Spirito
Mons. Lefebvre e i vescovi: osservazioni tecniche sulle consacrazioni senza mandato e lo stato di necessità
Renovatio 21 pubblica questo articolo comparso su FSSPX.news, sito di attualità della Fraternità San Pio X, in merito agli attacchi ricevuti recentemente dalla FSSPX da parte di un sito di matrice ciellina. Renovatio 21 aveva già pubblicato una risposta della Fraternità e un saggio scritto da Don Mauro Tranquillo nel 2013 che, con largo anticipo, rispondeva ai punti dell’aggressione bussolina, anche perché si tratta sempre delle solite questioni, e quando d’improvviso riemergono, come in queste settimane, ci sarebbe, per prima cosa, da domandarsi il perché.
La Nuova Bussola Quotidiana ha dedicato alle consacrazioni episcopali del 1988 e alla situazione della Fraternità San Pio X una serie di articoli, con argomenti in realtà già molte volte confutati, che però a qualche lettore avranno potuto sembrare inediti. Dedichiamo qui una risposta «tecnica» ad alcune di queste osservazioni, rimandando poi a studi più completi.
La consacrazione episcopale contro la volontà del Papa è sempre uno scisma?
Cominciamo a chiarire quello che la Bussola, seguendo i suoi maestri, confonde. Citando due documenti papali «preconciliari» (che a breve esamineremo) essi sostengono non solo che il Papa ha in esclusiva e per diritto divino il potere di conferire la giurisdizione (1) episcopale (e infatti, come essi stessi ammettono, Mons. Lefebvre non pretese mai usurpare tale prerogativa), ma avrebbe anche per diritto divino il potere di designare in esclusiva i candidati a un’ordinazione episcopale, in qualsiasi caso. (2)
Secondo la Bussola, che qui riprende in parte la dottrina conciliare sull’episcopato ed in parte le teorie dei Padri Bisig e de Blignières (3), sarebbe impossibile separare il potere sacro dell’Ordine episcopale dal potere di governo, cosicché ordinare un vescovo senza consenso papale (anche escludendo la pretesa di assegnargli un potere di governo) sarebbe sempre uno scisma. Tale tesi è semplicemente contraria alla dottrina insegnata dalla Chiesa fino al Vaticano II, che separa nettamente l’origine del potere dell’ordine episcopale da quella del potere di governo (4). Per i Papi fino a Pio XII (5), la consacrazione episcopale da sola non può produrre alcun potere di governo.
La Chiesa, a differenza della Bussola, non ha mai del resto confuso lo scisma con la consacrazione episcopale senza mandato pontificio. Consideriamo qui il diritto canonico, visto nella sua natura magisteriale: esso è infallibile nel senso che non potrà mai esprimere qualcosa che vada contro il dogma, quindi è locus theologicus, come noi ben sappiamo malgrado le insinuazioni della Bussola.
Ebbene, il diritto ha sempre distinto le pene per il peccato di scisma dalle pene per la consacrazione episcopale fatta senza mandato apostolico. Se lo scisma è sempre stato punito di scomunica, la consacrazione episcopale fino a Pio XII era punita di una semplice sospensione a divinis (cfr. la vecchia redazione del canone 2370 [6], che tra l’altro addolciva la stessa sospensione con l’inciso «fino a che la Santa Sede li dispensi»).
Tale atto non era visto come quella sorta di «trauma ecclesiologico» descritto dalla Bussola, ma come un delitto nell’amministrazione dei Sacramenti. Infatti il titolo XVI della terza parte del codice, dove stava il canone 2370, era intitolato De delictis in administratione vel susceptione ordinum aliorumque sacramentorum, ben distinto dai delitti contra fidem et unitatem Ecclesiae, tra i quali appunto lo scisma, catalogati al titolo X (7).
L’inasprimento della pena voluto da Pio XII nel 1951 (ed entrato nel nuovo codice) non fa comunque coincidere la consacrazione episcopale con lo scisma, visto che rimangono in vigore due scomuniche per delitti ben distinti tra loro.
Questo argomento basta da solo a far crollare il castello di carte della Bussola e di Bisig e de Blignières, che fanno coincidere ogni consacrazione senza mandato con un atto di scisma. L’amministrare i sacramenti oltre i canoni per necessità (ordine episcopale compreso) è sempre possibile ed in alcuni casi doveroso per diritto divino, ed il diritto positivo stesso lo prevede anche in modo esplicito. Infatti è il diritto a scusare dalle pene chi agisce per necessità (can. 2205), e perfino da colpa purché l’atto non sia intrinsecamente malvagio (un’ordinazione episcopale non essendo tale, a meno di tenere la tesi per cui conferisca automaticamente quanto riservato al Papa, anche se il consacrante negasse di volerlo fare).
In tal caso, si potrà consacrare un vescovo lecitamente anche senza il permesso del Papa: perché, se c’è realmente la necessità, c’è anche la facoltà di amministrare i sacramenti, proprio per il diritto della Chiesa e non contro di essa. Se il Papa proibisse a un sacerdote senza giurisdizione ordinaria di confessare un moribondo, adducendo come ragione che, secondo lui, il soggetto è sano e può aspettare il parroco, il sacerdote assolverebbe comunque in modo valido e lecito: l’errore del Papa (in buona o mala fede) sulla situazione del malato non cambia il fatto che una tale facoltà non può essere negata in quella circostanza, perché la Chiesa non può andare contro il suo proprio fine (8).
La negazione dello stato di necessità della Chiesa da parte del Papa, come vedremo, non smette di far esistere un tale stato, e non smette di conferire le facoltà previste in tal caso dal Papa stesso come promulgatore della legge divina, per la natura delle cose della Chiesa, finalizzata alla salus animarum. Di certo, essendo i papi post-conciliari la causa dello stato di necessità, è difficile che essi ne ammettano l’esistenza o l’estensione reale.
