Spirito
L’importanza di Ambrogio oggi: omelia di mons. Viganò nella festa del santo patrono di Milano
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò per la festa di Sant’Ambrogio.
DOCTOR OPTIME
Omelia nella festa di Sant’Ambrogio Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa
Il 7 Dicembre la divina Liturgia ricorda l’anniversario della Consacrazione Episcopale di Sant’Ambrogio, Patrono di Milano, Confessore della Fede, Dottore e Padre della Chiesa. Nell’anno 374 dell’era di Cristo, mille seicentocinquant’anni fa, il figlio di una importante famiglia senatoria, educato nelle migliori scuole di Roma e divenuto il più alto magistrato imperiale dell’Italia del Nord; amico di altri Santi tra cui Agostino da Ippona, allora insegnante di Retorica a Milano e poi da lui convertito dal paganesimo, riceveva la Sacra Unzione.
Le vicende che portarono questo eminente personaggio politico sulla Cattedra di Milano ci lasciano, per la mentalità odierna, certamente stupiti. Egli venne acclamato Vescovo dal popolo mentre, come consularis cercava di imporre una tregua alla lotta tra Cattolici e ariani, parlando ai fedeli riuniti. Essendo ancora pagano e non avendo intenzione di accettare la nomina, cercò invano più volte la fuga, finendo con l’accettare la volontà di Dio.
Nell’arco di pochi giorni ricevette il Battesimo, la Cresima e tutti gli Ordini Sacri. Potremmo dire che nulla delle doti richieste per ricoprire la carica civile andò perduto nel passaggio allo stato ecclesiastico; al contrario, vediamo nella sua tempra e nell’indole combattiva nella lotta contro gli eretici l’impronta del magistrato romano onesto, virtuoso, integerrimo.
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Il suo impegno per sovvenire alle necessità della Chiesa di Milano e massimamente dei poveri non gli impedì di svolgere un ruolo importante nella scena politica: è grazie all’influenza di Sant’Ambrogio sull’Imperatore Teodosio I se nel 380 il Cristianesimo fu proclamato Religione di Stato. Quarantasette anni prima Costantino, con l’Editto di Milano, l’aveva reso religio licita, ma con l’Editto di Tessalonica l’autorità terrena si riconosceva vicaria della Regalità di Cristo.
Occorsero millequattrocento anni perché la Rivoluzione giungesse a spezzare l’unità tra Stato e Chiesa; e millecinquecento anni perché una Gerarchia asservita al nemico introducesse la blasfema laicità dello Stato nella Chiesa, usando un Concilio Ecumenico come strumento eversivo per imporre ai fedeli gli errori di cui oggi vediamo le terribili conseguenze.
Grande promotore del culto divino, Sant’Ambrogio codificò la Liturgia che da lui prende il nome, componendo almeno diciotto inni – tra cui Nunc sancte nobis Spiritus; Rector potens verax Deus; Jesu corona virginum; Aeterne rerum conditor – che il Rito tradizionale ha custodito attraverso i secoli.
Nemico implacabile del paganesimo e dell’arianesimo, Ambrogio fu fautore del Primato petrino, contro quegli eretici – ad esempio Palladio – che consideravano il Vescovo di Roma al pari degli altri Vescovi. La sua predicazione si articolò in opere apologetiche, dogmatiche, morali e ascetiche di tale erudizione da includere Ambrogio nell’elenco dei Dottori e dei Padri della Chiesa.
Fu proprio ascoltando Sant’Ambrogio predicare che Agostino d’Ippona, allora maestro di Retorica a Milano e ancora catecumeno, si persuase a ricevere il Battesimo, che il Vescovo gli impartì personalmente.
Non mancò di imporre una severa penitenza pubblica all’Imperatore, che nel 390 aveva ordinato il massacro di migliaia di abitanti di Tessalonica: Teodosio accolse la punizione di Ambrogio e venne riconciliato nel giorno di Natale dello stesso anno.
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Una figura come quella di Sant’Ambrogio oggi verrebbe additata dal Clero conciliare e sinodale come «divisiva», e probabilmente meriterebbe le grottesche scomuniche di chi egli certamente combatterebbe.
Immaginate, cari fratelli, se l’Arcivescovo di Milano – che pure compare nella medesima Cronotassi di Sant’Ambrogio – oserebbe mai compiere incursioni nelle chiese degli eretici per occuparle e restituirle al culto cattolico. Immaginatelo imporre una pubblica penitenza non dico al Presidente della Repubblica, ma anche solo al Sindaco Sala.
