Spirito
Monsignor Eleganti: il Vaticano II contiene «ambiguità», i giovani cattolici amano la Messa in latino
Renovatio 21 pubblica la traduzione di questo testo di monsignor Eleganti, già vescovo di Coira, in Isvizzera, apparso sul sito LifeSiteNews. Teniamo a precisare che, a differenza del prelato elvetico, Renovatio 21 ritiene che il Concilio Vaticano II vada ritirato in toto, e il Vaticano vada riportato alla tradizione millenaria della Chiesa di Cristo. Risulta sempre più evidente che sempre più voci ecclesiastiche si stiano rendendo conto dell’errore conciliare e della crisi che esso ha sprigionato. Ed è oramai incontrovertibile che la domanda di sacro delle nuove generazioni non può trovare altra risposta che la Santa Messa in rito tridentino.
Personalmente, faccio una distinzione tra il Vaticano I, che ha presentato una dogmatizzazione infallibile, e il Vaticano II, che ha dichiarato apertamente di voler essere (solo) un concilio pastorale. È comprensibile che abbia voluto incorporare le principali dichiarazioni del Vaticano I nella collegialità dei vescovi per raggiungere un certo equilibrio nel rapporto tra il papa e i vescovi. Ciò non significa che si possa o si possa tagliare il contenuto del Concilio Vaticano I.
Tuttavia, già da giovane avevo notato che molti passaggi del Vaticano II sono aperti all’interpretazione e hanno un carattere molto forte di compromesso o una certa ambiguità, cosa che mi infastidiva anche allora. Ero un novizio di 20 anni. Da chierichetto, ho sperimentato con quanta brutalità ed eccessiva intensità è stata imposta una riforma liturgica che non era stata voluta dai Padri conciliari né si può dedurre dai testi.
Come chierichetto, sono stato riqualificato dal vecchio al nuovo rito. Erano le commissioni (Bugnini) piuttosto che i padri conciliari a essere al lavoro. Certamente, alcuni sono tornati a casa dal concilio per interpretare il margine di manovra offerto dai testi conciliari nel modo più ampio possibile. Nel tempo, anche Ratzinger e Wojtyla hanno assunto una visione più critica di questo. Oggi, purtroppo, molte persone si stanno allontanando dai testi stessi, anche quando dovrebbero aderire al concilio.
Penso che allora (anni Sessanta), come nella sfera secolare (progressismo), ci fosse un entusiasmo e una fiducia esagerati nell’ecumenismo. Non possiamo più andare avanti con questa generazione.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
I giovani credenti di oggi, come ho potuto vedere molto bene da giovane vescovo, non sanno nulla del concilio e non ne sono interessati. Hanno letto a malapena i testi, ma si sentono attratti dalla vecchia liturgia [la messa latina tradizionale] senza essere ideologici. C’è anche una chiara svolta conservatrice nel giovane clero come reazione agli ultimi 50 anni di «riforma della chiesa».
Credo che i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI fossero ancora troppo strettamente intrecciati biograficamente con il Vaticano II per poter affrontare la generazione di domani con una maggiore libertà interiore. Sono piuttosto critico su alcune cose del pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Tuttavia, con il suo appello a un’ermeneutica della continuità invece che di quella della rottura, quest’ultimo ha chiaramente colto il problema fin dal Vaticano II. Il cardinale [Léo Jozef] Suenens ha parlato di una rivoluzione simile alla Rivoluzione francese, che ha distrutto l’ordine sociale cattolico dell’«Ancien régime».
Quando si tratta di ecumenismo, ho da tempo cessato di condividere l’ottimismo del concilio. Gli sforzi hanno solo migliorato l’atmosfera, ma non hanno portato unità. Abbiamo anche smantellato gran parte della nostra sostanza cattolica ovunque e l’abbiamo messa in discussione senza che emergesse alcuna vera unità ecclesiale. Le divisioni continuano persino (cfr. la Chiesa anglicana; il ritiro della Chiesa copta dopo Fiducia supplicans; la rottura tra la Chiesa greco-ortodossa (Bartolomeo) e la Chiesa ortodossa russa (Cirillo); Ucraina/Kiev e Mosca/Cirillo; le divisioni all’interno della Chiesa cattolica sotto questo pontificato (cfr., ad esempio, le reazioni di intere conferenze episcopali a Fiducia supplicans). Tutto ciò potrebbe peggiorare ulteriormente.
Il Vaticano II, con il suo approccio pastorale, piuttosto antidogmatico, va compreso nel contesto del suo tempo e deve essere letto in modo un po’ più differenziato oggi, mentre d’altra parte (questo è il mio punto), la dogmatizzazione dell’ufficio petrino conserva una certa normatività senza tempo a cui non possiamo fare concessioni per sviluppare un esercizio dell’ufficio petrino che non sia all’altezza del contenuto e della formulazione del dogma.
Una rilettura storica di questo Concilio, che è anche possibile, non deve quindi buttare via il bambino con l’acqua sporca attraverso una cosiddetta riformulazione. Questo non sarebbe un progresso. Sono convinto che l’unità esista solo nella (piena) verità. Finché quest’ultima non viene raggiunta, rimane inesistente. «L’amore» non può cambiare questo.
In tutti i dialoghi, dobbiamo partire dalla verità e rimanere in essa. Tuttavia, proprio come nella società, spesso prevalgono i sentimenti e gli interessi (potere), non la verità oggettiva.
Personalmente, preferirei impegnarmi per la cooperazione e propagare questo accordo in questioni come la pace, dove si può raggiungere un accordo. Ma pensare che potremmo riportare le denominazioni protestanti (comunità) a un’unità di fede con noi attraverso colloqui di consenso senza che si convertano alla fede cattolica rimane per me un’illusione. Dopo tutto, vogliono dichiaratamente rimanere protestanti e non tornare all’ecumenismo. «Quindi non hanno fatto nulla di sbagliato nel XVI secolo».
