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Sport e Marzialistica

Base Jump, tuta alare e Hollywood. Renovatio 21 intervista la stuntwoman e paracadustista Roberta Mancino

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Roberta Mancino è una giovane paracadutista di fama mondiale, base jumper, stuntwoman a Hollywood e modella. La sua vita corre in una linea tra il brivido del salto nel vuoto e la ricerca della perfezione. Con oltre 15.000 lanci alle spalle, voli in tuta alare in luoghi spettacolari intorno al mondo, coreografie subacquee con gli squali, Roberta ha ridefinito il concetto di limite umano sempre in totale armonia con la natura. 

 

Eppure, dietro a caschi, imbragature e a una carriera da record, c’è una donna guidata da una profonda consapevolezza, da un rigore ferreo e da un entusiasmo contagioso per l’avventura e la libertà. In questa intervista ci porta dentro il suo mondo fatto di imprese mozzafiato, coraggio e adrenalina pura, svelandoci cosa si prova a guardare il mondo dall’alto.

 

Tu sei nata ad Anzio, ma hai girato il mondo intero paracadutandoti ovunque. Ci racconti come nasce questa tua passione per il paracadutismo con le sue varie declinazioni?

C’è un centro di paracadutismo vicino a casa mia, con adiacente un ristorante dove andavo spesso a mangiare con i miei genitori. Già dall’età di sedici anni, mentre mangiavo, guardavo i paracadutisti che si lanciavano e mi sono incuriosita a tal punto da desiderare di provare, ma mai avrei pensato di fare la carriera che ho fatto e che sarebbe diventato il mio lavoro.

 

Essendo ancora minorenne, i miei genitori non mi hanno dato il permesso, ma una volta raggiunta la maggiore età ho deciso in autonomia. Nel frattempo ho dato il tormento a tutti quelli che si lanciavano, in specie a un amico che si allenava nella palestra di kickboxing con me.

 

Alla fine l’ho convinto e ho fatto quattro lanci vincolati, quelli militari per intenderci, ma non mi piaceva perché io volevo fare la caduta libera e lì non si può fare, poiché la fune di vincolo ti apre subito il paracadute appena esci dall’aeroplano. Ero innamorata del freestyle, che è come una danza in volo, e mossa da questo desiderio ho iniziato il corso da paracadutista. Non ho mai fatto il lancio in tandem, perché sapevo già che sarei voluta diventare una paracadutista.

 

Ho iniziato il corso, ho preso la licenza e poi l’ho detto ai miei genitori. Fare il corso non fu facile, perché ancora studiavo e non avevo soldi; allora mi sono venduta il motorino e ho iniziato a lavorare in pizzeria. Dopo la licenza mi adoperai per partecipare a qualche gara di freestyle, perché ammaliata da un video della campionessa del mondo Stefania Martinengo. Le ho scritto una mail dicendole che avevo già cento lanci all’attivo e che mi sarebbe piaciuto fare un corso di freestyle con lei. Lei mi ha risposto dicendomi che sarei potuta andare nella sua scuola in Florida.

Essendo sempre più squattrinata ho dovuto lavorare ancora di più, ma sono riuscita ad andare da lei e ho iniziato a fare i lanci scuola; mi ha insegnato a fare cose molto difficili e molto tecniche per il mio livello, ma i miei tanti anni di danza da bambina mi hanno aiutata. Lei mi ha supportata e incoraggiata, e così ho iniziato a specializzarmi sempre di più nel freestyle. Dopo qualche anno ho vinto i campionati italiani, ho fatto la Coppa del Mondo e così ho cominciato a trovare qualche sponsor. Quando andai le prime volte da lei, siccome lavoravo anche come modella per varie riviste, abbiamo trovato un magazine che mi ha assunto per fare delle foto.

 

Per inciso, negli States pagavano molto di più che in Italia, e ciò mi ha permesso di proseguire il mio percorso di crescita con il paracadute. Non avendo ancora il visto per gli Stati Uniti, facevo avanti e indietro con l’Italia ogni tre mesi. Ho deciso poi di trasferirmi definitivamente in America perché avevo obiettivi ancor più grandi da raggiungere con il paracadutismo. Avevo già fatto un record del mondo di freefly e volevo fare la stuntwoman per i film e per le pubblicità. Avevo trovato un manager che mi ha permesso di prendere un visto di lavoro così da poter rimanere in USA.

 

Un amico, che aveva una casa di produzione video per sport estremi, il primo anno mi ha sponsorizzata con la sua azienda. Nel frattempo avevo iniziato anche a fare base jumping con la tuta alare, e lui utilizzava i miei video per il suo canale. Stando nel giro di un centro di paracadutismo che dista circa due ore da Los Angeles, quando c’era un film o una pubblicità che necessitasse di paracadutisti, le produzioni facevano i casting lì.

 

Avevo gli amici laggiù che facevano parte del team di Red Bull, e così ho iniziato a lavorare in qualche pubblicità. Dopo poco è arrivata la grande occasione di lavorare per la Marvel.

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Prima che ci parli della tua esperienza cinematografica, vorrei farti un’altra domanda. Tu sei anche istruttrice; che metodo di insegnamento hai e come ti relazioni con gli allievi?

Ho iniziato a fare l’istruttrice molto presto, quando andavo già in Arizona ad allenarmi per le gare. Ero arrivata a un buon livello in un tempo relativamente breve e così ho iniziato presto a fare l’istruttrice di freefly. Tengo a precisare che non tenevo corsi AFF, ossia per gli esordienti — l’ho fatto per un po’ di tempo in realtà, ma poi ho preferito insegnare a chi sta a un livello più alto. Ho allievi che si preparano per delle gare, per degli eventi o per cose particolari.

 

I miei allievi hanno dai cento ai tremila lanci, dipende da cosa preferiscono fare in aria. Preferisco insegnare a chi ha degli obiettivi come potrebbe essere inseguire un record, un progetto inedito o dei base jumping particolari con la tuta alare.

 

Dopo quanti lanci un paracadutista può affrontare il percorso per imparare a volare con la tuta alare?

In realtà già dopo duecento lanci puoi passare alla tuta alare, però lo sconsiglio perché ci sono talmente tante cose che si possono fare in aria, e così difficili, che ci vogliono migliaia di lanci per metabolizzarle e acquisirle al meglio. È inutile andare a fare la tuta alare troppo precocemente, perché potrebbe essere pericoloso. Non ha grande senso. Il mio primo lancio con la tuta alare l’ho fatto quando avevo già seimila lanci alle spalle. Sono un caso particolare, perché mi sono presa tutto il mio tempo, evitando rischi inutili.

 

Oggi, con l’imperversare dei social, la gente che vede le prodezze con la tuta alare le vuole replicare subito. Non è più come prima, c’è un percorso meno strutturato e infatti ci sono un sacco di incidenti, perché hanno pochi lanci fatti da un aereo e non si allenano abbastanza col paracadutismo. C’è da mettere in conto anche l’errore umano, che può capitare anche al più esperto: se tu ti impegni, ti alleni seriamente e costantemente, cerchi di diminuire il rischio il più possibile, poi rimane solo l’imprevisto imponderabile.