Immaginatelo difendere il Papato Romano contro Bergoglio, che lo vuole riformulare in chiave sinodale ed ecumenica. Immaginatelo predicare agli eretici, parlare da pari a pari con i potenti, dedicarsi ai poveri e ai bisognosi senza trascurare la preghiera e lo studio. In realtà nessuno di noi riesce nemmeno con la fantasia a concepire negli attuali Vescovi la forza, l’ardore, la virilità e la convinzione di un Sant’Ambrogio, di un Sant’Agostino, Sant’Ireneo solo per citarne alcuni.
Eppure, ai loro tempi, questi testimoni della Fede non erano così diversi uno dall’altro, ed è stato così per secoli, pensiamo a San Carlo Borromeo, al Beato Ildefonso Schuster… e fermiamoci lì. Da Montini in poi, anche se con un ritmo più lento, la Chiesa Ambrosiana ha compiuto la stessa mutazione della Chiesa Romana, trasformandosi in ciò che tutti i Vescovi di Milano e di ogni parte del mondo avevano sempre condannato.
Ma se un Sant’Ambrogio, un San Carlo Borromeo o un Beato Ildefonso Schuster potevano considerarsi figli della medesima Chiesa sotto le stesse Sante Chiavi, cos’è accaduto da un certo punto in poi, da rendere impensabile e addirittura deplorevole distruggere i simulacri pagani e le statue degl’idoli, o scacciare gli eretici a colpi di flagello e scudiscio? Qualcuno penserà: Ecco che Monsignor Viganò ricomincia con il Vaticano II… e in realtà sappiamo tutti che il punto di non ritorno della Rivoluzione è stato il Concilio.
Questa assise ha potuto avere la sua valenza rivoluzionaria perché già da tempo la Gerarchia Cattolica era stata infiltrata e progressivamente occupata – con le solite modalità cui ricorre la Massoneria – da quinte colonne che dovevano operare la distruzione della Chiesa dall’intero, usurpando l’autorità con la frode. In questa azione eversiva delle Logge si vede la mente diabolica dell’Avversario.
Ma vi è una ragione più profonda, più semplice e allo stesso tempo più grave, che spiega la crisi che affligge la Chiesa Cattolica: la perdita della Fede, della Speranza e della Carità da parte del Clero e in particolare dei Vescovi e degli stessi Papi conciliari. La roccia della Fede si è progressivamente mutata in una palude di errori, perché alla Verità oggettiva di Dio, alla Divina Rivelazione che si esprime nei Dogmi di Fede è stata sostituita l’esperienza personale rendendo antropocentrico ciò che deve essere ontologicamente teocentrico, cristocentrico.
Senza conoscere ed abbracciare Dio nella Sua Verità, per come Egli è e per come Si è rivelato a noi, non è possibile amarLo: chi cade in questo inganno diabolico finisce per amare e preferire l’idea che si è fatto di Dio perdendo ogni soprannaturale afflato.
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Alcuni tra voi, cari fratelli, si stanno preparando a servire il Signore nell’Ordine Sacro. Altri sono già chierici e sacerdoti. Ad altri il Signore parlerà a suo tempo, per spronarli a rispondere alla Vocazione. La formazione dottrinale e morale è certamente importante, perché costituisce le fondamenta su cui erigere l’edificio della vostra personale santificazione. Ma il cuore, l’anima della santità – e questo vale per laici e chierici – è l’amore di Dio, Dio stesso, che è Carità infinita.
Imparate ad amare Nostro Signore e in Lui il vostro prossimo.
Imparate a vivere di Dio, a cibarvi di Lui, a cercare solo la Sua gloria conformandovi alla Sua santa Volontà. Imparate ad amarLo per come Egli Si è rivelato, e come la Santa Chiesa ci insegna. La Carità si fonda infatti sulla verità della Fede, e chi non possiede l’integrità della Fede non è capace di amare soprannaturalmente.
Imparate ad amare la Croce, compendio al massimo grado della Carità divina. Imparate ad amare i vostri nemici, perché volendo il loro vero bene saprete trovare il modo per attrarli a Dio e strapparli alla schiavitù del demonio.
