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Geopolitica

La stampa tedesca: «Kiev ha già perso?»

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Il quotidiano tedesco Die Welt ha pubblicato un articolo del corrispondente principale del giornale a Kiev, Sascha Lehnartz, intitolato «Kiev ha già perso?».

 

Il giornale, uno dei più diffusi in Germania, era noto per la sua posizione filo-ucraina e in passato aveva pubblicato numerosi articoli sul probabile successo dell’offensiva militare dell’Ucraina contro la Russia.

 

Il nuovo articolo descrive invece l’esercito ucraino come sempre più scoraggiato, al punto che il comandante in capo del paese ammette che c’è uno «stallo» al fronte.

 

«L’inverno è alle porte. La controffensiva sembra essere fallita. Gli alleati sono stanchi. E al più tardi dall’inizio di novembre il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha un nuovo avversario che non era necessariamente prevedibile: il suo comandante in capo Valerij Zaluzhny», scrive Die Welt.

 

La testata si riferisce a una recente intervista all’Economist, in cui il massimo generale ucraino, Valerij Zaluzhny, ha dichiarato che «come nella Prima Guerra Mondiale, abbiamo raggiunto un livello tecnico che ci mette in una situazione di stallo» e che in Per far vincere l’Ucraina, ci vorrebbero armi miracolose per sconfiggere i russi, «come la polvere da sparo cinese».

 

Il giornale tedesco spiega in dettaglio come l’ammissione di Zaluzhny sia un evidente imbarazzo per Zelens’kyj: «”Tutti sono stanchi e ci sono opinioni diverse, indipendentemente dal loro status”, ha detto Zelens’kyj in risposta ai commenti in una conferenza stampa con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, aggiungendo: “Ma non è una situazione di stallo.” Il suo vice capo ufficio, Ihor Zhovkva, ha detto che parlare di una situazione di stallo “rende più facile il lavoro dell’aggressore” e provoca “panico” tra gli alleati dell’Ucraina».

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In risposta, Die Welt ha scritto che le crescenti divisioni tra le forze armate ucraine e il governo sullo stato della guerra potrebbero segnare un importante punto di svolta.

 

«La disputa tra il presidente e l’alto ufficiale militare dimostra che il fronte interno unificato in Ucraina si sta sgretolando. E ogni dubbio espresso a Kiev sulle prospettive di successo dell’Ucraina si rafforza nei corridoi delle sedi governative europee e americane», scrive il corrispondente Lehnartz.

 

La testata germanica sottolinea inoltre che le vittorie politiche di vari leader populisti in Europa creeranno probabilmente gravi difficoltà in termini di sostegno materiale e finanziario all’Ucraina. Una crisi di bilancio sempre più profonda in Germania potrebbe anche significare ulteriori tagli al bilancio dell’Ucraina, mettendo a rischio lo sforzo bellico del paese.

 

«Le recenti vittorie elettorali di Geert Wilders nei Paesi Bassi e di Robert Fico in Slovacchia – entrambi i quali rifiutano ulteriori vendite di armi all’Ucraina – sono pure sintomi di crescente stanchezza della guerra in Occidente», scrive Welt.

 

«Lo ha ammesso il primo ministro italiano Giorgia Meloni a settembre, quando è stata ingannata al telefono da una coppia di comici moscoviti: vedeva “molta stanchezza da tutte le parti”. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha già dichiarato “fallita” la strategia ucraina. Tutti lo sanno, ma nessuno (tranne Orban) osa dirlo ad alta voce», continua il giornale tedesco.

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Orban è stato a lungo criticato per i suoi sforzi di pace in Ucraina, avvertendo che la Russia non può essere sconfitta perché è una potenza nucleare e che migliaia di ucraini e russi stanno perdendo i loro padri e fratelli a causa di una guerra di logoramento.

 

Die Welt elenca poi i principali ostacoli che l’Ucraina deve affrontare sul campo di battaglia, sottolineando che l’Ucraina ha ripreso meno dello 0,25% del territorio che desidera riconquistare dalla Russia durante la controffensiva.

 

Di conseguenza, «il numero di coloro che credono che l’Ucraina possa ancora “vincere” questa guerra, cioè ottenere la liberazione di tutti i suoi territori occupati dalla Russia, diminuisce di giorno in giorno. Il piano A della Russia, quello di prendere Kiev in pochi giorni e governarla più o meno direttamente, è “fallito miseramente”, afferma James Nixey, direttore del programma Russia ed Eurasia presso il think tank britannico Chatham House. “Ma il piano B sembra funzionare: aspettare che gli alleati dell’Ucraina si arrendano e tornino a casa”».

