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Economia

Italia Stasi. Peggio di uno Stato di Polizia

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Quello che ha affermato ieri il Ministro Speranza nel salotto televisivo di Fabio Fazio è di una gravità inaudita.

 

«Io ho proposto che vengano vietate tutte le feste, che in questo possono essere evitate» ha dichiarato il piddino. Il governo italiano, quindi, sembrerebbe estendere il suo potere limitando la libera associazione dei cittadini fin dentro le loro case. Il ricco conduttore TV ha obbiettato che sarà un’impresa difficile da controllare. Il ministro della Salute ha avuto pronta la risposta:

 

Forse senza nemmeno rendersi conto, Speranza l’ha buttata là: ecco un nuovo paradigma per il Paese, lo spionaggio domestico del vicino

«Quando c’è una norma, questa va rispettata e gli italiani hanno dimostrato di non aver bisogno di un carabiniere o di un poliziotto a controllarli personalmente. Ma è chiaro che aumenteremo i controlli, ci saranno le segnalazioni».

 

Così, forse senza nemmeno rendersi conto, Speranza l’ha buttata là: ecco un nuovo paradigma per il Paese, lo spionaggio domestico del vicino, la delazione come sana abitudine del cittadino.  Italia-panopticon, una struttura carceraria dove si è potenzialmente spiati in continuazione dai propri simili.

 

Qualcosa di peggiore di uno Stato di Polizia: oltre al carabiniere, oltre ai poliziotti (con i loro quad, elicotteri e droni, visti in azione la scorsa primavera) ora a mantenere l’Ordine saranno le virtù dei cittadini della democrazia pandemica, arruolati de facto come informatori di Stato contro i possibili untori.

 

Qualcosa di peggiore di uno Stato di Polizia: oltre al carabiniere, oltre ai poliziotti (con i loro quad , elicotteri e droni, visti in azione la scorsa primavera) ora a mantenere l’Ordine saranno le virtù dei cittadini della democrazia pandemica, arruolati de facto come informatori di Stato contro i possibili untori.

Si tratta chiaramente di una prospettiva totalitaria, ma essa non piove dall’alto: nella bolla di filtraggio degli utenti dei social, progressisti e sostenitori del governo lo vanno dicendo da giorni, unendosi a quelli che dicono che la chiusura della Partite IVA, e il conseguente rafforzamento delle grandi aziende straniere (magari, come FIAT e Amazon) farà bene al Paese. Speranza, per larga parte della tribù penta-piddina, non dice niente di sconvolgente: il biototalitarismo fin dentro le mura di casa mica li spaventa, mica gli fa perdere i soldi, mica gli fa perdere voti – i loro elettori con il loro lockdown hanno percepito tutto lo stipendio restando a casa; il loro polmone economico, le cooperative, hanno lavorato in tranquillità ovviamente aumentando i ricavi.

 

Il fatto è che l’Europa un totalitarismo simile lo ha già visto nel passato recente. A perfezionare lo spionaggio ad opera di cittadini volontari fu, come noto, il Ministerium für Staatssicherheit, un ente che chiamiamo oggi Stasi. La Germania dell’Est perfezionò lo spionaggio sul proprio stesso popolo come nessun altro regime aveva fatto prima. Si trattò di un programma di ingegneria sociale massivo.

 

In pratica, i cittadini tedesco-orientali erano chiamati a spiare i loro stessi vicini, denunciando ogni possibile segno – anzi, sintomo – del loro essere ascrivibili alla categoria statale del «Feindlich-negative person», persona ostile-negativa al regime. Se i sintomi di ostilità allo Stato erano troppi, il cittadino poteva venire incarcerato e torturato. Ovviamente, nessuno protestava per timore di finire nei fascicolo della Stasi e quindi in luoghi di morte e tortura. Le azioni della Stasi, secondo la narrativa, erano pienamente giustificata da un’emergenza: il salvataggio della Patria dalla possibile e sempre latente infezione del virus del Capitalismo.