Imparate ad amare il Signore come Lo amò Sant’Ambrogio, e le virtù di Sant’Ambrogio splenderanno anche in voi, dal momento che la loro fonte è la medesima: Nostro Signore Gesù Cristo, del Quale tra poche settimane celebreremo il Santissimo Natale.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
7 Dicembre 2024
Sancti Ambrosii Episcopi, Confessoris,
Ecclesiæ Doctoris et Mediolanensis Patroni
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Mons. Viganò: la chiesa sinodale ha l’ordine di normalizzare la sodomia. E ricorda Don Milani…
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Cardinale Zen: «il Dio misericordioso fece piovere fuoco anche per distruggere Sodoma»
Il cardinale Joseph Zen ha condannato con forza gli atti omosessuali, ricordando ai fedeli che «il Dio misericordioso ha fatto piovere fuoco anche per distruggere Sodoma».
Le osservazioni del cardinale cinese su quelli che ha definito «peccati LGBTQ» sono state pubblicate in un post sul suo blog lunedì .
«Naturalmente, l’etica e la moralità non si limitano al Sesto e al Nono Comandamento, ma i peccati di questo tipo sono i più insidiosi. In particolare, i peccati LGBTQ violano completamente il piano del Creatore per l’umanità: che un uomo e una donna si amino per tutta la vita e trasmettano la vita in un ambiente d’amore», scrisse Zen.
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«Gli atti omosessuali non sono solo definiti peccato nella Bibbia, ma sono anche un’abominazione agli occhi di Dio. Il Dio misericordioso ha persino fatto piovere fuoco per distruggere Sodoma».
Come riportato da Renovatio 21, il cardinale cinese l’estate scorsa aveva dichiarato che Dio è «disgustato» dal comportamento omosessuale.
«Il Dio misericordioso è così disgustato dai comportamenti sessuali tra persone dello stesso sesso perché questo crimine è troppo lontano dal piano di Dio per l’uomo», aveva scritto il cardinale. «Il Suo piano è che un uomo e una donna si uniscano in un solo corpo con un unico ed eterno amore e cooperino con Dio. Una nuova vita può nascere e crescere nel calore della famiglia».
Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato lo Zen si era scagliato contro Fiducia Supplicans arrivando a chiedere le dimissioni dell’autore del testo, il cardinale Victor «Tucho» Fernandez, eletto da Bergoglio a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede.
Ad ottobre il porporato cinese aveva denunciato il pellegrinaggio LGBT organizzato in Vaticano per il Giubileo unendosi agli appelli di altri vescovi affinché compiano riparazioni per la profanazione della Basilica di San Pietro.
«Recentemente è emersa la notizia che un’organizzazione LGBTQ+ ha organizzato un evento per l’Anno Santo, in cui i partecipanti sono entrati nella Basilica di San Pietro a Roma per attraversare la Porta Santa».
«Ostentavano oggetti di scena color arcobaleno, indossavano abiti con slogan e coppie dello stesso sesso si tenevano per mano con passione: era puramente un’azione di protesta», ha osservato il vescovo emerito di Hong Kong.
«Questo non era un pellegrinaggio giubilare (in cui i credenti rinnovano i voti battesimali, si pentono dei peccati e si impegnano a riformarsi). Tali azioni offendono gravemente la fede cattolica e la dignità della Basilica di San Pietro: una grave offesa a Dio!»
«Il Vaticano era a conoscenza di questo evento in anticipo, ma non ha poi emesso alcuna condanna. Troviamo ciò davvero incomprensibile!»
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Lo Zen ha sottolineato che «coloro che provano attrazione per persone dello stesso sesso» dovrebbero essere trattati con beneficenza; tuttavia, «non possiamo dire loro che il loro stile di vita è accettabile».
«Non siamo Dio», ha continuato. «Dio ci chiama a trasmettere ciò che Gesù ci ha insegnato: il vero amore per loro. Dobbiamo aiutarli a ottenere la grazia attraverso la preghiera e i sacramenti per resistere alla tentazione, vivere virtuosamente e percorrere la via verso il cielo».
Il cardinale aveva fatto riferimento alla richiesta di atti di riparazione avanzata da quattro vescovi: il vescovo Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, Kazakistan; il vescovo Joseph Strickland, vescovo emerito di Tyler, Texas; il vescovo Marian Eleganti, vescovo ausiliare emerito di Coira, Svizzera; e il vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di ‘s-Hertogenbosch, Paesi Bassi.
