggio nella Cisgiordania occupata. Una moschea è stata data alle fiamme nel villaggio palestinese di Tal.

 

Due settimane fa i coloni hanno di fatto sequestrato un deputato USA, il congressman della California Ro Kanna.

 

I coloni due mesi fa hanno incendiato la città cristiana di Taybeh. Continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania come Taybeh, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa. Il vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme William Shomali a marzo aveva denunciato l’escalation degli attacchi terroristici dei coloni israeliani contro i cristiani.

 

L’annessione della Cisgiordaniaconsiderata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. Incursioni militari si sono viste a inizio anno a seguito dell’esplosione di alcuni autobus, e poco prima erano stati effettuati raid aerei con relativa strage a Tulkarem. Due anni fa si ebbe l’episodio dei commando israeliani che entrarono in un ospedale cisgiordano travestiti da donna.

 

A febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.

 

In una strana umiliazione inflitta agli USA, due mesi fa il Parlamento israeliano (la Knesset) aveva votato per la «sovranità» sionista sulla Cisgiordania proprio mentre era in visita il vicepresidente americano JD Vance, che disse di sentirsi «insultato» dalla «stupida trovata». Trump ha dichiarato quindi che toglierà i fondi ad Israele qualora annettesse la Cisgiordania. Il presidente americano, contrariamente a quanto auspicato da ministri sionisti all’epoca della sua elezione, non sembra voler concedere allo Stato Giudaico l’anschluss di quella che gli israeliano chiamano «Giudea e Samaria».

 

La Knesset ha votato la proposta di legge di Ben-Gvir (che gira con una spilla a forma di cappio e festeggia il compleanno con torte sempre a tema di impiccagione) per dare la pena di morte ai «terroristi», intendendo per questi solo i palestinesi.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 Immagine screenshot da Twitter

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Attacco su vasta scala Houthi contro le forze sostenute dai sauditi

Pubblicato

il

Da

I ribelli Houthi dello Yemen hanno reso noto di aver effettuato giovedì attacchi coordinati mediante droni e missili balistici contro vari accampamenti delle forze del governo riconosciuto a livello internazionale e appoggiato dall’Arabia Saudita. L’inasprimento del conflitto interrompe quattro anni di relativa tregua nella piccola nazione araba, devastata dalla guerra civile dal 2014 e posizionata in un punto strategico per il traffico marittimo sul Mar Rosso.   Secondo quanto comunicato dal portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, gli Houthi hanno colpito truppe, depositi e campi in tre province dello Yemen centrale e orientale dopo aver individuato un concentramento di forze sostenute dall’Arabia Saudita che si apprestavano a un’offensiva.   «L’operazione ha provocato la morte e il ferimento di centinaia di mercenari sauditi nemici», ha dichiarato, mettendo in guardia Riad dal procedere a ulteriori «escalation». Le forze governative hanno riconosciuto che alcuni dei loro soldati sono stati uccisi o feriti, senza però indicare numeri precisi. Reuters ha riportato fonti governative secondo cui almeno 30 soldati sarebbero deceduti.   Nel corso della giornata di giovedì, gli Houthi hanno effettuato attacchi nella provincia meridionale saudita di Najran, causando il ferimento di 11 civili, secondo quanto comunicato dall’esercito del Regno.  