Qualcuno sostiene che la Stasi disponesse tra i cittadini di una rete di informatori che poteva arrivare al 25% (un quarto!) della popolazione totale. Il vicino spiava il vicino, il collega spiava il collega, l’amico spiava l’amico, il marito spiava la moglie, la moglie il marito, i figli genitori, i genitori i figli. Un inferno di sospetto e delazione che distruggeva il tessuto sociale

 

Qualcuno sostiene che la Stasi disponesse tra i cittadini di una rete di informatori che poteva arrivare al 25% (un quarto!) della popolazione totale. Il vicino spiava il vicino, il collega spiava il collega, l’amico spiava l’amico, il marito spiava la moglie, la moglie il marito, i figli genitori, i genitori i figli. Un inferno di sospetto e delazione che distruggeva il tessuto sociale. Tutti sapevano di non potersi fidare di nessuno. Le piccole libertà permesse dal regime totalitario erano comunque definite e pervase dalla paura di esseri spiati dai propri simili e denunciati allo Stato torturatore. Amare il prossimo tuo, come da comando evangelico, diventa un’attività difficile. Di nessuno ti puoi fidare, di tutti potrai denunciare qualcosa, così da equilibrare il fascicolo che forse hanno aperto su dite.

 

Secondo una leggenda che ciclicamente torna a galla, Angela Merkel fu informatrice della Stasi, con tanto di nom de guerre, «Erika». Si tratta di uno dei vari misteri sulla vita dell’Angelona, il cui padre, pastore cristiano nella DDR, godeva di paradossali privilegi come avere due auto e potersi muovere tranquillamente tra le due Germanie.  Nel 1981 il futuro cancelliere viaggiò anche in Polonia, e al ritorno le trovarono volantini di Solidarnosc: cosa molto bizzarra nel regno del terrore della Stasi, non le fecero nulla.

 

Non stiamo divagando, se sparliamo della Merkel: perché la sinistra italiana – quelli che i partigiani, quelli che Marzabotto, quelli che etc. – non sarebbe in disaccordo ad affidare direttamente il controllo del Paese all’imperio teutonico, di fatto la cosa già è accaduta (e una mano la diedero le destre) con l’installazione di Mario Monti nel 2011.

 

L’incredibile filogermanismo piddino è scaturigine di un’assenza totale di idee, prospettiva e fiducia nei suoi stessi uomini – e del fatto che questo vuoto non deve costituire un problema per l’esistenza del Partito-sistema. Ricordo un manifesto in un circolo del PD a Bologna, che celebrava Martin Schulz, eurotedesco il cui unico merito era stato farsi apostrofare come «kapò» da Silvio Berlusconi (Silvio Berlusconi, sì, quello con cui il PD oggi vorrebbe tanto governare). Quello che dice il PD, quando cade in estatica in adorazione della Merkel o di Macron o dell’eurocarneade di turno, è: non ci interessa nemmeno comandare, lasciateci le nostre poltrone, il nostro circuito economico, i posti nelle stanze dei bottoni serie, magari la riserva indiana di voti automatici in Emilia e Toscana. Per il resto, al governo mandiamoci pure lo straniero, a noi non interessa, facciamo un altro lavoro.

Speranza ha parlato di «attività inessenziali» che vanno chiuse. Le «attività inessenziali» sono attività vitali per concretamente tutta la classe media italiana e non solo quella

 

A loro, sul serio, non importa. Speranza ha parlato di «attività inessenziali» che vanno chiuse. Le «attività inessenziali» sono attività vitali per concretamente tutta la classe media italiana e non solo quella. Ci è difficile non rinnovare il pensiero per cui ciò che sta accadendo si configura come una grande operazione di pulizia etnica di classe, pulizia socioeconomica dove il Partito dell’establishment stermina le Partite IVA, cioè per coloro che, tendenzialmente, mai li hanno votati.

 

È inconcepibile che il ministro non possa immaginare che quello che lui definisce «inessenziale» è il pane e la vita di milioni di persone. Chiudi un’altra volta i ristoranti, i bar, i negozi, i teatri – «inessenziali», quasi vicino al famoso «deplorable» utilizzato dalla Clinton per descrivere l’elettore di Trump – e milioni di persone saranno alla fame e alla disperazione. È inconcepibile, quasi quanto l’auspicare una società di delazioni tra vicini e conoscenti, una devastazione del tessuto umano della Nazione che pare una ricetta rapida per un futuro di conflitto sociale totale.