È altrettanto disperato con gli ortodossi in un altro modo. Se non riescono a raggiungere l’unità tra loro, come possono raggiungerla con noi, di tutte le persone, e con un altro patriarcato? Credo che «Vicario di Cristo» sia elencato anche tra i titoli storici nell’Annuario Pontificio. Perché? E perché «Patriarca d’Occidente» di tutte le cose vi appare di nuovo? I pentecostali si stanno espandendo con sicurezza e sono probabilmente convinti che noi cattolici secolarizzati non crediamo più veramente. Lo pensano anche gli ortodossi, che spesso ci trattano come una setta a livello di base, almeno quando si viaggia all’estero.
Mi aspetto unità da Cristo, che tornerà di nuovo nella gloria. Argomentativamente, come nella precedente forma di ecumenismo, che presuppone sempre che gli altri possano rimanere con se stessi, proprio come noi, questa unità semplicemente non può essere ottenuta o raggiunta (argomentativamente; discussioni consensuali).
Aiuta Renovatio 21
Non sono mai stato in grado di convincere nessuno di qualcosa con un’argomentazione se la grazia non gli avesse prima dato una visione interiore prima ancora che io avessi aperto bocca con lui. Saulo fu convertito dalla luce interiore, non dagli argomenti di Anania.
Non dobbiamo decostruire la verità in alcun aspetto (parziale) di essa, ad esempio, scomponendo la Resurrezione in «la causa di Gesù continua» per convincere gli Ateniesi (fino a questo punto probabilmente avrebbero concordato), per i quali l’intera, cruda verità della Resurrezione corporea di Gesù era la ragione per abbandonare il dialogo (su questo un’altra volta).
Se dovessimo fare lo stesso con l’ufficio petrino, sarebbe sicuramente un errore per me. In altre parole: primato onorario; ministero dell’amore; presidenza di sinodi e concili; moderazione; mediatore; portavoce; primus inter pares; etc.
Tutto questo affermato (cioè accettato), ma senza potere chiave nel senso del Vaticano I, cioè senza giurisdizione e potere di definizione su tutta la Chiesa (in questo caso intesa piuttosto come communio ecclesiarum).
Per me, questa sarebbe una verità decostruita che è stata declassata nel modo descritto, e che, peraltro, è stata definita infallibilmente nel Vaticano I, ma che non è accettata dai cristiani separati (massima richiesta).
I sostenitori potrebbero rispondere: «Ma almeno abbiamo ottenuto qualcosa, un primato d’onor». La mia risposta: ma non l’unità nella verità. E anche in molti altri ambiti visibili rimaniamo divisi e contraddittori come prima.
Se questo è ciò che Giovanni Paolo II aveva in mente con la sua offerta (Ut unum sint 95), allora secondo me si è sbagliato tanto quanto quando ha baciato il Corano. A meno che uno non faccia tipicamente astrazione dalla verità (cioè dalla propria pretesa di verità) e non veda in questo gesto solo una dichiarazione d’onore verso ciò che è sacro per l’altro (ma non per me).
Tuttavia, come puoi baciare il Vangelo nella liturgia e il Corano in un incontro, soprattutto quando sai come lo vedono o lo interpretano i musulmani?
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Intervista con il Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X
«Suprema lex, salus animarum»
«“La legge suprema è la salvezza delle anime.” È da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato». FSSPX.Attualità: Reverendo Superiore generale, lei ha appena annunciato pubblicamente la sua intenzione di procedere a consacrazioni episcopali per la Fraternità San Pio X il prossimo 1º luglio. Perché aver fatto questo annuncio oggi, 2 febbraio? Don Davide Pagliarani: La festa della Purificazione della Beatissima Vergine è molto significativa nella Fraternità. È il giorno in cui i candidati al sacerdozio rivestono la talare. La Presentazione di Nostro Signore al Tempio, che celebriamo oggi, ricorda loro che la chiave della loro formazione e della loro preparazione agli Ordini risiede nel dono di sé, che passa attraverso le mani di Maria. È una festa mariana di estrema importanza, poiché, annunciando alla Madonna una spada di dolore, Simeone mostra chiaramente il suo ruolo di corredentrice accanto al suo divin Figlio. La si vede associata a Nostro Signore fin dall’inizio della sua vita terrena e fino al compimento del suo sacrificio sul Calvario. Allo stesso modo, la Madonna accompagna il futuro sacerdote nella sua formazione e durante tutta la sua vita: è lei che continua a formare Nostro Signore nella sua anima. Questo annuncio è stato preceduto da varie voci negli ultimi mesi, in particolare dopo la morte di mons. Tissier de Mallerais, nell’ottobre 2024. Perché ha atteso fino ad ora? Come a suo tempo mons. Lefebvre, la Fraternità ha sempre avuto la preoccupazione di non precedere la Provvidenza, ma di seguirla, lasciandosi guidare dalle sue indicazioni. Una decisione di tale importanza non può essere presa con leggerezza né nella precipitazione. Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità che deve essere reale ed essa stessa estrema. La semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondervi, qualunque iniziativa sia di per sé giustificata. In particolare, poiché si tratta di una questione che riguarda evidentemente l’autorità suprema della Chiesa, era necessario intraprendere anzitutto un passo presso la Santa Sede – cosa che abbiamo fatto – e attendere un termine ragionevole per permetterle di rispondere. Non è una decisione che avremmo potuto prendere senza manifestare concretamente il nostro riconoscimento dell’autorità del Santo Padre. Nella sua omelia, lei ha detto di aver scritto al papa. Potrebbe dirci qualcosa di più? La scorsa estate ho scritto al Santo Padre per chiedergli un’udienza. Non avendo ricevuto risposta, gli ho scritto una nuova lettera alcuni mesi più tardi, in modo semplice e filiale, senza nascondergli nulla delle nostre necessità. Ho menzionato le nostre divergenze dottrinali, ma anche il nostro sincero desiderio di servire incessantemente la Chiesa cattolica, poiché siamo servitori della Chiesa nonostante il nostro statuto canonico non riconosciuto. A questa seconda lettera ci è giunta alcuni giorni fa una risposta da Roma, da parte del cardinal Fernández. Purtroppo, essa non prende in alcuna considerazione la proposta che abbiamo formulato e non propone nulla che risponda alle nostre richieste. Questa proposta, tenuto conto delle circostanze del tutto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere che la Santa Sede accetti di lasciarci continuare temporaneamente nella nostra situazione di eccezione, per il bene delle anime che si rivolgono a noi. Abbiamo promesso al Papa di spendere tutte le nostre energie per la salvaguardia della Tradizione e per fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa. Mi sembra che una tale proposta sia al tempo stesso realistica e ragionevole, e che potrebbe, di per sé, essere accettata dal Santo Padre. Ma allora, se non ha ancora ricevuto questo assenso, perché ritiene di dover comunque procedere a consacrazioni episcopali? Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità reale e anch’essa estrema. Certamente, la semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondervi, qualsiasi iniziativa sia automaticamente giustificata. Ma nel nostro caso, dopo un lungo periodo di attesa, di osservazione e di preghiera, ci sembra di poter dire oggi che lo stato oggettivo di grave necessità in cui si trovano le anime, la Fraternità e la Chiesa esige una tale decisione. Con l’eredità che ci ha lasciato papa Francesco, le ragioni di fondo che avevano già giustificato le consacrazioni del 1988 sussistono ancora pienamente e appaiono anzi, sotto molti aspetti, di rinnovata acutezza. Il Concilio Vaticano II rimane più che mai la bussola che guida gli uomini di Chiesa, e verosimilmente essi non prenderanno un’altra direzione in un prossimo futuro. Le grandi linee che già si delineano per il nuovo pontificato, in particolare attraverso l’ultimo concistoro, non fanno che confermarlo: vi si vede una determinazione esplicita a mantenere la linea di Francesco come un cammino irreversibile per tutta la Chiesa. «Abbiamo promesso al papa di spendere tutte le nostre energie per la salvaguardia della Tradizione e per fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa». È triste constatarlo, ma è un fatto: in una parrocchia ordinaria i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurare la loro salvezza eterna. Ciò riguarda in particolare la predicazione integrale della verità e della morale cattoliche, nonché l’amministrazione dei sacramenti così come la Chiesa li ha sempre amministrati. In questo consiste lo stato di necessità. In questo contesto critico, i nostri vescovi avanzano in età e, con la crescita continua dell’apostolato, non sono più in grado di rispondere alle richieste dei fedeli nel mondo intero. In che modo ritiene che il concistoro del mese scorso confermi la direzione intrapresa da papa Francesco? Il cardinal Fernández, a nome di papa Leone, ha invitato la Chiesa a ritornare all’intuizione fondamentale di Francesco, espressa in Evangelii gaudium, la sua enciclica chiave: semplificando un po’, si tratta di ridurre l’annuncio del Vangelo alla sua espressione primitiva ed essenziale, in formule molto concise e incisive – il «kerygma» –, in vista di una «esperienza», di un incontro immediato con Cristo, lasciando da parte tutto il resto, per quanto prezioso possa essere – concretamente, l’insieme degli elementi della Tradizione, considerati come accessori e secondari. È questo metodo di nuova evangelizzazione che ha prodotto il vuoto dottrinale caratteristico del pontificato di Francesco, fortemente avvertito da un intero settore della Chiesa. Certo, in questa prospettiva occorre sempre preoccuparsi di fornire risposte nuove e adeguate alle questioni che emergono; ma tale compito deve realizzarsi attraverso la riforma sinodale, e non mediante la riscoperta delle risposte classiche e sempre valide offerte dalla Tradizione della Chiesa. È in questo modo, nel «soffio dello Spirito» di questa riforma sinodale, che Francesco è stato capace di imporre all’intera Chiesa decisioni catastrofiche, come quella che autorizza la comunione dei divorziati risposati o la benedizione delle coppie dello stesso sesso. In sintesi: mediante il «kerygma» si isola l’annuncio del Vangelo da tutto il corpus della dottrina e della morale tradizionali; e mediante la sinodalità si sostituiscono le risposte tradizionali con decisioni aleatorie, facilmente assurde e dottrinalmente ingiustificabili. Lo stesso cardinal Zen ritiene che questo metodo sia manipolatorio e che attribuirlo allo Spirito Santo sia blasfemo. Temo, purtroppo, che egli abbia ragione. Lei parla di servizio alla Chiesa, ma nella pratica la Fraternità può dare l’impressione di sfidare la Chiesa, soprattutto se si prendono in considerazione consacrazioni episcopali. Come lo spiega al papa? Serviamo la Chiesa anzitutto servendo le anime. Questo è un fatto oggettivo, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione. La Chiesa, fondamentalmente, esiste per le anime: ha come fine la loro santificazione e la loro salvezza. Tutti i bei discorsi, i dibattiti più diversi, i grandi temi su cui si discute o si potrebbe discutere, non hanno alcun senso se non hanno come obiettivo la salvezza delle anime. È importante ricordarlo, perché oggi esiste un pericolo, per la Chiesa, di occuparsi di tutto e di niente. La preoccupazione ecologica, per esempio, o l’attenzione ai diritti delle minoranze, delle donne o dei migranti, rischiano di far perdere di vista la missione essenziale della Chiesa. Se la Fraternità San Pio X lotta per conservare la Tradizione, con tutto ciò che essa comporta, è unicamente perché questi tesori sono assolutamente indispensabili per la salvezza delle anime, e perché essa non mira ad altro che a questo: il bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione. «In una parrocchia ordinaria, i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurare la loro salvezza eterna. In questo consiste lo stato di necessità». Così facendo, mettiamo al servizio della Chiesa stessa ciò che custodiamo. Offriamo alla Chiesa non un museo di cose antiche e polverose, ma la Tradizione nella sua pienezza e nella sua fecondità, la Tradizione che santifica le anime, che le trasforma, che suscita vocazioni e famiglie