Spirito
Il Concilio Vaticano II fatto per disperdere il gregge ed abbandonarlo ai lupi: omelia di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò per la festa di San Carlo Borromeo (4 novembre 2024).
SERVUS, PATER, ET ANGELUS
Omelia nella festa di San Carlo Borromeo, vescovo e confessore
Sacerdos et Pontifex,
et virtutum opifex.
Quattrocentoquarant’anni fa, il 3 Novembre del 1584, San Carlo Borromeo rendeva l’anima a Dio all’età di quarantasei anni.
Apparteneva all’antica e nobile famiglia padovana dei Buon Romeo, che aveva il proprio castello e la contea ad Arona, sul Lago Maggiore. Tonsurato a soli sette anni, a partire dal Novembre del 1552 fu studente di diritto a Pavia, divenne dottore in utroque jure nel 1559.
Votato alla Prelatura in quanto cadetto, iniziò la carriera ecclesiastica a ventidue anni, quando lo zio Giovanni Angelo de Medici – eletto Papa col nome di Pio IV – gli conferì importanti incarichi: Abate commendatario di una dozzina di Abbazie, Legato delle Romagne, protettore del Regno di Portogallo e dei Paesi Bassi, Arciprete di Santa Maria Maggiore, Gran Penitenziere, amministratore della Diocesi di Milano, e poi Segretario di Stato.
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La vita del giovane Carlo fu dedicata al servizio della Chiesa e del Papato, sicché il cognome Buon Romeo pare perfettamente esprimere la fede del pellegrino che fa volta verso la Roma dei Martiri, la Roma di Pietro e Paolo, e la Roma della grande Riforma Cattolica e del Concilio di Trento.
Il suo ideale presbiterale consisteva nel creare un corpo, distinto dagli altri, le cui parti si collegavano organicamente e obbedivano tutte a una testa. «Voi siete i miei occhi, le mie orecchie, le mie mani» diceva Carlo ai suoi sacerdoti: questa metafora aveva in lui valore letterale.
Fondò gli Oblati di Sant’Ambrogio, prendendo ad esempio le costituzioni degli Oratoriani di San Filippo Neri. La sua congregazione costituiva un corpo di volontari a disposizione del Vescovo, ben addestrati e formati, disposti ad assumere incarichi difficili e impegnativi. Gli Oblati vennero impiegati per la direzione dei Seminari e, soprattutto, per la predicazione delle missioni al popolo.
Il loro carisma, nel quale si ravvisano molti elementi ignaziani, consisteva nel tenere viva una spiritualità contrassegnata dall’appartenenza al Clero diocesano, dal voto di obbedienza al Vescovo e dalla salvaguardia degli elementi propriamente ambrosiani.
La situazione della Chiesa nel Cinquecento non era delle migliori. Al decadimento morale dei laici e del Clero a causa della secolarizzazione indotta dalla cultura del Rinascimento – di netta impostazione neopagana, cabalistica ed esoterica nei ceti dirigenti – si accompagnava una scarsa formazione dottrinale.
La corruzione della Curia Romana, presa a pretesto dagli eretici per attaccare il Papato, rendeva assai arduo il governo della Chiesa e ben poco efficace il ministero dei Pastori.
Il Concilio tridentino, cui Borromeo collaborò attivamente, giunse a sanare questa crisi ecclesiale con una grande riforma che diede nuovo impulso all’intera società, non solo sotto un profilo religioso, ma anche morale, culturale, artistico ed economico. Esso diede inizio alla fondazione dei Seminari, grazie ai quali i chierici erano preparati ad affrontare gli impegni sacerdotali nelle varie discipline ecclesiastiche.
I Papi e i vescovi tridentini si comportarono insomma in modo diametralmente opposto a ciò che fecero i papi e i vescovi del Concilio Vaticano II, che usarono il loro «concilio» non per combattere i nuovi errori, ma per introdurli nel sacro recinto; non per restaurare la sacra Liturgia, ma per demolirla; non per raccogliere il gregge cattolico intorno ai Pastori, ma per disperderlo e abbandonarlo ai lupi.
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Se San Carlo fu infiammato di amore per la Messa e per la Santissima Eucaristia – famose le sue omelie al popolo e le sue meditazioni al clero su questo tema – i vescovi di tre secoli dopo ne calpestarono l’eredità, indebolendo proprio quei due presidi dell’ortodossia cattolica che nuovamente erano minacciati dal neoprotestantesimo di cui essi si facevano promotori.
Se San Carlo fu devoto fautore del culto mariano, del quale comprendeva la forte valenza antiprotestante, i fautori del Vaticano II cercarono in tutti i modi di indebolirlo, per favorire colpevolmente il dialogo ecumenico. E quei Seminari e Atenei che il Borromeo fondò per la difesa della Fede e la disciplina del clero, trecento anni dopo divennero ricettacoli di ribelli e di fornicatori.
E ciò non avvenne per un caso, ma per la deliberata e scellerata volontà di distruggere quel modello che si era rivelato incontestabilmente efficace, affinché la Chiesa Cattolica si ritrovasse come e peggio che nel Cinquecento.
Il modello dei beni fondiari di cui la famiglia Borromeo era proprietaria e il suo spirito genuinamente lombardo, ispirò San Carlo nel governo della Chiesa.
La sua economia pastorale ne portò il segno e consistette nel distribuire «terre» a buoni fittavoli (i pastori), a visitarli e controllarli. Essa era geografica e territoriale, mirava ad un miglior rendimento in termini di raccolti e di «frutti» dei terreni – le parrocchie – affidati ad economi zelanti.
L’insieme dei testi votati dal Concilio di Trento nel 1562-63 presentava l’ideale, offerto ad un’ambizione più alta e legato all’urgenza dei tempi, della eminente dignità e dei doveri del vescovo. Per tutta la vita i Canones reformationis generalis di Trento ebbero per San Carlo il valore di una rivelazione decisiva. Egli assistette e collaborò alla produzione di questa immagine del vescovo, uomo d’azione: «huomo di frutto et non di fiore, de’ fatti et non di parole» a dire del Cardinal Seripando.
Il Borromeo non poteva concepire la Fede senza le opere – dottrina fondamentale del Tridentino, negata dal sola fides dai Protestanti – e la sua vita fu un monumento all’azione pastorale, nutrita di solida spiritualità e di un grande amore per il popolo, per i poveri, per i bisognosi.
Anche in questo, significativamente, il suo esempio è eloquentissimo: il suo impegno nella cura degli appestati durante la peste che colpì Milano nel 1576-1577 lo portò a indire processioni penitenziali e a visitare e comunicare personalmente i malati nei lazzaretti.
I pavidi cortigiani, figli del Vaticano II, che qualche anno fa si sono rintanati nelle loro Curie proibendo addirittura la celebrazione della Messa durante la farsa pandemica, dovrebbero arrossire di vergogna dinanzi allo zelo di San Carlo e del suo Clero.
