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Politica

Trump parla al Congresso USA

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Per la prima volta da quando ha assunto l’incarico a gennaio, il presidente Donald Trump si rivolge a una sessione congiunta straordinaria delle due Camere del Congresso degli Stati Uniti.

 

In precedenza aveva detto che il suo discorso sarebbe stato «importante» e aveva promesso di «dire le cose come stanno».

 

Trump ha iniziato il suo discorso dichiarando: «l’America è tornata».

 

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Trump ha descritto le sue azioni esecutive nelle prime settimane della presidenza, inclusa la sua decisione di disimpegnarsi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Molte di queste stanno invertendo le politiche del suo predecessore, Joe Biden, che Trump sostiene siano state dannose per gli Stati Uniti.

 

Trump descrive il suo successo elettorale come un mandato decisivo per la sua agenda. Gli oppositori interrompono il suo discorso con dei fischi, ma i sostenitori hanno ricominciato a scandire «USA!». Il presidente della Camera Mike Johnson mette in guardia i presenti da qualsiasi interruzione.

 

 

Il presidente ha dichiarato che la sua amministrazione ha fatto rapidi progressi nel realizzare una nuova età dell’oro per gli Stati Uniti, come promesso durante la campagna elettorale. «Il sogno americano sta crescendo più grande e migliore che mai», ha affermato.

 

Trump ha mostrato mostra il suo ordine esecutivo per commemorare Jocelyn Nungaray, vittima di un altro recente omicidio di alto profilo che avrebbe coinvolto migranti illegali. Ha quindi sostenuto che le azioni della sua amministrazione hanno spinto gli attraversamenti illegali delle frontiere a un livello record, dimostrando che ciò poteva essere ottenuto senza grandi riforme legislative. «Stiamo ottenendo la grande liberazione dell’America», ha dichiarato il presidente.

 

Il leader della Casa Bianca ha attaccato apertamente le «politiche di frontiera aperta» di Biden e quello che ha descritto come un importante afflusso di criminali causato attraverso il confine con il Messico, sottolineando l’omicidio della giovane Laken Riley, perpetrato l’anno scorso da un immigrato venezuelano, come esempio della crisi al confine. I familiari delle vittime, è stato detto, erano tra il pubblico.

 

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Trump ha elogiato il lavoro del Department of Government Efficiency (DOGE) e del suo controverso capo, il miliardario Elon Musk, incaricato di ridurre lo spreco di denaro dei contribuenti, elencando esempi di progetti che ritiene non meritino finanziamenti americani, la maggior parte dei quali in nazioni straniere.

 

Nel discorso è stata annunciata la cattura di un leader terrorista ISIS presumibilmente responsabile dell’attentato di Abbey Gate avvenuto durante il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan nel 2021, in cui morirono 13 militari statunitensi.

 


Sono stati quindi sottolineati gli sforzi per rafforzare la presenza degli Stati Uniti nell’isola autonoma danese della Groenlandia, per poi passare alla questione del Canale di Panama, definito come un progetto infrastrutturale costruito dagli americani per gli americani. Il mega-fondo finanziario BlackRock ha recentemente annunciato i piani per acquistare infrastrutture portuali a Panama da una società cinese, il che è in linea con l’agenda di Trump. È stato quindi dichiarato che non ci sarà posto per l’«attivismo woke» nelle forze armate statunitensi. La sua amministrazione ha invertito una politica che consentiva il reclutamento di individui transgender nell’esercito.

 

Sul versante militare, è stata dichiarata la volontà di potenziare la cantieristica navale statunitense, con il presidente che ha affermato come ciò sia necessario per salvaguardare la sicurezza nazionale.

 

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Trump si è attribuito il merito di un progetto di intelligenza artificiale da 500 miliardi di dollari annunciato dalle principali aziende tecnologiche statunitensi nelle prime settimane della sua presidenza e di altri investimenti nel settore manifatturiero nazionale, sostenendo che la politica dell’amministrazione porterà grandi benefici agli agricoltori americani e all’industria siderurgica, che saranno protetti dalla concorrenza straniera.

 

Il sostegno al settore energetico, inclusa l’estrazione di petrolio, è una parte significativa del piano per ridurre l’inflazione, dice Trump. «Si chiama “drill, baby, drill“». Allo stesso tempo, è stato annunziato l’intervento per incrementare la produzione di minerali essenziali di terre rare sul suolo statunitense.