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Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Econe 2026: La storia di un pellegrino polacco
Arrivo a Écône, nel cuore delle Alpi
Alle sei del mattino sono arrivato a Écône con un gruppo di fedeli provenienti dalla Polonia. Questo piccolo villaggio si trova nella valle del Rodano, che attraversa il cantone del Vallese da est a ovest. Sopra di esso si ergono le maestose vette più alte delle Alpi Pennine svizzere. La zona circostante è ricoperta di vigneti e frutteti terrazzati, che da generazioni sono l’orgoglio di Écône. Le albicocche che maturavano sugli alberi sembravano così invitanti che avrei voluto coglierle. Purtroppo, non appartenevano al seminario, ma ai contadini vicini. Va detto, tuttavia, che questi contadini sostengono il seminario di Écône da molti anni e sono rimasti dei vicini gentili. Fin dall’inizio del viaggio, abbiamo incontrato molti giovani, per lo più scout devoti alla tradizione cattolica, che gentilmente ci hanno indicato la strada ed erano pronti ad aiutare i pellegrini. Ci siamo subito resi conto di trovarci in un ambiente davvero internazionale. Abbiamo incontrato brasiliani, messicani, irlandesi, gabonesi e pellegrini provenienti da molti altri paesi. Un amico ha persino scambiato qualche parola con un sacerdote filippino arrivato con un gruppo di fedeli. Dovrei menzionare anche un autobus pieno di pellegrini cechi, dato che la Repubblica Ceca è da tempo tra i paesi più secolarizzati al mondo ed è spesso descritta come il paese più scristianizzato d’Europa. Fin dai primi istanti, i partecipanti polacchi hanno intavolato spontaneamente conversazioni. Per la maggior parte del tempo, abbiamo ammirato gli straordinari paesaggi che circondavano il seminario. Dopo una breve passeggiata di appena duecento metri, siamo arrivati ai cancelli d’ingresso, dove ogni partecipante ha ricevuto un braccialetto identificativo. Questo fungeva anche da portafoglio elettronico, consentendo l’accesso alle strutture allestite per l’evento. Solo allora si poté comprendere appieno la portata dei preparativi. Al centro si ergeva un’immensa tenda che ospitava l’altare e i posti riservati ai vescovi, ai sacerdoti, ai fratelli e alle suore della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Erano state allestite sezioni separate per i pre-seminaristi e i terziari. Nell’ampio prato che circondava la tenda, erano state disposte migliaia di sedie per i fedeli. Ovunque si guardasse, volontari e scout erano pronti ad aiutare. L’abbigliamento tradizionale indossato sia dagli organizzatori che dai pellegrini era davvero sorprendente. Gli uomini indossavano camicie bianche; molti, nonostante il caldo, abiti eleganti o costumi tradizionali regionali. Le donne portavano abiti o gonne modeste, e molte avevano scelto i magnifici costumi popolari dei propri paesi. Persino i bambini erano vestiti con abiti elegantissimi, che non avevano nulla da invidiare agli adulti. Lungo la strada che conduceva al luogo della cerimonia, erano state allestite delle postazioni in legno dove era possibile ricevere assistenza in diverse lingue. Ogni partecipante ha ricevuto un libretto stampato con cura contenente il testo della Santa Messa e il rito della consacrazione episcopale, oltre a un berretto bianco con il logo ufficiale dell’evento. Più tardi, l’intero prato antistante il tendone sembrava brillare per la presenza di migliaia di copricapi bianchi. Non mi dilungherò ulteriormente sugli aspetti logistici o sulle strutture previste. Basti dire che tutto era stato preparato in modo esemplare. Nonostante la presenza di diverse migliaia di pellegrini, era difficile riscontrare il minimo difetto. Una volta giunti sul posto, ci siamo subito resi conto delle dimensioni della delegazione polacca. I fedeli provenivano da quasi ogni regione del paese. Abbiamo incontrato molti conoscenti, condiviso le nostre prime impressioni e parlato del viaggio. Ma gli incontri più gioiosi sono stati quelli con amici provenienti da ogni angolo del mondo. Alcuni si sono ricongiunti con persone conosciute durante i pellegrinaggi a Jasna Góra o lungo il percorso da Chartres a Parigi. Molti hanno rivisto sacerdoti che non vedevano da anni, sacerdoti che un tempo avevano avuto un ruolo significativo nelle loro vite. È stato davvero come partecipare a un’enorme riunione di famiglia, incentrata su una fede condivisa e sull’amore per la Tradizione Cattolica.Sostieni Renovatio 21
