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L’Africa francofona ricusa la Francia punendola dei 12 anni di tradimenti

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

In politica nulla avviene per caso. I francesi non capiscono perché gli africani francofoni improvvisamente li respingano. Si consolano accusando la Russia di oscure macchinazioni. In realtà stanno cogliendo i frutti di quanto seminato in 12 anni. Ciò che accade non ha nulla a che vedere con il colonialismo e la Françafrique. È esclusivamente conseguenza della subordinazione delle forze armate francesi alla strategia statunitense.

 

Di fronte all’ondata di cambiamenti di regime nell’Africa francofona i media francesi sono stupefatti. Non riescono a comprendere il rigetto della Francia.

 

I ritornelli stantii sullo sfruttamento coloniale non convincono per nulla. Per esempio, si sottolinea che Parigi sfrutta i giacimenti di uranio del Niger non già a prezzo di mercato, ma a un costo ridicolmente basso. Si tratta di una motivazione che i golpisti non hanno mai invocato. Le loro giustificazioni sono altre.

 

Le accuse di manipolazioni russe sono altrettanto poco credibili. Innanzitutto perché dietro le quinte dei colpi di Stato di Mali, Guinea, Burkina-Faso, Niger e Gabon sembra non esserci la Russia; ma soprattutto perché i guai iniziano in un’epoca molto anteriore al suo arrivo. La Russia è sbarcata in Africa solo dopo la vittoria in Siria, nel 2016; i problemi risalgono almeno al 2010, se non al 2001.

 

Come sempre, anche in questo caso la situazione è incomprensibile se non se ne rammenta la genesi.

 

A partire dagli attentati dell’11 settembre 2001 gli Stati Uniti hanno affidato al loro vassallo, la Francia, un ruolo in Africa: mantenere lo status quo in attesa dell’insediamento dell’AfriCom e dell’estensione al continente nero della distruzione delle istituzioni politiche già avviata dal Pentagono nel Medio Oriente Allargato (1).

 

In Africa le politiche repubblicane hanno progressivamente ceduto il passo alle politiche tribali. In un certo senso si è trattato di un’emancipazione dalla pesante intromissione francese, ma al tempo stesso di una formidabile involuzione.

 

Nel 2010 il presidente francese Nicolas Sarkozy, probabilmente consigliato da Washington, prende l’iniziativa di mettere fine al conflitto in Costa d’Avorio, scossa appunto da antagonismi tribali. Un’iniziativa guidata prima dalla CEDEAO [Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale, nota come ECOWAS, ndr], poi dal primo ministro kenyano cugino di Barack Obama (2) Raila Odinga, che tenta di negoziare la partenza del presidente ivoriano Laurent Gbagbo, colpevole non già di aver instaurato un regime autoritario, ma di essersi trasformato da sottomesso agente della CIA in difensore della nazione.

 

Parigi interviene militarmente al termine delle elezioni presidenziali: arresta Gbagbo — con il falso pretesto di far cessare un genocidio — e lo sostituisce con Alassane Ouattara, amico di lunga data della classe dirigente francese. Gbagbo è infine assolto dalla Corte Penale Internazionale che, dopo un interminabile processo, lo ha riconosciuto non responsabile di genocidio; quindi l’intervento militare della Francia fu di fatto ingiustificato.

 

Nel 2011 il presidente Sarkozy, sempre su consiglio di Washington, impegna la Francia in Libia. Anche in questo caso la motivazione ufficiale è far cessare un genocidio perpetrato da un dittatore contro il suo stesso popolo. Per rendere credibile l’accusa, la CIA, che dietro le quinte manovra la Francia, allestisce false testimonianze davanti al Consiglio dei Diritti dell’Uomo di Ginevra.

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A New York, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite autorizza le grandi potenze a intervenire per far cessare un inesistente massacro. Il presidente russo, Dmitry Medvedev, finge di non vedere. Il presidente degli USA , Barack Obama, vuole che l’AfriCom possa finalmente iniziare le operazioni in Africa, dove tuttavia non ha sede: i suoi soldati si trovavano infatti in Germania.