 


Il presidente ha difeso la sua decisione di imporre tariffe contro i principali partner commerciali, tra cui Canada, Messico e Cina, definendole un modo per riequilibrare il commercio e proteggere i produttori americani dalla concorrenza sleale. «Siamo stati derubati per decenni da quasi tutti i paesi del mondo e non lo permetteremo più», ha affermato il vertice degli Stati Uniti, esortando i democratici a votare a favore della sua proposta di riduzione delle tasse, sostenendo che, se non lo facessero, rischierebbero di perdere il sostegno degli elettori e i loro seggi al Congresso, e ripetendo la sua promessa di lunga data di «bonificare la palude» e combattere la burocrazia: «i giorni del governo di burocrati non eletti sono finiti».

 

 

 

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Trump ha elogiato lo smantellamento da parte della sua amministrazione della «tirannia» delle politiche di diversità, equità e inclusione (DEI) negli Stati Uniti, incluso il divieto di donne biologiche negli sport femminili: «il nostro paese non sarà più woke».

 

Le politiche anti-DEI fanno parte di una «rivoluzione del buon senso», ha spiegato, aggiungendo che le scuole che consentono agli uomini biologici di competere negli sport femminili non riceveranno finanziamenti federali.

 

 

Trump ha ribadito la sua intenzione di porre fine al conflitto in Ucraina, citando l’elevato numero di vittime da entrambe le parti e quella che ritiene una distribuzione iniqua dell’onere finanziario del sostegno a Kiev tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei.

 

Il presidente ha letto un messaggio emesso dal leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj, in cui ha espresso il desiderio di raggiungere la pace e si è offerto di firmare un accordo sui minerali con gli Stati Uniti il ​​prima possibile. L’amministrazione Trump ha caratterizzato l’accordo proposto come un modo per recuperare i soldi spesi per il conflitto e far sì che gli Stati Uniti investano di più nel futuro ucraino.

 

Trump ha sottolineato i benefici del suo impegno diplomatico con la Russia, citando il recente rilascio dell’ex diplomatico statunitense Marc Fogel, che era trattenuto in una prigione russa per accuse di droga.

 

Corey Comparatore, l’uomo ucciso durante un comizio elettorale a Butler, in Pennsylvania, dove l’anno scorso un assassino ha attentato alla vita di Trump, è stato quindi commemorato nel discorso presidenziale.

 

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Trump ha invitato a celebrare lo spirito nazionale americano, celebrando gli Stati Uniti come un paese di pionieri e sopravvissuti che sfidano i pericoli, costruiscono la civiltà e sconfiggono gli avversari. «È il nostro turno di prendere in mano il destino dell’America», dice. «Questa sarà la nostra era più grande».

 

Il presidente degli USA è arrivato a promettere che gli Stati Uniti pianteranno una bandiera su Marte e ben oltre.

 

Ieri Trump ha imposto dazi sui prodotti canadesi e messicani e ha raddoppiato quelli applicati il ​​mese scorso sui prodotti provenienti dalla Cina.

 

Trump avrebbe intenzione di usare il suo discorso al Congresso per annunciare un accordo sui depositi minerari critici dell’Ucraina, che vede come parte dei suoi sforzi per mediare un cessate il fuoco tra Ucraina e Russia. La firma pianificata dell’accordo venerdì scorso è stata bruscamente annullata dopo un’accesa discussione tra Trump e il leader ucraino Vladimir Zelensky nello Studio Ovale.

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Politica

Hamas ha 90 giorni di tempo per disarmarsi

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Ad Hamas sono stati concessi 90 giorni per consegnare le armi pesanti e le mappe che illustrano la sua rete di tunnel sotterranei, in base a una nuova proposta di disarmo presentata nell’ambito del suo piano di pace con Israele.   La nuova proposta prevede che tutti i gruppi terroristici presenti a Gaza, non solo Hamas, ma anche la Jihad islamica e altri gruppi, si disarmino completamente nei prossimi mesi. Il movimento islamista palestinese ha ricevuto la proposta durante un incontro al Cairo presieduto dal politico e diplomatico bulagaro Nickolay Mladenov, rappresentante del presidente Trump nel Consiglio di pace di Gaza.   I combattenti islamici potrebbero inoltre ottenere l’immunità se consegnassero volontariamente le proprie armi.