Sulle orme dell’arcivescovo Marcel Lefebvre
Sono convinto che molti di coloro che sono venuti a Écône per la prima volta desiderassero soprattutto visitare la tomba del vescovo Marcel Lefebvre, quest’uomo senza il quale non saremmo stati in questo luogo quel giorno. Mi permetterò una breve digressione. Fu solo dopo molti anni trascorsi sotto la guida dei sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X che compresi appieno l’opera compiuta dall’arcivescovo Lefebvre. Dal Concilio Vaticano II in poi, e ancor più negli anni immediatamente successivi alla sua conclusione, molti sacerdoti e fedeli percepirono la profonda crisi che la Chiesa stava attraversando. Di fronte ai cambiamenti in atto, la tentazione naturale fu quella di rifiutare non solo gli errori, ma anche l’autorità stessa del Papa. Fu così che nacquero i circoli sedevacantisti. La saggezza dell’arcivescovo Lefebvre risiedeva altrove. Non voltò le spalle alla Chiesa né al papato. Si oppose a ciò che considerava dannoso per la fede, ma non rinnegò mai l’istituzione fondata da Cristo. Si potrebbe dire che lottò contro quelli che vedeva come errori o decisioni pericolose, senza mai allontanarsi dalla Chiesa stessa. Questa posizione rimane difficile da comprendere per molti ancora oggi, perché richiede di distinguere la persona e l’ufficio dalle azioni che possono suscitare serie perplessità. Non intendo qui aprire una discussione sulla scomunica, sullo scisma o sulle complesse questioni di diritto canonico. Altri sono ben più competenti in questi ambiti. D’altra parte, vale la pena ascoltare la testimonianza di coloro che hanno dedicato tutta la loro vita a rimanere fedeli alla fede cattolica. Le loro vite e le loro opere restano il miglior commento sugli eventi i cui frutti possiamo ancora contemplare oggi.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Il seminario, cuore vivo della Tradizione.
Mancavano ancora diverse ore all’inizio della cerimonia. Il nostro gruppo decise di approfittare di questo tempo per fare una passeggiata nel parco del seminario. Il luogo su cui sorge Écône sembra essere stato creato per la preghiera e la contemplazione. L’austera bellezza delle Alpi si armonizza con la dolce valle del Rodano, punteggiata da frutteti e vigneti. Le imponenti montagne che circondano quasi interamente il seminario creano un’impressione molto particolare. Ci ricordano la nostra insignificanza, mentre il silenzio circostante ci permette di distaccarci dalla frenesia quotidiana e di rivolgere la mente a ciò che è essenziale. Non è difficile capire perché, da oltre mezzo secolo, generazioni di sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X ricevano qui la loro formazione. Mi permetterò un’altra digressione. Sebbene il seminario di Écône sia la casa di formazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, è stato per molti anni anche luogo di incontro per numerose comunità religiose fedeli alla Tradizione Cattolica. Vi si potevano trovare benedettini, cappuccini dell’Osservanza Tradizionale, domenicani e redentoristi. Erano presenti anche le monache e gli oblati della Fraternità, i carmelitani, i francescani e le clarisse, le cui comunità conservano la liturgia e la spiritualità tradizionali. Questa eccezionale concentrazione di diverse famiglie religiose ha messo in luce la ricchezza e la diversità del mondo della Tradizione cattolica. Sebbene ogni istituto possieda il proprio carisma e la propria storia, tutti sono uniti dalla fedeltà all’immutabile dottrina della Chiesa e alla liturgia tradizionale. Durante questo incontro con le suore, ho vissuto un momento che non dimenticherò mai. Il mio sguardo è stato attratto da una giovane suora che ho subito riconosciuto come un’amica di famiglia. Aveva preso i voti religiosi a Narni, in Italia, all’inizio di giugno. Quando i nostri sguardi si sono incrociati, un sorriso sereno, un sorriso che conoscevamo bene, le ha illuminato il volto. In quel momento accadde qualcosa che non mi sarei mai aspettato. Le lacrime iniziarono a scorrere sul viso di un uomo che si era sempre considerato piuttosto forte – un padre di cinque figli. Rimasi senza parole per un lungo periodo. Vi prego di perdonare questa osservazione personale, ma ho provato un’emozione simile più volte durante il mio soggiorno a Écône. C’era