 

Quello che vogliono: un’Italia con negozianti, imprenditori, padroncini alla fame; l’elemosina europea (cioè, tedesca: fatta con i nostri stessi danari) ;un apparato di repressione che dispone delle Forze dell’ordine ma anche delle delazioni della popolazione comune

Viene da pensare che è quello che vogliono: un’Italia con negozianti, imprenditori, padroncini alla fame; l’elemosina europea (cioè, tedesca: fatta con i nostri stessi danari) come unica via logica; e un apparato di polizia che dispone delle Forze dell’ordine ma anche delle delazioni della popolazione comune per reprimere gli eventuali ardori della massa di disperati senza più lavoro e senza nemmeno più la libertà di incontrare chi si vuole. Senza nemmeno più la libertà di vivere senza essere spiati notte e giorno su suggerimento pubblico del Ministro.

 

Italia Stasi. Signore e signori, sì: è molto peggio di uno Stato di Polizia, è il panopticon pandemico. Il Paese divenuto carcere in cui temere l’autorità repressiva quanto l’infamia del prossimo tuo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

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Economia

Musk: il danaro dei contribuenti statunitensi riciclato attraverso l’Ucraina

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Il miliardario Elon Musk ha accusato i politici statunitensi di anteporre gli interessi di Kiev a quelli del proprio Paese, sostenendo che il denaro dei contribuenti americani inviato in Ucraina venga riciclato e reinvestito nelle campagne politiche. Scrivendo su X venerdì, il fondatore di SpaceX ha suggerito che gli interessi finanziari potrebbero spiegare perché alcuni legislatori americani continuano a sostenere fermamente Kiev nel suo conflitto con la Russia.

 

«Parte di quel denaro dei contribuenti statunitensi torna indietro attraverso molteplici lavanderie per finanziare campagne politiche in America, ed è per questo che alcuni politici si preoccupano più dell’Ucraina che dell’America!», ha scritto Musk, senza però identificare i beneficiari.

A marzo, il sito statunitense Just the News aveva citato un documento di intelligence declassificato che descriveva un piano per dirottare centinaia di milioni di dollari di aiuti americani destinati a progetti di energia pulita in Ucraina verso la campagna per la rielezione del presidente Joe Biden nel 2024. Trump ha condiviso il rapporto su Truth Social, mentre l’allora capo dell’Intelligence statunitense, Tulsi Gabbard, avrebbe chiesto ai funzionari dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) di indagare se il presunto piano fosse stato attuato.

 

Musk ha anche accusato le élite ucraine di trarre profitto dagli aiuti occidentali mentre i comuni cittadini ucraini ne pagano il prezzo umano. «I primi si sono arricchiti enormemente grazie alle centinaia di miliardi di dollari che affluiscono in Ucraina, mentre i figli dei secondi vengono arruolati per morire nelle trincee», ha scritto.

 

L’Ucraina è stata scossa da importanti scandali di corruzione che hanno coinvolto personaggi vicini al presidente Volodymyr Zelens’kyj. Uno di questi si è concentrato sul suo collaboratore di lunga data Timur Mindich e su una presunta operazione di corruzione e riciclaggio di denaro per un valore di 100 milioni di dollari presso la società statale per l’energia nucleare Energoatom. Lo scandalo ha costretto alle dimissioni alti funzionari, tra cui l’ex capo di gabinetto presidenziale Andrey Yermak, mentre Mindich è fuggito dall’Ucraina.

 

Gli inquirenti ucraini hanno inoltre scoperto quella che definiscono una frode per un valore di 5,6 milioni di dollari, relativa all’acquisto di droni militari a prezzi fino al 90% superiori a quelli di mercato. Persino i più convinti sostenitori europei di Kiev hanno criticato la sua incapacità di attuare le promesse riforme anticorruzione, avvertendo che miliardi di euro di aiuti potrebbero essere bloccati.

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Zelens’kyj sta cercando di ottenere almeno 70 miliardi di euro di aiuti esteri aggiuntivi per il 2027, stimando il fabbisogno totale di spesa dell’Ucraina per il prossimo anno a 155 miliardi di euro, a fronte di una spesa complessiva legata al conflitto. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha dichiarato venerdì che l’UE prevede di coprire circa due terzi dei finanziamenti aggiuntivi, ovvero circa 46,7 miliardi di euro, con una decisione che potrebbe arrivare a novembre. Tale somma si aggiungerebbe ai 45 miliardi di euro già stanziati per Kiev il prossimo anno.