 

All’ultimo momento però il comandante dell’AfriCom si rifiuta d’intervenire contro Muammar Gheddafi, a fianco di jihadisti che in Iraq hanno combattuto i suoi stessi soldati americani (i militari statunitensi non hanno mai ammesso il doppio gioco della CIA, che sostiene gli jihadisti per usarli contro la Russia, spesso a danno degli Occidentali).

 

Obama si rivolge perciò alla NATO, dimenticandosi di essersi in precedenza impegnato a non mobilitarla contro un Paese del Sud. Fatto sta che Gheddafi viene torturato e linciato, la Libia smembrata. Ma la Giamahiria, che non era una dittatura bensì un regime che s’ispirava ai socialisti francesi del XIX secolo e alla Comune di Parigi, era l’unica forza africana che aspirasse a unire arabi e neri.

 

Gheddafi voleva liberare il continente — come già aveva liberato i libici — dal colonialismo occidentale. Con il direttore dell’FMI, Dominique Strauss-Khan, s’apprestava perfino a pilotare l’adozione di una moneta comune da parte di alcuni Stati africani.

 

La caduta di Gheddafi risveglia gli avversari ch’egli combatteva: gli arabi ricominciano a massacrare i neri, anche quelli di cittadinanza libica, e a ridurli in schiavitù, sotto gli occhi degli insensibili vincitori occidentali. Gli Stati africani, sostenuti economicamente dalla Libia, crollano; per primo il Mali (3). Gli jihadisti arabi, messi al potere a Tripoli dalla Nato, sostengono taluni tuareg contro i neri in generale. Il problema si allarga progressivamente a tutto il Sahel.

 

Incapace di trarre lezione dai misfatti precedenti, il presidente francese François Hollande organizza un nuovo cambiamento di regime, in Mali. A marzo 2012, quasi alla scadenza del mandato, il presidente Amadou Toumani Touré, che non intendeva ricandidarsi, viene rovesciato da un manipolo di ufficiali addestrati negli Stati Uniti, che non sono stati nemmeno in grado di giustificare il loro operato.

 

Touré interrompe la campagna elettorale e nomina Dioncounda Traoré «presidente di transizione». Un gioco di prestigio avallato dalla CEDEAO [ECOWAS, ndr], presieduta da… Alassane Ouattara.

 

Come c’era da aspettarsi, il presidente transitorio Traoré invoca l’aiuto della Francia per combattere gli jihadisti che lo attaccano. Il vero scopo di Parigi è posizionare truppe in Mali per attaccare l’Algeria alle spalle, suo reale obiettivo. È «l’operazione Serval».

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Consci che la volta successiva sarebbe toccato al loro Paese, i generali algerini reprimono duramente il sequestro di ostaggi da parte degli jihadisti nel sito petrolifero di In Amenas. Lo scopo è scoraggiare la Francia dall’intervenire contro gli algerini.

 

Non importa, si ricomincia! La Francia riorganizza il dispositivo: eccoci all’Operazione Barkhane. Le forze armate francesi vengono messe a disposizione del sovrano statunitense. Regista dell’operazione è l’AfriCom, ancora stanziato in Germania. Le truppe francesi, supportate da membri dell’Unione Europea (Danimarca, Spagna, Estonia e Cechia), distruggono gli obiettivi indicati dal CentCom. Nella regione, un tempo francese, i militari francesi entrano facilmente in contatto con la popolazione, gli statunitensi devono invece superare lo scoglio della lingua.

 

A questo stadio la prima osservazione è che l’Operazione Barkhane, indipendentemente dai risultati, non è legittima. La motivazione degli occidentali è certamente il contenimento degli jihadisti, ma qualsiasi abitante del Sahel sa che sono gli stessi Occidentali che, con la distruzione della Libia, hanno creato gli jihadisti della regione. Ma non è tutto.

 

Facciamo un passo indietro. Ricordiamoci che tutto è cominciato con la volontà del Pentagono di distruggere con l’AfriCom le strutture politiche africane, come già aveva iniziato a fare il CentCom con quelle del Medio Oriente Allargato. (…) Hanno a disposizione le armi ufficialmente destinate all’Ucraina. Ben presto la regione sarà un immenso braciere (4). A novembre il presidente nigeriano Muhammadu Buhari, conferma il massiccio afflusso di armi statunitensi, inizialmente destinate all’Ucraina, nelle mani degli jihadisti del Sahel e del bacino del Lago Ciad.