Lo stato di necessità
Abbiamo visto che, proprio per il diritto voluto da Dio e dai Pontefici (e non contro di esso), è lecito amministrare i sacramenti di fronte a una necessità estrema del singolo, o alla necessità grave generale[9]. Per quale motivo Mons. Lefebvre nel 1988 era di fronte a una simile situazione?
Nel 1988, come oggi, è impossibile ricevere l’ordinazione sacerdotale (e quindi amministrare poi i sacramenti) per le vie ordinarie senza accettare (almeno esternamente) delle dottrine contrarie all’insegnamento della Chiesa.
Per esempio:
- Dal Concilio Vaticano II in poi, nessun candidato agli ordini può negare che la libertà religiosa sia un diritto naturale, conformemente alle condanne di Gregorio XVI e Pio IX. La dottrina di Dignitatis humanae, oggi imposta a tutti, e pesantemente ribadita da Benedetto XVI (10), impone di credere che esista un diritto naturale, valido per individui e gruppi, di professare qualsiasi religione, anche in pubblico, e che deve essere riconosciuto dall’autorità. Se un cattolico, per restare tale, nega tale dottrina in quanto condannata dal Magistero, non sarà mai ordinato prete per le vie ordinarie.
- Dal Concilio in poi, nessun candidato agli ordini può affermare che la giurisdizione episcopale proviene solo dal Pontefice, conformemente a secoli di Magistero (vedi articoli citati sopra), o che solo il Pontefice è soggetto del potere supremo della Chiesa. Tali affermazioni definite dal Magistero anche in modo infallibile sono contraddette apertamente dalla dottrina di Lumen gentium, documento chiave del Concilio, e costantemente ribadite. Se un cattolico, per restare tale, nega apertamente tali nuove dottrine, non sarà mai ordinato prete per le vie ordinarie.
- Dal Concilio in poi, la prassi ecumenica domina le relazioni con le altre religioni, nonostante condanne papali (cfr. Pio XI, enciclica Mortalium animos). Ogni cattolico deve apertamente distanziarsi da tali atti, compiuti da tutti i Papi post-conciliari, da Assisi 1986 fino alla Pachamama. Però se lo fa, non riceverà mai il sacramento dell’Ordine.
- Dal 1970, il candidato agli ordini deve accettare per principio e generalmente anche celebrare un rito che «si allontana in modo impressionante» dalla dottrina cattolica sul Sacrificio della Messa, così come definito a Trento (cfr. Breve esame critico del Novus Ordo Missae, dei cardinali Ottaviani e Bacci), e che è in contraddizione palese con il significato del rito tradizionale. Come si può pensare (per fare solo un esempio elementare) che un rito in cui il sacerdote non disgiunge pollice e indice per non perdere alcun frammento dell’ostia consacrata abbia lo stesso significato di un rito che prevede la comunione in mano e i ministri straordinari? Non sono certo «due forme dello stesso rito».
La lista potrebbe ovviamente continuare, come sa anche la Bussola, con argomenti sui quali essi stessi hanno preso le distanze da questo ultimo Pontificato.
Forse la Bussola ritiene impossibile ammettere che la gerarchia (cioè il Papa e i Vescovi diocesani) si ritrovi in un simile stato nella sua interezza o nel suo capo?
Purtroppo contra factum non fit argumentum. Per capire come sia possibile e come spiegare questa situazione senza cadere in nessun errore sulla costituzione della Chiesa, suggeriamo la lettura del libro Parole chiare sulla Chiesa, a cura dei sacerdoti del nostro Distretto italiano (11). Una tale trattazione esula infatti da un articolo già troppo lungo.
Davanti a questo stato di fatto, la Chiesa ha in sé la possibilità di amministrare i sacramenti in modo straordinario, episcopato compreso, venendo in soccorso così alle anime che non vogliono mettere in pericolo la propria fede per ricevere i sacramenti.
Non basta l’ordinazione a fare il prete o il vescovo cattolico, dice la Bussola, e noi condividiamo; ci vuole anche di essere inseriti nell’ordinamento canonico visibile, ma in modo appropriato alla situazione, che può anche essere straordinario, come l’attuale (straordinario vuol dire legale secondo le leggi eccezionali, non selvaggio); ma per essere prete e vescovo cattolico ci vuole anche e soprattutto l’integrale professione della fede cattolica, compresa la condanna senza equivoci degli errori correnti: per salvare questo ultimo elemento Mons. Lefebvre poté ricorrere ad ordinazioni episcopali fuori dall’ordinario, ma del tutto lecite, legittime nella reale situazione della Chiesa.
Osserviamo infine che tale stato di necessità non è percepito solo soggettivamente dalla Fraternità San Pio X, ma si basa soprattutto sulla certezza che abbiamo dal Magistero papale della condanna del diritto alla libertà religiosa, della collegialità, dell’ecumenismo, e di tutto quanto di contrario alla dottrina definita ha fatto seguito al Concilio, oltre che della liturgia e delle prassi che di fatto negano una serie di articoli di fede in modo più o meno diretto. (12)
La Fraternità non nega l’esistenza della gerarchia, ma non dimentica che si tratta di una gerarchia modernista. In quanto tale, non si può far finta di considerarne gli atti come «normali», e di valutarli come se si fosse in uno stato di ordine (del resto, nemmeno la Bussola sembra farlo per molti atti del presente pontificato). Ecco perché, pur di trasmettere e conservare la Fede cattolica come definita dai Papi, si ricorre a mezzi eccezionali.
Due documenti citati a sproposito
Ad Apostolorum Principis
Veniamo ora ad esaminare il primo documento citato contro Monsignor Lefebvre, cioè la lettera con cui Pio XII condanna le ordinazioni dei vescovi della «chiesa patriottica» in Cina (1958), destinati a formare una gerarchia parallela fedele al governo comunista. Può sembrare curioso che i conservatori, che accettano la dottrina erronea di Lumen gentium sull’origine sacramentale del potere di governo dei vescovi, citino un documento che condanna (sulla base di Mystici Corporis e mille altri documenti dottrinali) proprio quella teoria conciliare.