autenticamente cattoliche. In altre parole, è per il Papa stesso, in quanto tale, che custodiamo questo tesoro, fino al giorno in cui se ne comprenderà nuovamente il valore e in cui un Papa vorrà servirsene per il bene di tutta la Chiesa. Poiché è a quest’ultima che la Tradizione appartiene. Lei parla del bene delle anime, ma la Fraternità non ha una missione sulle anime. Al contrario, essa è stata canonicamente soppressa da più di cinquant’anni. A che titolo si può giustificare una qualsivoglia missione della Fraternità presso le anime? Si tratta semplicemente di una questione di carità. Non vogliamo attribuirci una missione che non abbiamo. Ma, allo stesso tempo, non possiamo rifiutarci di rispondere alla miseria spirituale delle anime che, sempre più, si trovano perplesse, disorientate, smarrite. Esse chiedono aiuto. E dopo aver cercato a lungo, trovano, con profonda gioia, luce e conforto nelle ricchezze della Tradizione della Chiesa, integralmente vissuta. Su queste anime abbiamo una vera responsabilità, anche se non siamo investiti di una missione ufficiale: se qualcuno vede per strada una persona in pericolo, è tenuto a soccorrerla secondo le proprie possibilità, anche se non è né pompiere né poliziotto. Il numero delle anime che si sono così rivolte a noi è cresciuto senza cessare nel corso degli anni ed è aumentato considerevolmente nell’ultimo decennio. Ignorare i loro bisogni e abbandonarle significherebbe tradirle e, con ciò stesso, tradire la Chiesa, poiché, ancora una volta, la Chiesa esiste per le anime e non per alimentare discorsi vani e futili. Questa carità è un dovere che comanda tutti gli altri. È lo stesso diritto della Chiesa a prevederlo. Nello spirito del diritto ecclesiastico, espressione giuridica di questa carità, il bene delle anime viene prima di tutto. Esso rappresenta la legge delle leggi, alla quale tutte le altre sono subordinate e contro la quale nessuna legge ecclesiastica può prevalere. L’assioma «suprema lex, salus animarum: la legge suprema è la salvezza delle anime» è una massima classica della tradizione canonica, ripresa esplicitamente, del resto, dal canone finale del Codice del 1983; nello stato di necessità attuale, è da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione presso le anime che si rivolgono a noi. Si tratta per noi di un ruolo di supplenza, in nome di questa stessa carità. È consapevole che l’eventualità di consacrazioni episcopali potrebbe porre i fedeli che ricorrono alla Fraternità di fronte a un dilemma: o la scelta della Tradizione integrale con tutto ciò che essa comporta, oppure la «piena» comunione con la gerarchia della Chiesa? Questo dilemma è in realtà solo apparente. È evidente che un cattolico deve allo stesso tempo custodire la Tradizione integrale e la comunione con la gerarchia. Non può scegliere tra questi beni, che sono entrambi necessari. Ma troppo spesso si dimentica che la comunione si fonda essenzialmente sulla fede cattolica, con tutto ciò che essa implica: a cominciare da una vera vita sacramentale e dall’esercizio di un governo che predichi questa stessa fede e la faccia mettere in pratica, usando della propria autorità non in modo arbitrario, ma realmente in vista del bene spirituale delle anime affidate alle sue cure. È proprio per garantire questi fondamenti, queste condizioni necessarie all’esistenza stessa della comunione nella Chiesa, che la Fraternità non può accettare ciò che si oppone a tale comunione e la snatura, anche quando ciò proviene – paradossalmente – da coloro che esercitano l’autorità nella Chiesa. Potrebbe fare un esempio concreto di ciò che la Fraternità non può accettare? Il primo esempio che mi viene in mente risale all’anno 2019, quando papa Francesco, in occasione della sua visita nella penisola arabica, firmò con un imam la famosa Dichiarazione di Abu Dhabi. Egli affermava, insieme al capo musulmano, che la pluralità delle religioni sarebbe stata voluta come tale dalla Sapienza divina. È evidente che una comunione che si fondasse sull’accettazione di una tale affermazione, o che la includesse, non potrebbe essere cattolica, poiché includerebbe un peccato contro il primo comandamento e la negazione del primo articolo del Credo. Ritengo che una simile affermazione sia più di un semplice errore: è semplicemente inconcepibile. Essa non può essere il fondamento di una comunione cattolica, ma piuttosto la causa della sua dissoluzione. Penso che un cattolico dovrebbe preferire il martirio piuttosto che accettare una tale affermazione. In tutto il mondo la presa di coscienza degli errori denunciati da lungo tempo dalla Fraternità sta progredendo, in particolare su internet. Non sarebbe opportuno lasciare che questo movimento si sviluppi, facendo fiducia alla Provvidenza, piuttosto che intervenire con un gesto pubblico forte come delle consacrazioni episcopali? Questo movimento è certamente positivo e incoraggiante. Esso illustra senza dubbio la fondatezza di ciò che la Fraternità difende, e vi è motivo di sostenere questa diffusione della verità con tutti i mezzi esistenti. Detto questo, si tratta di un movimento che ha i suoi limiti, poiché la battaglia della fede non può ridursi né esaurirsi in discussioni e prese di posizione che hanno come teatro il web o i social network. La santificazione di un’anima dipende certamente da una professione di fede autentica, ma questa deve sfociare in una vera vita cristiana. Ora, la domenica le anime non hanno bisogno di consultare una piattaforma internet: hanno bisogno di un sacerdote che le confessi e le istruisca, che celebri per loro la santa Messa, che le santifichi realmente e le conduca a Dio. Le anime hanno bisogno di sacerdoti. Ora, per avere sacerdoti, occorrono dei vescovi. Non degli «influencer». In altre parole, occorre tornare al reale, cioè al reale delle anime e delle loro necessità oggettive e concrete. Le consacrazioni episcopali non hanno altra finalità che garantire, per i fedeli legati alla Tradizione, l’amministrazione del sacramento della Confermazione, dell’Ordine e di tutto ciò che ne consegue. Non pensa che, nonostante le sue buone intenzioni, la Fraternità possa in qualche modo