 

Di fronte a questo rischio esiziale i militari di Mali, Burkina-Faso e Niger prendono il potere a difesa della popolazione.

 

Si tenga presente che i dirigenti africani si lamentano da anni del sostegno della Francia agli jihadisti che pure dichiara di combattere; non contestano i soldati francesi, ma il ruolo dei servizi segreti che lavorano per gli Stati Uniti.

 

Sin dall’avvio dell’operazione Serval gli jihadisti siriani si lamentarono di essere stati abbandonati dalla Francia a beneficio degli jihadisti del Sahel. E il presidente François Hollande dovette trattenere le truppe il tempo necessario agli istruttori qatariani degli jihadisti del Mali. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ne parlò con l’omologo francese Laurent Fabius, che gli rispose ridendo: «È la nostra realpolitik!».

 

Nel deserto del Fezzan, nella Libia meridionale, tra le città di Ghat (vicino alla frontiera algerina) e di Sabbah (vicino alla frontiera con il Niger), è sorto un sancta sanctorum di Al Qaeda. Secondo il serissimo Canard enchaîné, queste accademie dello jihadismo sono state organizzate dai servizi segreti britannici e francesi.

 

Circa due anni fa, l’8 ottobre 2021, il primo ministro maliano Coguel Kokalla Maïga, rilasciò un’intervista a RIA-Novosti  (5), ampiamente ripresa e commentata nella regione ma ignorata dalla Francia, dove nessuno la conosce all’infuori dei nostri lettori.

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In uno scritto inviato al Consiglio di sicurezza (Ref. S/2023/636), Yaou Sngaré Bakar, ministro degli Esteri, della Cooperazione e dei Nigerini all’estero, ha riferito che il mese scorso agenti francesi hanno liberato dei terroristi, raggruppandoli nella vallata del villaggio Fitili (28 chilometri a nord-ovest di Yatakala), con l’obiettivo di pianificare un attacco a postazioni militari nella zona delle tre frontiere. In tre operazioni, due in territorio nigerino, una in territorio maliano, sono stati arrestati 16 capi terroristi.

 

Per inciso, la lettera di Yaou Sangaré Bakar solleva importanti interrogativi sul ruolo della CEDEAO [ECOWAS](6). Domande di vecchia data, già sollevate dal cambiamento di regime ivoriano: la CEDEAO, istituzione internazionale, ha adottato sanzioni contro il Niger e mobilitato truppe per il ripristino dell’ordine costituzionale; ma il suo statuto non l’autorizza a comminare questo tipo di sanzioni, non più di quanto la carta dell’ONU l’autorizzi ad agire militarmente contro uno dei suoi membri.

 

I casi della Guinea e del Gabon sono diversi: non sono Paesi del Lago Ciad né del Sahel e non sono ancora minacciati. I militari si sono innanzitutto ribellati a regimi autoritari: quello di Alpha Condé in Guinea e quello di Ali Bongo in Gabon. Entrambi rifiutavano di lasciare il potere, malgrado il volere contrario della popolazione.

 

Ma i golpisti dei due Paesi hanno subito contestato la presenza militare francese: semplicemente perché possono prevedere, senza tema di sbagliare, che l’esercito francese non difenderà né gli interessi dei gabonesi né quelli dei francesi, ma esclusivamente quelli di Washington.

 

È una guerra che viene preparata con anni di anticipo. Oggi gli Stati Uniti trasferiscono armi sotto la copertura del conflitto in Ucraina. Domani sarà troppo tardi.

 

In questo contesto è quantomeno sorprendente ascoltare il presidente francese Emmanuel Macron invocare la difesa dell’ordine costituzionale, sia perché questi Stati corrono un pericolo immediato, sia perché egli stesso ha tradito la Costituzione ponendo l’esercito francese al servizio delle ambizioni dei dirigenti statunitensi.

 

 

Thierry Meyssan

 

NOTE

1) «La dottrina Rumsfeld/Cebrowski», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 25 maggio 2021.

2) «L’expérience politique africaine de Barack Obama», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 9 marzo 2013.