 

Fai qualcosa che non devi fare, un errore, e può succedere il peggio.

 

Il wingsuit è un movimento in continua crescita.

Aggiungo che ultimamente è cresciuto anche il paracadutismo. Una volta non c’erano tante ragazze che lo praticavano, mentre oggi ce ne sono diverse. Oggi vedi tanti che si lanciano dalle mongolfiere, però non sono lanci tecnici; sono lanci che qualsiasi allievo che ha cento lanci può fare. Purtroppo conta più apparire che il senso dello sport vero e proprio.

 

Prima l’obiettivo numero uno era fare record e partecipare a delle gare, mentre adesso è solo mostrarsi su Instagram. È brutto dirlo, ma i social hanno distorto il nostro sport e forse lo hanno anche rovinato.

 

Prima c’erano degli sponsor prestigiosi che ti chiedevano di fare qualche impresa e tutto veniva visto in un’altra ottica. Quando una persona che non pratica paracadutismo vede un video, non comprende la difficoltà di quello che stiamo facendo, e anche una cosa banale ma spettacolare le sembra chissà quale impresa abbia fatto quel wingsuiter.

 

Va bene anche così, ci mancherebbe, però si va perdendo quel senso dell’allenamento, di fare sacrifici, di fare le gare… a tutt’oggi infatti le competizioni sono sensibilmente diminuite.

Questo malcostume dei social si riverbera in tanti altri aspetti e in tante altre situazioni. Spesso i social vengono usati per diffondere qualcosa che poi non ha nessun sottostrato culturale importante e di ricerca, ma solo apparenza.

È arrivata anche l’Intelligenza Artificiale che ha rovinato il mondo degli stunt, perché ormai non si prendono più la responsabilità di una cosa così pericolosa. Prima invece sì, mentre adesso è tutto generato o gestito artificialmente. Se vedi l’ultimo film della Marvel, di stunt nostri non ce ne sono perché ormai non ce n’è più bisogno. Mentre prima una scena, anche se non era proprio in aria ma c’erano dei pezzi di volo — i supereroi volano tutti — si faceva fisicamente e poi con delle tecniche digitali si montava il tutto. Sembra che il supereroe stia a due metri da terra, mentre in realtà la scena è stata girata in aria, così da dare allo spettatore la sensazione di volo vero, reale. Adesso tutto ciò non si fa più, costa meno.

 

Ci spieghi, per sommi capi, la tecnica per volare con una tuta alare?

È difficilissimo spiegarlo [ride], ma ci proviamo. La tuta alare si pressurizza: l’aria entra nelle bocche della tuta e, pressurizzandosi, ti fa fare un glide sull’aria. Con questa tuta uno pensa che si possa andare solo in orizzontale, ma non è vero, perché si può fare anche del freefly, andare in picchiata a testa in giù e molto altro, tranne che in piedi, ovviamente, perché hai i piedi bloccati con la coda. Si possono fare un sacco di voli aerodinamici e acrobatici proprio come se fosse un aereo, e addirittura si può anche risalire di quota facendo dei flair con queste tute alari nuove, che sono potentissime.

 

Ci sono video in cui vedi wingsuiter andare a raso del terreno per poi risalire. Ovviamente è un flair minimo, non lo puoi fare come un aeroplano perché non abbiamo i motori. Dopo un flair precipitiamo verticalmente e siamo limitati in questo, ma per tutto il resto puoi fare qualsiasi cosa di acrobatico. A livello fisico è stancante, soprattutto all’inizio, perché devi lavorare molto di spalle e di braccia, ma con la routine ti ci abitui. Le prime volte usi anche muscoli che non servono, perché sei molto teso e non riesci a rilassarti.

 

Una volta acquisita la padronanza della tuta, ti rilassi e non senti la tensione. È chiaro che se per un periodo interrompo i lanci, quando riprendo, dopo tre o quattro lanci mi stanco, perché è un modo diverso di stare in aria rispetto al semplice paracadutismo, anche perché rimani in aria più tempo rispetto alla classica caduta libera. Si raggiungono distanze considerevoli e, se fai base jumping, è bellissimo perché voli in mezzo alle montagne, in un canyon, passi vicino a una cascata, sorvoli gli alberi… hai la percezione del volo che non hai con il paracadutismo.

 

Questo modo di intendere il volo mi piace, mi dà la sensazione di volare.

Hai una differenza di emozioni e di adrenalina tra un lancio classico col paracadute e un salto con la tuta alare? 

Col paracadute sono a quasi quindicimila lanci, non avverto più niente; è come se prendessi la macchina. Se serve una tecnica precisa, devo imparare una cosa nuova, devo affrontare un record o saltare in formazione, allora ho delle vibes differenti. Nei lanci di routine con i miei allievi è come se andassi in bicicletta, però a volte capita che un allievo sia particolarmente nervoso e allora mi trasmette un po’ di tensione. Invece quando faccio base jumping con la tuta alare ogni volta ho paura, mi tremano le gambe, ho qualche brutto pensiero… [ride]. Annullo la mente, mi concentro e penso a cose positive. Ci sono tecniche di rilassamento. A me piace andare sulla montagna con poca gente. Pochi giorni fa ho fatto un lancio dopo che era morta mia nonna.

 

Sono salita in montagna da sola e questi sono i lanci più belli. Oltretutto sono un’amante della natura e quando sono lassù sento una bella energia, una connessione speciale. Non so se quelle vibrazioni puoi sentirle solo stando lì senza lanciarti; io le sento soprattutto se so che poi mi lancio e volo. Restare in piedi su un precipizio, sulla roccia, in silenzio prima di un lancio è bellissimo.

 

A me piace molto andare in Trentino dove c’è un posto che si chiama Becco dell’Aquila; sei su di una piccola roccia e sotto c’è uno strapiombo e lì avverto un’energia fortissima.

 

Che meraviglia sentirti raccontare e condividere queste tue emozioni…

Quando stacchi e prendi il volo è un po’ come quando vedi le aquile staccarsi dalla roccia per librarsi in aria. È bellissimo! Mentre sono in aria è come se scorgessi colori diversi della natura sottostante, mi sembra tutto più intenso. Dall’aereo non ho questa percezione, anche perché c’è un casino di rumore.

 

Ricordo bene quell’atmosfera nell’aereo durante la mia breve parentesi da paracadutista.

Se ti lanci da velivoli più grandi è ancora peggio. Quando sei in piedi su una roccia, immerso nella natura, è tutta un’altra cosa. Quando sei sul bordo di un grattacielo anche lì hai un’altra sensazione ancora: ti senti quasi come un supereroe dei fumetti! [ride]

 

C’è un lancio alquanto curioso che hai fatto diversi anni fa. Ti sei buttata nuda per la rivista Playboy.

Ah sì!

 

Outfit piuttosto inedito per una paracadutista.

Era nuda [ride]! 