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Mladenov ha insistito sul fatto che un piano di pace e la completa ricostruzione di Gaza richiedono «il disarmo totale di Hamas e di ogni gruppo armato, senza eccezioni né rinunce».   Sebbene Hamas abbia mostrato la volontà di rinunciare ad armi pesanti, inclusi lanciarazzi e missili, si è rifiutata di negoziare la consegna di armi leggere, che a suo dire sono necessarie per l’autodifesa.   La guerra a Gaza si è conclusa nell’ottobre del 2025, secondo i termini del piano di cessate il fuoco in 20 punti del presidente Trump. Il piano prevede che Hamas consegni le sue armi mentre Israele si ritira dal territorio.   Un governo tecnocratico apartitico, sotto la supervisione del Consiglio per la Pace, amministrerà il territorio, e una forza militare internazionale garantirà il mantenimento della pace.   Si prevede che Hamas risponderà alla proposta di disarmo la prossima settimana.

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Pensiero

Perché votiamo Sì al referendum

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Renovatio 21 voterà al referendum di domenica.

 

Lo facciamo essenzialmente perché riteniamo che alla magistratura italiana vada dato uno scossone – anzi, la riforma Nordio forse è ancora poco rispetto a ciò che ci vorrebbe.

 

Nelle scorse settimane abbiamo ospitato interventi contrari alla separazione delle carriere in magistratura, e rispettiamo i dubbi leciti che si possono avere in merito alla questione. Sappiamo bene che la questione della separazione delle carriere – che interessa manciate di casi di questi anni su migliaia di magistrati – è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole: l’obbiettivo vero della riforma è il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), indebolendo il quale – e soprattutto, auspicatamente «de-correntizzandolo» – si otterrebbe una riduzione globale del potere dei giudici sul Paese.

 

Il fatto è che, al di là dei numeri e della politica spiccia, non possiamo toglierci dalla testa quanto abbiamo visto in questi decenni, con casi di decisioni incredibili da parte dei magistrati – decisioni che hanno come conseguenza la rovina delle vite di tantissimi, e che, pure nelle rarissime occasioni in cui viene comprovato l’errore giudiziario, non comportano alcuna pena per il giudice stesso.

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È stato utile vedere la reazione delle forze di sinistra, comprese quelle radicali (che una volta, in teoria, odiavano i magistrati: giusto?) contro la riforma, a difesa dello status quo della magistratura italiana: la prova provata che essa è parte integrante e fondamentale dello Stato-partito, cioè della fusione del maggior partito rimasto dalla fondazione della Repubblica con ogni ganglio dello Stato, una materia talmente monolitica ed infallibile che ogni altro partito, vecchio o nuovo, che voglia contare qualcosa, deve venirne a patti, emulare o, più spesso, accettare qualche briciola che cade dal tavolo in cambio della sua stessa castrazione politica.

 

La magistratura, che è arrivata a condannare in questi anni persino ministri della Repubblica opposti al diktat kalergista dell’invasione migratoria, funge di fatto come da guardia perimetrale dell’immobilità dello Stato italiano e della sua conformazione agli oscuri ordini provenienti dalle centrali mondialiste.

 

Che qualcosa che va al di là del potere giudiziario, nella Giustizia italiana, lo si era capito già ai tempi di tangentopoli, quando cominciarono ad esserci certi sussurri sul ruolo degli USA nel processo che spazzò via tutti (meno uno…) i partiti della Prima Repubblica. Di recente, lo studioso americano Mike Benz, parlando anche di altri casi (in Brasile, ad esempio, c’è il capo della Corte Suprema che fa uscire di galera un presidente, Lula, e ne mette dentro un altro, Bolsonaro) ha definito il fenomeno della transitional justice, «giustizia di transizione»: si tratta di un vero e proprio schema di influenza internazionale di Washington, per cui tramite i giudici si mette in prigione questa o quella figura pubblica per destabilizzare e poi «stabilizzare» (cioè, sottomettere con i propri uomini) un Paese… in effetti proprio quello che sembrerebbe essere successo al Tribunale di Milano agli inizi degli anni Novanta, e qualche cascame ci par di averlo veduto anche più ultimamente.