3) «La guerra contro la Libia è un disastro economico per l’Africa e l’Europa», di Thierry Meyssan, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 4 luglio 2011.

4) «Si prepara una nuova guerra per il dopo-disfatta contro la Russia», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 maggio 2022.

6) Voltaire, attualità internazionale – N° 51

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Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

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Americani e sauditi attaccano le milizie filo-iraniane in Iraq

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Aerei da guerra americani e sauditi hanno condotto attacchi congiunti contro presunte postazioni di milizie filo-iraniane nell’Iraq orientale. Lo ha comunicato il il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM).   Il raid aereo ha preso di mira diverse strutture logistiche e depositi di armi utilizzate da gruppi presumibilmente diretti dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (i pasdaran), ha dichiarato martedì il CENTCOM.   «Il Comando Centrale degli Stati Uniti e le Forze Armate saudite hanno condotto attacchi di precisione in Iraq il 28 luglio contro terroristi filo-iraniani che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche aveva incaricato di attaccare le forze statunitensi e le infrastrutture energetiche saudite», ha dichiarato il comando.  

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Il ministero della Difesa saudita ha confermato di aver coordinato le proprie azioni con il CENTCOM per condurre «attacchi precisi e mirati» contro le milizie irachene presumibilmente coinvolte negli attacchi alle infrastrutture energetiche del Regno avvenuti all’inizio di questa settimana.   «Il Regno sottolinea di non voler inasprire le tensioni, ma di voler rispondere a qualsiasi aggressione subita», ha dichiarato il portavoce, il maggiore generale Turki Al-Maliki, citando il diritto all’autodifesa sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.   Filmati diffusi online mostrerebbero le conseguenze di un attacco aereo contro una base delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) nella provincia irachena di Wasit. I media iracheni hanno anche riportato diverse esplosioni nelle zone di Al-Deir e Al-Haritha, nella provincia meridionale di Bassora, sebbene l’entità completa dei danni e il numero di vittime non siano ancora chiari.  

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La rara operazione congiunta si è svolta nel contesto di un più ampio confronto tra l’Arabia Saudita e le forze filo-iraniane in tutta la regione.   Come riportato da Renovatio 21, sabato una coalizione a guida saudita ha colpito presunte postazioni militari degli Houthi nel governatorato di Hodeidah, nello Yemen, dopo che il gruppo aveva attaccato navi di proprietà saudita nel Mar Rosso e dichiarato un blocco navale del Regno.   Poco dopo gli attacchi sauditi, la città industriale di Jazan sarebbe stata presa di mira in quella che sembra essere una rappresaglia degli Houthi, con un vasto incendio scoppiato in un impianto gestito dalla compagnia petrolifera statale Aramco. Gli Houthi hanno anche rivendicato attacchi contro due petroliere saudite, una delle quali ha preso fuoco, mentre l’altra ha riportato lievi danni allo scafo.   L’Arabia Saudita aveva già guidato un intervento militare in Yemen nel 2015 contro gli Houthi, che avevano conquistato la capitale Sana’a. Tuttavia la campagna di bombardamenti, durata anni, non è riuscita a sconfiggere il gruppo e ha solo aggravato la crisi umanitaria in Yemen.   Gli attacchi in Iraq sono seguiti anche alle accuse del consigliere per la sicurezza nazionale iracheno Qasim al-Aboudi, secondo cui le autorità avrebbero smantellato diverse cellule militanti i cui membri avrebbero confessato di lavorare per l’Ucraina e di aver compiuto attacchi sotto falsa bandiera. Al-Aboudi non ha identificato tali strutture né ha collegato i detenuti agli attacchi contro l’Arabia Saudita. Kiev ha respinto le accuse definendole «infondate e prive di prove».   L’Arabia Saudita ha attribuito i recenti attacchi con droni contro i suoi impianti petroliferi a milizie legate all’Iran che operano dal territorio iracheno. La Resistenza islamica in Iraq, un’organizzazione che riunisce diversi gruppi filo-iraniani, ha negato qualsiasi coinvolgimento e ha accusato Riad di tentare di distogliere l’attenzione dagli attacchi perpetrati dagli Houthi, avvertendo che un’azione militare saudita contro le fazioni irachene provocherebbe ritorsioni.   Washington due settimane fa aveva appoggiato attacchi sauditi contro lo Yemen, dove era stato bombardato il principale aeroporto della capitale.   Come riportato da Renovatio 21, Trump ha detto che gli USA sono pronti a consentire ai sauditi l’arricchimento dell’uranio, epperò in cambio di un riconoscimento dello Stato di Israele.