In effetti è proprio il Concilio (in questo totalmente confermato dai documenti di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) a sostenere che la giurisdizione episcopale non venga dal Papa ma dalla stessa ordinazione sacramentale, proponendo così una dottrina già ampiamente condannata. Non sappiamo a che dottrina credano i conservatori, ma evidentemente vogliono mettersi sul terreno dei cattolici fedeli al Magistero tradizionale per cercare di porli in difficoltà.
In realtà ci sarebbe anzitutto da chiedersi, qualora costoro credano alla dottrina esposta da Pio XII, come facciano a non vedere che già dal Concilio si tenta di costruire una nuova religione che sovverte il cattolicesimo, e di imporla a tutti i fedeli; se invece non ci credono, ci si chiede perché usare strumentalmente una lettera che non potrebbero intendere in quel senso letterale, secondo quanto impone la Nota praevia di Lumen gentium.
Veniamo però al merito dell’obiezione: si sostiene che non solo la lettera insegni che per diritto divino è il Papa solo a conferire la giurisdizione ai vescovi residenziali, ma anche che solo la Santa Sede possa determinare chi deve ricevere l’episcopato. Facciamo anzitutto notare che si parla di candidati all’episcopato residenziale in una situazione ordinaria, cioè di candidati che insieme all’ordinazione dovranno appunto ricevere la giurisdizione dal Pontefice. Nessuno dubita che in tale caso solo alla Santa Sede spetti di giudicare i candidati idonei a tali nomine, senza altre ingerenze (il riferimento immediato della lettera è al governo comunista cinese).
Non si capisce però come questo possa inficiare la liceità morale dell’ordinazione episcopale in caso di grave necessità generale, senza pretesa di conferimento di alcuna giurisdizione: Pio XII parla della scelta di vescovi che dovranno ricevere missione canonica ordinaria dal Papa, il che niente ha a che vedere con il caso dei vescovi della FSSPX. La cosa sarà ancora più chiara con il commento al documento seguente.
Quartus supra
Viene portata un’obiezione che dovrebbe basarsi sulla lettera con cui Pio IX interviene in una querela suscitata dal patriarcato armeno cattolico (nel 1873). Era infatti successo che, nonostante il privilegio della chiesa armena di presentare a Roma una terna di candidati all’episcopato, tra i quali il Papa scegliesse chi nominare, il Papa avesse in alcuni casi rigettato i tre nomi per un quarto, direttamente scelto da lui.
Pio IX ovviamente risponde che i privilegi dei patriarcati o delle chiese locali sono norme di diritto ecclesiastico, che in nulla possono inficiare la pienezza del potere pontificio, che per diritto divino può andare oltre e nominare in altri modi i vescovi. Nessun cattolico mai metterebbe in dubbio una tale verità.
Tuttavia nemmeno questo ha nulla a che vedere con il caso di Monsignor Lefebvre: non si stabilisce qui un principio, come vorrebbero i nostri obiettanti, per cui conferire un’ordinazione episcopale (senza pretesa di conferire una sede, ma per una mera necessità sacramentale) sia per diritto divino impossibile senza una designazione papale; si dice invece che il Papa può per diritto divino nominare senza vincoli canonici chi vuole alle sedi vescovili.
Quanto alla citazione delle lettere di Papa sant’Innocenzo I (13), esse parlano dell’episcopato residenziale, cioè con la concessione della giurisdizione. I discorsi di queste lettere e dei Papi antichi vanno sempre letti nell’ottica dell’istituzione di vescovi residenziali, non della semplice collazione del sacramento dell’Ordine che, come abbiamo visto, resta possibile quando inevitabilmente necessario. Trattano infatti della situazione ordinaria e del caso comune di nomina episcopale a una sede.
Qualche ultima considerazione
Come si vede, la Fraternità San Pio X basa le sue scelte sulla considerazione della natura giuridica della Chiesa, che non è senza mezzi per le situazioni eccezionali. Che la gerarchia intera si sia separata dalla professione della vera Fede, o sia silente sull’apostasia, è un fatto enorme che non fa riflettere la Bussola. Per la Bussola in questa situazione occorrerebbe rapportarsi alle autorità come in periodo normale, ignorando tale generale apostasia (salvo poi qualificare i vescovi italiani del titolo di «usurpatori» quando toccano qualche novità dottrinale che la Bussola non ha digerito per il momento: infatti, perché supporre che i conservatori non accetteranno mai l’omosessualismo, se hanno accettato già collegialità e libertà religiosa?).
Un capitolo a parte meriterebbe l’uso strumentale e selettivo che la Bussola fa degli interventi romani in merito alla FSSPX, ignorando o minimizzando sistematicamente ogni concessione fatta nel tempo dai recenti Pontefici. Non insistiamo perché abbiamo voluto basarci su princìpi ben più elevati.
Facciamo però un esempio: la Bussola nega autorità alla risposta del presidente della Commissione Ecclesia Dei del 27 settembre 2002, che permetterebbe ai fedeli di assistere alla Messa e adempiere al precetto domenicale presso i sacerdoti della FSSPX.
Precisiamo anzitutto che la FSSPX chiede ai fedeli di venire a Messa presso le proprie cappelle proprio per manifestare il proprio rifiuto degli errori moderni e della nuova messa, partecipando a un culto corrispondente alla Fede romana, e non si basa su questi documenti (che al massimo sono stati usati come argomenti ad hominem).
Quello però che fa specie è che la Bussola spieghi pontificalmente che il diritto canonico dice che si assolve il precetto solo assistendo alla Messa domenicale in un «rito cattolico», dimenticandosi però che il nuovo canone 844§2, violando il diritto divino, permette ai cattolici impossibilitati di accedere a un ministro cattolico di ricevere i sacramenti da ministri non-cattolici validamente ordinati, «ogni volta che lo richieda la necessità o una vera utilità spirituale»; e che la Santa Sede, con diversi accordi con le «chiese» scismatiche orientali, ha permesso ai cattolici di assistere alla Messa presso tali comunità (compresa quella assira, dove la Messa non ha neppure le parole della consacrazione ed è perciò non solo illecita ma del tutto invalida). (14)
In conclusione, consigliamo al lettore la lettura degli articoli citati in nota, ricchi di apparati e di riferimenti, per tutte le questioni che potrebbero essere poco chiare o sospese. Non è infatti possibile in questo breve testo ritornare alla confutazione di ogni singolo sofisma o al chiarimento di ogni singolo concetto esposto.