 

So che ti piace lanciarti anche vestita con abbigliamento eccentrico.

Il lancio nuda, ti dico la verità, l’ho fatto solo per i soldi, perché ti assicuro che non è proprio piacevole [ride]. Fa male, è freddo, il paracadute sulla pelle dà fastidio, il pettorale sul seno di una donna quando apri il paracadute non dà proprio gusto.

 

C’è gente che lo fa per divertimento, ma io non più. Lo feci perché mi servivano i soldi per allenarmi. Invece i lanci che ho fatto con i tacchi e con i vestiti particolari sono nati per caso perché dopo Playboy sono andata a Los Angeles e ho fatto una pubblicità dove mi richiedevano di usare un vestito e delle scarpe con il tacco.

 

Col mio manager abbiamo lavorato molto su questa cosa di evidenziare e mostrare l’aspetto femminile e fashion, e abbiamo proposto a diverse aziende ottenendo un bel riscontro. Il video Hi Fashion di GoPro è stata una mia idea, proprio perché volevo portare questa cosa del paracadutismo anche al base jumping, per far vedere che, nonostante sia uno sport maschile, io riesco a farlo con una certa femminilità. Pensa che GoPro non ha voluto sponsorizzare il video perché non compresero appieno il senso e il significato che volevo trasmettere; dopo averlo visionato sono stati contenti del risultato, l’hanno acquisito e messo in rete. Lo hanno spinto bene e ha avuto grande successo.

 

Mi faceva strano che all’inizio non l’avessero capito, ma poi ho avuto ragione. In quel frangente Eva e Roberto Cavalli ci sono venuti incontro dandoci dei loro vestiti. In più, per farlo bene dovevi avere il paracadute un po’ nascosto, sennò non è esteticamente bello da vedere. Hanno fatto dei tagli particolari ai vestiti, hanno cucito delle fessure dove passavano i cosciali del paracadute… quando andammo nel loro showroom di Milano, loro sono stati con noi ed erano incuriositi da questo mio progetto piuttosto inusuale per il mondo della moda. 

 

Avere uno uno sponsor importante credo sia determinante per il proseguo di una carriera a certi livelli. C’è differenza tra l’Italia e gli Stati Uniti per quanto riguarda le sponsorizzazioni?

Da qualche anno è cambiato il marketing di GoPro Usa con l’avvento dei social e non sono più nel loro team perché come ti dicevo ora preferiscono avere gli influencer, anche perché tanta gente gli dà i video gratis. Prima non era così. Facevamo dei projects veri e propri. Il mio volo sul vulcano è stata una missione. Il volo fra le torri è stato un altro progetto lungamente studiato.

 

Adesso è cambiato tutto e l’asse è stato spostato su un qualcosa che quasi possono fare tutti, mettendoci quel tocco di eccentricità, mentre prima erano delle vere e proprie imprese speciali. 

 

Il fatto che gli atleti gli forniscono video, per loro è un risparmio notevole.

Io sono stata fortunata perché ho collaborato con loro negli anni più intensi dei loro video. Lavorare su quei progetti mi affascinava molto. Oggi anche io ho cambiato i miei target e mi sono un po’ adattata ai cambiamenti; Instagram va per la maggiore, ma non vedo più imprese come quelle che ho fatto io e altri miei colleghi anni fa. Uno dei primi video che abbiamo fatto con GoPro, Shark Riders, dove ho nuotato con uno squalo tigre insieme a un famoso surfista.

 

Fu la prima volta che il pubblico vedeva una cosa del genere. Adesso trovi mille ragazze su Instagram che nuotano con gli squali. Quel video andò anche al Superbowl. 

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Le immersioni sono un’altra tua grande passione.

Si, ma soprattutto adoro nuotare con le balene, gli squali… quando lo feci io ancora non lo faceva quasi nessuno.

 

Ci sono alcuni puristi del paracadutismo o della wingsuit che non cercano alcuna sponsorizzazione, perché vogliono rimanere liberi e svincolati da obblighi con lo sponsor. Tu cosa pensi di un’affermazione del genere?

Per me è stato il contrario, perché io ero quella che rompeva le scatole agli sponsor per fare imprese a volte anche troppo pericolose, mentre loro erano più prudenti. Quando proposi di nuotare con i coccodrilli ho ricevuto un secco «no» dagli sponsor. Ci sono andata da sola, ho fatto il video e poi lo hanno voluto tutti. Mi è sempre piaciuto suggerire delle idee.

 

Nei film o nelle pubblicità a volte ti propongono di fare una scena in aria senza capire che è troppo pericolosa, così cerchi di spiegare le criticità e trovare un punto di mediazione per non rischiare troppo.

 

Durante Black Widow  ho preso un sacco di botte in aria, ero piena di lividi, perché quando ho raggiunto il cattivo in volo ci ho fatto una colluttazione, l’ho afferrato in aria in caduta libera per far sembrare il combattimento quanto mai veritiero. In quei casi è normale prendere qualche botta. A volte ci vengono richieste delle cose che sono impossibili da eseguire e allora dici loro che non si possono fare.

 

Se uno sponsor mi proponesse proximity flying al pelo della montagna, io rifiuto. Oggi, con i tanti incidenti accaduti, tendono a chiederti imprese meno audaci, diciamo così. È difficile trovare sponsor per il base jumping, perché hanno paura data l’incidenza di rischio piuttosto alta.

 

A proposito di incidenti, nella tua carriera è successo che nel 2016 un ragazzo che era con te a fare il video, muore durante il volo con la tuta alare. Si chiamava Uli Emanuele. Era un base jumper bravo, io lo seguivo da tempo. Cosa è che andò storto quel giorno?

Lui era bravissimo, era un atleta talentuoso e una persona simpatica ed educata. Quel giorno sono andate storte, secondo me, tante cose. Il primo errore — questo lo dico da coach — è che lui non si allenava lanciandosi da un aereo, ma praticava solo il base jumping puro. La tuta che indossava era nuova, l’aveva provata una volta dall’aereo e poi solo saltando dalla montagna.

Quando testi una nuova tuta dovresti fare almeno cinquanta lanci di allenamento per capirla e prenderci confidenza. A volte occorre ancora più tempo se non ne comprendi bene il comportamento in volo. In più lui era bravissimo a volare da solo con un videoman che lo seguiva, invece, non si sa perché, in quell’ultimo lancio decise di cambiare programma e insistette con noi nel fare l’operatore video.

 

Noi gli dicemmo che non c’era bisogno, visto che avevamo fatto tutti i lanci con i medesimi ruoli e non volevamo cambiare. Voleva filmarmi lui, mentre invece negli altri ero io che lo filmavo.

 

Non c’era motivo di invertirci. Come detto, lui non si allenava con il paracadutismo, mentre invece queste cose te le devi provare bene in aria più e più volte. Tutto questo insieme di cose può aver determinato questa tragedia. Tra l’altro era un salto semplice per lui, volavamo di lato a una parete rocciosa.