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L’Iran lancia un «attacco a sorpresa» contro le basi USA

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L’Iran ha lanciato diversi missili balistici contro le forze statunitensi in Medio Oriente in quello che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha descritto come un tentativo di «attacco a sorpresa».

 

Il Dipartimento della Guerra statunitense non ha identificato gli impianti presi di mira, limitandosi ad affermare che i missili erano stati lanciati contro le forze americane «di stanza» nella regione.

 

«Alle 17:45 ET di oggi, le forze del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche hanno lanciato diversi missili balistici dall’Iran nel tentativo di un attacco a sorpresa contro le forze statunitensi di stanza in Medio Oriente», ha dichiarato il CENTCOM.

 


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Il CENTCOM ha affermato che tutti i missili in arrivo sono stati intercettati con successo, aggiungendo che le forze americane restano «vigili e in stato di massima prontezza».

 

Diversi video condivisi da fonti di Intelligence open-source sembrano mostrare un’intensa attività di difesa aerea in Giordania, anche nei pressi della base aerea di Muwaffaq Salti, con sistemi Patriot statunitensi che, secondo quanto riferito, avrebbero ingaggiato minacce in arrivo.

 

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha rivendicato l’attacco, affermando che diversi missili balistici avevano preso di mira una base aerea statunitense e quello che ha descritto come il quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti in Giordania. Il gruppo ha dichiarato che l’attacco è stato condotto in risposta alle «azioni aggressive» dell’esercito statunitense e ha avvertito che i suoi attacchi continueranno finché Washington proseguirà con le sue «azioni illegali e dannose» contro gli interessi iraniani.

 

L’attacco è avvenuto poche ore dopo che Trump aveva tenuto un incontro a porte chiuse con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. I colloqui sono durati circa 90 minuti e sono stati descritti dalla Casa Bianca come «positivi e produttivi», sebbene siano stati diffusi pochi dettagli.

 

L’incidente ha segnato il primo attacco missilistico balistico iraniano contro una struttura americana, secondo quanto riportato, da quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sospeso gli attacchi contro la Repubblica islamica venerdì scorso.

 

Lunedì Trump aveva affermato che Washington e Teheran erano impegnate in negoziati «molto amichevoli», ma ha avvertito che gli Stati Uniti avrebbero potuto ricorrere a «forti azioni militari» se la diplomazia fosse fallita. Ha sostenuto di aver sospeso i bombardamenti per consentire ai colloqui di procedere, minacciando al contempo di «picchiare a sangue» l’Iran se non si fosse raggiunto un accordo.

 

Secondo quanto riferito, le discussioni vertono sulla riapertura dello Stretto di Ormuzzo e sulla ripresa dei negoziati sul programma nucleare iraniano. Teheran ha negato di aver avuto colloqui diretti con Washington, affermando di comunicare solo con l’Oman in merito agli accordi per questa importante via navigabile.

 

La pausa è seguita a quasi due settimane di rinnovati attacchi statunitensi e rappresaglie iraniane dopo il fallimento di un memorandum in 14 punti che aveva stabilito un cessate il fuoco temporaneo, revocato il blocco navale americano e previsto la riapertura dello stretto in attesa di negoziare un accordo a lungo termine.

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Coloni israeliani incendiano due moschee in Cisgiordania

