Geopolitica
A Dubai apre un supermarket kosher per la comunità ebraica (e turisti)
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
È il primo nei Paesi del Golfo ed è frutto di crescenti legami con Israele in seguito agli «Accordi di Abramo». Si chiama Rimon e sorge nei pressi del Jewish Community Center. Rabbino Levi Duchman parla di «enorme felicità». Fra i primi appuntamenti la festa delle luci (Hanukkah).
In settimana a Dubai ha aperto i battenti il primo supermarket kosher al servizio della locale comunità ebraica, in continua crescita negli ultimi due anni grazie anche agli «Accordi di Abramo» sottoscritti da Israele con parte del mondo arabo. Un aumento che, di riflesso, ha fatto schizzare la domanda di cibi che rispecchiano l’insieme di regole religiose e pratiche alla base della cucina degli ebrei osservanti, oltre a essere un mercato di interesse anche dal punto di vista economico.
Il supermercato kosher è una prima assoluta per tutta l’area del Golfo. Il negozio si chiama Rimon (termine ebraico per «Melograno») e sorge a cinque minuti in auto dal Jewish Community Center, che ospita al suo interno una sinagoga e prevede classi di Torah oltre a eventi di socializzazione e incontro.
Fra i grandi fautori dell’apertura il rabbino Levi Duchman, una delle figure più autorevoli della comunità ebraica degli Emirati Arabi Uniti, il quale ha voluto ringraziare governo e autorità per la collaborazione fornita nella realizzazione del punto vendita.
«Al mio arrivo otto anni fa– ha spiegato il rabbino ad al-Monitor – ho fin da subito sentito il bisogno di realizzare più infrastrutture ebraiche. Ora che abbiamo un supermercato kosher pieno e la possibilità per le famiglie e i turisti di venire a trovarci, è un grande passo avanti per la normalizzazione e verso una vita secondo i dettami ebraici qui negli Emirati Arabi Uniti».
L’apertura del supermercato giunge durante le festività natalizie, quando la domanda di cibo tradizionale è abbondante. Gli scaffali sono riforniti di ingredienti popolari e tradizionali come patate, marmellate, zuppe; fra le prime ricorrenze la festività ebraica di Hanukkah (la festa delle luci) che inizia il 18 dicembre e si conclude il 26, dopo otto giorni.
Nelle celebrazioni che ricordano la vittoria della luce sulle tenebre, osserva Duchman, «avere il nostro supermercato kosher qui, permette alle famiglie di acquistare cibo kosher» e questo è fonte di «enorme felicità».
Rimon ha una pagina social in cui racconta prodotti e iniziative e, come da tradizione, osserverà la chiusura per lo Sabbath, il giorno di riposo dalla mezzanotte di venerdì fino al calar della sera del sabato.
La presenza di un centro specializzato per il cibo kosher era un’esigenza sentita da tempo per la comunità ebraica, perché la preparazione degli alimenti si discosta dai metodi per la realizzazione del cibo halal, in conformità alla legge islam.
Nel 2021 gli Emirati contavano un 11% di popolazione nativa, di cui l’85% musulmani sunniti. Dalla firma degli Accordi a settembre 2020 almeno 250mila turisti israeliani hanno visitato il Paese e l’obiettivo è farne arrivare altri anche dalle nazioni della diaspora, mentre la comunità ebraica locale è formata da circa 500 persone.
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Geopolitica
«Basta con gli ordini di Washington»: parla il presidente ad interim del Venezuela
La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, ha affermato di aver raggiunto il limite della pazienza nei confronti delle imposizioni provenienti da Washington, lanciando la prima sfida aperta alla Casa Bianca dopo il rapimento del leader venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti avvenuto all’inizio di questo mese.
La Rodriguez ha assunto la guida del Paese in seguito al raid e al sequestro di Maduro da parte statunitense, datato 3 gennaio. In un primo momento, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato che Washington avrebbe «governato» il Venezuela, per poi esprimere in seguito il proprio sostegno a Rodríguez durante la fase transitoria.
«Basta con gli ordini di Washington sui politici in Venezuela», ha dichiarato la Rodriguez rivolgendosi a un gruppo di lavoratori del settore petrolifero a Puerto La Cruz, in un evento trasmesso domenica dall’emittente statale Venezolana de Televisión.
«Lasciamo che la politica venezuelana risolva le nostre divergenze e i nostri conflitti interni», ha aggiunto la presidente in carica, precisando che la Repubblica ha già pagato un prezzo altissimo per le conseguenze del fascismo e dell’estremismo nel Paese.