finire per identificarsi essa stessa con la Chiesa, o attribuirsi un ruolo insostituibile? In nessun modo la Fraternità pretende di sostituirsi alla Chiesa o di assumerne la missione; al contrario, essa conserva una profonda consapevolezza di esistere unicamente per servirla, fondandosi esclusivamente su ciò che la Chiesa stessa ha sempre e universalmente predicato, creduto e praticato. La Fraternità è altresì profondamente consapevole che non è essa a salvare la Chiesa, poiché unicamente Nostro Signore custodisce e salva la sua Sposa, Lui che non cessa mai di vigilare su di lei. La Fraternità è semplicemente, in circostanze che non ha scelto, un mezzo privilegiato per rimanere fedeli alla Chiesa. Attenta alla missione della sua Madre, che per venti secoli ha nutrito i suoi figli con la dottrina e i sacramenti, la Fraternità si consacra filialmente alla conservazione e alla difesa della Tradizione integrale, adottando i mezzi di una libertà senza eguali per restare fedele a tale eredità. Secondo l’espressione di mons. Lefebvre, la Fraternità non è che un’opera «della Chiesa cattolica, che continua a trasmettere la dottrina»; il suo ruolo è quello di un «fattorino che porta una lettera». E non desidera altro che vedere tutti i pastori cattolici unirsi ad essa nel compimento di questo dovere. Torniamo al Papa. Ritiene realistico pensare che il Santo Padre possa accettare, o almeno tollerare, che la Fraternità consacri dei vescovi senza mandato pontificio? Un Papa è anzitutto un padre. In quanto tale, egli è capace di discernere un’intenzione retta, una volontà sincera di servire la Chiesa e, soprattutto, un vero caso di coscienza in una situazione eccezionale. Questi elementi sono oggettivi e tutti coloro che conoscono la Fraternità possono riconoscerli, anche senza necessariamente condividere le sue posizioni. Questo è comprensibile in teoria. Ma pensa che, concretamente, Roma possa tollerare una tale decisione da parte della Fraternità? Il futuro resta nelle mani del Santo Padre e, ovviamente, della Provvidenza. Tuttavia, occorre riconoscere che la Santa Sede è talvolta capace di mostrare un certo pragmatismo, e pure una flessibilità sorprendente, quando è convinta di agire per il bene delle anime. Prendiamo il caso, quanto mai attuale, delle relazioni con il governo cinese. Nonostante un vero e proprio scisma della Chiesa patriottica cinese; nonostante una persecuzione ininterrotta della Chiesa del silenzio, fedele a Roma; nonostante accordi regolarmente rinnovati e poi disattesi dal governo cinese: nel 2023 papa Francesco ha approvato a posteriori la nomina del vescovo di Shanghai da parte delle autorità cinesi. Più recentemente, papa Leone XIV ha a sua volta finito per accettare a posteriori la nomina del vescovo di Xinxiang, designato nello stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, mentre il vescovo fedele a Roma, più volte imprigionato, era ancora in carica. In entrambi i casi si tratta, evidentemente, di prelati filogovernativi, imposti unilateralmente da Pechino con l’obiettivo di controllare la Chiesa cattolica cinese. Va sottolineato che non si tratta qui di semplici vescovi ausiliari, bensì di vescovi residenziali, ossia di pastori ordinari delle rispettive diocesi (o prefetture), dotati di giurisdizione sui sacerdoti e sui fedeli locali. A Roma si sa benissimo con quale scopo questi pastori siano stati scelti e imposti unilateralmente. «La Fraternità San Pio X non mira ad altro che a questo: il bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione». Il caso della Fraternità è ben diverso: per quanto ci riguarda, non si tratta evidentemente di favorire un potere comunista o anticristiano, ma unicamente di salvaguardare i diritti di Cristo Re e della Tradizione della Chiesa, in un momento di crisi e di confusione generale in cui essi risultano gravemente compromessi. Le intenzioni e le finalità non sono ovviamente le stesse. Il Papa lo sa. Inoltre, il Santo Padre sa perfettamente che la Fraternità non intende in alcun modo attribuire ai propri vescovi una qualche giurisdizione, il che equivarrebbe a creare una Chiesa parallela. Francamente, non vedo come il Papa potrebbe temere un pericolo maggiore per le anime dalla parte della Fraternità piuttosto che dalla parte del governo di Pechino. Ritiene che, per quanto riguarda la Messa tradizionale, la necessità delle anime sia oggi grave quanto nel 1988? Dopo le vicissitudini conosciute dal rito di san Pio V, la sua «liberazione» da parte di Benedetto XVI nel 2007, le restrizioni imposte da Francesco nel 2021… in quale direzione ci si avvia con il nuovo Papa? Per quanto mi è dato sapere, papa Leone XIV ha mantenuto una certa discrezione su questo tema, che suscita una grande attesa nel mondo conservatore. Tuttavia, molto recentemente è stato reso pubblico un testo del cardinal Roche sulla liturgia, inizialmente destinato ai cardinali partecipanti al concistoro del mese scorso. E non vi è motivo di dubitare che esso corrisponda, nelle sue linee essenziali, all’orientamento voluto dal Papa. Si tratta di un testo molto chiaro e, soprattutto, logico e coerente. Purtroppo, esso si fonda su una premessa falsa. Concretamente, questo testo, in perfetta continuità con Traditionis custodes, condanna il progetto liturgico di papa Benedetto XVI. Secondo quest’ultimo, il rito antico e quello nuovo sarebbero due forme sostanzialmente equivalenti, che esprimono comunque la stessa fede e la stessa ecclesiologia e che, di conseguenza, potrebbero arricchirsi reciprocamente. Preoccupato per l’unità della Chiesa, Benedetto XVI ebbe quindi a cuore di promuovere la coesistenza dei due riti e pubblicò nel 2007 il Summorum Pontificum. Provvidenzialmente, ciò permise a molti la riscoperta della Messa di sempre, ma col tempo provocò pure un movimento di messa in discussione del nuovo rito; questo movimento fu percepito come molto problematico e, nel 2021, Traditionis custodes cercò di arginarlo. Fedele a Francesco, il cardinal Roche promuove a sua volta l’unità della Chiesa, ma secondo un’idea e con mezzi diametralmente opposti a quelli di Benedetto XVI: pur mantenendo l’affermazione di una continuità tra i