Una regola data ai sacerdoti dal Tridentino era: Se componere (Conc. Trid., VIII, p. 965), conformarsi al ruolo, trasformarsi alla lettera: «È tanto il desiderio mio che hormai s’attenda ad exequir, poi che sarà confirmato questo Santo Concilio conforme al bisogno che ne ha la Christianità tutta e non più a disputare».
Il Borromeo non fu teologo, né grande disputatore – motivo per cui non lo vediamo annoverato tra i Dottori della Chiesa – ma pastore, ossia fedele esecutore. «Noi vorremmo avere osservato diligentemente tutto ciò che è stato prescritto in tutti i Sinodi precedenti» disse nel 1584.
E ancora: «La vita di un Vescovo deve regolarsi […] unicamente secondo le leggi della disciplina ecclesiastica».
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Quale abisso, cari fratelli, separa questa stirpe di santi Prelati da coloro che oggi ne hanno preso il posto! L’obbedienza di quelli si è mutata in ribellione di questi, la povertà in brama di beni e potere, la castità in vizi e fornicazione, la fedeltà al Magistero in ostentato incoraggiamento dell’eresia.
San Carlo sapeva anche scegliere i propri collaboratori, spesso sottraendoli ad altre Diocesi, al punto che San Filippo Neri, con la confidenza usuale tra Santi, lo chiama «ladro di vescovi». Quando divenne Arcivescovo di Milano, nel 1564, egli indisse il Sinodo diocesano e raccolse i suoi milleduecento sacerdoti per dettar loro un programma di applicazione dei decreti tridentini e una serie di misure disciplinari (residenza, riduzione del numero dei benefici, moralità, studi ecclesiastici, pratiche pastorali) che non mancò di sollevare proteste, specialmente quando egli applicò multe pecuniarie ai chierici disobbedienti.
Affidò il Seminario ambrosiano ai Gesuiti, continuando a vigilare e sorvegliare nei minimi dettagli la vita dei giovani che vi si formavano. L’istituto della Visita pastorale fu uno strumento che consentì a San Carlo di seguire la vita delle parrocchie, facendo sì che i Decreti del Concilio di Trento trovassero piena applicazione.
Quando nel 1565 morì lo zio Pio IV de Medici e nel 1566 venne eletto Pio V Ghisiglieri, il Borromeo si dedicò interamente alla cura animarum nella propria Diocesi.
Qui combatté strenuamente il diffondersi delle eresie luterane, calviniste, zwingliane ed infine anabattiste che trovavano seguaci presso gli Agostiniani, i Francescani e i Domenicani. Ma contro le ribellioni, le sette, i carnevali e le concussioni – i suoi principali avversari – San Carlo preferiva i rigori della predicazione o della legge ecclesiastica, più che le interferenze del potere temporale, all’epoca sotto la dominazione spagnola.
Forte dell’esempio del suo illustre predecessore Sant’Ambrogio, mai egli si piegò allo strapotere dell’autorità civile, alla quale non esitò a comminare anche la scomunica. Il Borromeo creò così un corpo d’élite, grazie a istituzioni modello in cui tutti i metodi applicati nella Diocesi potevano funzionare in modo esemplare: «Nihil magis necessarium aut salutare videri ad restituendum veterum ecclesiasticorum disciplinam quam Seminarii institutionem». Niente sembra più necessario o salutare per restaurare l’antica disciplina degli ecclesiastici che l’istituzione di Seminari.
San Carlo si occupò delle vocazioni tardive, dei curati di villaggio, dei piccoli seminari, della formazione ecclesiastica nei cantoni Svizzeri limitrofi, il Ticino e i Grigioni. Ma l’élite che vi si formava non era quella della ricchezza o della nobiltà né quella del sapere: i poveri vi erano largamente ricevuti e finanziariamente aiutati.
Contro la lethargia dei preti e dei vescovi egli oppose l’ascesim, per farne servi, patres, et angeli. Servitori del Vescovo nel suo servizio dei fedeli; padri delle anime, sull’esempio dei Padri della Chiesa antica e dei loro successori; angeli, infine, per l’imitazione di un ordine gerarchizzato, per la castità che vale loro una posterità spirituale, e per il loro statuto di esseri separati.
I balli o le superstizioni che egli soppresse, le sostituì non con discorsi, ma con gesti: guidò egli stesso le processioni di reliquie, si professò pubblicamente devoto dei Santi, si fece pellegrino della Sacra Sindone a Torino o della Vergine a Varallo, Varese, Saronno, Rho, Tirano o Loreto.
E seppe essere tanto fiero Principe della Chiesa dinanzi ai potenti, quanto tenero Pastore del popolo cristiano, sempre senza mai umiliare la dignità di cui era insignito. Scrive eloquentemente di lui il nipote e successore sulla Cattedra milanese, Federico: «mai non si scardinalava, ed […] era un Vescovo che mai non si svescovava».
San Carlo, infine, fu colui grazie al quale nel 1575 venne ripristinato il venerabile Rito Ambrosiano, nel quale sono stato battezzato per immersione e in cui celebro quotidianamente il Santo Sacrificio. Ancora oggi sopravvive, nella sua versione non corrotta dalla pseudoriforma liturgica di Giovanni Battista Montini, in alcune chiese della Diocesi di Milano.
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Invochiamo l’intercessione di San Carlo Borromeo – del quale mi onoro di portare il nome – in questi tempi dolorosi che travagliano la Santa Chiesa. Possa egli essere per noi modello ed esempio, specialmente per quanti di voi si apprestano ad ascendere i gradi dell’Ordine Sacro e per quanti sono già sacerdoti.
Ci guidi nella nostra vita e nel nostro Ministero la dignità con cui San Carlo ricoprì importanti e delicati incarichi al servizio della Chiesa; la fermezza paterna con la quale seppe riformare il Clero e la disciplina ecclesiastica; la mansuetudine con cui istruì il gregge affidatogli dal Signore; la severità verso se stesso nell’orazione, nel digiuno e nella penitenza.
Affidiamo alla sua protezione la Barca di Pietro, nave senza nocchiere in gran tempesta, perché implori dal Cielo nuovi santi Pastori che non si prostrino al mondo, ma a Cristo; che siano fedeli alla Santa Chiesa e al Papato Romano, e non asserviti ai nemici dell’una e dell’altro.
E come abbiamo udito dal Vangelo di ieri, riponiamo la nostra fiducia in Nostro Signore, addormentato mentre i flutti minacciano di sommergere l’unica Arca di salvezza.