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Nel fine settimana si sono verificati diversi episodi che hanno coinvolto gruppi di coloni israeliani in Cisgiordania: due moschee e terreni agricoli sono stati dati alle fiamme, mentre altre proprietà sono state vandalizzate, in un contesto di crescente violenza contro i palestinesi.   Gli ultimi attacchi giungono due giorni dopo un grave scontro tra coloni e residenti locali nei pressi del villaggio palestinese di Tal, a sud-ovest della città di Nablus. Venerdì un folto gruppo di coloni è entrato nel villaggio, provocando tafferugli con gli abitanti del luogo e scatenando infine un raid militare israeliano a Tal. Almeno quattro palestinesi e due soldati israeliani sono rimasti uccisi nel caos che ne è seguito, in circostanze poco chiare, con entrambe le parti che si accusano a vicenda.   L’incidente di Tal ha provocato un’escalation di violenza da parte dei coloni e due moschee sono state attaccate domenica mattina in Cisgiordania. Una moschea in costruzione è stata incendiata nel villaggio di Qusra, a sud-est di Nablus, e un’altra è stata data alle fiamme a Kour, un villaggio palestinese a sud-est della città di Tulkarm. L’edificio incompiuto è stato gravemente danneggiato dall’incendio, mentre i fedeli sono riusciti a spegnere le fiamme nella moschea di Kour in tempo.  

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In entrambi i casi gli edifici sono stati imbrattati con graffiti offensivi in ebraico. Le autorità palestinesi hanno condannato il «crimine efferato», sottolineando che i coloni israeliani hanno attaccato 45 moschee in tutta la Cisgiordania nel corso del 2025. Oltre agli attacchi alle moschee, un’abitazione privata sarebbe stata incendiata nella città di Beit Furik, campi agricoli sarebbero stati bruciati e automobili vandalizzate in diverse località. Anche alcuni operai palestinesi sono stati attaccati in un impianto di lavorazione della pietra vicino a Ramallah.   Le autorità militari israeliane nei territori occupati hanno condannato gli attacchi, affermando di aver inviato investigatori nei luoghi colpiti per raccogliere prove e impegnandosi a «continuare ad agire con decisione per mantenere la sicurezza e l’ordine pubblico nella zona». Sia le organizzazioni israeliane che quelle palestinesi per i diritti umani hanno sottolineato che tali indagini raramente portano a conseguenze legali per i coloni.   La violenza dei coloni è in aumento in Cisgiordania dall’attacco a sorpresa di Hamas contro Israele nell’ottobre 2023, che ha scatenato un grave conflitto a Gaza. La violenza si è ulteriormente intensificata quest’anno con attacchi quasi quotidiani, secondo un’inchiesta delle Nazioni Unite pubblicata il mese scorso. Il rapporto afferma che i coloni che si scatenano sono sempre più protetti dalle forze israeliane durante gli attacchi contro i palestinesi.   «La crescente partecipazione delle forze di sicurezza israeliane agli attacchi contro i coloni equivale a un crollo di fatto della distinzione tra coloni e soldati», conclude il rapporto.   All’epoca Israele respinse le conclusioni dell’ONU, accusando l’organismo di basarsi su accuse infondate e di tracciare una «falsa equivalenza morale» tra i militanti di Hamas e i civili israeliani.   Come riportato da Renovatio 21, coloni israeliani e soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso quattro palestinesi durante un attacco a un villaggio nella Cisgiordania occupata.   Due settimane fa i coloni hanno di fatto sequestrato un deputato USA, il congressman della California Ro Kanna.

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I coloni due mesi fa hanno incendiato la città cristiana di Taybeh. Continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania come Taybeh, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa. Il vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme William Shomali a marzo aveva denunciato l’escalation degli attacchi terroristici dei coloni israeliani contro i cristiani.   L’annessione della Cisgiordaniaconsiderata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. Incursioni militari si sono viste a inizio anno a seguito dell’esplosione di alcuni autobus, e poco prima erano stati effettuati raid aerei con relativa strage a Tulkarem. Due anni fa si ebbe l’episodio dei commando israeliani che entrarono in un ospedale cisgiordano travestiti da donna.   A febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.   In una strana umiliazione inflitta agli USA, due mesi fa il Parlamento israeliano (la Knesset) aveva votato per la «sovranità» sionista sulla Cisgiordania proprio mentre era in visita il vicepresidente americano JD Vance, che disse di sentirsi «insultato» dalla «stupida trovata». Trump ha dichiarato quindi che toglierà i fondi ad Israele qualora annettesse la Cisgiordania. Il presidente americano, contrariamente a quanto auspicato da ministri sionisti all’epoca della sua elezione, non sembra voler concedere allo Stato Giudaico l’anschluss di quella che gli israeliano chiamano «Giudea e Samaria».

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