riti attraverso la riforma, egli si oppone fermamente alla loro coesistenza. Vi vede una fonte di divisione, una minaccia per l’unità, che occorre superare tornando a una autentica comunione liturgica: «il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge “congelando” la divisione, ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può che essere condiviso». Nella Chiesa «sommamente conviene che uno solo sia il rito» in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione. Principio giusto e coerente, poiché la Chiesa, avendo una sola fede e una sola ecclesiologia, non può avere che una sola liturgia che le esprima adeguatamente… Ma principio applicato in modo errato, poiché, coerentemente con la nuova ecclesiologia postconciliare, il cardinal Roche concepisce la Tradizione come evolutiva e il nuovo rito come sua unica espressione vivente per il nostro tempo; il valore del rito tridentino non può dunque che essere considerato superato, e il suo uso, al massimo, una «concessione», «in alcun modo una sua promozione». Che vi sia dunque una «divisione» e un’incompatibilità attuale tra i due riti: questo appare ormai più chiaro. Ma non ci si inganni: l’unica liturgia che esprime adeguatamente, in modo immutabile e non evolutivo, la concezione tradizionale della Chiesa, della vita cristiana e del sacerdozio cattolico è quella di sempre. Su questo punto, l’opposizione della Santa Sede sembra più che mai irrevocabile. Il cardinal Roche ha comunque l’onestà di riconoscere che sussistono ancora alcuni problemi nell’attuazione della riforma liturgica. Pensa che ciò possa condurre a una presa di coscienza dei limiti di questa riforma? È interessante constatare che, dopo sessant’anni, si ammette ancora una reale difficoltà nell’applicazione della riforma liturgica, della quale si dovrebbe poter scoprire la ricchezza: è un ritornello che si sente da sempre, ogni volta che si affronta questo argomento, e che il testo del cardinal Roche non elude. Ma invece di interrogarsi sinceramente sulle carenze intrinseche della nuova Messa e, dunque, sul fallimento globale di questa riforma; invece di prendere atto del fatto che le chiese si svuotano e che le vocazioni diminuiscono; invece di chiedersi perché il rito tridentino continui ad attirare tante anime… il cardinal Roche non vede come unica soluzione che una urgente formazione preliminare dei fedeli e dei seminaristi. Senza rendersene conto, egli entra così in un circolo vizioso: infatti è la liturgia stessa che dovrebbe formare le anime. Per quasi duemila anni, le anime, spesso analfabete, sono state edificate e santificate dalla liturgia stessa, senza bisogno di alcuna formazione previa. Non riconoscere l’incapacità intrinseca del Novus Ordo di edificare le anime, esigendo ancora una migliore formazione, mi sembra essere il segno di un accecamento irrimediabile. Si giunge così a paradossi sconcertanti: la riforma è stata voluta proprio per favorire la partecipazione dei fedeli; ora questi hanno abbandonato in massa la Chiesa, perché questa liturgia insipida non ha saputo nutrirli; e tutto ciò non avrebbe nulla a che fare con la riforma stessa! Oggi, in molti Paesi, gruppi esterni alla Fraternità beneficiano ancora dell’uso del Messale del 1962. Tali possibilità non esistevano quasi affatto nel 1988. Non potrebbero costituire, per il momento, un’alternativa sufficiente, rendendo premature nuove consacrazioni episcopali? La domanda che dobbiamo porci è la seguente: queste possibilità corrispondono davvero a ciò di cui la Chiesa e le anime hanno bisogno? Rispondono in modo sufficiente alla necessità delle anime? È innegabile che, laddove venga celebrata la Messa tradizionale, è il vero rito della Chiesa che risplende, con quel profondo senso del sacro che non si ritrova nel nuovo rito. Tuttavia, non si può fare astrazione dal contesto nel quale tali celebrazioni hanno luogo. Ora, indipendentemente dalla buona volontà degli uni o degli altri, il quadro appare chiaro, soprattutto a partire da Traditionis custodes, come confermato dal cardinal Roche: si tratta di una Chiesa nella quale l’unico rito ufficiale «normale» è quello di Paolo VI. La celebrazione del rito di sempre avviene pertanto sotto un regime che è quello dell’eccezione: gli aderenti a questo rito ricevono, per benevola concessione, delle deroghe che permettono loro di celebrarlo, ma tali concessioni si inseriscono in una logica che è quella della nuova ecclesiologia e presuppongono dunque che la nuova liturgia rimanga il criterio della pietà dei fedeli e l’autentica espressione della vita della Chiesa. Perché considera che non si può fare astrazione da questo quadro di eccezione? Non si compie del bene nonostante tutto? Quali conseguenze concrete sarebbero da deplorare? Da questa situazione derivano almeno tre conseguenze nocive. La più immediata è quella di una profonda fragilità strutturale. I sacerdoti e i fedeli che godono di determinati privilegi che consentono loro l’uso della liturgia tridentina vivono nell’angoscia del domani: un privilegio non è un diritto. Finché l’autorità li tollera, possono svolgere la loro pratica religiosa senza essere disturbati. Ma non appena l’autorità formula determinate esigenze, impone condizioni o revoca improvvisamente, per una ragione o per un’altra, le autorizzazioni concesse, sacerdoti e fedeli si ritrovano in una situazione di conflitto, senza alcun mezzo per difendersi e garantire efficacemente quegli aiuti tradizionali che le anime hanno diritto di attendersi. Ora, come evitare in modo duraturo tali casi di coscienza, quando tra due concezioni inconciliabili della vita della Chiesa, incarnate in due liturgie incompatibili, una gode di diritto di cittadinanza mentre l’altra è soltanto tollerata? In secondo luogo – ed è probabilmente più grave – non viene più compresa la ragione dell’attaccamento di questi gruppi alla liturgia tridentina, compromettendo gravemente i diritti pubblici della Tradizione della Chiesa e, con ciò, il bene delle anime. Infatti, se la Messa di sempre può accettare che la Messa moderna sia celebrata in tutta la Chiesa e se per sé non rivendica che un privilegio particolare, legato a