qualcosa in quel luogo che è difficile da esprimere a parole. Era la consapevolezza di partecipare a un evento storico, o l’atmosfera di preghiera e fede che permeava ogni cosa? Non lo so. Una cosa, però, è certa: non si lascia Écône la stessa persona che si era prima. Ecône non è solo il seminario della Fraternità Sacerdotale San Pio X. In pratica, costituisce il centro informale della Tradizione Cattolica nel mondo, un luogo dove fedeli, sacerdoti e religiosi affluiscono da quasi tutti i continenti. Passeggiando per il complesso del seminario, siamo giunti alla cripta dove sono sepolti il vescovo Bernard Tissier de Mallerais e il vescovo Vitus Huonder. Il tempo trascorso in preghiera presso le loro tombe è stato un’occasione per riflettere sulle loro vite. Ci siamo quindi diretti allo stand della libreria cattolica. Con mia grande delusione, la stragrande maggioranza dei libri in offerta era disponibile solo in francese, una lingua che purtroppo non parlo. Tuttavia, c’erano molti souvenir legati a Écône: rosari, scapolari, medaglie e pubblicazioni prodotte appositamente per l’occasione. Mentre passeggiavamo per il complesso del seminario, siamo rimasti costantemente stupiti dalla diversità di nazionalità riunite in questo piccolo angolo di Svizzera. Ad ogni passo, incontravamo pellegrini che parlavano una lingua diversa, ma nonostante le differenze di origine, un sorriso, un cenno del capo o un semplice saluto erano sufficienti per percepire il legame creato dalla nostra fede condivisa. Ricordo in particolare una giovane coppia proveniente dall’Estremo Oriente. Non avrei saputo dire se fossero giapponesi o cinesi. La loro quieta contemplazione, la loro eleganza e la loro semplicità erano un ulteriore esempio dell’universalità della Chiesa. In quel momento, la nazionalità non contava più. Eravamo tutti venuti a Écône per lo stesso motivo e ci sentivamo membri di un’unica grande famiglia cattolica. Ho provato grande gioia anche nell’incontrare quattro signore del Gabon, con le quali ho potuto scambiare qualche parola. I loro magnifici abiti tradizionali hanno attirato l’attenzione di quasi tutti i presenti. Ma ciò che mi ha colpito ancora di più è stata la loro testimonianza. Mi hanno raccontato dei loro incontri con l’arcivescovo Marcel Lefebvre, che aveva visitato Libreville negli anni Ottanta. Per loro, non era semplicemente una figura nota dai libri o dalle fotografie, ma un uomo che avevano conosciuto personalmente e di cui conservavano un ricordo pieno di gratitudine. Questa breve conversazione mi ha fatto comprendere ancora una volta la portata dell’eredità spirituale dell’arcivescovo e il potere duraturo del suo ricordo, anche negli angoli più remoti del mondo. Durante la nostra passeggiata mattutina, tuttavia, non abbiamo potuto visitare la cripta della Chiesa del Cuore Immacolato di Maria, dove è sepolto l’arcivescovo Marcel Lefebvre. La chiesa era chiusa ai fedeli, poiché i sacerdoti che avrebbero partecipato alla cerimonia si stavano preparando lì. Da lì sarebbe partita la processione che avrebbe aperto i riti di consacrazione episcopale.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Una processione di portata eccezionale
Terminate le preghiere, al suono delle campane, la processione lasciò la chiesa e si diresse verso il vasto prato adiacente al seminario. A causa dell’elevatissimo numero di pellegrini provenienti da tutto il mondo, le cerimonie non poterono svolgersi all’interno della chiesa. Era stata quindi allestita un’enorme tenda per ospitare la solenne messa e il rito di consacrazione episcopale. La processione stessa fu una testimonianza impressionante della vitalità della Tradizione cattolica. Vi presero parte circa cinquecento sacerdoti, oltre a quasi trecento religiosi e seminaristi. Le suore, secondo le prescrizioni del cerimoniale romano tradizionale, non parteciparono alla processione. Circa duecento di loro avevano riservato dei posti sotto il tendone, da dove poterono seguire l’intera cerimonia. Per diverse decine di minuti, la processione si mosse ininterrottamente verso l’altare. In testa camminavano i seminaristi e i fratelli, seguiti da centinaia di sacerdoti con cotte e stole; infine venivano i superiori della Fraternità, i quattro vescovi eletti e i principali consacratori, il vescovo Alfonso de Galarreta e il vescovo Bernard Fellay. Vista da lontano, questa lunga processione