 

Ma, al di là dei grandi giochi geopolitici, quello che ci salta alla mente è lo scempio costantemente su giornali e telegiornali: ecco il caso del fidanzato che si fa decenni di processi e galere per aver ucciso la fidanzata, salvo che il processo ora viene riaperto; ecco il caso del muratore accusato di aver ammazzato una bambina, dove però le incongruenze sono tali da inquietare l’opinione pubblica; ecco il caso del serial killer toscano che, dopo decadi, non va da nessuna parte, anzi si complica ancora di più, tra la violenza e il grottesco. E poi ancora: le bombe, gli aerei esplosi, le stragi, i misteri di ogni sorta, con i relativi muri di gomma…

 

Ne abbiamo viste davvero troppe per far finta di niente – e parliamo anche di casi vicinissimi a noi. Al di là del nostro scetticismo rispetto alla finzione democratica, che in Italia come altrove è in via di esaurimento, è proprio la cifra umana della questione (gli innocenti condannati, o anche solo accusati e processati per anni, contro ogni evidenza) che ci preme.

 

E qui non entriamo nemmeno nel caso della Corte Costituzionale, che abbiamo capito essere il vero grande laboratorio nazionale per la dissoluzione bioetica, dove si fanno e si disfano le regole per la vita e la morte (eutanasia, aborto, provetta, vaccini, trapianti etc.) mentre il Parlamento zufola a poca distanza.

 

Insomma, è l’intero edifizio che è problematico. E confessiamo pure di non capire perché in tutti questi anni l’assetto generale della magistratura sia stato un tabù: è lecito pensare che il potere giudiziario non sia del tutto separato, soprattutto se pensiamo che già dentro alla magistratura vi siano delle correnti? È così impossibile pensare ad un meccanismo elettorale popolare per scegliere se non i giudici, le figura apicali e decisionali della magistratura? È così assurdo pensare alla possibilità, come negli Stati Uniti, di giurie popolari, che mitighino lo strapotere di giudici e procuratori (e avvocati…)?

 

Non abbiamo, in realtà, nessun motivo per votare contro la riforma. Sappiamo che, come in tante altre occasioni, il voto referendario potrebbe non essere rispettato. Ciò non ci esime dal tentare di partecipare ad una scossa sismica che potrebbe essere per il Paese catartica.

 

Per cui, noi domenica votiamo .

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Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata

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Necrocultura

Volontà politica e Stato moderno: Renovatio 21 saluta Bossi il disintegratore

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È morto Umberto Bossi. Con lui se ne va qualcosa di più di un pezzo di storia italiana: sparisce assieme all’uomo anche una volontà politica rarissima, quella di riformulare lo Stato italiano dalle fondamenta – se è necessario anche distruggendolo.   Prima di «populista», l’insulto contorto e contraddittorio per chi sfidava i ranghi della burocrazia politica era «anti-politica», o ancora «anti-Stato»: espressione in teoria dispregiativa che Bossi e la Lega dei primordi si beccarono dai politici e dai giornali dell’establishment, che, immersi nella palude fatta di corruzioni e salari (e tanta mediocrità), non si possono rendere conto che questo è un complimento – e non è un caso se agli esordi Bossi si alleò con il più fine politologo studioso dello Stato, Gianfranco Miglio.   Essere anti-Stato significa avere una visione politica radicale: non si vuole «entrare» nel giuoco della politica, ma rifondarlo, cambiarlo integralmente, riprogrammare la realtà a partire dalla volontà propria e del popolo che ti dà il voto – una concezione umana, attiva dello Stato lontana anni luce da quella, comune a tutti i partiti del mondo (Lega Nord odierna compresa), per cui semplicemente i politici devono adeguarsi, integrarsi allo Stato-macchina.