 

Tuttavia, l’articolo rileva che questo stallo sembra essere frutto di una progettazione, almeno in una certa misura. I governi occidentali, ad esempio, stanno lottando per fornire tecnologia militare semplice, come i proiettili di artiglieria, nella quantità promessa. Questi governi sono ancora restii a fornire armi militari più avanzate, come i missili guidati Taurus, che in teoria potrebbero distruggere il ponte di Kerch, una via di rifornimento vitale per la Russia.

 

Tuttavia, i governi occidentali sono ancora estremamente cauti nel fornire tali armi all’Ucraina per paura che la guerra possa intensificarsi. In effetti, vogliono fornire solo armi sufficienti per garantire che l’Ucraina non possa perdere, ma non possa nemmeno vincere:

 

Ciò è sintomatico dell’atteggiamento tedesco, ma in definitiva anche del governo americano. Come riporta Zerohedge, l’esperto americano di politica estera Walter Russell Mead si è recentemente lamentato sul Wall Street Journal che lo stallo era in definitiva l’obiettivo del governo Biden: gli ucraini esausti prima o poi dovrebbero offrire la pace alla Russia, «e la Casa Bianca poi lo vende come un gloriosa vittoria per la democrazia e lo Stato di diritto».

 

Zerohedge nota che l’articolo del Welt termina con una nota controversa.

 

Nonostante gran parte dell’articolo descriva come la guerra abbia raggiunto una fase di stallo, provocando perdite incredibili sia per la Russia che per l’Ucraina, l’articolo lascia intendere che l’unica via da seguire è raddoppiare il sostegno militare all’Ucraina invece di lavorare per una soluzione pacifica.

 

«L’Occidente dovrà decidere se crede ancora in se stesso. E presto», è l’amara, e un po’ illogica, conclusione del pezzo.

 

Il sito governativo russo Sputnik aveva riferito di soldati tedeschi della Bundeswehr – l’esercito regolare tedesco – a pilotare carrarmati colpiti nella zona di Zaporiggia.

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Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock, allieva della London School for Economics, è arrivata a dire che avrebbe sostenuto l’Ucraina anche contro il volere del suo stesso elettorato. Ad inizio anno, la Baerbock aveva implicitamente dichiarato guerra alla Federazione Russa: «noi stiamo combattendo una guerra contro la Russia, non fra noi» aveva dichiarato solennemente il ministro germanico per spronare i partner europei a «fare di più» per l’Ucraina in una seduta all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa».

 

Come riportato da Renovatio 21la Baerbock pochi mesi fasi era fatta insultare pubblicamente dal ministro degli Esteri ucraino Kuleba, che le ha detto in faccia, in conferenza stampa, che i missili Taurus tedeschi sarebbero stati comunque consegnati a Kiev, sarebbe solo questione di tempo, di fatto ridicolizzando l’autonomia decisionale di Berlino.

 

Il mese scorso il ministro tedesco in una riunione dei ministri degli Esteri dell’UE a Bruxelles, ha fatto sapere che la Germania sta progettando di «espandere e aumentare» il suo sostegno all’Ucraina nei prossimi anni,fornendo pochi dettagli sui piani, ad eccezione della promessa di «protezione invernale» a Kiev nei mesi a venire.

 

Come riportato da Renovatio 21la Germania sta spedendo altri 2,7 miliardi di euro in armi da inviare in Ucraina, e sta eseguendo in modo evidente una rimilitarizzazione (fenomeno per evitare il quale, si diceva, era stata creata la NATO) con espansione in Paesi vicini e investimenti in munizioni (22 miliardi entro il 2031), nonostante i problemi di reclutamento e i malumori delle truppe.

 

In che modo dunque Berlino – che ha cambiato la Costituzione per aumentare il budget militare – possa parlare di pace, e non tracimare nel mondo dei pagliacci, non ci è noto in alcun modo.

 

Ad agosto la Germania si era resa protagonista di una ridicola proposta di pace, con Scholz che in TV annunciava il suo geniale piano di richieste a Mosca.