Alle nostre preghiere risponda la voce serena del Salvatore, che comanda al mare e ai venti. Tempora bona veniant.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
4 Novembre MMXXIV a. D.ñi S.cti Caroli Episcopi Mediolanensis et Confessoris
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Immagine: Guercino (1591-1666), San Carlo Borromeo in preghiera (1613-1614), Collegiata di San Biagio, Cento (Ferrara)
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Renovatio 21 offre questa omelia di Monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Spirito
Il vescovo Strickland e le consacrazioni: un appello alla «continuità apostolica»
Il vescovo Strickland: una voce libera nella confusione
Ma chi è esattamente il vescovo Joseph Strickland? Nominato vescovo di Tyler, in Texas, da Benedetto XVI nel 2012, il prelato si è rapidamente affermato come una delle voci più conservatrici e schiette dell’episcopato americano. Fervente difensore del «deposito della fede» e critico assiduo della direzione del pontificato di Papa Francesco – in particolare per quanto riguarda il Sinodo sulla sinodalità e le questioni morali – è diventato una figura di spicco per molti fedeli disorientati. Questa schiettezza portò al suo brusco licenziamento. Nel novembre 2023, dopo una visita apostolica, papa Francesco lo rimosse ufficialmente dal suo ufficio pastorale. Sebbene il Vaticano non abbia specificato le ragioni specifiche, questa rimozione è ampiamente percepita come una sanzione alla sua pubblica opposizione alle politiche della Curia Romana.Aiuta Renovatio 21
Lo stato di necessità e la continuità apostolica
Nella sua analisi della situazione della FSSPX, il vescovo Strickland non si limita a un commento giuridico. Egli inquadra il dibattito nel concetto di «continuità apostolica». Per lui, l’annuncio del Superiore Generale della FSSPX non dovrebbe essere interpretato come un atto di ribellione, ma come una risposta a uno «stato di necessità» spirituale. Il vescovo Strickland sottolinea che la missione primaria della Chiesa è la trasmissione della fede immutabile. Tuttavia, il prelato ritiene che l’attuale gerarchia, attraverso le sue ambiguità dottrinali, stia creando una frattura. Pertanto, ricorrere a ordinazioni senza l’autorizzazione romana non ha lo scopo di creare una Chiesa parallela, ma di garantire che il sacerdozio e i sacramenti tradizionali non scompaiano. «La Chiesa esiste per la salvezza delle anime», sottolinea, suggerendo che quando la struttura amministrativa sembra fallire in questa missione, la preservazione della Tradizione diventa una priorità assoluta.Una critica implicita
La posizione del vescovo Strickland è ancora più significativa se si considera che il prelato non è membro della FSSPX e rimane, agli occhi di Roma, un vescovo «in piena comunione». Sostenendo che la FSSPX agisce per preservare la «continuità» che Roma sembra abbandonare, il vescovo emerito di Tyler evidenzia una grave frattura ecclesiologica. Per lui, la questione non è tanto se i nuovi vescovi saranno «legali» agli occhi del diritto canonico, ma se saranno gli autentici custodi della verità cattolica. Invita quindi i fedeli a comprendere che il vero scisma, a suo avviso, risiede più nell’abbandono dei dogmi che in un’apparente irregolarità disciplinare. In un panorama ecclesiale sempre più frammentato, la voce del vescovo Strickland risuona come un monito e una fonte significativa di sostegno morale per coloro che considerano la Tradizione il baluardo definitivo contro la confusione moderna.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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Gruppi per la Messa in latino scrivono al papa per le consacrazioni FSSPX e per la libertà per il rito antico
I gruppi per la Messa tradizionale Una Voce International (FIUV) e la Latin Mass Society of England and Wales hanno rilasciato questa settimana una dichiarazione congiunta esortando la gerarchia ecclesiastica a porre fine alle restrizioni sulla Messa latina tradizionale a beneficio dei fedeli, alla luce dei piani della Fraternità San Pio X (SSPX) di consacrare nuovi vescovi senza l’approvazione del Vaticano. Lo riporta LifeSite.
Nella lettera del 3 febbraio , le organizzazioni, note per la loro promozione della Messa antica, hanno espresso la speranza che la FSSPX possa un giorno ricevere lo status canonico regolare e hanno sottolineato le sfide affrontate dai fedeli devoti alla Messa tridentina, che hanno fatto affidamento sulla società per la Messa e i sacramenti a causa delle restrizioni della Traditionis Custodes. La lettera ha poi chiesto al Vaticano di revocare tali restrizioni e di consentire la creazione di ulteriori parrocchie che celebrino la Messa in latino per accogliere questi fedeli.
«Una Voce International e la Latin Mass Society hanno accolto con preoccupazione l’annuncio del Superiore Generale della Fraternità San Pio X (FSSPX), don Davide Pagliarani, secondo cui la FSSPX celebrerà le consacrazioni episcopali il 1° luglio di quest’anno», si legge nel comunicato. «Il nostro ardente desiderio, condiviso da molti cattolici di buona volontà, è la regolarizzazione canonica della FSSPX, che consentirebbe alle sue numerose opere di bene di produrre il massimo frutto possibile».
All’inizio di questa settimana, la Casa Generalizia della FSSPX ha annunciato i suoi piani per effettuare nuove consacrazioni episcopali senza l’approvazione del Vaticano a luglio, citando quello che ha descritto come uno «stato oggettivo di grave necessità» per la continuazione del suo ministero sacramentale.
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Nella dichiarazione che annuncia la decisione della società si legge che il Superiore generale, padre Davide Pagliarani, aveva chiesto un’udienza alla Santa Sede lo scorso agosto per presentare quella che lui chiamava la loro «situazione attuale» e la necessità di garantire la continuazione del ministero episcopale.
In una seconda lettera, Pagliarani ha espresso esplicitamente la particolare necessità della Fraternità di assicurare la continuazione del ministero dei suoi vescovi, ma ha ricevuto una risposta recente che, secondo la FSSPX, non risponde in alcun modo alle nostre richieste.
«Condividiamo l’obiettivo della FSSPX, che l’antica liturgia della Chiesa sia resa il più ampiamente possibile disponibile per il bene delle anime», prosegue la dichiarazione. «Non condividiamo l’analisi della FSSPX sulla crisi della Chiesa in tutti i suoi dettagli. In particolare, sappiamo che molti cattolici possono partecipare alla Messa Tradizionale con tutti i permessi necessari dalla gerarchia ecclesiastica, tanto che non è necessario per loro cercarla in alcun contesto irregolare».
«Sappiamo anche, tuttavia, che per altri, partecipare alla Messa tradizionale è stato reso molto difficile: in alcuni luoghi, questo nonostante il desiderio di sacerdoti qualificati di celebrarla per i fedeli, e persino la disponibilità del vescovo locale a consentirlo», hanno aggiunto le organizzazioni. «Questo crea un ambiente in cui la tesi della FSSPX sullo “stato di emergenza” guadagna simpatia».
Le organizzazioni tradizionali sembrano suggerire che le restrizioni draconiane imposte da Traditionis Custodes abbiano dato maggiore credibilità all’affermazione della società di trovarsi in uno «stato di emergenza».
Infatti, da quando Bergoglio ha promulgato il suo motu proprio Traditionis Custodes del 2021 , diversi vescovi hanno fortemente limitato la celebrazione del rito vetus ordo, portando i fedeli a recarsi sempre più spesso alla FSSPX per la Messa e i sacramenti.
Le organizzazioni tradizionali hanno concluso la loro lettera esortando Papa Leone e la gerarchia ecclesiastica a essere consapevoli di queste sfide e ricordando loro l’elogio dei Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI per l’antica liturgia e i fedeli devoti alla sua celebrazione.