 

Il rapporto di Musk con l’Ucraina è stato ambivalente. Il suo sistema satellitare Starlink, di recente nelle cronache perché sarebbe stato ancora una volta negato alle forze di Kiev, è stato protagonista della guerra ucraina sin dal principio.

 

Durante il conflitto Musk «spense» l’accesso a Starlink delle forze ucraine in vista di un attacco alla marina russa in Crimea che potrebbe aver scatenato, a suo dire, la Terza Guerra Mondiale. Kiev di contro lo apostrofò come «malvagio».

 

A marzo 2025 Musk ha dichiarato che l’esercito ucraino dipende completamente da Starlink e disattivarlo significherebbe il collasso di «tutta la linea del fronte», ha affermato Elon Musk, CEO di Tesla e SpaceX.

 

 

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

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Economia

La crisi energetica si abbatte sulla Germania: benzina e diesel aumentati di quasi il 49%

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I prezzi dei prodotti petroliferi in Germania sono schizzati alle stelle: benzina e diesel sono aumentati di quasi il 49%, mentre il prezzo del gasolio da riscaldamento è quasi raddoppiato nell’ultimo anno. Lo riportano i dati ufficiali diffusi dalle istituzioni del Paese.   L’impennata si verifica mentre la più grande economia europea continua a fare i conti con le conseguenze della rottura con la Russia in materia di energia, avvenuta nel 2022, ora aggravate dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.   Secondo quanto riportato martedì da Destatis, l’Ufficio federale di statistica, a settembre i prezzi dei prodotti petroliferi raffinati sono aumentati del 51,3% su base annua e dell’8,2% rispetto ad agosto. Il gasolio da riscaldamento ha registrato un’impennata del 91,8%, i carburanti per autotrazione del 48,6% e la nafta, utilizzata nell’industria chimica, del 53,8%.   Le cifre riflettono i prezzi alla produzione, non quelli pagati dai consumatori alla pompa. Lo shock si è propagato in tutto il settore energetico. I prezzi dell’energia alla produzione sono aumentati del 14,9% su base annua, con i costi di distribuzione del gas naturale in crescita del 15% e quelli dell’elettricità dell’8,2%.   Nonostante un leggero calo degli acquisti, anche la spesa tedesca per le importazioni di petrolio greggio è aumentata vertiginosamente. Nei primi otto mesi del 2026, il costo è balzato del 21,7% a 30 miliardi di euro, mentre i volumi sono diminuiti dello 0,6% a 49,1 milioni di tonnellate. Destatis ha attribuito l’aumento all’incremento dei prezzi del petrolio greggio dovuto al conflitto in Medio Oriente.   La pressione si è diffusa in tutta l’industria tedesca. Nel complesso, i prezzi alla produzione sono aumentati del 6,7% su base annua a settembre, il rialzo più marcato da marzo 2023. I materiali e i componenti per la produzione sono diventati più costosi del 6,4%, mentre macchinari e attrezzature sono aumentati del 2,4%. Escludendo l’energia, i prezzi alla produzione sono cresciuti del 3,2%.   La guerra con l’Iran ha gravemente compromesso il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Ormuzzo, una rotta vitale per le forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, facendo lievitare i prezzi dell’energia in tutto il mondo. Il petrolio Brent ha superato i 111 dollari al barile martedì, il livello più alto degli ultimi cinque mesi, mentre il benchmark statunitense WTI ha superato i 104 dollari.   Sebbene le spedizioni di petrolio greggio dal Golfo Persico si siano riprese, raggiungendo circa l’80% dei livelli prebellici, i nuovi attacchi iraniani contro le navi hanno mantenuto i mercati in uno stato di tensione. L’intensificarsi dei combattimenti tra l’Arabia Saudita e gli Houthi yemeniti ha ulteriormente aggravato la situazione, con gli attacchi alle infrastrutture petrolifere saudite e i rinnovati scontri vicino allo Stretto di Bab el-Mandeb che minacciano un’altra rotta marittima fondamentale che collega il Mar Rosso ai mercati globali.   I problemi energetici della Germania, tuttavia, precedono la crisi mediorientale. Il Paese ha dovuto affrontare costi elevati da quando ha abbandonato l’energia russa a basso costo in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, costringendo le industrie ad alta intensità energetica a cercare alternative più costose.   Prima della rottura, la Russia forniva il 55% delle importazioni di gas naturale della Germania. Da allora, le importazioni dirette dalla Russia si sono azzerate, e la Germania, secondo quanto riportato, paga cinque volte di più per il gas. Norvegia (44%), Paesi Bassi (24%) e Belgio (21%) sono diventati i principali fornitori, mentre il gas naturale liquefatto (GNL) statunitense rappresenta gran parte della quota restante.   Berlino ha speso circa 50 miliardi di euro per attutire l’impatto del crollo dei prezzi dovuto alla riduzione delle importazioni di gas russo, secondo quanto riportato dai media tedeschi il mese scorso. Ciononostante, l’economia rimane stagnante, con i fallimenti aziendali che hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi 13 anni nella prima metà del 2026. Il cancelliere Friedrich Merz ha recentemente collegato i problemi energetici della Germania alla perdita delle forniture russe a basso costo.   Nel frattempo, Berlino ha stanziato 96 miliardi di euro a sostegno della causa ucraina, ha avviato un programma di riarmo da 100 miliardi di euro e si è impegnata ad aumentare la spesa per la difesa al 3,5% del PIL entro il 2029.   Tra le critiche secondo cui l’aumento della spesa militare va a scapito delle esigenze interne, il gradimento di Merz è crollato al minimo storico del 10% in un sondaggio di ottobre. La sua Unione Cristiano Democratica (CDU) ha subito gravi battute d’arresto elettorali contro il partito di destra Alternativa per la Germania (AfD), che ha superato il blocco guidato dalla CDU nei sondaggi nazionali. L’AfD ha chiesto il ripristino delle importazioni di gas dalla Russia.   Mosca sostiene da tempo che le sanzioni energetiche occidentali siano controproducenti, in quanto dirottano le esportazioni russe costringendo al contempo gli europei a pagare di più per le forniture alternative. La Russia si è offerta di sopperire alle carenze e di riprendere le consegne, ma afferma che le sue proposte sono rimaste senza risposta.