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Il lettore di Renovatio 21 sa che proprio qui sta il cuore del problema della nostra Civiltà: se allo Stato bisogna conformarsi, lo Stato può fare a meno di noi, può fare a meno non solo dell’etica, ma del suo stesso popolo. Lo Stato moderno diventa quindi assassino e genocida, e, sapendo della morte dispensata nei suoi ospedali da aborti ed espianti a cuor battente, riconosciamo che questa sua funzione sterminatrice antiumana è già all’opera da tempo, in attesa di sviluppare altre forme, anche più spudorate, di strage degli esseri umani.   Ecco perché la carica del primo Bossi era unica: perché metteva in dubbio l’essenza stessa dello Stato, quantomeno su base popolare. «La Lombardia è una nazione, l’Italia è solo uno Stato (…) Tutti i milanesi sono stufi grazie al potere romano che ci ha imposto sistemi di vita che noi non vogliamo» diceva nel 1985 ad un giornalista di Repubblica. Umberto aveva compreso tanto, e cominciato ad intuire di più…   Si tratta di una comprensione che va ben al di là della rottura, ottenuta con i successi elettorali clamorosi della Lega nel 1992 e nel 1994, della Prima Repubblica e del pentapartito soggiacente: la differenza tra Stato e nazione, tra supermacchina burocratica e popolo (cioè, essenza biologica umana di un Paese) era non solo elaborata, ma pure agita politicamente, ed elettoralmente.   Se lo Stato prevarica il popolo, la conseguenza è giocoforza la perversione della società. Perché lo Stato anti-umano deve, per preservare se stesso, sradicare psicologicamente, culturalmente e financo fisicamente i propri abitanti. L’immigrazione, in apparenza il grande, sempiterno cavallo di battaglia del leghismo, è solamente uno degli strumenti per ottenere la corruzione del popolo.   Lo aveva detto apertis verbis nel discorso di apertura del Congresso della Lega Lombarda nel 1989: «se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c’è una componente di continuità nella società che convoglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale».   «In quest’ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell’omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la “società deviata”, asociale, egoista». Sì, Umberto quaranta anni fa aveva compreso l’origine della Necrocultura.   Realizzare lo Stato-pervertitore lo aveva portato necessariamente oltre, al piano planetario. In un discorso a Crema del 1999 alludeva alle dinamiche dell’ordine mondiale: «Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo. (…) Il disegno dei 20 potenti americani non passerà, anche se usano armi potenti come droga e televisione».   Poco dopo cominciò a parlare del piano per creare «lo Stato unico mondiale, un’ unica razza, un’ unica religione, un unico utero, una sola lingua e magari una sola taglia per i vestiti». Nel 2000 si scagliò contro «i comunisti e i massoni che hanno in mano l’Europa, insieme alla lobby dei gay, hanno teso una trappola […] Hanno cercato di far passare in Europa l’assegnazione dei bambini alle coppie omosessuali (…) Se passano le famiglie omosessuali che non fanno figli, è necessaria l’immigrazione e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. (…) Se invece ritorna la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia».

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È ricca di significato, oggi che il PD è incontrovertibilmente divenuto quello che Augusto Del Noce chiamava «Partito Radicale di massa», l’idea di Bossi, proferita sempre al volgere del millennio, tra PCI e decadenza civile: «Io vedo una relazione tra il paese che aveva il più forte partito comunista dell’Occidente e il basso coefficiente di fertilità che oggi ci relega nell’abisso. Dai oggi e dai domani, un’ideologia come quella comunista che aveva come obiettivo primario quello di scardinare la società occidentale, ha cominciato a sferrare colpi contro la famiglia».   Viviamo, diceva Bossi in un’era in cui «gli uomini abbandonano la famiglia, le coppie divorziano per motivi egoistici e superficiali, gli interessi dei figli diventano incompatibili con quelli dei genitori». Sappiamo che, divorziato, a travolgerlo anni dopo sarebbero stati proprio scandali sui figli.   Appunto, sappiamo che questa carica, questa lucidità politica e metapolitica, si stinsero. Bossi si romanizzò. Con lui la Lega, e tutti gli altri: da qualche parte Andreotti aveva predetto che i barbari calati dal Nord sarebbero, ad un certo punto, stati digeriti dal Palazzo.   Non è la cosa peggiore, non è la cosa che davvero rimpiangiamo: abbiamo nostalgia, e bisogno, di quella volontà politica radicale, quella’idea di poter riscrivere da capo lo Stato, rifiutandone i meccanismi e le origini massoniche, di poter avere uno Stato a misura del suo popolo, che ne possa garantire la libertà, la prosperità, la vita.   Nessuno oggi ha una simile idea: qualsiasi potere vuole procedere con l’integrazione, allo status quo, Stato vigente, al super-Stato europeo, al super-Stato NATO, al super-Stato globale, e a tutte le sue burocrazie.   Non ne possiamo più di politici integratori . Noi vogliamo qualcuno in grado di parlare di disintegrazione. Vogliamo tribuni disintegratori.   Bossi ne è stato capace, per un po’. Questa era la sua cifra unica, virile come nient’altro. Questo è il Bossi che, tra il diluvio di coccodrilli inutili, salutiamo ora.   Onore ad Umberto il disintegratore. E pace all’anima sua.   Roberto Dal Bosco

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