una preferenza o a un carisma proprio, come comprendere che questa Messa di sempre si opponga in modo irrimediabile alla Messa nuova, rimanga l’unica vera liturgia di tutta la Chiesa e che nessuno possa essere impedito di celebrarla? Come comprendere che la Messa di Paolo VI non possa essere riconosciuta, perché costituisce un notevole allontanamento dalla teologia cattolica della santa Messa, e che nessuno possa essere costretto a celebrarla? E come vengono efficacemente distolte le anime da questa liturgia avvelenata, per abbeverarsi alle fonti pure della liturgia cattolica? Infine, conseguenza più remota che deriva dalle due precedenti, la necessità di non compromettere, con un comportamento che disturba, una stabilità fragile, riduce molti pastori a un silenzio forzato, quando invece sarebbe necessario levarsi contro questo o quell’insegnamento scandaloso che corrompe la fede o la morale. La necessaria denuncia degli errori che demoliscano la Chiesa, richiesta dal bene stesso delle anime minacciate da questo nutrimento avvelenato, ne risulta paralizzata. Si illumina in privato l’uno o l’altro, quando si riesce ancora a discernere la nocività di tale o talaltro errore, ma non è più che un timido sussurro, in cui la verità fatica a esprimersi con la libertà richiesta… soprattutto quando si tratta di combattere principi tacitamente ammessi. Anche in questo caso sono le anime a non essere più illuminate e a essere private del pane della dottrina di cui tuttavia restano affamate: col tempo ciò modifica progressivamente le mentalità e conduce poco a poco all’accettazione generale e inconscia delle diverse riforme che toccano la vita della Chiesa. Anche verso queste anime la Fraternità sente la responsabilità di illuminarle e di non abbandonarle. Non si tratta di muovere rimproveri né di giudicare chicchessia, ma di aprire gli occhi e constatare i fatti. Ora, siamo costretti a riconoscere che, nella misura in cui l’uso della liturgia tradizionale rimane condizionato dall’accettazione almeno implicita delle riforme conciliari, i gruppi che ne beneficiano non possono costituire una risposta adeguata alle necessità profonde che conoscono la Chiesa e le anime. Al contrario, per riprendere un’idea già espressa, occorre poter offrire ai cattolici di oggi una verità senza concessioni, servita senza condizionamenti, con i mezzi per viverla integralmente, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa. Detto questo, non pensa che Roma possa mostrarsi più generosa in futuro nei confronti della Messa tradizionale? Non è impossibile che Roma possa adottare in futuro un atteggiamento più aperto, come è già avvenuto nel 1988, in circostanze analoghe, quando il messale antico fu concesso ad alcuni gruppi nel tentativo di distogliere i fedeli dalla Fraternità. Se ciò dovesse accadere di nuovo, sarebbe una scelta molto politica e ben poco dottrinale: il Messale tridentino è destinato esclusivamente ad adorare la maestà divina e a nutrire la fede; non può essere strumentalizzato come un dispositivo di aggiustamento pastorale o come una variabile di pacificazione. Detto questo, una benevolenza più o meno grande non cambierebbe nulla della nocività del quadro descritto sopra e, pertanto, non modificherebbe sostanzialmente la situazione. D’altra parte, lo scenario è in realtà più complesso: a Roma, papa Francesco e il cardinal Roche hanno ben constatato che, ampliando l’uso del Messale di san Pio V, si innesca inevitabilmente una messa in discussione della riforma liturgica e del Concilio, in proporzioni fastidiose e soprattutto incontrollabili. È dunque difficile prevedere ciò che accadrà, ma il pericolo di un irrigidimento in logiche più politiche che dottrinali è reale. Che cosa vorrebbe dire in modo particolare ai fedeli e ai membri della Fraternità? Vorrei dire loro che il momento presente è anzitutto un tempo di preghiera, di preparazione dei cuori, delle anime e anche delle intelligenze, al fine di disporsi alla grazia che queste consacrazioni rappresentano per tutta la Chiesa. Il tutto nel raccoglimento, nella pace e nella fiducia nella Provvidenza, che non ha mai abbandonato la Fraternità e che non la abbandonerà neppure ora. Spera ancora di poter incontrare il Papa? Sì, certamente! Mi sembra estremamente importante poter conferire con il Santo Padre, e vi sono molte cose che sarei lieto di condividere con lui, che non ho potuto scrivergli. Purtroppo, la risposta ricevuta da parte del cardinal Fernández non prevede un’udienza con il Papa. Essa evoca invece la minaccia di nuove sanzioni. Che cosa farà la Fraternità se la Santa Sede decidesse di condannarla? Anzitutto, ricordiamo che, in simili circostanze, eventuali pene canoniche non avrebbero alcun effetto reale. Tuttavia, se dovessero essere pronunciate, è certo che la Fraternità, senza alcuna amarezza, accetterebbe questa nuova sofferenza come ha saputo accettare quelle passate, e la offrirebbe sinceramente per il bene della Chiesa stessa. È per la Chiesa che la Fraternità lavora. E non dubita che, se una tale situazione dovesse verificarsi, non potrebbe che essere temporanea; poiché la Chiesa è divina e Nostro Signore non l’abbandona. La Fraternità continuerà dunque a operare al meglio nella fedeltà alla Tradizione cattolica e a servire umilmente la Chiesa rispondendo alle necessità delle anime. Continuerà anche a pregare filialmente per il Papa, come ha sempre fatto, nell’attesa di poter essere un giorno liberata da eventuali sanzioni ingiuste, come avvenne nel 2009. Siamo certi che un giorno le autorità romane riconosceranno con gratitudine che queste consacrazioni episcopali avranno contribuito in modo provvidenziale a mantenere la fede, per la maggiore gloria di Dio e la salvezza delle anime. Intervista data a Flavigny-sur-Ozerain il 2 febbraio 2026 nella festa della Purificazione della Beatissima Vergine Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Cardinale Müller: il Cammino sinodale tedesco cerca un «dominio ideologico totalitario»
Il cardinale Gerhard Müller ha affermato che l’eretico Cammino sinodale tedesco vuole un «dominio ideologico totalitario» nella chiesa tedesca. Lo riporta LifeSite.