Viviamo in un tempo eccezionale, molto più di quello che crede la Bussola, in cui l’intera gerarchia ha rinnegato l’integralità della fede romana. Forse è questo che la Bussola non capisce, e tira fuori dal cappello vecchi sofismi già più volte affrontati, senza chiedersi che cosa richieda oggi un’integrale professione di fede. Se però lo capisce e nega comunque la legittimità delle consacrazioni episcopali senza mandato in queste circostanze, è probabilmente la loro visione della Chiesa a far difetto di elementi giuridici indispensabili nelle situazioni eccezionali.
Ne va della natura della Chiesa, destinata a trasmettere la Fede integralmente e a salvare le anime, senza perdere nessuno dei suoi pezzi. C’è chi sacrifica la professione della Fede per salvare la gerarchia.
C’è chi sacrifica la gerarchia per salvare la professione della Fede, come i sedevacantismi vecchi e nuovi. La Fraternità San Pio X, al seguito delle scelte di Mons. Lefebvre, ha cercato una spiegazione e una strada che conservino tutti gli elementi costitutivi della Chiesa.
NOTE
1) Vi sono nella Chiesa due poteri, lasciati da Nostro Signore Gesù Cristo, e due gerarchie che ne derivano, le quali si incrociano e si sovrappongono in parte, ma che restano ben distinte nelle loro attribuzioni e nelle loro fonti. Questi due poteri sono: 1) la potestas sanctificandi, che si riceve e si esercita tramite il Sacramento dell’Ordine nei suoi vari gradi e che consiste principalmente nel potere di consacrare l’Eucaristia e mediante questa e gli altri Sacramenti dare la grazia alle anime. Poiché la fonte di questo potere è un Sacramento, l’autore diretto ne è Nostro Signore stesso, ex opere operato: i ministri ne sono solo gli strumenti. 2). La potestas regendi, o potere di giurisdizione, che comprende in sé il potere spirituale di governare e di insegnare. La Chiesa essendo una società deve avere un’autorità capace di legiferare e di guidare, oltre che di punire e correggere. Questo potere, che Nostro Signore ugualmente possiede al supremo grado, è da Lui trasmesso direttamente solo al Papa al momento dell’accettazione dell’elezione, e dal Papa in vari modi è trasmesso al resto della Chiesa. Non ha di per sé alcun legame con il potere d’ordine. In questo senso Vescovo è colui che ha ricevuto dal Papa il potere di governare una diocesi, indipendentemente dal fatto della sua consacrazione episcopale.
Per approfondire, si vedano gli articoli citati alla nota 4.
2) Notiamo preliminarmente che la maggior parte degli argomenti addotti dalla Bussola non sono affatto nuovi, come vedremo, e si trovano confutati globalmente nell’opuscolo La Tradizione scomunicate, ed Ichthys 2007.
3) Una radicale e completa confutazione di tali tesi si trova negli articoli apparsi sul Courrier de Rome, a firma di don Jean-Michel Gleize, apparsi nei numeri di ottobre e novembre 2022 (nn. 657-658). Ad essi rimandiamo il lettore che voglia approfondire ulteriormente.
4) Sull’argomento, due articoli consultabili on line: cfr. https://fsspx.it/it/news-events/news/episcopato-e-collegialita-84983 e https://www.slideshare.net/GedersonFalcometa/nuova-e-antica-dottrina-a-c…
5) Gli articoli citati alla nota 2 proveranno ad abundantiam quanto qui affermato. Ci piace aggiungere qui perfino una citazione di Giovanni XXIII (prima del Concilio) sull’argomento: dalla consacrazione episcopale «non può provenire assolutamente alcuna giurisdizione, se viene compiuta senza mandato apostolico» (Allocuzione concistoriale del 15 dicembre 1958, AAS 50, p.983). Anche Papa Giovanni ammetterebbe quindi che Mons. Lefebvre, secondo la dottrina tradizionale, non poteva compiere uno scisma senza pretesa di trasmettere ciò che solo il mandato apostolico può dare, la giurisdizione: questo perché di per sé la consacrazione sola non dà altro che il potere di ordine.
6) Tale impostazione proviene dal diritto tradizionale delle Decretali (C. 44, de electione et electi potestate, I, 6, in VI°).
7) Perfino nel nuovo Codice di diritto canonico (del 1983), nonostante l’ecclesiologia conciliare che lo pervade, la pena per la consacrazione episcopale senza mandato (nuovo canone 1382) non è inserita tra quelle per i delitti “contro l’unità della Chiesa” (Parte II tit. I), ma tra quelle per l’usurpazione di uffici ecclesiastici (tit. III).
8) Quanto alla citazione del Caietano sullo scisma fatta nell’ultimo articolo della Bussola, essa appare incompleta e tendenziosa. Il testo infatti letto per intero distingue molto bene lo scisma dalla disobbedienza (che può sempre giustificarsi di fronte a un ordine iniquo, come il richiedere la negazione della fede per accedere ai sacramenti o il proibirne ingiustamente l’amministrazione davanti a una vera necessità). Vedi il commento e la citazione integrale del Caietano negli articoli di don J.-M. Gleize sul Courrier de Rome dell’aprile 2018 e del novembre 2022.
9) A tal proposito, si veda lo studio completo a questo link: https://fsspx.it/it/news-events/news/l%E2%80%99apostolato-della-fsspx-e-…
10) https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/peace/documents/…
11) Parole chiare sulla Chiesa, a cura di don Daniele Di Sorco, ed. Radio Spada 2023.