 

«Il primo punto riguarda le radiazioni e la sicurezza nucleare. Il secondo è la sicurezza alimentare. Il terzo è la sicurezza energetica. Il quarto è il rilascio di tutti i prigionieri di guerra e deportati. Il quinto è l’attuazione della Carta delle Nazioni Unite e il ripristino della nostra integrità territoriale e dell’ordine mondiale. Il sesto è il ritiro delle truppe russe e la fine delle ostilità. Il settimo è il ripristino della giustizia, vale a dire il Tribunale per i colpevoli di reato di aggressione, e il risarcimento dei danni. L’ottavo è contrastare l’ecocidio. Il nono sono le garanzie di sicurezza per l’Ucraina per prevenire l’escalation. E il decimo è la conferma della fine della guerra». Questo il grande piano tedesco enunciato dallo Scholz.

 

In pratica, si trattava dei desiderata di Zelens’kyj, oltre ai quali con evidenza il cancelliere del Paese più grande di Europa non osava avventurarsi. Uno spettacolo triste, quasi quanto vedere lo Scholzo sorridere con Biden nello studio ovale dopo la distruzione del gasdotto Nord Stream 2.

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Immagine di Orderinchaos via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Geopolitica

Terza petroliera in fiamme al largo dell’Oman dopo gli attacchi USA

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Una petroliera petrolchimica ha preso fuoco al largo delle coste dell’Oman dopo essere stata colpita da colpi d’arma da fuoco sparati dalle forze statunitensi. Si tratta del terzo incidente di questo tipo questa settimana nello Stretto di Ormuzzo.   Il ministero degli Esteri indiano ha definito gli attacchi profondamente preoccupanti e ha affermato che tutti i 20 membri dell’equipaggio indiano a bordo della nave sono al sicuro.   L’incidente si verifica dopo che mercoledì Nuova Delhi ha presentato una protesta diplomatica all’incaricato d’affari statunitense in seguito alla morte di tre indiani quando un’altra petroliera è stata colpita.   Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di aver agito contro la MT Jalveer, battente bandiera della Guinea-Bissau, poiché «tentava di trasportare petrolio dall’Iran attraverso il Golfo dell’Oman».  

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Secondo quanto riportato, un aereo avrebbe lanciato due missili Hellfire nella sala macchine della nave dopo che l’equipaggio si era «ripetutamente rifiutato» di obbedire agli ordini delle forze statunitensi.   Il ministero degli Affari Esteri indiano ha descritto l’incidente come un «incidente di sicurezza marittima» e ha affermato che l’equipaggio interamente indiano della Jalveer è al sicuro. «I continui incidenti che colpiscono la navigazione commerciale nella regione sono motivo di profonda preoccupazione», ha aggiunto.   Un portavoce del ministero dei Trasporti marittimi ha dichiarato che l’equipaggio è stato evacuato al porto di Shinas e che il ministero sta monitorando la situazione e coordinandosi con il ministero degli Esteri indiano, le missioni diplomatiche e la Marina indiana. La Marina omanita sta fornendo assistenza nelle operazioni di evacuazione, come riportato dall’ambasciata indiana in Oman su Twitter.   Mercoledì, tre membri dell’equipaggio indiano della MV Settebello sono morti in un attacco delle forze statunitensi nella stessa area. Lunedì, invece, la MT Marivex è stata colpita, ma tutto il suo equipaggio indiano è stato tratto in salvo. Si presume che tutte e tre le petroliere stessero tentando di eludere il blocco navale statunitense intorno all’Iran.   Gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale ed economico a tutti i porti iraniani dalla metà di aprile. Washington afferma che si tratta di una rappresaglia per le restrizioni iraniane al transito delle navi mercantili attraverso lo Stretto ormusino, attraverso il quale transitava circa un quinto dell’energia mondiale prima dell’inizio del conflitto.   Dopo la morte dei membri dell’equipaggio della Settebello, Nuova Delhi ha espresso la propria preoccupazione anche al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sottolineando che diversi cittadini indiani erano morti o risultavano dispersi a causa di attacchi nella regione.

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Geopolitica

Trump annulla i bombardamenti «programmati» contro l’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annullato gli attacchi programmati contro l’Iran, affermando che i colloqui con la Repubblica islamica stanno procedendo con i vertici del Paese. L’annuncio è arrivato poche ore dopo che aveva nuovamente minacciato di colpire l’Iran «molto duramente».

 

Le tensioni tra Washington e Teheran sono aumentate negli ultimi giorni, nonostante un cessate il fuoco nominale concordato ad aprile. Gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi contro l’Iran mercoledì, dopo che un elicottero AH-64 Apache statunitense è andato perduto vicino allo Stretto di Ormuzzo– un incidente di cui Washington ha incolpato Teheran. L’Iran ha negato ogni responsabilità e ha risposto con un lancio di missili contro le basi americane nella regione.