 

Chissà, forse la troppa leggerezza per un lancio apparentemente semplice e di routine. Fatto sta che lui ha perso il controllo della tuta vicino alla parete. È stato un attimo.

 

Dopo una tragedia del genere, che rapporto si ha con la morte?

Ho visto l’incidente in diretta e l’ho guardato fino alla fine. Ho avuto problemi e per diverso tempo ho fatto molti brutti sogni. Ero abbastanza scioccata e, per quanto si possa dire che lui stesse facendo quello che più desiderava al mondo, era troppo giovane per morire, poco più che trentenne. Io sono stata malissimo dopo questa tragedia.

 

Con il tempo me ne sono fatta una ragione e ho cercato di razionalizzare e capire quello che effettivamente è andato storto per non fare lo stesso errore. Perché è successo? Cerchi di imparare anche da una disgrazia così e di andare avanti, perché il paracadutismo è il mio lavoro, la mia passione e il sogno di una vita. Si va avanti anche per lui, per il rispetto di quel ragazzo. Sbagliamo tutti e l’errore umano è sempre dietro l’angolo ed è quello che causa più incidenti.

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Come gestisci la paura?

La paura ce l’ho prima, ma ho iniziato a usare una tecnica: invece di farmi tante paranoie mentali prima del lancio, penso che quando arrivo lì posso sempre non farlo. Invece di starmi a terrorizzare la mente e a pensare a tutte le cose negative che potrebbero succedermi, ora non lo faccio più, perché so che posso anche scegliere di non lanciarmi se non me la sento. Tutto qua

 

È successo che a volte sono scesa da delle exit in montagna, perché quel giorno non me la sentivo di saltare. Cerco di non torturarmi mentalmente il giorno antecedente, così sono più rilassata.

 

Quando devo fare qualche scena in aria per un film o per una pubblicità, se mi spaventa e la reputo troppo pericolosa, non la faccio. Ci rinuncio.

 

L’altro giorno son saltata dal monte Brento, il giorno dopo la morte di mia nonna. Sono salita in quota senza avere la certezza di saltare, perché ero emotivamente scossa. Quando stavo sull’exit avevo proprio voglia di saltare. Ho fatto lanciare prima le due mie amiche, son rimasta da sola, ho pregato, ho pensato a mia nonna e tutti i momenti belli passati assieme… avevo il desiderio di fare quel volo perché sentivo una grande energia.

 

I nonni sono un bene prezioso.

Assolutamente. Mia nonna è morta a novantanove anni. Mia mamma ha scoperto di avere un cancro a quarantasei anni, ha vissuto con questa malattia per vent’anni e poi è morta. Ti dico la verità, morire tra le sofferenze di una malattia è dura, anche se mia mamma era fortissima. Lei è stata una madre che mi ha seguita in tante imprese. Avendo convissuto con la malattia di mia madre, vedo la morte, e la vita stessa, in modo diverso.

 

Hai una tua ritualità prima di un salto?

No. Vado lì sopra, faccio un respiro e salto!

 

È più complicato lanciarsi da una montagna o da un palazzo in mezzo alla città?

Per essere un vero base jumper devi aver fatto dei lanci da tutte le parti: il ponte, l’antenna, il palazzo, la montagna. Ultimamente si sente spesso di persone che dicono di fare i base jumper, ma si lanciano sempre dalla stessa montagna. Non è proprio la stessa cosa. Il ponte è il più sicuro, l’antenna ha qualche criticità in più e il più pericoloso è il palazzo, perché mentre scendi hai le finestre immediatamente dietro di te.

 

Il Burj Khalifa [grattacielo di Dubai a lungo considerato il più alto al mondo, ndr] ha un’altezza notevole e mentre cadi riesci ad allontanarti. La montagna non è tutta uguale. Dal monte Brento in Trentino ci si lancia in relativa tranquillità, perché non presenta particolari difficoltà essendo abbastanza distanti dalla parete rocciosa. Quello è uno dei lanci più belli. Di contro ci sono montagne dove praticare il base jumping è spettacolare quanto pericoloso.

 

Fare base jumping da un palazzo negli Stati Uniti è illegale, ti arrestano [ride]! In Asia invece organizzano qualche evento di base jump dai grattacieli.

 

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Quando vi lanciate dalla montagna, come arrivate in vetta? A piedi o con l’elicottero? 

Se hai i soldi e lo sponsor vai in elicottero, altrimenti vai a piedi [ride]. Nei miei video dove mi vedi in elicottero è perché ho lo sponsor che me lo permette.  Alla fine è anche bello camminare in montagna. 

 

Ci racconti quel tuo volo sopra il vulcano attivo in Cile? Vederlo in video è un qualcosa di altamente spettacolare. 

Saranno passati almeno dieci anni. Quando ho iniziato a fare base jumping con la tuta alare avevo fatto una lista di tutti quei posti nel mondo che avrei voluto sorvolare. Questo vulcano era una delle location in cima alla lista. Progetto di non facile realizzazione, però con le condizioni meteorologiche giuste era fattibile. L’unica incognita era legata al meteo, perché spesso c’è vento forte e ci sono molte nuvole.

Quando siamo arrivati lì ci siamo dati una settimana di tempo, tant’è che i primi giorni avevamo un meteo pessimo e abbiamo aspettato la mattinata giusta. Una volta che i venti si sono calmati, abbiamo fatto questo lancio dall’elicottero con due amici che hanno volato con me per filmarmi ed è stato un volo bellissimo! Un’esperienza rilassata dove ho goduto di ogni istante, senza nemmeno una turbolenza.

 

L’unica cosa è che quando ho aperto il paracadute, mi sono resa conto che il terreno dove sarei dovuta atterrare era impervio, nonostante avessimo fatto dei sopralluoghi, ma non atterri mai nel punto preciso stabilito in precedenza. Le rocce vulcaniche sono scure ed è stato difficile scorgerle nitidamente, ma alla fine sono atterrata bene.

 

Un banale infortunio in atterraggio poteva essere dietro l’angolo.

Eh sì, ma a parte quest’ultimo dettaglio che ti ho detto, è stato un volo meraviglioso. Quando sono atterrata avevo un sacco di adrenalina, felicità a mille e sono corsa verso il mio amico Carlos che aveva volato con me e ci siamo abbracciati con gioia. Mentre sorvolavo il vulcano vedevo il fuoco sotto di me e sentivo il calore che saliva. 

 

Dal filmato si scorge anche un po’ di neve intorno al cratere.

Un bel colpo d’occhio. Mentre ero in volo mi sono ricordata di un consiglio che un indigeno mi aveva dato nel centro di paracadutismo: «Quando passi sul vulcano trattieni il respiro per non ispirare i gas». Ho anche avuto una dolce turbolenza che mi faceva risalire di quota, una sensazione bellissima. 

 

Complimenti sinceri per questa impresa.

Grazie!

 

Hai fatto anche qualche lancio in notturna?