12) Per misurare l’ampiezza dei cambiamenti dottrinali imposti alla coscienza dei cattolici dal Concilio in poi, consigliamo la lettura dei seguenti libri: Mons. M. Lefebvre, Lo hanno detronizzato, ed. Piane; R. Amerio, Iota unum, ed. Lindau; Padre M. Gaudron, Catechismo della crisi nella Chiesa, ed. Piane.
13) Sarebbe da discutere anche l’inesattezza della traduzione delle lettere abbozzata dalla Bussola. Il testo, reperibile nella Patrologia latina del Migne 20:583, visto il pronome quo, che la Bussola omette di tradurre correttamente, fa capire chiaramente che è l’Apostolo Pietro la fonte dell’ipse episcopatus (non di tutto l’episcopato qui, ma di quello romano) e della tota auctoritas nominis (il prestigio della sede romana).
14) Tale concessione, risalente al 2001, con Giovanni Paolo II e al Card. Ratzinger come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, fece molto discutere e rimane un monumento di ecclesiologia e teologia sacramentale anti-cattoliche https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2001/… . Si veda il commento a tale mostruosità in Sì Sì No No Anno XXVIII n. 1, del 15 gennaio 2002 (https://www.sisinono.org/agosto-2002.html?download=264:n-1).
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Leone mette a capo di un Dicastero vaticano una femminista pro-benedizioni gay
Papa Leone XIV ha nominato la teologa cilena Claudia Leal Luna sottosegretaria del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, affidando così un incarico di alto livello in Vaticano a una fervente critica del rifiuto, da parte della Chiesa nel 2021, di benedire le unioni omosessuali. Lo riporta LifeSite.
La nomina, annunciata giovedì, vede Leal affiancata al gesuita padre Avelino Chicoma Bundo Chico. Vatican News e il comunicato del dicastero stesso confermano che Leal, nata il 12 dicembre 1977, è laureata in giurisprudenza all’Università del Cile e ha conseguito un dottorato in teologia morale presso l’Accademia Alfonsiana di Roma.
La posizione di Leal in materia di moralità sessuale è stata oggetto di critiche, soprattutto per quanto riguarda la sua posizione tradizionale del Vaticano contro le benedizioni alle unioni tra persone dello stesso sesso, in seguito al Responsum del 2021 della Congregazione per la Dottrina della Fede, in cui si afferma che la Chiesa considera tali benedizioni «illecite».
Pochi giorni dopo la pubblicazione, in un’intervista rilasciata il 17 marzo 2021 a Radio Universidad de Chile, ha replicato che «la morale sessuale della tradizione cristiana ha ancora bisogno di fare dei passi avanti».
La teologa cilena definito l’antropologia del documento «un po’ tassidermica» e ha contestato la distinzione tra benedire le persone con inclinazioni omosessuali e benedire le loro relazioni.
Un approccio personalista, sosteneva, tratterebbe le relazioni come «costitutive di ciò che siamo come persone». Il Responsum, approvato da Papa Francesco, ha ribadito che Dio «non benedice e non può benedire il peccato», distinguendo al contempo la persona dagli atti che il Catechismo della Chiesa Cattolica descrive come «intrinsecamente disordinati».
Nel suo saggio del 2022 La recepción de Amoris Laetitia en Chile, la studiosa esprime ulteriore delusione per il fatto che l’esortazione apostolica Amoris laetitia di Bergoglio del 2016 non sia andata abbastanza lontano. Scrive che la lettera papale non ha prodotto «alcuna innovazione per quanto riguarda la situazione delle diversità sessuali nella comunità ecclesiale».
Invocando la legge della gradualità, ha affermato che «il bene non è lo stesso per tutti» e ha attribuito ad Amoris laetitia il merito di aver dato «legittimità a un importante gruppo di “Pastorales de la Diversidad Sexual”», ovvero gruppi che si rivolgono a coloro che hanno «identità sessuali dissidenti».
Lo stesso saggio osserva che il documento ha aperto uno spazio alle donne cattoliche per esaminare «la compatibilità tra cristianesimo e femminismo», citando l’affermazione di papa Francesco secondo cui «apprezza il femminismo».
Leal si è inoltre definita femminista senza riserve, scrive LifeSite. In un’intervista rilasciata a El Dínamo il 23 dicembre 2021, ha affermato: «Chiunque abbia studiato etica sociale non può rifiutare la causa del femminismo. Una società in cui le donne hanno gli stessi diritti e le stesse opportunità degli uomini è un mondo più felice».
La Leal accolto con favore l’attenzione politica sulla parità di genere e sui «diritti dei gruppi LGBT+», raccontando di essersi «rizzata la testa» ascoltando il discorso inclusivo della presidente della Convenzione costituzionale cilena, Elisa Loncon. Insegna un corso su «La sessualità nella tradizione cristiana» che, a suo dire, dimostra come tale tradizione sia «molto meno monolitica di quanto si pensi».
La donna ha insegnato presso la Pontificia Università Cattolica del Cile dal 2012 al 2022 e dal 2022 è professoressa ordinaria di teologia fondamentale della famiglia presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia. È già consultiva presso il Dicastero per la Dottrina della Fede ed è stata nominata membro della Commissione Teologica Internazionale il 19 ottobre, appena due settimane prima di questa nomina.
InfoVaticana ha evidenziato queste dichiarazioni nella sua copertura sia della nomina alla Commissione Teologica Internazionale di ottobre, sia del nuovo ruolo di sottosegretario, rilevando l’assenza di qualsiasi ritrattazione pubblica delle sue affermazioni del 2021.
In una dichiarazione rilasciata dal dicastero, Leal ha affermato di aver accettato il nuovo incarico «con gratitudine al Santo Padre Leone XIV per la fiducia che mi ha accordato» e ha osservato che «ogni confine che ho varcato mi ha confermato che lo sviluppo umano ha sempre un volto e un nome, e che nessuno è straniero nella Chiesa».