«Esortiamo i nostri vescovi, e soprattutto Sua Santità Papa Leone XIV, a essere consapevoli di queste realtà pastorali, che in questo momento stanno precipitando in una crisi le cui conseguenze nessuno può prevedere», hanno scritto.
«Ciò che i cattolici hanno associato al desiderio del “Messale antico” non è una forma liturgica dannosa o nuova. Papa San Giovanni Paolo II ha definito il nostro desiderio di questo Messale una “giusta aspirazione” (Ecclesia Dei, 1988), e in seguito papa Benedetto XVI lo ha descritto come una fonte di “ricchezza” (Lettera ai Vescovi , 2007)», hanno concluso.
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Diversi prelati cattolici hanno denunciato le dure restrizioni della Traditionis Custodes, sottolineando che né il papa né i vescovi hanno il diritto di sopprimere la Messa tridentina.
Il cardinale Raimondo Leone Burke ha sottolineato che la messa in latino «non è mai stata giuridicamente abrogata» e che non è ammissibile per un papa fingere di esercitare un «potere assoluto» per «sradicare una disciplina liturgica».
Il vescovo Athanasius Schneider , vescovo ausiliare di Astana, Kazakistan, ha sottolineato che il Santo Padre non ha il diritto di sopprimere la Messa tridentina, che è stata la liturgia di numerosi santi, sottolineando che non è disobbedienza continuare a celebrare o partecipare all’antica Messa:
«I fedeli, così come i sacerdoti, hanno diritto a una liturgia che è una liturgia di tutti i santi (…). Pertanto, la Santa Sede non ha il potere di sopprimere un patrimonio di tutta la Chiesa; è un abuso, sarebbe un abuso anche da parte di un vescovo. In questo caso, si può continuare a celebrare la Messa anche in questa forma: è una forma di obbedienza (…) a tutti i papi che hanno celebrato questa Messa».
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Immagine di Cistercians from Vyšší Brod Monastery via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
Spirito
Intervista con il Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X
«Suprema lex, salus animarum»
«“La legge suprema è la salvezza delle anime.” È da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato». FSSPX.Attualità: Reverendo Superiore generale, lei ha appena annunciato pubblicamente la sua intenzione di procedere a consacrazioni episcopali per la Fraternità San Pio X il prossimo 1º luglio. Perché aver fatto questo annuncio oggi, 2 febbraio? Don Davide Pagliarani: La festa della Purificazione della Beatissima Vergine è molto significativa nella Fraternità. È il giorno in cui i candidati al sacerdozio rivestono la talare. La Presentazione di Nostro Signore al Tempio, che celebriamo oggi, ricorda loro che la chiave della loro formazione e della loro preparazione agli Ordini risiede nel dono di sé, che passa attraverso le mani di Maria. È una festa mariana di estrema importanza, poiché, annunciando alla Madonna una spada di dolore, Simeone mostra chiaramente il suo ruolo di corredentrice accanto al suo divin Figlio. La si vede associata a Nostro Signore fin dall’inizio della sua vita terrena e fino al compimento del suo sacrificio sul Calvario. Allo stesso modo, la Madonna accompagna il futuro sacerdote nella sua formazione e durante tutta la sua vita: è lei che continua a formare Nostro Signore nella sua anima. Questo annuncio è stato preceduto da varie voci negli ultimi mesi, in particolare dopo la morte di mons. Tissier de Mallerais, nell’ottobre 2024. Perché ha atteso fino ad ora? Come a suo tempo mons. Lefebvre, la Fraternità ha sempre avuto la preoccupazione di non precedere la Provvidenza, ma di seguirla, lasciandosi guidare dalle sue indicazioni. Una decisione di tale importanza non può essere presa con leggerezza né nella precipitazione. Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità che deve essere reale ed essa stessa estrema. La semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondervi, qualunque iniziativa sia di per sé giustificata. In particolare, poiché si tratta di una questione che riguarda evidentemente l’autorità suprema della Chiesa, era necessario intraprendere anzitutto un passo presso la Santa Sede – cosa che abbiamo fatto – e attendere un termine ragionevole per permetterle di rispondere. Non è una decisione che avremmo potuto prendere senza manifestare concretamente il nostro riconoscimento dell’autorità del Santo Padre. Nella sua omelia, lei ha detto di aver scritto al papa. Potrebbe dirci qualcosa di più? La scorsa estate ho scritto al Santo Padre per chiedergli un’udienza. Non avendo ricevuto risposta, gli ho scritto una nuova lettera alcuni mesi più tardi, in modo semplice e filiale, senza nascondergli nulla delle nostre necessità. Ho menzionato le nostre divergenze dottrinali, ma anche il nostro sincero desiderio di servire incessantemente la Chiesa cattolica, poiché siamo servitori della Chiesa nonostante il nostro statuto canonico non riconosciuto. A questa seconda lettera ci è giunta alcuni giorni fa una risposta da Roma, da parte del cardinal Fernández. Purtroppo, essa non prende in alcuna considerazione la proposta che abbiamo formulato e non propone nulla che risponda alle nostre richieste. Questa proposta, tenuto conto delle circostanze del tutto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere che la Santa Sede accetti di lasciarci continuare temporaneamente nella nostra situazione di eccezione, per il bene delle anime che si rivolgono a noi. Abbiamo promesso al Papa di spendere tutte le nostre energie per la salvaguardia della Tradizione e per fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa. Mi sembra che una tale proposta sia al tempo stesso realistica e ragionevole, e che potrebbe, di per sé, essere accettata dal Santo Padre. Ma allora, se non ha ancora ricevuto questo assenso, perché ritiene di dover comunque procedere a consacrazioni episcopali? Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità reale e anch’essa estrema. Certamente, la semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondervi, qualsiasi iniziativa sia automaticamente giustificata. Ma nel nostro caso, dopo un lungo periodo di attesa, di osservazione e di preghiera, ci sembra di poter dire oggi che lo stato oggettivo di grave necessità in cui si trovano le anime, la Fraternità e la Chiesa esige una tale decisione. Con l’eredità che ci ha lasciato papa Francesco, le ragioni di fondo che avevano già giustificato le consacrazioni del 1988 sussistono ancora pienamente e appaiono anzi, sotto molti aspetti, di rinnovata acutezza. Il Concilio Vaticano II rimane più che mai la bussola che guida gli uomini di Chiesa, e verosimilmente essi non prenderanno un’altra direzione in un prossimo futuro. Le grandi linee che già si delineano per il nuovo pontificato, in particolare attraverso l’ultimo concistoro, non fanno che confermarlo: vi si vede una determinazione esplicita a mantenere la linea di Francesco come un cammino irreversibile per tutta la Chiesa. «Abbiamo promesso al papa di spendere tutte le nostre energie per la salvaguardia della Tradizione e per fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa». È triste constatarlo, ma è un