sembrava un ampio fiume bianco e nero che serpeggiava attraverso il paesaggio alpino. Questa visione fece una profonda impressione su tutti i presenti. I quindicimila fedeli riuniti attorno all’altare accolsero la processione con riverenza e profonda commozione. Era difficile non sentire di partecipare a un evento che avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia della Fraternità Sacerdotale San Pio X e dell’intero mondo della Tradizione Cattolica. La maestà del vescovo Bernard Fellay e del vescovo Alfonso de Galarreta mi ha profondamente colpito. Per l’uomo moderno, abituato al tumulto, alla frenesia costante e alla banalità della vita quotidiana, vedere centinaia di sacerdoti camminare in perfetto ordine e in profondo silenzio, vestiti con i paramenti liturgici tradizionali, con le maestose Alpi sullo sfondo, è quasi un’esperienza fuori dal tempo. In momenti come questi, diventa più facile comprendere perché la Chiesa abbia circondato la sacra liturgia di tanto splendore nel corso dei secoli. La sua maestà esteriore, la sua bellezza e la sua dignità non sono fini a se stesse. Conducono l’umanità verso una realtà invisibile, ricordandoci che partecipiamo a un mistero che trascende l’ordine terreno. La liturgia diventa così non solo una preghiera, ma anche un eloquente segno della grandezza di Dio e un’anticipazione della bellezza della liturgia celeste. Alla processione partecipavano anche i quattro vescovi eletti: padre Marc Hanappier, padre Michel Poinsinet de Sivry, padre Michael Goldade e padre Pascal Schreiber. La loro calma e la loro contemplazione rivelavano la piena consapevolezza dell’importanza di quel momento che, di lì a pochi istanti, avrebbe trasformato per sempre le loro vite sacerdotali.Aiuta Renovatio 21
Il rito tradizionale di consacrazione episcopale
Una volta che tutti si furono accomodati sotto il tendone, ebbe inizio la solenne Messa Pontificia. Immediatamente prima del rito di consacrazione, il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Padre Davide Pagliarani, pronunciò l’omelia. In questo commovente sermone di circa venti minuti, parlò principalmente del dovere di preservare e difendere l’immutabile deposito della fede cattolica. Sottolineò la situazione paradossale in cui la Fraternità si trova da decenni: desidera servire la Chiesa come sua Madre, pur accettando al contempo il peso delle accuse ed essendo considerata da Roma un gruppo disobbediente. Le sue parole non esprimevano né amarezza né rivolta, ma solo la convinzione che sia necessario preservare ciò che la Chiesa ha trasmesso senza interruzione nel corso dei secoli. Dopo l’omelia ebbe inizio il solenne rito della consacrazione episcopale secondo il tradizionale rito pontificale romano. Il primo passo consisteva nella pubblica professione di fede e nel giuramento di fedeltà. I candidati affermavano il loro impegno verso la fede cattolica e la fedeltà alla Tradizione della Chiesa. Seguiva poi la domanda prescritta dal Pontefice: «Avete il mandato apostolico?». Nelle circostanze dello stato di necessità, la risposta si riferiva al principio che la legge suprema della Chiesa rimane la salvezza delle anime. I quattro eletti si prostrarono quindi a faccia in giù davanti all’altare, in segno di totale abbandono a Dio. Nel frattempo, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli si inginocchiarono per cantare le Litanie dei Santi. Questo fu, per me, uno dei momenti più toccanti dell’intera cerimonia. Il momento culminante del rito fu l’imposizione delle mani e la trasmissione della successione apostolica. Il vescovo Alfonso de Galarreta e il vescovo Bernard Fellay imposero successivamente le mani sul capo di ciascuno dei vescovi prescelti. Quindi, i libri aperti dei Vangeli furono posti sopra i loro colli, segno eloquente della sottomissione del vescovo all’autorità della Parola di Dio e della sua missione non solo di predicarla, ma anche di custodirla fedelmente. Durante il canto del Veni Creator Spiritus , il vescovo consacrante ha unto con il santo crisma il capo e le mani dei nuovi vescovi. Infine, ha consegnato a ciascuno le insegne della dignità episcopale: l’anello, il pastorale e il Libro dei Vangeli, segni della loro unione spirituale con la Chiesa, della loro responsabilità pastorale e del loro costante dovere di annunciare il Vangelo. All’offertorio, i quattro nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pietro