Sostieni Renovatio 21

Le ostilità sono riprese in un contesto di crescenti tensioni interne nello Yemen, tra cui il peggioramento dell’economia, l’aumento del malcontento tribale e le conseguenze umanitarie del blocco imposto dall’Arabia Saudita nel corso dei 12 anni di guerra civile. Hanno inoltre coinciso con l’inasprimento delle tensioni regionali successive al conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, durante il quale gli Houthi hanno espresso il proprio sostegno a Teheran.   Durante la guerra tra Israele e Hamas a Gaza, gli Houthi avevano in precedenza lanciato missili contro Israele e preso di mira imbarcazioni nel Mar Rosso, provocando attacchi aerei da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Israele nello Yemen. Gli attacchi dei ribelli si sono interrotti in gran parte dopo che il gruppo ha raggiunto un cessate il fuoco con gli Stati Uniti nel maggio 2025.   Da mesi gli Houthi tentano di attivare voli diretti tra Sana’a, la capitale dello Yemen, e Teheran, nonostante l’opposizione del governo sostenuto dall’Arabia Saudita, che ritiene tali collegamenti una violazione dei termini della tregua.   Il 3 luglio un aereo della compagnia iraniana Mahan Air è atterrato a Sana’a per la prima volta in oltre un decennio per trasportare una delegazione Houthi ai funerali della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso il primo giorno degli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio.   Tuttavia, quando lo stesso velivolo ha tentato di rientrare il 13 luglio, le forze sostenute dall’Arabia Saudita hanno colpito la pista. Gli Houthi hanno attribuito la responsabilità a Riyadh e dichiarato terminato il cessate il fuoco. Una settimana dopo, il gruppo ha annunciato un blocco navale dell’Arabia Saudita e da allora ha rivendicato attacchi contro otto navi collegate al Regno.   La scorsa settimana la coalizione a guida saudita ha effettuato raid aerei contro postazioni militari Houthi nella provincia yemenita di Hodeidah, presentandoli come risposta agli attacchi del gruppo contro le navi mercantili. I ribelli hanno replicato colpendo gli impianti di Aramco.   Il Mar Rosso e il suo accesso meridionale, lo Stretto di Bab al-Mandeb, hanno assunto un ruolo ancora più rilevante come rotta marittima alternativa, poiché lo Stretto di Ormuzzo, che abitualmente gestisce circa un quarto del commercio marittimo di petrolio e GNL, resta in gran parte interdetto a causa del conflitto con l’Iran.   Saudi Aramco, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, ha dirottato le spedizioni di greggio dallo Stretto ormusno il suo porto di Yanbu sul Mar Rosso, dove i carichi hanno raggiunto una media superiore ai 4 milioni di barili al giorno da giugno, oltre quattro volte il livello registrato nello stesso periodo dell’anno precedente, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters citando i dati di tracciamento delle petroliere.   Poiché il petrolio e i prodotti petroliferi costituiscono oltre tre quarti delle esportazioni dell’Arabia Saudita, un’interruzione di questa cruciale via di esportazione attraverso il Mar Rosso potrebbe risultare disastrosa per il Regno.

Iscriviti al canale Telegram

Secondo quanto riportato la scorsa settimana dal quotidiano britannico Guardian, che cita fonti yemenite, Riad starebbe organizzando una vasta offensiva militare via mare e potenzialmente via terra. I movimenti delle truppe suggeriscono che la coalizione sostenuta dall’Arabia Saudita stia concentrando le forze per un possibile attacco al governatorato centrale di Al Bayda, controllato dagli Houthi.   Un funzionario saudita ha dichiarato giovedì sera alla CNN che il Regno si stava preparando a «molteplici attacchi coordinati» da parte degli Houthi e delle milizie irachene filo-iraniane.   L’escalation rischia ora di riaccendere un conflitto rimasto in gran parte quiescente dal 2022, quando gli Houthi e la coalizione a guida saudita avevano concordato una tregua mediata dalle Nazioni Unite dopo anni di guerra civile e un intervento militare guidato da Riyadh. In caso di una nuova offensiva di ampio respiro, il Pakistan potrebbe eventualmente prestare assistenza all’Arabia Saudita, con la quale mantiene un accordo di cooperazione militare.   Dal 2022 gli Houthi hanno consolidato le proprie posizioni difensive e incrementato la produzione nazionale di droni e missili, attività che, secondo i funzionari occidentali, ha beneficiato di un significativo supporto tecnologico iraniano.   Il mese scorso Riad ha illustrato i piani per una coalizione di difesa marittima composta da 14 nazioni, destinata a tutelare la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden mediante lo scambio di informazioni di intelligence, esercitazioni congiunte e operazioni navali coordinate.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 Immagine screenshot da Twitter  
 
Continua a leggere

Più popolari