fatto: in una parrocchia ordinaria i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurare la loro salvezza eterna. Ciò riguarda in particolare la predicazione integrale della verità e della morale cattoliche, nonché l’amministrazione dei sacramenti così come la Chiesa li ha sempre amministrati. In questo consiste lo stato di necessità. In questo contesto critico, i nostri vescovi avanzano in età e, con la crescita continua dell’apostolato, non sono più in grado di rispondere alle richieste dei fedeli nel mondo intero. In che modo ritiene che il concistoro del mese scorso confermi la direzione intrapresa da papa Francesco? Il cardinal Fernández, a nome di papa Leone, ha invitato la Chiesa a ritornare all’intuizione fondamentale di Francesco, espressa in Evangelii gaudium, la sua enciclica chiave: semplificando un po’, si tratta di ridurre l’annuncio del Vangelo alla sua espressione primitiva ed essenziale, in formule molto concise e incisive – il «kerygma» –, in vista di una «esperienza», di un incontro immediato con Cristo, lasciando da parte tutto il resto, per quanto prezioso possa essere – concretamente, l’insieme degli elementi della Tradizione, considerati come accessori e secondari. È questo metodo di nuova evangelizzazione che ha prodotto il vuoto dottrinale caratteristico del pontificato di Francesco, fortemente avvertito da un intero settore della Chiesa. Certo, in questa prospettiva occorre sempre preoccuparsi di fornire risposte nuove e adeguate alle questioni che emergono; ma tale compito deve realizzarsi attraverso la riforma sinodale, e non mediante la riscoperta delle risposte classiche e sempre valide offerte dalla Tradizione della Chiesa. È in questo modo, nel «soffio dello Spirito» di questa riforma sinodale, che Francesco è stato capace di imporre all’intera Chiesa decisioni catastrofiche, come quella che autorizza la comunione dei divorziati risposati o la benedizione delle coppie dello stesso sesso. In sintesi: mediante il «kerygma» si isola l’annuncio del Vangelo da tutto il corpus della dottrina e della morale tradizionali; e mediante la sinodalità si sostituiscono le risposte tradizionali con decisioni aleatorie, facilmente assurde e dottrinalmente ingiustificabili. Lo stesso cardinal Zen ritiene che questo metodo sia manipolatorio e che attribuirlo allo Spirito Santo sia blasfemo. Temo, purtroppo, che egli abbia ragione. Lei parla di servizio alla Chiesa, ma nella pratica la Fraternità può dare l’impressione di sfidare la Chiesa, soprattutto se si prendono in considerazione consacrazioni episcopali. Come lo spiega al papa? Serviamo la Chiesa anzitutto servendo le anime. Questo è un fatto oggettivo, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione. La Chiesa, fondamentalmente, esiste per le anime: ha come fine la loro santificazione e la loro salvezza. Tutti i bei discorsi, i dibattiti più diversi, i grandi temi su cui si discute o si potrebbe discutere, non hanno alcun senso se non hanno come obiettivo la salvezza delle anime. È importante ricordarlo, perché oggi esiste un pericolo, per la Chiesa, di occuparsi di tutto e di niente. La preoccupazione ecologica, per esempio, o l’attenzione ai diritti delle minoranze, delle donne o dei migranti, rischiano di far perdere di vista la missione essenziale della Chiesa. Se la Fraternità San Pio X lotta per conservare la Tradizione, con tutto ciò che essa comporta, è unicamente perché questi tesori sono assolutamente indispensabili per la salvezza delle anime, e perché essa non mira ad altro che a questo: il bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione. «In una parrocchia ordinaria, i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurare la loro salvezza eterna. In questo consiste lo stato di necessità». Così facendo, mettiamo al servizio della Chiesa stessa ciò che custodiamo. Offriamo alla Chiesa non un museo di cose antiche e polverose, ma la Tradizione nella sua pienezza e nella sua fecondità, la Tradizione che santifica le anime, che le trasforma, che suscita vocazioni e famiglie autenticamente cattoliche. In altre parole, è per il Papa stesso, in quanto tale, che custodiamo questo tesoro, fino al giorno in cui se ne comprenderà nuovamente il valore e in cui un Papa vorrà servirsene per il bene di tutta la Chiesa. Poiché è a quest’ultima che la Tradizione appartiene. Lei parla del bene delle anime, ma la Fraternità non ha una missione sulle anime. Al contrario, essa è stata canonicamente soppressa da più di cinquant’anni. A che titolo si può giustificare una qualsivoglia missione della Fraternità presso le anime? Si tratta semplicemente di una questione di carità. Non vogliamo attribuirci una missione che non abbiamo. Ma, allo stesso tempo, non possiamo rifiutarci di rispondere alla miseria spirituale delle anime che, sempre più, si trovano perplesse, disorientate, smarrite. Esse chiedono aiuto. E dopo aver cercato a lungo, trovano, con profonda gioia, luce e conforto nelle ricchezze della Tradizione della Chiesa, integralmente vissuta. Su queste anime abbiamo una vera responsabilità, anche se non siamo investiti di una missione ufficiale: se qualcuno vede per strada una persona in pericolo, è tenuto a soccorrerla secondo le proprie possibilità, anche se non è né pompiere né poliziotto. Il numero delle anime che si sono così rivolte a noi è cresciuto senza cessare nel corso degli anni ed è aumentato considerevolmente nell’ultimo decennio. Ignorare i loro bisogni e abbandonarle significherebbe tradirle e, con ciò stesso, tradire la Chiesa, poiché, ancora una volta, la Chiesa esiste per le anime e non per alimentare discorsi vani e futili. Questa carità è un dovere che comanda tutti gli altri. È lo stesso diritto della Chiesa a prevederlo. Nello spirito del diritto ecclesiastico, espressione giuridica di questa carità, il bene delle anime viene prima di tutto. Esso rappresenta la legge delle leggi, alla quale tutte le altre sono subordinate e contro la quale nessuna legge ecclesiastica può prevalere. L’assioma «suprema lex, salus animarum: la legge suprema è la salvezza delle anime» è una massima classica della tradizione canonica, ripresa esplicitamente, del resto, dal canone finale del Codice del 1983; nello stato di necessità attuale, è da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione presso le anime che si rivolgono a noi. Si tratta per noi di un ruolo di supplenza, in nome di questa stessa carità. È consapevole che l’eventualità di consacrazioni episcopali potrebbe porre i fedeli che ricorrono alla Fraternità di fronte a un dilemma: o la scelta della Tradizione integrale con tutto ciò che essa comporta, oppure la «piena» comunione con la gerarchia della Chiesa? Questo dilemma è in realtà solo apparente. È evidente che un cattolico deve allo stesso tempo custodire la Tradizione integrale e la comunione con la gerarchia. Non può scegliere tra questi beni, che sono entrambi necessari. Ma troppo spesso si dimentica che la comunione si fonda essenzialmente sulla fede cattolica, con tutto ciò che essa implica: a cominciare da una vera vita sacramentale e dall’esercizio di un governo che