La Leale si è affidata, per l’incarico a papa Giovanni XXIII, chiedendogli di insegnarle «a servire con la sua mitezza e fiducia, nella Chiesa che egli voleva fosse una Chiesa per tutti».
Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, sotto la guida della Prefetta Suor Alessandra Smerilli e del Pro-Prefetto Cardinale Fabio Baggio, si occupa di migrazione, cura del creato e questioni connesse allo sviluppo umano. Padre Chicoma Bundo Chico, co-incaricato, vanta una solida esperienza in materia di politiche migratorie e ha descritto il suo ruolo in termini di «presenza, impegno e testimonianza».
Come riportato da Renovatio 21, da anni è evidente che anche all’interno dei gangli vaticani la presenza femminea è in progressione costante.
È il segno che la Chiesa si femminizza, o meglio di svirilizza – oppure è effetto della quantità di omosessuali che occupano tutti i livelli del Vaticano post-conciliare?
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Spirito
«Gli organizzatori sapevano»: mons. Viganò su San Pietro negata alla Messa del Summorum Pontificum
Sapevano gli organizzatori, che avevano le lettere in mano (…) che hanno prestato al pellegrinaggio il loro nome e la loro autorità: non hanno accompagnato i pellegrini, li hanno abbandonati per non compromettere i rapporti con il Palazzo. Sapevano, e la loro colpa non è solo il silenzio, ma il tradimento nei confronti dei loro stessi fedeli, sui quali è ricaduta l’umiliazione e lo scandalo per il diniego. E vi è di peggio. Dopo aver lasciato venire i pellegrini a Roma, si è lamentata la confusione creata dai commentatori e si è ribadito che il pellegrinaggio nasce dall’amore per il Papa che lo ha respinto. Un portavoce vaticano è giunto a dire che bastava fare una richiesta più specifica, ma il testo della lettera dell’8 settembre lo smentisce parola per parola. Qualcuno poi si è affrettato a spiegare, a posteriori, che in fondo si trattava di una questione procedurale, di un malinteso, di una circostanza sfortunata: è la vergogna che si aggiunge alla vergogna. E a Santa Maria Maggiore, dove non soltanto fu negato il Pontificale, ma non fu consentita la distribuzione della Comunione perché l’ora concessa per la Messa bassa era stata sforata di otto minuti, si è ringraziato per iscritto l’arciprete della Basilica e persino il Cerimoniere. Né si dimentichi la patetica ritrattazione di un altro esponente del tradi-conservatorismo, Peter Kwasniewski. Chi giustifica il funzionario che nega la preghiera davanti all’Altare della Cattedra non difende la Chiesa: difende una finzione burocratica contro la Fede, oltre che i propri interessi. Questo è lo sdegno. La vergogna è un’altra, ed è più amara. È la vergogna di vedere uomini che predicano la Messa di sempre comportarsi, quando si tratta di «metterci la faccia», come impiegati di un’amministrazione: non si disturba, non si espone, non si dice nulla finché non lo si può dire senza conseguenze. I fedeli hanno viaggiato, hanno pregato e sono stati respinti ed umiliati. Ai loro pastori non si chiedeva di conquistare la Basilica: si chiedeva di avvisarli. Il Signore ha scritto: «Domus mea domus orationis vocabitur cunctis populis» (Is 56, 7). Tutti i popoli, dunque, salvo i Cattolici che chiedono solo di professare e di pregare. E nessuno, tra coloro che lo sapevano, ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce. Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.“Speculatores eius cæci omnes, nescierunt universi; canes muti non valentes latrare” (Is 56, 10). Le sue sentinelle sono tutte cieche, nessuna sa nulla; sono cani muti, incapaci di abbaiare.
I fatti sono ormai noti, li riassumo soltanto perché la cronologia è già una sentenza. Il 7 agosto la Segreteria di Stato negò la Messa “usus antiquior”. Il 30 settembre, con una lettera giunta a Parigi il 12 ottobre secondo quanto riferisce il National Catholic Register, la Segreteria di Stato negò perfino di entrare in processione nella Basilica Vaticana per pregare per il Papa e adorare il Santissimo Sacramento. Il 23 ottobre, a ventiquattr’ore dal pellegrinaggio, gli organizzatori ne diedero notizia. Il 24 ottobre i pellegrini, venuti da ogni parte del mondo, furono fermati al limite della giurisizione italiana. Nulla fu detto prima: né la lettera di agosto, né quella di settembre, né quella arrivata undici giorni prima. Non m’interessa, a questo punto, il Palazzo. Il Palazzo ha fatto ciò che fa il Palazzo: ha risposto in due righe, senza un motivo, con un numero di protocollo. Il Palazzo, almeno, è coerente con se stesso. Mi interessano coloro che avrebbero dovuto dire ai fedeli ciò che sapevano, e che hanno scelto di tacere per non perderci la faccia. Sapevano gli organizzatori, che avevano le lettere in mano. Lo sapeva Schneider, che aveva chiesto la Messa durante l’udienza privata concessagli dal Palazzo: già conosceva il rifiuto. Sapessero o non sapessero gli altri – i Cardinali, i professori, i monsignori e i superiori : Burke, Schneider, Barthe, Wach, i Cristo Re, i San Pietro, i De Mattei… – che hanno prestato al pellegrinaggio il loro nome e la loro autorità: non hanno accompagnato i pellegrini, li hanno abbandonati per non compromettere i rapporti con il Palazzo. Sapevano, e la loro colpa non è solo il silenzio, ma il tradimento nei confronti dei loro stessi fedeli, sui quali è ricaduta l’umiliazione e lo scandalo per il diniego. E vi è di peggio. Dopo aver lasciato venire i pellegrini a Roma, si è lamentata la confusione creata dai commentatori e si è ribadito che il pellegrinaggio nasce dall’amore per il Papa che lo ha respinto. Un portavoce vaticano è giunto a dire che bastava fare una richiesta più specifica, ma il testo della lettera dell’8 settembre lo smentisce