 

In un post su Truth Social giovedì, Trump ha affermato che gli «attacchi e bombardamenti programmati» sono stati annullati grazie ai negoziati «portati al più alto livello della leadership iraniana e approvati». Ha aggiunto che «discussioni e punti finali» sono stati concordati da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e diversi altri Stati della regione. Il blocco navale guidato dagli Stati Uniti contro i porti iraniani nello Stretto di Hormuz «rimarrà in vigore a pieno regime», ha aggiunto Trump.

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In precedenza, il presidente degli Stati Uniti aveva promesso di colpire l’Iran «molto duramente stasera» e di cercare, «prima o poi», di assumere il controllo dell’isola di Kharg e di altre infrastrutture petrolifere, affermando che Washington avrebbe potuto «assumere il controllo totale dei loro mercati del petrolio e del gas».

 

Teheran non ha confermato né commentato alcun accordo. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, aveva avvertito in precedenza che «strategie sbagliate e decisioni impulsive» avrebbero danneggiato i mercati energetici globali e «creato un pantano senza fine in cui rimarrete impantanati per anni».

 

I negoziati erano in stallo da settimane, con entrambe le parti che si accusavano a vicenda di malafede e violazioni del cessate il fuoco. La scorsa settimana, l’Iran ha minacciato di sospendere i colloqui in risposta ai continui raid aerei israeliani in Libano.

 

Le condizioni di Teheran per un accordo di pace includono la cessazione delle ostilità «su tutti i fronti», compreso il Libano, dove Israele sta conducendo una guerra contro Hezbollah dall’inizio di marzo.

 

Israele e Iran si sono scambiati attacchi lunedì. Il primo ministro israeliano Benjamino Netanyahu ha ribadito che l’Iran non deve mai ottenere un’arma nucleare e ha difeso l’azione militare contro il Paese. Teheran sostiene che il suo programma nucleare sia pacifico.

 

In questo contesto sempre più illegibile – perché questo è il fattore Trump, la totale imprevedibilità, con contraddizioni, proclami e smentite che si susseguono più volte al dì – giova ricordare come il Trump del primo mandato evitò la guerra convenzionale con Teheran: l’episodio più noto è quello in cui richiamò dei caccia che stavano a dieci minuti dall’obiettivo da bombardare in rappresaglia di un drone americano abbattuto dagli iraniani nel Golfo Persico. La decisione fece andare su tutte le furie il neocon che (forse strategicamente) Trump si era scelto come consigliere, John Bolton, che lasciò l’incarico divenendo nemico giurato di Trump. Bolton, che negli ultimi anni ha ammesso di aver organizzato colpi di Stato nel mondo, un anno fa ha detto che Trump, se rieletto, avrebbe portato gli USA fuori dalla NATO.

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Secondo quanto riportato, la decisione di Trump di richiamare i jet fu presa dopo una breve telefonata con Tucker Carlson, allora giornalista di punta del canale di Fox News (sempre dei Murdoch), che disse al presidente che la guerra non era ciò per cui gli americani lo avevano eletto. Anni dopo, gli stessi Murdoch avrebbero licenziato Carlson – la star più popolare e redditizia della loro TV – senza dare spiegazioni.

 

Il Carlson ora ha rotto con Trump proprio a causa della guerra iraniana. Il giornalista ha dichiarato di esser stato a colloquio privato con il presidente alla Casa Bianca per scoraggiare l’avvio della guerra, ma quest avrebbe detto che sarebbe andato tutto bene, perché «va sempre così», avrebbe giustificato laconicamente.

 

Tucker negli ultimi mesi ha definito Trump come un possibile anticristo, «profanatore della Pasqua» che porta il mondo verso l’uso di armi atomiche. In seguito il popolare opinionista avrebbe raccontato come vi sia una lunga storia di presidente USA ricattati dallo Stato di Israele.

 

Il presidente ha quindi insultato Carlson, messo in un mucchio di «persone dal basso quoziente intellettivo che conteneva anche la giornalista Megyn Kelly, la podcaster Candace Owens e Alex Jones, con un tweet che fungeva da «scomunica» del mondo MAGA.