Ne ho fatti un sacco. Adesso negli States prendo parte a una manifestazione dove ci buttiamo con la tuta alare di notte. La tuta è luminosa e ho dei fuochi di artificio ai piedi e con me ci sarà un aereo acrobatico che mi girerà intorno. È un team di sole donne, cosa rara nel nostro sport. È un Airshow che portiamo in giro per tutti gli Stati Uniti e non solo. 

 

A Panama voli tra due grattacieli, ma in quell’occasione hai avuto qualche problema di turbolenza mentre eri in volo, dico bene?

Ho avuto un bel po’ di cross wind, ma non me lo aspettavo. Ho preso questa botta di turbolenza, ma per fortuna è andato tutto per il meglio. Quando ti dicevo pocanzi che è fondamentale allenarsi tanto, è proprio per gestire situazioni come quelle. Quando prendi un forte colpo d’aria laterale, non ti puoi ribaltare, devi continuare a volare dritto. Ciò lo si fa alleandosi più e più volte dall’aereo con la tuta alare.

Quando preparate un volo come quello, cercate di calcolare tutto in ogni dettaglio per ridurre al minimo l’incidenza di rischio?

È tutto calcolato, abbiamo sempre una persona a terra che ci comunica i venti e in quel caso avevamo anche una persona nel palazzo. Da quando sono uscita dall’elicottero, in pochi secondi il vento è cambiato ed è per questo che abbiamo avuto quell’imprevisto.

 

Cosa spinge un atleta che fa il vostro sport ad alzare sempre l’asticella del rischio? Cosa scatta nella mente?

Nello sport c’è tanto ego fra gli uomini e c’è, a volte, una corsa al superarsi facendo imprese sempre più al limite. Siete molto competitivi, mentre noi ragazze lo siamo meno. Devo dire che quelli bravi veramente lo fanno per una questione di confidenza, perché quando senti che voli meglio e che capisci la tuta, ti spingi sempre più oltre. Quelli bravi sono quelli che spingono gradualmente e fanno tutto step by step con consapevolezza e rigore. Inoltre secondo me volare con la tuta troppo bassi e fare il pelo al terreno non ne vale la pena. Puoi essere anche bravissimo, ma le condizioni climatiche possono crearti qualche problema: basta una piccola turbolenza e rischi grosso. È un attimo. Se ti piace volare non c’è bisogno di prendersi certi rischi, tanto più che la sensazione di adrenalina la senti comunque, te lo assicuro. Io la vedo così e mi sono tenuta sempre un margine di distanza considerevole dal terreno.

 

Tu hai dischiarato che non sei solo «drogata» – passami il termine – di adrenalina, ma di avventure in generale. Tutta la tua vita è un’avventura che spazia dal paracadutismo, alle immersioni, alle arti marziali, ai viaggi… sei sempre in continuo movimento.

Mi piace viaggiare, vedere posti nuovi e mi piace fare un sacco di cose nuove. Adesso faccio anche surf! Mi piace l’avventura nel senso più ampio del termine. Il volo più di tutto, ovviamente. 

 

Quanto è stata importante la famiglia, e quanto lo è tutt’ora, in quello che fai?

I miei non mi hanno proibito di fare questo sport, mi hanno lasciata libera. Mia mamma mi ha accompagnato molte volte nelle mie imprese e le ho fatto fare anche due lanci tandem – uno a San Francisco e uno a Dubai – con me in aria che la filmavo! Era diventata parte della nostra community. Anche le mie amiche mi hanno sempre supportata, questo lo devo dire. 

 

Qual è stata la volta in cui hai rischiato di più?

Non saprei dirti un episodio specifico, ma quando fai base jumping è sempre rischioso. 

 

Ho fatto la stessa domanda anche allo stuntman e paracadutista Claudio Pacifico, che abbiamo intervistato recentemente sul nostro giornale: il paracadutismo è uno sport per tutti?

No, perché c’è gente che mentalmente non è aperta e portata per fare questo sport. Mi è capitato di dire a degli allievi: «Non fa per te, mi dispiace». In aria bisogna essere svegli e vigili, altrimenti è meglio che rimanga a terra. Oppure, chi ha troppa paura è bene che non lo faccia. Con molti allievi noto problemi in atterraggio: hanno paura quando vedono il terreno avvicinarsi.

 

Alla fine lo sport deve essere un piacere, e anche per te che sei istruttrice c’è la grande responsabilità di far sentire l’allievo a suo agio quando si lancia.

Con gli allievi che hanno pochi lanci mi trovo bene, perché vorrei insegnare loro a stare sempre in sicurezza e a non fare manovre azzardate. Non si tratta solo di insegnare a volare bene, ma anche di far capire quando è il momento di fare determinate cose, quando evitarle e se certe performance sono fattibili o meno in base alla loro attitude e alla loro preparazione.

 

Passiamo alle tue esperienze cinematografiche. Qual è stato il tuo primo lavoro da stuntwoman?

Per il cinema è stato Iron Man 3. 

 

Una produzione di primordine. Come ti ci sei trovata a lavorare?

È stato un sogno! Il lavoro più bello che potessi fare. Per un paracadutista è il massimo fare lo stunt per un film di supereroi della Marvel. Una produzione di Hollywood è il top; solamente il catering dove pranzavi sembrava un ristorante di lusso. Tutte le maestranze sono state molto cordiali e disponibili, c’era un bell’ambiente. La scena di paracadutismo che c’è in Iron Man 3, l’abbiamo girata noi del nostro gruppo di amici. Un team affiatato! Io sono una fan della Marvel e sono capitata in uno dei loro film, cos’altro vuoi di più?! [ride] Quando ho fatto Black Widow , dove ho fatto la controfigura di Scarlett Johansson, a casa camminavo con la postura che ha un supereroe e mio babbo mi guardava con fare interrogativo [ride]. Era totalmente entrata nel personaggio!

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Il paracadutismo negli Stati Uniti è percepito diversamente rispetto all’Italia?

Lì lo fanno tutti i giorni, da noi è un hobby il fine settimana. Se vuoi fare il paracadutismo come professione devi andare in Spagna, a Dubai o in America.

 

La percezione del tempo mentre sei in volo, è diversa da quella della vita ordinaria?

In alcuni lanci sembra che il tempo si fermi, mentre altri mi scorre via quasi troppo velocemente. 

 

Quale sarà il prossimo lancio di Roberta Mancino?

A febbraio faremo un nuovo air show, ma ancora non posso svelarti le tante soprese che ci saranno. Sarà molto fashion e femminile. È bello fare gli air show perché sotto hai una folla enorme che ti guarda dal vivo e quando atterri sei in mezzo alla gente che ti applaude e ne senti il calore e l’affetto. Sono emozioni reali e condivise. 

 

Tienici aggiornati sulle tue nuove imprese, perché noi e nostri lettori siamo molto curiosi e ti seguiremo.

Assolutamente! Grazie!