parola per parola. Qualcuno poi si è affrettato a spiegare, a posteriori, che in fondo si trattava di una questione procedurale, di un malinteso, di una circostanza sfortunata: è la vergogna che si aggiunge alla vergogna. E a Santa Maria Maggiore, dove non soltanto fu negato il Pontificale, ma non fu consentita la distribuzione della Comunione perché l’ora concessa per la Messa bassa era stata sforata di otto minuti, si è ringraziato per iscritto l’arciprete della Basilica e persino il Cerimoniere. Né si dimentichi la patetica ritrattazione di un altro esponente del tradi-conservatorismo, Peter Kwasniewski. Chi giustifica il funzionario che nega la preghiera davanti all’Altare della Cattedra non difende la Chiesa: difende una finzione burocratica contro la Fede, oltre che i propri interessi. Questo è lo sdegno. La vergogna è un’altra, ed è più amara. È la vergogna di vedere uomini che predicano la Messa di sempre comportarsi, quando si tratta di “metterci la faccia”, come impiegati di un’amministrazione: non si disturba, non si espone, non si dice nulla finché non lo si può dire senza conseguenze. I fedeli hanno viaggiato, hanno pregato e sono stati respinti ed umiliati. Ai loro pastori non si chiedeva di conquistare la Basilica: si chiedeva di avvisarli. Il Signore ha scritto: “Domus mea domus orationis vocabitur cunctis populis” (Is 56, 7). Tutti i popoli, dunque, salvo i Cattolici che chiedono solo di professare e di pregare. E nessuno, tra coloro che lo sapevano, ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce. — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) October 29, 2026
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Spirito
«La Vergine Maria contro lo spirito di Assisi»: lettera del Superiore Generale FSSPX
«Rallegrati, Maria, perché tu sola hai schiacciato tutte le eresie apparse nel mondo»
La santissima Vergine Maria schiaccia le eresie perché la sua missione materna consiste nel condurre le anime alla vita divina conducendole a Gesù Cristo, Verità incarnata. Ora l’eresia, alterando la conoscenza di Dio e di Cristo, colpisce la vita soprannaturale alla sua stessa fonte. Colei che ha ricevuto la missione di comunicare questa vita alle anime deve dunque anche preservarle da ciò che la distrugge: l’errore e la menzogna.
Schiacciare le eresie significa dunque, per Maria, difendere nelle intelligenze la Verità di suo Figlio, per mantenere le anime unite a Lui.
Cari fedeli, amici e benefattori,
Lo spirito di Assisi e di Mater Populi Fidelis
Quarant’anni fa, papa Giovanni Paolo II riuniva ad Assisi i rappresentanti di tutte le religioni, per una giornata che avrebbe marcato profondamente le anime e sarebbe diventata il funesto paradigma di un’intera serie di incontri ecumenici che si sarebbero ripetuti negli anni. I più anziani fra noi ricordano probabilmente un episodio particolarmente significativo: un gruppo di pellegrini provenienti dall’Italia meridionale era arrivato ad Assisi portando una statua di Nostra Signora di Fatima, senza capire bene che cosa stesse per accadere… Furono allontanati dagli organizzatori dell’incontro, perché la presenza di quella statua avrebbe intralciato lo svolgimento delle cerimonie previste.
Un anno fa, il 4 novembre 2025, il Dicastero per la Dottrina della fede pubblicava un testo che ha suscitato numerose reazioni, poiché chiedeva esplicitamente al popolo cristiano di evitare di impiegare, a proposito della santissima Vergine Maria, i titoli di Corredentrice e di Mediatrice di tutte le grazie. Questi titoli sono oggi considerati inappropriati, inesatti e, soprattutto, inadatti a esprimere adeguatamente il dogma cattolico così come viene ormai concepito e rivisitato.
Questo testo funesto, devastante sia per il suo contenuto che per le sue inevitabili conseguenze pastorali, ha tuttavia prodotto – indirettamente – un effetto positivo: quello di rimettere in luce l’importanza delle formule e dei titoli. Infatti, la prospettiva modernista, che tende a ridurre l’atto di fede a un’esperienza personale e intima di Dio, porta al disprezzo delle formule, con il pretesto che la fede non potrebbe essere ridotta né circoscritta dall’uso di espressioni concrete e «tecniche», strutturalmente incapaci di esprimere un’esperienza vissuta.
Vorremmo allora approfittare del triste anniversario della riunione interreligiosa di Assisi e della pubblicazione di Mater Populi Fidelis per meditare su un bellissimo titolo che la liturgia attribuisce alla santissima Vergine Maria: colei che, da sola, schiaccia tutte le eresie. «Rallegrati, Maria, perché tu sola hai schiacciato tutte le eresie apparse nel mondo».
Come giustificare un simile titolo? Per quale ragione la Chiesa, fin nella sua liturgia, intende offrirci una tale immagine di Maria? A prima vista, questo titolo non sembra avere un legame diretto né con la maternità divina né con la verginità perpetua di Maria.
Per misurare la bellezza e la profondità di questo titolo, e coglierne tutta la portata, occorre risalire fino alla fonte stessa della vita soprannaturale: la vita di Dio, che a Lui piace comunicare alle anime per mezzo della grazia. È sotto questa luce che si potrà comprendere il posto unico della santissima Vergine Maria, nella quale questa partecipazione alla vita divina raggiunge una pienezza incomparabile.
Che cos’è la vita divina?
Facciamo un po’ di teologia e cerchiamo di penetrare, per qualche istante, nell’eternità. La vita divina è ciò che vi è di più semplice; ma questa stessa semplicità è di una tale profondità che non possiamo coglierla pienamente.
«La vita divina non è altro che un atto di contemplazione e di amore con cui Dio, contemplandosi al tempo stesso come somma Verità e come sommo Bene, gode perfettamente di sé».