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Geopolitica

L’UE potrebbe limitare i poteri della Kallas

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Gli Stati membri dell’UE potrebbero limitare i poteri del servizio diplomatico del blocco, guidato da Kaja Kallas, a causa delle preoccupazioni dei funzionari riguardo alla «disfunzionalità» dell’organismo. Lo riporta il Financial Times.   Il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) è stato istituito nel 2010 come una sorta di ministero degli esteri collettivo dell’UE, con il compito di sovrintendere alle relazioni internazionali, ai programmi di aiuto e alla raccolta e analisi di informazioni di intelligence. La Francia ha delineato possibili riforme del SEAE da sottoporre all’attenzione degli Stati membri, come riportato giovedì dal Financial Times.   Una delle opzioni prevede di restituire alcune funzioni del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) alla Commissione europea e ai governi nazionali, sebbene ciò richieda l’approvazione unanime degli Stati membri. Un’altra proposta, che secondo i sostenitori potrebbe essere attuata senza modificare i trattati UE, limiterebbe l’autonomia del capo del SEAE e allenterebbe il suo controllo su oltre 140 missioni che l’UE mantiene in tutto il mondo.

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«Le capitali sono irritate e vogliono un modo efficace per agire all’unisono a livello internazionale», ha affermato uno dei cinque funzionari citati dal Financial Times. «È chiaro che [il SEAE] non funziona come dovrebbe nel mondo di oggi. È disfunzionale», ha aggiunto un altro.   Commentando il rapporto, il consigliere presidenziale russo Kirill Dmitriev ha affermato che la Kallas «è riuscita a infastidire tutti». Al momento della nomina della Kallas due anni fa il portavoce degli Esteri di Mosca Maria Zakharova la descrisse come una «russofoba rabbiosa».   Secondo alcune fonti, Kallas e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sarebbero impegnati in una lotta di potere per stabilire chi debba guidare la politica estera dell’UE. L’ex ministro della Difesa tedesco avrebbe avuto la meglio sull’ex primo ministro estone nella battaglia burocratica, assumendo il controllo diretto di aree geografiche chiave e promuovendo la creazione di un nuovo organismo di intelligence che risponderebbe direttamente al suo ufficio.   Secondo FT, Kallas in diverse occasioni ha rilasciato dichiarazioni su questioni delicate, tra cui le relazioni con la Cina, che sembravano riflettere le sue opinioni personali piuttosto che la posizione concordata dall’UE, avanzando al contempo proposte che alcuni funzionari hanno ritenuto ingiustificate.   L’anno scorso, la Kallas aveva criticato l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump per aver sostenuto che l’Ucraina non sarebbe stata in grado di sconfiggere militarmente la Russia, nemmeno con il continuo aiuto e le sanzioni occidentali. «Se dite che collettivamente non siamo in grado di esercitare una reale pressione sulla Russia… allora come fate a dire di essere in grado di affrontare la Cina?», chiese. Il moderatore dell’evento dell’Hudson Institute aveva scherzato dicendo che l’osservazione sarebbe stata rimossa dalla registrazione.   A maggio, la Kallas ha denunciato Pechino per quelle che ha definito «pratiche economiche coercitive» e ha affermato che l’incapacità dell’Occidente di competere con le aziende cinesi è una «malattia», paragonando i sussidi governativi all’aumento del dosaggio di morfina per un malato di cancro e ha sollecitato misure di ritorsione – la chemioterapia, nella sua metafora.   Lo scorso dicembre il presidente francese Emmanuel Macron ha effettuato una visita di Stato in Cina, seguita da un viaggio analogo del cancelliere tedesco Friedrich Merz a febbraio. I leader delle due maggiori economie dell’UE erano accompagnati da importanti figure industriali, che hanno siglato accordi significativi con le controparti cinesi.

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La politica dichiarata dell’UE nei confronti della Cina è quella di «ridurre i rischi» dei legami economici. Tuttavia, le turbolenze che l’amministrazione Trump ha introdotto nell’economia globale, insieme ai dubbi sollevati sulla protezione della NATO, hanno spinto le nazioni europee a rivalutare le proprie posizioni.   La Kallas si è dimessa da primo ministro estone dopo che la sua popolarità in patria è calata, in parte a causa di uno scandalo legato agli interessi commerciali del marito in Russia. È entrata a far parte della seconda commissione della von der Leyen nel dicembre 2024 come funzionaria che «mangia i russi a colazione», secondo quanto riportato da alcuni media.   Attualmente l’UE sta discutendo su chi debba rappresentare il blocco in eventuali negoziati diretti con la Russia. Interrogata il mese scorso sulla sua volontà di ricoprire tale ruolo, la Kallassa ha affermato che il dibattito stesso era una «trappola» russa, aggiungendo che la sua mansione è «definita nei trattati».

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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
 
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