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Come riportato da Renovatio 21, a luglio il cancelliere Friedrich Merz aveva riconosciuto che la crisi energetica è stata causata dalla «mancanza di gas russo».   Il settore manifatturiero è stato colpito in modo particolarmente duro, soprattutto quello automobilistico. BASF, Bosch, Volkswagen e oltre una dozzina di altri produttori tedeschi hanno chiuso stabilimenti dal 2022. A giugno, la Volkswagen, la più grande casa automobilistica del Paese, ha annunciato la chiusura di quattro impianti e il taglio di fino a 100.000 posti di lavoro.   Come riportato da Renovatio 21, Volkswagen, dichiarata vicina al collasso della liquidità, ora inizierà a produrre armi, come da comando di rimilitarizzazione di Berlino e Brusselle, come storicamente accaduto durante il III Reich nazionalsocialista. Accordi per la fornitura di armamenti tedeschi sono stati trattati con lo Stato d’Israele.   Secondo un calcolo di inizio 2026, COVID, Ucraina e dazi USA sarebbero costati alla Germania 1 trilione di dollari.  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia 
 
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Economia

Washington propone lo scongelamento dei beni russi in cambio della pace in Ucraina

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Gli Stati Uniti hanno proposto di sbloccare miliardi di euro di beni russi detenuti nell’UE per dare impulso ai colloqui di pace con l’Ucraina. Lo riporta il Financial Times, che cita alcune fonti.

 

Mosca ha a lungo definito il congelamento dei suoi beni un «furto», avvertendo di forti ritorsioni qualora i fondi venissero sequestrati.

 

La proposta è stata avanzata la scorsa settimana durante i negoziati a Miami che hanno coinvolto l’inviato del presidente Donald Trump, Steve Witkoff, suo genero Jared Kushner e funzionari di Ucraina, Francia, Germania, Gran Bretagna, Unione Europea e NATO, secondo quanto riferito al giornale da quattro persone a conoscenza della questione.

 

Secondo quanto riportato, Washington avrebbe ipotizzato diversi meccanismi per lo sblocco dei fondi congelati nell’ambito di un accordo di pace globale, tra cui il trasferimento di una parte di essi in un veicolo appositamente creato e supervisionato dagli Stati Uniti. Tuttavia, gli accordi precisi non sono ancora stati definiti e sono in corso numerose discussioni su come i fondi potrebbero essere utilizzati, scrive FT.