predichi questa stessa fede e la faccia mettere in pratica, usando della propria autorità non in modo arbitrario, ma realmente in vista del bene spirituale delle anime affidate alle sue cure. È proprio per garantire questi fondamenti, queste condizioni necessarie all’esistenza stessa della comunione nella Chiesa, che la Fraternità non può accettare ciò che si oppone a tale comunione e la snatura, anche quando ciò proviene – paradossalmente – da coloro che esercitano l’autorità nella Chiesa. Potrebbe fare un esempio concreto di ciò che la Fraternità non può accettare? Il primo esempio che mi viene in mente risale all’anno 2019, quando papa Francesco, in occasione della sua visita nella penisola arabica, firmò con un imam la famosa Dichiarazione di Abu Dhabi. Egli affermava, insieme al capo musulmano, che la pluralità delle religioni sarebbe stata voluta come tale dalla Sapienza divina. È evidente che una comunione che si fondasse sull’accettazione di una tale affermazione, o che la includesse, non potrebbe essere cattolica, poiché includerebbe un peccato contro il primo comandamento e la negazione del primo articolo del Credo. Ritengo che una simile affermazione sia più di un semplice errore: è semplicemente inconcepibile. Essa non può essere il fondamento di una comunione cattolica, ma piuttosto la causa della sua dissoluzione. Penso che un cattolico dovrebbe preferire il martirio piuttosto che accettare una tale affermazione. In tutto il mondo la presa di coscienza degli errori denunciati da lungo tempo dalla Fraternità sta progredendo, in particolare su internet. Non sarebbe opportuno lasciare che questo movimento si sviluppi, facendo fiducia alla Provvidenza, piuttosto che intervenire con un gesto pubblico forte come delle consacrazioni episcopali? Questo movimento è certamente positivo e incoraggiante. Esso illustra senza dubbio la fondatezza di ciò che la Fraternità difende, e vi è motivo di sostenere questa diffusione della verità con tutti i mezzi esistenti. Detto questo, si tratta di un movimento che ha i suoi limiti, poiché la battaglia della fede non può ridursi né esaurirsi in discussioni e prese di posizione che hanno come teatro il web o i social network. La santificazione di un’anima dipende certamente da una professione di fede autentica, ma questa deve sfociare in una vera vita cristiana. Ora, la domenica le anime non hanno bisogno di consultare una piattaforma internet: hanno bisogno di un sacerdote che le confessi e le istruisca, che celebri per loro la santa Messa, che le santifichi realmente e le conduca a Dio. Le anime hanno bisogno di sacerdoti. Ora, per avere sacerdoti, occorrono dei vescovi. Non degli «influencer». In altre parole, occorre tornare al reale, cioè al reale delle anime e delle loro necessità oggettive e concrete. Le consacrazioni episcopali non hanno altra finalità che garantire, per i fedeli legati alla Tradizione, l’amministrazione del sacramento della Confermazione, dell’Ordine e di tutto ciò che ne consegue. Non pensa che, nonostante le sue buone intenzioni, la Fraternità possa in qualche modo finire per identificarsi essa stessa con la Chiesa, o attribuirsi un ruolo insostituibile? In nessun modo la Fraternità pretende di sostituirsi alla Chiesa o di assumerne la missione; al contrario, essa conserva una profonda consapevolezza di esistere unicamente per servirla, fondandosi esclusivamente su ciò che la Chiesa stessa ha sempre e universalmente predicato, creduto e praticato. La Fraternità è altresì profondamente consapevole che non è essa a salvare la Chiesa, poiché unicamente Nostro Signore custodisce e salva la sua Sposa, Lui che non cessa mai di vigilare su di lei. La Fraternità è semplicemente, in circostanze che non ha scelto, un mezzo privilegiato per rimanere fedeli alla Chiesa. Attenta alla missione della sua Madre, che per venti secoli ha nutrito i suoi figli con la dottrina e i sacramenti, la Fraternità si consacra filialmente alla conservazione e alla difesa della Tradizione integrale, adottando i mezzi di una libertà senza eguali per restare fedele a tale eredità. Secondo l’espressione di mons. Lefebvre, la Fraternità non è che un’opera «della Chiesa cattolica, che continua a trasmettere la dottrina»; il suo ruolo è quello di un «fattorino che porta una lettera». E non desidera altro che vedere tutti i pastori cattolici unirsi ad essa nel compimento di questo dovere. Torniamo al Papa. Ritiene realistico pensare che il Santo Padre possa accettare, o almeno tollerare, che la Fraternità consacri dei vescovi senza mandato pontificio? Un Papa è anzitutto un padre. In quanto tale, egli è capace di discernere un’intenzione retta, una volontà sincera di servire la Chiesa e, soprattutto, un vero caso di coscienza in una situazione eccezionale. Questi elementi sono oggettivi e tutti coloro che conoscono la Fraternità possono riconoscerli, anche senza necessariamente condividere le sue posizioni. Questo è comprensibile in teoria. Ma pensa che, concretamente, Roma possa tollerare una tale decisione da parte della Fraternità? Il futuro resta nelle mani del Santo Padre e, ovviamente, della Provvidenza. Tuttavia, occorre riconoscere che la Santa Sede è talvolta capace di mostrare un certo pragmatismo, e pure una flessibilità sorprendente, quando è convinta di agire per il bene delle anime. Prendiamo il caso, quanto mai attuale, delle relazioni con il governo cinese. Nonostante un vero e proprio scisma della Chiesa patriottica cinese; nonostante una persecuzione ininterrotta della Chiesa del silenzio, fedele a Roma; nonostante accordi regolarmente rinnovati e poi disattesi dal governo cinese: nel 2023 papa Francesco ha approvato a posteriori la nomina del vescovo di Shanghai da parte delle autorità cinesi. Più recentemente, papa Leone XIV ha a sua volta finito per accettare a posteriori la nomina del vescovo di Xinxiang, designato nello stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, mentre il vescovo fedele a Roma, più volte imprigionato, era ancora in carica. In entrambi i casi si tratta, evidentemente, di prelati filogovernativi, imposti unilateralmente da Pechino con l’obiettivo di controllare la Chiesa cattolica cinese. Va sottolineato che non si tratta qui di semplici vescovi ausiliari, bensì di vescovi residenziali, ossia di pastori ordinari delle rispettive diocesi (o prefetture), dotati di giurisdizione sui sacerdoti e sui fedeli locali. A Roma si sa benissimo con quale scopo questi pastori siano stati scelti e imposti unilateralmente. «La Fraternità San Pio X non mira ad altro che a questo: il bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione». Il caso della Fraternità è ben diverso: per quanto ci riguarda, non si tratta evidentemente di favorire un potere comunista o anticristiano, ma unicamente di salvaguardare i diritti di Cristo Re e della Tradizione della Chiesa, in un momento di crisi e di confusione generale in cui essi risultano gravemente compromessi. Le intenzioni e le finalità non sono ovviamente le stesse. Il Papa lo sa. Inoltre, il Santo Padre sa perfettamente che la Fraternità non intende in alcun modo attribuire ai propri