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Subito dopo aver giurato come presidente ad interim, Rodriguez aveva affermato che nessun «agente straniero» avrebbe controllato il Venezuela né lo avrebbe ridotto a una «colonia». Successivamente, il direttore della CIA John Ratcliffe si è recato a Caracas per un incontro con lei, apparentemente per trasmetterle le condizioni poste da Trump per un miglioramento delle relazioni bilaterali, che comprendevano cambiamenti sia nella politica interna sia in quella estera.
Da quel momento, la Rodriguez ha intrapreso passi per conformarsi alle richieste statunitensi, tra cui l’apertura del settore petrolifero venezuelano alle compagnie americane e una maggiore cooperazione in ambito di sicurezza.
Trump ha lodato la Rodriguezza definendola una «persona straordinaria» al termine di una loro conversazione telefonica della scorsa settimana, evidenziando gli «enormi progressi» registrati dopo l’accettazione delle richieste americane e annunciando una partnership «spettacolare» nei settori del petrolio e della sicurezza nazionale. Anche il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha lasciato intendere che la revoca delle sanzioni potrebbe essere ormai prossima.
La scorsa settimana, la Casa Bianca ha reso noto l’intenzione di invitare la Rodriguez a Washington, a seguito del colloquio telefonico avvenuto con Trump.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Gli Stati Uniti stanno valutando attacchi di precisione contro funzionari iraniani di «alto valore»
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Geopolitica
Orban: la Russia non permetterà a NATO e UE di entrare nei suoi confini, Zelens’kyj è «un uomo in una posizione disperata»
La NATO e l’Unione Europea farebbero bene a rassegnarsi al fatto che la Russia non tollererà mai la loro presenza diretta ai propri confini, ha dichiarato il primo ministro ungherese Viktor Orban. Secondo il premier magiaro, l’Ucraina dovrebbe fungere da «zona cuscinetto» tra l’Occidente e la Russia al fine di scongiurare il rischio di una guerra su scala europea.
Da quando il conflitto in Ucraina si è intensificato nel febbraio 2022, Budapest ha espresso apertamente la propria contrarietà alle politiche anti-russe promosse da NATO e UE, incluse le sanzioni imposte a Mosca. L’Ungheria ha inoltre criticato in modo costante e ripetuto le forniture di armi occidentali a Kiev.
Intervenendo sabato a una manifestazione pacifista nella città di Kaposvar, Orban ha affermato: «dobbiamo prendere atto che né la NATO né l’Unione Europea possono posizionarsi direttamente al confine con la Russia, perché i russi reagirebbero sempre con la guerra».
Per il premier ungherese, «deve esistere una zona cuscinetto tra i confini orientali della Russia e quelli occidentali». A suo avviso, per prevenire un confronto militare diretto, è proprio l’Ucraina a dover svolgere questo ruolo di separazione.
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Orban ha inoltre messo in guardia che, qualora l’Ucraina entrasse a far parte dell’Unione Europea, il blocco – Ungheria inclusa – si troverebbe inevitabilmente in uno scontro frontale con la Russia.
In un altro passaggio, il primo ministro ha definito il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj «un uomo in una posizione disperata».
Orban ha poi lanciato un monito sulle prossime elezioni politiche ungheresi di aprile: se il partito di opposizione pro-UE Tisza dovesse vincere, «finirebbe per mandare i nostri figli in guerra come soldati».
Come riportato da Renovatio 21, Orban ha accusato l’Unione Europea di essere attualmente «controllata da una troika di guerra tedesca», composta dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e dal leader del Partito Popolare Europeo (PPE) al Parlamento europeo, Manfred Weber. Secondo il premier ungherese, «sono queste tre persone a dettare la politica di guerra dell’Europa odierna».
Ha citato a sostegno della sua tesi il pacchetto di prestiti da 90 miliardi di euro concesso a Kiev alla fine dello scorso anno, sostenendo che l’UE stia di fatto finanziando il conflitto ucraino per altri due anni ricorrendo a denaro preso in prestito.
L’Orban ha infine espresso forte preoccupazione per le recenti dichiarazioni di diversi leader europei riguardo all’ipotesi di inviare «forze di pace» in Ucraina. «L’esperienza storica dimostra che le cosiddette forze di pace europee finiscono regolarmente per trasformarsi in forze di guerra», ha concluso.
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Immagine di Elekes Andor via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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