 

Francesco Rondolini

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Immagini fornite da Roberta Mancino

 

 

Gender

Il campione Enes Kanter buttato fuori dalla lega di pallacanestro femminile

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Enes Kanter Freedom, ex giocatore NBA diventato un acceso oppositore della partecipazione degli atleti transgender agli sport femminili, ha dichiarato di essere stato allontanato dalla State Farm Arena durante Gara 3 delle finali WNBA dopo essersi rifiutato di utilizzare la suite privata che le Atlanta Dream gli avevano assegnato per motivi di sicurezza. Lo riporta Yahoo! News.   Il Kanter ha fatto questa affermazione in un video pubblicato su X mercoledì, poche ore dopo che le Dream avevano rilasciato una dichiarazione in cui affermavano che Freedom aveva contattato le forze dell’ordine federali, statali e locali, nonché i funzionari della lega, prima della partita per esprimere preoccupazione per la sua incolumità dopo aver annunciato la sua intenzione di partecipare.   Il trasferimento in una suite era «destinato a rispondere alle sue preoccupazioni in materia di sicurezza e a contribuire a offrire un’esperienza sicura e positiva a lui e agli altri ospiti», si legge nella dichiarazione delle Dream.   Ulteriori agenti della sicurezza dell’arena sono stati assegnati alla suite e, su richiesta di Freedom, anche la polizia statale ha incaricato un agente di proteggerlo.   Tuttavia, nel video pubblicato sul suo account X, si vede Freedom che chiede di sedersi nei posti che aveva acquistato. Nel video, Freedom, affiancato da agenti di polizia, si avvicina a un ingresso della State Farm Arena e viene fermato da un membro dello staff, che gli dice: «Prima di entrare, devi accettare di andare nella suite». Freedom risponde di aver acquistato i biglietti e di voler «sedersi al suo posto».   Dopo un breve scambio di battute, il video passa a una clip in cui un agente elenca diverse zone in cui Freedom potrebbe andare, per poi dire: «Non può stare qui». Freedom lascia quindi l’arena, allarga le braccia e dice alla telecamera: «Mi hanno cacciato dalla partita per aver difeso le donne».   Un portavoce delle Dream ha dichiarato che a Freedom è stata offerta la possibilità di tornare all’arena in qualsiasi momento, a condizione che fosse disposto a rimanere nella suite, in base alle sue preoccupazioni per la sicurezza.   «Sono appena stata cacciata da una partita della @WNBA per la seconda volta di fila per aver sostenuto le DONNE!» ha scritto Freedom sul post di X che mostrava il video. «Pensateci bene, AMERICA!»   L’opposizione agli atleti transgender è diventata una causa celebre per Freedom, che ha giocato 748 partite in 11 stagioni nella NBA e ha disputato la sua ultima partita nel 2022.   Quattro giorni prima di Gara 3, Freedom ha annunciato che sarebbe stato tra il pubblico e ha menzionato la pivot delle Dream Angel Reese e l’ala delle Golden State Valkyries Gabby Williams in un post sui social media.   In precedenza, ad agosto, aveva assistito a una partita delle Chicago Sky indossando una maglietta con la scritta «WOMAN sostantivo adulto umano femmina» ed era stato allontanato dal suo posto a bordo campo dopo un acceso scambio verbale con la guardia delle Sky, Natasha Cloud. Le Sky hanno vietato a Freedom l’accesso alla loro arena dopo l’episodio, e Freedom ha intentato una causa contro la franchigia, sostenendo che i suoi diritti sanciti dal Primo Emendamento erano stati violati.   Freedom ha iniziato a pubblicare post sulle minacce ricevute dopo aver annunciato la sua intenzione di assistere alla partita di mercoledì.   Nei giorni precedenti la partita, né la WNBA né le Dream hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla presenza di Freedom, sebbene fosse previsto un significativo rafforzamento delle misure di sicurezza. Le Dream hanno diffuso il comunicato relativo alla disposizione dei posti a sedere di Freedom circa 40 minuti prima dell’inizio di Gara 3.   «La sicurezza dei nostri ospiti e dei membri del nostro team è la nostra massima priorità», si legge nella dichiarazione delle Dream.   Prima della partita, le squadre hanno evitato in gran parte di commentare la questione della libertà. «Ovviamente, i media hanno una responsabilità nella scelta degli argomenti da trattare», ha detto Williams prima del riscaldamento.   L’allenatore di Atlanta, Karl Smesko, ha dichiarato: «Tutti sono qui per assistere a una grande partita di basket tra due grandi squadre, con alcuni dei migliori giocatori al mondo. Noi siamo concentrati su questo».   Come riportato da Renovatio 21, Kanter Freedom, alto 2,08 metri e con undici stagioni alle spalle (Utah Jazz, Oklahoma City Thunder, New York Knicks, Portland Trail Blazers e Boston Celtics), aveva il mese scorso annunciato di volersi candidare al draft (l‘evento annuale in cui le squadre scelgono i nuovi giocatori giovani provenienti dai college o da altre nazioni) del campionato di pallacanestro femminile WNBA del 2027.

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Subito dopo era arrivata la dichiarazione di Royce White, altro ex NBA (pochi minuti di gioco nella sua carriera) e oggi candidato repubblicano al Senato. Lo White, che è nero, ha affermato di identificarsi «a volte come donna ai fini del basket professionistico» e di voler inseguire una carriera in WNBA.   Il Kanter Freedom aveva già nel 2023 ironizzato: «Dato che sono stato ostracizzato dalla NBA, dovrei mettermi una parrucca, identificarmi come donna e dominare la WNBA?». L’obiettivo dichiarato è evidenziare l’ambiguità delle regole.   Enes ha giocato per varie squadre NBA, tra cui gli Utah Jazz di Salt Lake City, dove il direttore di Renovatio 21 ha avuto modo di vederlo e forse pure, ma si ricorda non benissimo, stringergli la mano in un ascensore quando glielo presentò un amico comune.   L’attivismo politico non è una novità per il personaggio, che ha aggiunto legalmente il cognome Freedom (libertà in inglese) nel novembre 2021, in occasione del ottenimento della cittadinanza statunitenseper simboleggiare la sua lotta per i diritti umani e la libertà di espressione, dopo essere diventato un esiliato politico ed essere perseguito dal governo turco d’Erdogan a causa delle sue forti critiche.   Nel corso di questi anni, il cestista ha criticato apertamente le violazioni dei diritti umani in Cina, in particolare il trattamento degli uiguri e l’uso del lavoro forzato. Si è espresso anche su Turchia, Russia, Iran, Corea del Nord e Venezuela. Il governo di Ankara lo aveva reso apolide e oggetto di mandati di cattura internazionali: va ricordato che a partire dalla seconda elementare, Kanter ha frequentato scuole affiliate a Hizmet, parte del movimento di Fetullah Gulen, prima alleato poi acerrimo nemico di Erdogan. Anche la stella calcistica dell’Inter Hakan Sukur, gulenista che pure ebbe l’Erdogano (e il Guleno) alle sue nozze, si trova in una situazione non dissimile, e farebbe ora il tassista in Silicon Valley.  