si trovavano all’altare accanto al vescovo Alfonso de Galarreta, partecipando per la prima volta all’offerta del Santo Sacrificio nella pienezza del sacerdozio episcopale. Fu un momento particolarmente eloquente: il culmine di un rito per il quale si erano preparati durante tutta la loro vita sacerdotale. Vale la pena menzionare qui un altro dettaglio che, per molti partecipanti, ha rivestito un profondo valore simbolico. Nel rito della consacrazione episcopale, il momento centrale è il prefazio consacratorio, durante il quale il vescovo prega affinché Dio effonda abbondantemente i suoi doni sui nuovi pastori e conferisca loro la potenza dello Spirito Santo. Il violento acquazzone che scoppiò subito dopo la conclusione delle consacrazioni fu interpretato da molti come un’immagine particolarmente espressiva, quasi tangibile, di questa “effusione” di grazie per la quale la Chiesa aveva appena pregato. I torrenti di pioggia divennero, ai loro occhi, il simbolo dell’abbondanza dei doni dello Spirito Santo che si erano appena realizzati nell’invisibile ordine soprannaturale. Permettetemi qui un’ulteriore riflessione personale. Il canto del Te Deum laudamus, intonato con forza da migliaia di fedeli riuniti, mi ha profondamente commosso. Non sono riuscito a trattenere le lacrime. Solo dopo qualche istante mi sono reso conto di non essere il solo sopraffatto dall’emozione. Intorno a me c’erano molte persone con gli occhi lucidi, che cercavano discretamente di asciugarsi le lacrime. In quel momento, nulla di tutto ciò mi è sembrato strano. Al contrario, mi è sembrato perfettamente naturale. Dopo la cerimonia, i nuovi vescovi lasciarono il tendone e si incamminarono tra le migliaia di fedeli per impartire loro per la prima volta la benedizione episcopale. È difficile descrivere l’atmosfera che si respirava in quel momento. Vidi uomini – per non parlare delle donne – piangere apertamente di gioia ed emozione. Al termine della cerimonia, l’intera assemblea ha intonato l’inno in onore di San Pio X, Sancte Pie Decime . È stata una conclusione particolarmente eloquente di una giornata che rimarrà a lungo impressa nella memoria di tutti i presenti. Sopra la folla aleggiava un profondo senso di gratitudine per il dono della fede e per la grazia di aver riscoperto e preservato la Tradizione Cattolica. Ho avuto l’impressione che questa stessa gioia fosse condivisa da quasi tutti i partecipanti.Aiuta Renovatio 21
Il giorno dopo le consacrazioni
Sebbene l’atmosfera a Ecône fosse profondamente solenne e gioiosa, il giorno seguente il Vaticano, tramite il cardinale Fernández, rilasciò una dichiarazione ufficiale in cui affermava che le consacrazioni episcopali conferite dalla Fraternità senza l’autorizzazione del Papa costituivano un atto scismatico e comportavano l’immediata scomunica ( latae sententiae ) dei sei vescovi interessati, nonché dei sacerdoti, dei fratelli e dei fedeli appartenenti alla Fraternità Sacerdotale di San Pio X. Molti di loro erano giunti a Écône dagli angoli più remoti del mondo. Il costo del viaggio, le lunghe ore trascorse in auto o in aereo e i numerosi sacrifici compiuti rappresentavano già per loro una vera e propria offerta. A ciò si aggiunse la loro incrollabile lealtà ai nuovi vescovi durante il violento acquazzone che si abbatté poco dopo, inzuppando tutti fino alle ossa in pochi istanti. Eppure, nessuno pensò di andarsene. Si trattava del sacrificio di persone che, nella loro vita quotidiana, si sforzano di vivere secondo la fede della Chiesa cattolica, spesso in contrasto con il mondo contemporaneo e le ideologie che lo dominano. Contemplando i pellegrini riuniti, era difficile non scorgere una continuità spirituale con quei giovani seminaristi che, alcuni decenni prima, si erano rivolti all’arcivescovo Marcel Lefebvre chiedendogli di guidarli sulla via della Tradizione cattolica, di fronte agli sconvolgimenti rivoluzionari che stavano trasformando i loro seminari e la vita della Chiesa. Osservando i quindicimila fedeli riuniti a Écône, si poteva percepire che quella richiesta non era rimasta inascoltata. Da un piccolo gruppo di seminaristi è nata un’opera che oggi unisce sacerdoti e fedeli in ogni continente. L’autore di questo racconto è il signor Damian Marszał. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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