vescovi una qualche giurisdizione, il che equivarrebbe a creare una Chiesa parallela. Francamente, non vedo come il Papa potrebbe temere un pericolo maggiore per le anime dalla parte della Fraternità piuttosto che dalla parte del governo di Pechino. Ritiene che, per quanto riguarda la Messa tradizionale, la necessità delle anime sia oggi grave quanto nel 1988? Dopo le vicissitudini conosciute dal rito di san Pio V, la sua «liberazione» da parte di Benedetto XVI nel 2007, le restrizioni imposte da Francesco nel 2021… in quale direzione ci si avvia con il nuovo Papa? Per quanto mi è dato sapere, papa Leone XIV ha mantenuto una certa discrezione su questo tema, che suscita una grande attesa nel mondo conservatore. Tuttavia, molto recentemente è stato reso pubblico un testo del cardinal Roche sulla liturgia, inizialmente destinato ai cardinali partecipanti al concistoro del mese scorso. E non vi è motivo di dubitare che esso corrisponda, nelle sue linee essenziali, all’orientamento voluto dal Papa. Si tratta di un testo molto chiaro e, soprattutto, logico e coerente. Purtroppo, esso si fonda su una premessa falsa. Concretamente, questo testo, in perfetta continuità con Traditionis custodes, condanna il progetto liturgico di papa Benedetto XVI. Secondo quest’ultimo, il rito antico e quello nuovo sarebbero due forme sostanzialmente equivalenti, che esprimono comunque la stessa fede e la stessa ecclesiologia e che, di conseguenza, potrebbero arricchirsi reciprocamente. Preoccupato per l’unità della Chiesa, Benedetto XVI ebbe quindi a cuore di promuovere la coesistenza dei due riti e pubblicò nel 2007 il Summorum Pontificum. Provvidenzialmente, ciò permise a molti la riscoperta della Messa di sempre, ma col tempo provocò pure un movimento di messa in discussione del nuovo rito; questo movimento fu percepito come molto problematico e, nel 2021, Traditionis custodes cercò di arginarlo. Fedele a Francesco, il cardinal Roche promuove a sua volta l’unità della Chiesa, ma secondo un’idea e con mezzi diametralmente opposti a quelli di Benedetto XVI: pur mantenendo l’affermazione di una continuità tra i riti attraverso la riforma, egli si oppone fermamente alla loro coesistenza. Vi vede una fonte di divisione, una minaccia per l’unità, che occorre superare tornando a una autentica comunione liturgica: «il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge “congelando” la divisione, ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può che essere condiviso». Nella Chiesa «sommamente conviene che uno solo sia il rito» in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione. Principio giusto e coerente, poiché la Chiesa, avendo una sola fede e una sola ecclesiologia, non può avere che una sola liturgia che le esprima adeguatamente… Ma principio applicato in modo errato, poiché, coerentemente con la nuova ecclesiologia postconciliare, il cardinal Roche concepisce la Tradizione come evolutiva e il nuovo rito come sua unica espressione vivente per il nostro tempo; il valore del rito tridentino non può dunque che essere considerato superato, e il suo uso, al massimo, una «concessione», «in alcun modo una sua promozione». Che vi sia dunque una «divisione» e un’incompatibilità attuale tra i due riti: questo appare ormai più chiaro. Ma non ci si inganni: l’unica liturgia che esprime adeguatamente, in modo immutabile e non evolutivo, la concezione tradizionale della Chiesa, della vita cristiana e del sacerdozio cattolico è quella di sempre. Su questo punto, l’opposizione della Santa Sede sembra più che mai irrevocabile. Il cardinal Roche ha comunque l’onestà di riconoscere che sussistono ancora alcuni problemi nell’attuazione della riforma liturgica. Pensa che ciò possa condurre a una presa di coscienza dei limiti di questa riforma? È interessante constatare che, dopo sessant’anni, si ammette ancora una reale difficoltà nell’applicazione della riforma liturgica, della quale si dovrebbe poter scoprire la ricchezza: è un ritornello che si sente da sempre, ogni volta che si affronta questo argomento, e che il testo del cardinal Roche non elude. Ma invece di interrogarsi sinceramente sulle carenze intrinseche della nuova Messa e, dunque, sul fallimento globale di questa riforma; invece di prendere atto del fatto che le chiese si svuotano e che le vocazioni diminuiscono; invece di chiedersi perché il rito tridentino continui ad attirare tante anime… il cardinal Roche non vede come unica soluzione che una urgente formazione preliminare dei fedeli e dei seminaristi. Senza rendersene conto, egli entra così in un circolo vizioso: infatti è la liturgia stessa che dovrebbe formare le anime. Per quasi duemila anni, le anime, spesso analfabete, sono state edificate e santificate dalla liturgia stessa, senza bisogno di alcuna formazione previa. Non riconoscere l’incapacità intrinseca del Novus Ordo di edificare le anime, esigendo ancora una migliore formazione, mi sembra essere il segno di un accecamento irrimediabile. Si giunge così a paradossi sconcertanti: la riforma è stata voluta proprio per favorire la partecipazione dei fedeli; ora questi hanno abbandonato in massa la Chiesa, perché questa liturgia insipida non ha saputo nutrirli; e tutto ciò non avrebbe nulla a che fare con la riforma stessa! Oggi, in molti Paesi, gruppi esterni alla Fraternità beneficiano ancora dell’uso del Messale del 1962. Tali possibilità non esistevano quasi affatto nel 1988. Non potrebbero costituire, per il momento, un’alternativa sufficiente, rendendo premature nuove consacrazioni episcopali? La domanda che dobbiamo porci è la seguente: queste possibilità corrispondono davvero a ciò di cui la Chiesa e le anime hanno bisogno? Rispondono in modo sufficiente alla necessità delle anime? È innegabile che, laddove venga celebrata la Messa tradizionale, è il vero rito della Chiesa che risplende, con quel profondo senso del sacro che non si ritrova nel nuovo rito. Tuttavia, non si può fare astrazione dal contesto nel quale tali celebrazioni hanno luogo. Ora, indipendentemente dalla buona volontà degli uni o degli altri, il quadro appare chiaro, soprattutto a partire da Traditionis custodes, come confermato dal cardinal Roche: si tratta di una Chiesa nella quale l’unico rito ufficiale «normale» è quello di Paolo VI. La celebrazione del rito di sempre avviene pertanto sotto un regime che è quello dell’eccezione: gli aderenti a questo rito ricevono, per benevola concessione, delle deroghe che permettono loro di celebrarlo, ma tali concessioni si inseriscono in una logica che è quella della nuova ecclesiologia e presuppongono dunque che la nuova liturgia rimanga il criterio della pietà dei fedeli e l’autentica espressione della vita della Chiesa. Perché considera che non si può fare astrazione da questo quadro di eccezione? Non si compie del bene nonostante tutto? Quali conseguenze concrete sarebbero da deplorare? Da questa situazione derivano almeno tre conseguenze nocive. La più immediata è quella di una profonda fragilità strutturale. I sacerdoti e i fedeli che godono di determinati privilegi che consentono loro l’uso della liturgia tridentina vivono