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Immagine di Erik Drost via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
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Gender

Lottatrice liceale chiede alla Giustizia di poter evitare di competere con ragazzi transgenderri

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Kallie Keeler, una lottatrice di una scuola superiore dello Stato di Washington, ha chiesto il 5 ottobre alla Corte Suprema degli Stati Uniti un’ordinanza d’urgenza che le permetta di gareggiare nella squadra femminile senza dover affrontare atleti maschi, dopo essere stata presumibilmente aggredita sessualmente da uno di loro durante un incontro. Lo riporta Epoch Times.

 

La Keeler sostiene che la Washington Interscholastic Activities Association abbia violato il Titolo IX consentendo la partecipazione di atleti maschi agli sport femminili e chiede che sua madre venga informata della presenza di qualsiasi avversario maschio.

 

Il mese scorso la Corte d’Appello del Nono Circuito (la più grande corte d’appello federale degli Stati Uniti) ha respinto le sue richieste, affermando che la situazione non era di emergenza poiché la stagione di lotta non inizia prima di novembre e che la sua richiesta di notifica a tutti gli atleti transgender era troppo generica. Un investigatore del Title IX (la legge federale statunitense che vieta la discriminazione basata sul sesso in qualsiasi programma o attività educativa che riceva finanziamenti federali), dopo aver visionato due video dell’incontro, ha scritto che l’avversaria probabilmente l’ha toccata con forza e il Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti ha aperto un’indagine nel febbraio 2026, ma il procuratore distrettuale ha deciso di non procedere con l’incriminazione.

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Come sottolinea Epoch Times, il ricorso di Keeler è giunto nel mezzo di numerose decisioni della Corte Suprema riguardanti lo sport femminile e i diritti dei genitori.

 

In particolare, a giugno la Corte Suprema ha autorizzato gli Stati a vietare la partecipazione maschile agli sport femminili, respingendo l’argomentazione secondo cui tale divieto violerebbe il Titolo IX. La Corte ha inoltre respinto le argomentazioni di Keeler secondo cui sua madre avrebbe dovuto essere informata e avere l’opportunità di escludere la figlia dalla competizione.

 

Questa argomentazione si basava in parte sulla sentenza della Corte Suprema del 2025 nel caso Mahmoud contro Taylor, la quale stabiliva che un distretto scolastico del Maryland dovesse informare i genitori in merito ai libri illustrati con contenuti controversi su genere e sessualità.

 

La Corte d’Appello del Nono Circuito ha affermato che quel caso e un altro relativo ai diritti dei genitori non erano applicabili alla situazione di Keeler.

 

Il manuale 2025-2026 della Washington Interscholastic Activities Association stabilisce che «gli atleti parteciperanno a programmi coerenti con la loro identità di genere o con il genere che esprimono più frequentemente».

 

Attualmente a Washington si sta valutando l’Iniziativa 638, che vieterebbe ai ragazzi di partecipare alle competizioni sportive femminili.

 

La proposta di legge, promossa da Let’s Go Washington, un comitato di azione politica, sarà sottoposta a votazione il 3 novembre. Il gruppo ha affermato che l’Iniziativa 638 ripristina l’equità nelle regole di ammissibilità, vietando agli «uomini biologici» di competere nelle discipline atletiche femminili.

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Studi scientifici hanno ripetutamente confermato che gli uomini hanno un vantaggio considerevole rispetto alle donne nello sport e nell’atletica. Una recente ricerca pubblicato su Sports Medicine ha scoperto che un anno di farmaci ormonali «transgender» provoca «cambiamenti molto modesti» nei vantaggi intrinseci della forza negli uomini.

 

Secondo il sito SheWon.org, i transessuali avrebbero vinto centinaia di titoli negli sport femminili. La pagine web mostra centinaia di nomi di atlete superate in gara da transessuali in ben 29 discipline sportive: ci sono ciclismo, atletica, sollevamento pesi, nuoto, canottaggio, corsa campestre, golf, sci alpino, sci nordico, skateboard, surf, biliardo, perfino il poker.

 

Oltre all’ovvio vantaggio che un maschio biologico ha chiaramente sulle donne in sport come il nuoto o il sollevamento pesi, i principali esperti medici concordano sul fatto che gli atleti transgender hanno un vantaggio ingiusto rispetto alle donne biologiche anche dopo essersi sottoposti a una terapia di soppressione del testosterone.

 

Come riportato da Renovatio 21, il transessualismo sta divenendo un problema in quantità impressionanti di discipline praticate dalle donne: abbiamo visto casi per il nuoto, la maratona, il ciclismo, la BMX, l’hockey, il sollevamento pesi, il basket…

 

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Immagine di 2017 Canada Summer Games via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

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Sport e Marzialistica

Origini del codice del Bushido

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Il Bushido, il codice etico e l’insieme di ideali di vita dei samurai, è stato nei secoli elevato a modello educativo e culturale per l’intero popolo giapponese, al punto che è opinione comune che il Giappone sia diventato una nazione forte proprio grazie a questi principi. In origine riservato esclusivamente alla casta guerriera, il Bushido influenzò solo in un secondo momento anche la vita quotidiana della gente comune. Va notato che i samurai poterono portare liberamente le spade in pubblico solo fino all’editto Meiji del 1872, che pose fine a questa consuetudine e segnò l’inizio di un nuovo sistema educativo.   Pur presentando numerosi punti in comune, spesso dibattuti dagli storici, con la cavalleria europea del Medioevo, il Bushido conserva caratteri distintivi. Uno dei più significativi riguarda la considerazione sociale riservata al guerriero: mentre nell’antica Cina il combattente non occupava una posizione di vertice nella scala sociale (un rispetto che i guerrieri cinesi conquistarono solo più tardi, attraverso guerre continue), nel Giappone feudale i bushi, futura casta dei samurai, erano tra i pochi considerati degni di essere presi a modello dalla gioventù, un’influenza che è arrivata fino ai giorni nostri. Anche la poesia ebbe un ruolo importante nella trasmissione dello spirito del Bushido, poiché l’amore per la bellezza espresso attraverso i versi costituiva parte integrante del codice cavalleresco giapponese.   Un altro pilastro era l’addestramento mentale alla quiete interiore, ritenuto tanto vitale quanto l’abilità fisica nel maneggiare la spada in combattimento — un concetto affine allo stato di «vuoto della mente» ( 無心, mushin, letteralmente «senza mente») elaborato dai maestri zen, capace di donare ai grandi spadaccini l’istantaneità dell’azione. Si racconta che il samuraio, per mantenere questa disposizione mentale anche sotto tensione, allenasse la propria capacità di attesa fredda e determinata, per poi portare l’attacco per primo quando la pressione diventava insostenibile per l’avversario.