In un’intervista con kath.net, il cardinale Müller, ex vescovo di Ratisbona, si è rivolto alla recente Conferenza sinodale dei vescovi tedeschi a Stoccarda, in Germania.
«Nella cosiddetta Conferenza sinodale di Stoccarda è stato riferito che non si è fatto alcun accenno al Dio uno e trino, a Cristo, suo Figlio e unico mediatore di grazia e verità, all’annuncio del Vangelo a tutte le nazioni, ai sacramenti come mezzi di grazia, o alla necessità salvifica della Chiesa come sacramento di salvezza per il mondo in Cristo», ha affermato l’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
«Gli unici argomenti dibattuti e discussi erano questioni strutturali, vale a dire la distribuzione del potere e delle risorse finanziarie e, soprattutto, il predominio ideologico totalitario, che esclude non solo altre opinioni teologiche ma anche la validità esclusiva della fede cattolica nella Chiesa cattolica».
Al cardinale tedesco è stato anche chiesto come dovrebbe comportarsi un potenziale nuovo presidente della Conferenza episcopale tedesca, dato che il vescovo Georg Bätzing ha annunciato che avrebbe ricoperto l’incarico per un secondo mandato.
Sostieni Renovatio 21
«Soprattutto, dovrebbe vedersi per quello che è, vale a dire solo un moderatore dell’assemblea e non un leader di partito o un fondatore di una setta che impone o impone un programma ideologico o un’agenda laicista ai suoi seguaci», ha affermato il porporato. «Chiunque voglia spacciare per ‘un diverso tipo di cattolicesimo’ palesi contraddizioni della fede cattolica, cioè eresie ecclesiologiche e antropologiche, a un pubblico stupito, sta usando l’attributo ‘cattolico’ per perpetrare un vergognoso inganno ai danni dei fedeli».
«Nessuno può definirsi cattolico secondo il proprio gusto o i propri orientamenti ideologici, in contrasto con la definizione del cattolicesimo in relazione all’unica e intera dottrina della fede e alla piena costituzione sacramentale della Chiesa visibile, che è guidata dai vescovi come successori degli apostoli in piena comunione con il Vescovo di Roma come successore personale di Pietro».
La sesta assemblea sinodale di Stoccarda si è svolta a fine gennaio, tre anni dopo la conclusione delle prime cinque assemblee, e si propone come un’occasione per valutare il «processo di riforma».
Due importanti critici del Cammino sinodale tedesco, il cardinale Rainer Maria Woelki e il vescovo Rudolf Voderholzer, si sono rifiutati di partecipare all’incontro.
Il Cammino Sinodale Tedesco è famoso per aver proposto modifiche eretiche all’immutabile insegnamento cattolico. Il progetto di «riforma» eterodossa è stato lanciato dalla Conferenza Episcopale Tedesca e dal Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK), un’organizzazione laica, nel dicembre 2019.
Entro il 2023, la stragrande maggioranza dei membri del Cammino sinodale, tra cui più di due terzi dei vescovi tedeschi, ha votato a favore di documenti eretici che chiedevano «diaconi donne», «benedizioni» per le relazioni omosessuali , un cambiamento nell’insegnamento della Chiesa sulla peccaminosità degli atti omosessuali e persino sacerdoti «transgender» in un testo pieno di ideologia pro-transgender.
Inoltre, i vescovi tedeschi eretici intendono istituire un «Concilio sinodale» permanente con lo ZdK, che priverebbe i vescovi della loro esclusiva autorità e coinvolgerebbe ufficialmente i laici nel processo decisionale. Questo cambiamento sarebbe contrario alle costituzioni sacramentali della Chiesa cattolica e potrebbe causare uno scisma aperto, hanno avvertito i critici.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Consacrazione dei vescovi, la FSSPX a colloquio a Roma con monsignor Fernandez
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Armi biologiche2 settimane faI vaccini COVID mirano a ridurre la popolazione mondiale avvelenando miliardi di persone: parla un medico sudafricano
-



Geopolitica2 settimane fa«L’ordine basato sulle regole» non era reale: ora siamo nell’era della fantasia geopolitica imperiale. Cosa accadrà al mondo e all’Italia?
-



Pensiero1 settimana faCaschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele
-



Immigrazione2 settimane faSconvolgente esperimento anarcotirannico nei Paesi Bassi
-



Tabarro1 settimana faInvito alla Tabarrata Nazionale 2026
-



Essere genitori3 giorni faBambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema
-



Pensiero2 settimane faMontesquieu in cantina: il vero significato della separazione delle carriere
-



Transumanismo1 settimana faDal trapianto di organi al trapianto dell’uomo: il sogno post-umano di un neurochirurgo italiano