nell’angoscia del domani: un privilegio non è un diritto. Finché l’autorità li tollera, possono svolgere la loro pratica religiosa senza essere disturbati. Ma non appena l’autorità formula determinate esigenze, impone condizioni o revoca improvvisamente, per una ragione o per un’altra, le autorizzazioni concesse, sacerdoti e fedeli si ritrovano in una situazione di conflitto, senza alcun mezzo per difendersi e garantire efficacemente quegli aiuti tradizionali che le anime hanno diritto di attendersi. Ora, come evitare in modo duraturo tali casi di coscienza, quando tra due concezioni inconciliabili della vita della Chiesa, incarnate in due liturgie incompatibili, una gode di diritto di cittadinanza mentre l’altra è soltanto tollerata? In secondo luogo – ed è probabilmente più grave – non viene più compresa la ragione dell’attaccamento di questi gruppi alla liturgia tridentina, compromettendo gravemente i diritti pubblici della Tradizione della Chiesa e, con ciò, il bene delle anime. Infatti, se la Messa di sempre può accettare che la Messa moderna sia celebrata in tutta la Chiesa e se per sé non rivendica che un privilegio particolare, legato a una preferenza o a un carisma proprio, come comprendere che questa Messa di sempre si opponga in modo irrimediabile alla Messa nuova, rimanga l’unica vera liturgia di tutta la Chiesa e che nessuno possa essere impedito di celebrarla? Come comprendere che la Messa di Paolo VI non possa essere riconosciuta, perché costituisce un notevole allontanamento dalla teologia cattolica della santa Messa, e che nessuno possa essere costretto a celebrarla? E come vengono efficacemente distolte le anime da questa liturgia avvelenata, per abbeverarsi alle fonti pure della liturgia cattolica? Infine, conseguenza più remota che deriva dalle due precedenti, la necessità di non compromettere, con un comportamento che disturba, una stabilità fragile, riduce molti pastori a un silenzio forzato, quando invece sarebbe necessario levarsi contro questo o quell’insegnamento scandaloso che corrompe la fede o la morale. La necessaria denuncia degli errori che demoliscano la Chiesa, richiesta dal bene stesso delle anime minacciate da questo nutrimento avvelenato, ne risulta paralizzata. Si illumina in privato l’uno o l’altro, quando si riesce ancora a discernere la nocività di tale o talaltro errore, ma non è più che un timido sussurro, in cui la verità fatica a esprimersi con la libertà richiesta… soprattutto quando si tratta di combattere principi tacitamente ammessi. Anche in questo caso sono le anime a non essere più illuminate e a essere private del pane della dottrina di cui tuttavia restano affamate: col tempo ciò modifica progressivamente le mentalità e conduce poco a poco all’accettazione generale e inconscia delle diverse riforme che toccano la vita della Chiesa. Anche verso queste anime la Fraternità sente la responsabilità di illuminarle e di non abbandonarle. Non si tratta di muovere rimproveri né di giudicare chicchessia, ma di aprire gli occhi e constatare i fatti. Ora, siamo costretti a riconoscere che, nella misura in cui l’uso della liturgia tradizionale rimane condizionato dall’accettazione almeno implicita delle riforme conciliari, i gruppi che ne beneficiano non possono costituire una risposta adeguata alle necessità profonde che conoscono la Chiesa e le anime. Al contrario, per riprendere un’idea già espressa, occorre poter offrire ai cattolici di oggi una verità senza concessioni, servita senza condizionamenti, con i mezzi per viverla integralmente, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa. Detto questo, non pensa che Roma possa mostrarsi più generosa in futuro nei confronti della Messa tradizionale? Non è impossibile che Roma possa adottare in futuro un atteggiamento più aperto, come è già avvenuto nel 1988, in circostanze analoghe, quando il messale antico fu concesso ad alcuni gruppi nel tentativo di distogliere i fedeli dalla Fraternità. Se ciò dovesse accadere di nuovo, sarebbe una scelta molto politica e ben poco dottrinale: il Messale tridentino è destinato esclusivamente ad adorare la maestà divina e a nutrire la fede; non può essere strumentalizzato come un dispositivo di aggiustamento pastorale o come una variabile di pacificazione. Detto questo, una benevolenza più o meno grande non cambierebbe nulla della nocività del quadro descritto sopra e, pertanto, non modificherebbe sostanzialmente la situazione. D’altra parte, lo scenario è in realtà più complesso: a Roma, papa Francesco e il cardinal Roche hanno ben constatato che, ampliando l’uso del Messale di san Pio V, si innesca inevitabilmente una messa in discussione della riforma liturgica e del Concilio, in proporzioni fastidiose e soprattutto incontrollabili. È dunque difficile prevedere ciò che accadrà, ma il pericolo di un irrigidimento in logiche più politiche che dottrinali è reale. Che cosa vorrebbe dire in modo particolare ai fedeli e ai membri della Fraternità? Vorrei dire loro che il momento presente è anzitutto un tempo di preghiera, di preparazione dei cuori, delle anime e anche delle intelligenze, al fine di disporsi alla grazia che queste consacrazioni rappresentano per tutta la Chiesa. Il tutto nel raccoglimento, nella pace e nella fiducia nella Provvidenza, che non ha mai abbandonato la Fraternità e che non la abbandonerà neppure ora. Spera ancora di poter incontrare il Papa? Sì, certamente! Mi sembra estremamente importante poter conferire con il Santo Padre, e vi sono molte cose che sarei lieto di condividere con lui, che non ho potuto scrivergli. Purtroppo, la risposta ricevuta da parte del cardinal Fernández non prevede un’udienza con il Papa. Essa evoca invece la minaccia di nuove sanzioni. Che cosa farà la Fraternità se la Santa Sede decidesse di condannarla? Anzitutto, ricordiamo che, in simili circostanze, eventuali pene canoniche non avrebbero alcun effetto reale. Tuttavia, se dovessero essere pronunciate, è certo che la Fraternità, senza alcuna amarezza, accetterebbe questa nuova sofferenza come ha saputo accettare quelle passate, e la offrirebbe sinceramente per il bene della Chiesa stessa. È per la Chiesa che la Fraternità lavora. E non dubita che, se una tale situazione dovesse verificarsi, non potrebbe che essere temporanea; poiché la Chiesa è divina e Nostro Signore non l’abbandona. La Fraternità continuerà dunque a operare al meglio nella fedeltà alla Tradizione cattolica e a servire umilmente la Chiesa rispondendo alle necessità delle anime. Continuerà anche a pregare filialmente per il Papa, come ha sempre fatto, nell’attesa di poter essere un giorno liberata da eventuali sanzioni ingiuste, come avvenne nel 2009. Siamo certi che un giorno le autorità romane riconosceranno con gratitudine che queste consacrazioni episcopali avranno contribuito in modo provvidenziale a mantenere la fede, per la maggiore gloria di Dio e la salvezza delle anime. Intervista data a Flavigny-sur-Ozerain il 2 febbraio 2026 nella festa della Purificazione della Beatissima Vergine Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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