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I valori fondamentali insegnati ai giovani destinati a diventare difensori del clan e, più tardi, del Paese, erano la frugalità e la cavalleria. I samurai erano descritti come uomini d’azione, rigorosi e austeri, che agivano secondo ciò che ritenevano giusto senza sentire il bisogno di fornire spiegazioni, ed erano attenti ai dettagli pur restando sempre pronti al momento dell’azione. Il codice imponeva inoltre di non versare il sangue di un avversario più debole o di rango inferiore, a meno che ciò non fosse necessario per il proprio signore o per i propri doveri.   Nonostante l’austerità, i samurai non erano indifferenti alla vita: la amavano con passione, erano inclini a riconoscere ciò che era onesto e buono e nutrivano un forte desiderio di apprendimento, ponendo l’onore della parola data al di sopra di ogni altra cosa. La povertà, frequente nelle loro case, non era motivo di vergogna. Il Bushido condannava inoltre qualsiasi azione ripetuta senza la volontà di correggerla e migliorarla: i samurai erano tenuti a cercare costantemente occasioni di perfezionamento, agendo senza rimandare.   Da un punto di vista storico e sociale, i samurai si formarono come nuova casta all’interno del gruppo che aveva servito l’aristocrazia durante i periodi di pace di Nara (710-794 d.C.) ed Heian (794–1185), l’ultima grande epoca della storia classica giapponese, celebre per la fioritura artistica, la letteratura e la raffinata vita di corte. Fu a Kamakura, a partire dalla prima metà del periodo feudale (dal XII secolo in poi), che questa casta cominciò ad affermarsi, tanto che questa città è considerata il luogo di nascita del movimento samuraijo. I samurai provenivano dalla classe rurale e ascesero la scala sociale servendo l’aristocrazia sia come burocrati sia come ufficiali di polizia o amministrativi al servizio del governo centrale; non appartennero mai, invece, alla classe mercantile.   Il significato del termine Bushido è stato, nel corso dei secoli, oggetto di interpretazioni divergenti e talvolta strumentalizzate. Il codice, va ricordato, non esisteva come corpus scritto e unitario prima del periodo Edo: fu solo con opere come lo Hagakure di Yamamoto Tsunetomo (inizio XVIII secolo) e, più tardi, con il celebre saggio Bushido. L’anima del giappone uscito nel 1900 e scritto in inglese per un pubblico occidentale, che si tentò di sistematizzare in forma organica valori che per secoli erano rimasti pratiche orali, consuetudini di clan e insegnamenti trasmessi da maestro ad allievo.   Questo spiega perché, storicamente, sia difficile parlare di «il» Bushido come se fosse un codice unico e immutabile: più correttamente, si dovrebbe parlare di un insieme di ideali condivisi, declinati diversamente da clan a clan e da epoca a epoca.   Il paragone con la cavalleria europea, per quanto suggestivo, va maneggiato con cautela proprio per le differenze strutturali che il testo evidenzia: mentre il cavaliere medievale europeo agiva all’interno di un sistema in cui il rapporto vassallatico era spesso mediato da un giuramento religioso cristiano e da un ordine feudale relativamente più fluido socialmente, il rapporto samuraio-signore in Giappone si radicava in un concetto di lealtà quasi assoluta (il chu, in kanki 忠), che sopravvive nella cultura giapponese ben oltre la fine del sistema feudale — se ne trovano tracce persino nella cultura aziendale giapponese del Novecento.   Il tema della «quiete interiore» — che nel testo originale inglese del Nitobe compariva come «patience» apre una finestra importante sul legame profondo tra arti marziali e buddhismo zen in Giappone. Non è un caso che molti dei più celebri maestri di spada, da Bokuden Tsukahara (1489-1571) a Musashi Miyamoto (1584-1645), abbiano intrecciato la pratica del combattimento con una ricerca spirituale che andava ben oltre la tecnica: il concetto di mushin, la «mente senza mente» o «vuoto mentale», teorizzato dai maestri zen, descrive uno stato in cui l’azione scaturisce senza la mediazione del pensiero cosciente, permettendo una reattività istantanea — un’idea che, non a caso, ha affascinato anche pensatori e artisti marziali occidentali nel secondo Novecento, contribuendo non poco alla diffusione internazionale di queste discipline.   Anche l’osservazione sulla provenienza sociale dei samurai merita un approfondimento: il fatto che non provenissero mai dalla classe mercantile riflette una gerarchia sociale confuciana (importata anch’essa, in parte, dalla Cina) che poneva i mercanti all’ultimo gradino della scala sociale, nonostante la loro spesso notevole ricchezza — un paradosso che caratterizzerà tutto il periodo Edo, con mercanti economicamente potenti ma socialmente subordinati a samurai talvolta impoveriti ma formalmente superiori per rango.   Un punto che meriterebbe attenzione in un articolo divulgativo è la distinzione tra il Bushido come è stato effettivamente vissuto nei secoli feudali e il Bushido come è stato reinterpretato, e in parte reinventato, nell’epoca moderna. Dopo la Restaurazione Meiji (1868) e la conseguente abolizione della classe samuraia come ceto giuridicamente riconosciuto, il Giappone attraversò un periodo di intensa ricerca di un’identità nazionale che potesse competere, anche simbolicamente, con le potenze occidentali.

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In questo clima, intellettuali come Nitobe Inazo presentarono il Bushido come l’equivalente giapponese del codice cavalleresco europeo, un «codice d’onore nazionale» che avrebbe caratterizzato l’intero popolo giapponese e non solo l’antica casta guerriera. È un’operazione culturale che ha avuto un impatto enorme sulla percezione, anche occidentale, del Giappone, ma che gli storici contemporanei tendono a guardare con maggiore cautela, distinguendo tra il Bushido storico — frammentato, plurale, spesso pragmatico — e il Bushido come mito nazionale costruito a posteriori.   Un secondo filone di approfondimento riguarda il rapporto tra Bushido e istituzioni religiose. Oltre al legame con il buddhismo zen, già toccato in precedenza, è significativo il ruolo dello shintoismo, la religione autoctona giapponese legata al culto degli antenati e delle divinità della natura: molte scuole di spada, come si è visto, nacquero in prossimità di santuari dedicati a divinità guerriere (Kashima e Katori, ad esempio), e l’idea stessa della spada come oggetto sacro — non semplice strumento di offesa, ma quasi un’estensione spirituale del suo possessore — affonda le radici proprio in questa tradizione religiosa sincretica, che mescola elementi shinto, buddhisti e, più tardi, anche confuciani.   Proprio l’influsso confuciano merita un cenno a parte: il confucianesimo, importato dalla Cina insieme a gran parte dell’apparato burocratico e culturale giapponese, fornì ai teorici del Bushido un vocabolario etico fondamentale — concetti come la lealtà (chu), la pietà filiale, il rispetto della gerarchia e il valore della rettitudine morale (義, gi) sono tutti mutuati, almeno in parte, dal pensiero confuciano, e vennero integrati nel codice guerriero soprattutto a partire dal periodo Edo (1603-1868), quando il governo dello shogunato Tokugawa promosse attivamente lo studio dei classici confuciani come strumento di stabilità sociale e politica.

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Immagine: Kusakabe Kimbei (1841–) Samurai in armatura (circa 1860), stampa all’albumina colorata a mano di Kusakabe Kimbei. Impero del Giappone. La figura a sinistra impugna uno yumi (arco giapponese), quella al centro una katana e quella a destra uno yari (lancia a punta dritta). Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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