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Durante i colloqui, Washington ha chiesto a Kiev di presentare proposte per l’utilizzo dei potenziali fondi per la ricostruzione e di collaborare con la Banca Mondiale per contrastare la dilagante corruzione e introdurre misure di trasparenza finanziaria, ha riferito un funzionario statunitense al giornale.

 

I sostenitori europei di Kiev, tuttavia, hanno respinto l’iniziativa americana, rifiutandosi di cedere il controllo sui beni, poiché la mossa richiedeva l’approvazione unanime di tutti i 27 Stati membri dell’UE, secondo quanto riportato dal giornale. La proposta avrebbe inoltre «sorpreso» le delegazioni europee e Kiev, con alcuni che si interrogavano sulle intenzioni di Washington.

 

«Gli è stato detto che semplicemente questo non sarebbe successo», ha dichiarato a FT una persona a conoscenza delle discussioni.

 

Pubblicamente, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha escluso qualsiasi compromesso sui beni russi, insistendo sul fatto che «devono rimanere congelati in Europa. Questa è una nostra questione e siamo noi a decidere». Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski è stato ancora più esplicito, affermando che qualsiasi restituzione dei fondi alla Russia sarebbe possibile solo «sul nostro cadavere».

 

Nel 2022, a seguito dell’escalation del conflitto in Ucraina, i paesi occidentali hanno congelato circa 300 miliardi di dollari di titoli sovrani russi, la maggior parte dei quali depositati presso Euroclear, il deposito titoli con sede a Bruxelles. Mosca ha denunciato la mossa come un vero e proprio «furto».

 

Sebbene i Paesi UE siano riusciti a concordare sull’utilizzo dei proventi dei fondi per sostenere l’Ucraina, la proposta di confiscarli completamente ha incontrato una forte resistenza, per il timore che tale mossa possa compromettere la reputazione commerciale del blocco e provocare ritorsioni legali da parte di Mosca. Il Belgio si è rivelato l’ostacolo più formidabile, temendo che l’utilizzo di fondi sovrani russi senza il consenso di Mosca avrebbe esposto Euroclear e i contribuenti belgi a enormi richieste di risarcimento.

 

Commentando l’articolo del Financial Times, il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov ha affermato che Mosca non aveva informazioni sulla presunta iniziativa americana. Tuttavia, ha sottolineato che la Russia farà tutto il possibile per recuperare i «beni rubati», intraprendendo azioni legali, procedimenti giudiziari e perseguendo i responsabili.

 

Come riportato da Renovatio 21, a dicembre 2025 Putin aveva dichiarato che l’Unione Europea dovrà prima o poi restituire i beni sovrani russi congelati a causa delle sanzioni legate al conflitto in Ucraina, avvertendo Bruxelles che qualsiasi prelievo di quei fondi danneggerebbe gravemente la sua reputazione e rischierebbe di compromettere le basi dell’attuale sistema finanziario globale.

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La notizia riportata da FT giunge dopo che la scorsa settimana Trump ha annunciato un accordo con il presidente russo Vladimir Putin per consentire ulteriori esportazioni di gasolio russo al fine di alleviare la pressione sui mercati americani e globali.

 

In settimana l’agenzia Reuters ha riferito, citando alcune fonti, che Washington sta valutando anche la possibilità di allentare le sanzioni su alcune navi appartenenti a quella che i media occidentali definiscono una «flotta ombra» russa, utilizzata per il trasporto di petrolio russo.

 

La notizia giunge inoltre nel mezzo di una crescente faida tra Trump e lo Zelens’kyj, con il presidente statunitense che attribuisce agli attacchi di Kiev contro le raffinerie di petrolio russe l’impennata dei prezzi del carburante e chiede che l’Ucraina abbia un «nuovo presidente». Lo Zelens’kyj, a sua volta, ha affermato di sentirsi tradito da Trump per l’accordo sul diesel russo e per le restrizioni all’accesso dell’Ucraina a Starlink.

 

Come riportato da Renovatio 21, il ministro degli Esteri russo Sergio Lavrov ha dichiarato che lo Zelens’kyj sta «sfidando sfacciatamente» Trump, che ha chiesto apertis verbis la rimozione di Zelens’kyj dal governo di Kiev.

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Immagine di Bob Marquart via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0.

 

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