Nell’eternità, Dio compie un solo e unico atto: contempla costantemente se stesso. Contempla il suo Essere, ne contempla l’infinita perfezione – poiché questo Essere è tale: infinitamente perfetto. Questa contemplazione del suo Essere supremo costituisce la sua stessa vita: se Dio non vivesse così, non sarebbe più Dio, semplicemente.
Ora, questa perfezione infinita che contempla, la contempla perfettamente: la sua intelligenza divina contempla il suo Essere divino e lo coglie per intero, in un unico atto di contemplazione, perfettamente vero e sempre identico a se stesso. Così, conoscendo perfettamente il suo Essere divino, si contempla come somma Verità. (1)
E d’altra parte, contemplandosi come somma Verità, Dio si contempla altresì come sommo Bene. Infatti, il Vero e il Bene designano una sola e medesima realtà, considerata sotto due rapporti diversi (2): se Dio è il sommo Essere e la somma Verità, è dunque anche necessariamente il sommo Bene. E in questa contemplazione di sé come sommo Bene, Dio ama perfettamente se stesso. Se così non fosse, Dio non sarebbe più Dio.
In sintesi, la vita divina non è altro che un atto di contemplazione e di amore con cui Dio, contemplandosi al tempo stesso come somma Verità e come sommo Bene, gode perfettamente di sé.
Ora, pur bastando così a se stesso, Dio, liberamente, ha scelto di comunicare qualcosa del suo Essere e della sua perfezione ad altri da sé. Infatti, la bontà inclina naturalmente a comunicarsi agli altri, a donarsi. Nel caso di Dio, somma Bontà, questo libero dono di sé al di fuori di sé ha avuto per oggetto le creature; e in particolare certe creature alle quali Dio non comunicherà soltanto qualcosa del suo Essere e della sua perfezione, ma qualcosa della sua stessa vita.
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Dio comunica la sua vita alle anime facendosi conoscere
Poste queste premesse fondamentali, si comprende facilmente che, per comunicare a un’anima una certa partecipazione alla sua vita divina, Dio comincia col farle conoscere qualcosa di sé. È proprio per farla vivere, per farla partecipare a questa contemplazione di sé che costituisce la sua stessa vita, che Dio si “rivela” sotto il velo della fede.
L’anima illuminata dalla fede può conoscere Dio e, conoscendolo, può amarlo e servirlo. È in questo che la fede è necessaria. È infatti impossibile amare il Bene e aderirvi, se questo Bene non è prima conosciuto. Nessuno ama né desidera ciò che non conosce.
Ora, questa Rivelazione non si limiterà a farci conoscere le perfezioni di Dio. Ci farà penetrare più avanti nell’intimità della sua vita, svelandoci un mistero che la nostra ragione, lasciata a se stessa, non avrebbe mai potuto scoprire: questa vita divina unica è quella di tre Persone distinte, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
«È proprio per farla vivere, per farla partecipare a questa contemplazione di sé che costituisce la sua stessa vita, che Dio «si rivela» sotto il velo della fede».
Nella vita della santissima Trinità, il Padre, conoscendo se stesso, genera eternamente il suo Verbo, espressione perfetta della Verità divina, «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3). Il Figlio è dunque questo Verbo, nel quale il Padre si riflette ed esprime la Verità eterna. E dal Padre e dal Figlio procede eternamente lo Spirito Santo, Amore sussistente.
È proprio a questa vita trinitaria che Dio vuole farci partecipare. Da questo desiderio di santificare le anime procedono dunque la Rivelazione progressiva dell’Antico Testamento e, soprattutto, il suo coronamento nella venuta sulla terra del Verbo di Dio, somma Verità incarnata. Essendosi Dio fatto uomo, chi contempla Nostro Signore contempla, attraverso la sua umanità, Dio stesso: «Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14, 9); e, mediante questa conoscenza del Padre attraverso il Figlio, accede alla vita eterna: «La vita eterna è che conoscano Te e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).
Questo punto è capitale: la conoscenza di Nostro Signore, Verbo fatto carne, è diventata il mezzo necessario quaggiù per conoscere intimamente Dio. È per mezzo dell’umanità del Verbo incarnato, e unicamente per essa, che gli uomini possono avere accesso alla vita trinitaria e contemplare Dio: «Nessuno ha mai visto Dio. Il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, è lui che lo ha fatto conoscere» (Gv 1, 18); e di conseguenza, «noi abbiamo contemplato la sua gloria, Figlio unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).
Certo, Dio si fa conoscere senza la minima possibilità di errore: se, per assurdo, Dio si facesse conoscere mescolando alla Verità qualche errore, renderebbe impossibile la santificazione delle anime. Detto questo, la fede conserva sempre una parte di oscurità: su questa terra, conosciamo Dio attraverso un velo. Questo velo sarà tolto nell’Eternità, dove la conoscenza propria della fede cederà il posto alla visione beatifica: la nostra conoscenza soprannaturale di Dio passerà così da una modalità imperfetta ad una modalità perfetta; la fede precede la visione ed esiste per prepararla e condurci a essa.
«La conoscenza di Nostro Signore, Verbo fatto carne, è diventata il mezzo necessario quaggiù per conoscere intimamente Dio».
Se dunque Dio santifica le anime e le fa vivere con i mezzi che abbiamo appena descritto a grandi linee, quale può essere il grado di conoscenza di questa somma Verità nell’anima della santissima Vergine Maria?
Vedremo che questa contemplazione della Verità in Maria corrisponde, da un lato, al suo grado di pienezza di grazia, dall’altro alla sua maternità divina, e infine alla sua missione particolare di Mediatrice universale, che implica l’incarico di comunicare a tutte le anime la conoscenza intima di suo Figlio, vero Dio e vero uomo.
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La contemplazione della Verità in Maria, piena di grazia
È del tutto evidente che la santità di Maria comporta in lei un grado di contemplazione del Vero inimmaginabile per ciascuno di noi. Infatti, preservata dal peccato originale e dalle sue ferite, non conosce alcun rischio di errore. Nella sua intelligenza non vi è alcuna sorta di illusione, alcun giudizio errato o precipitoso. Nessuna passione disordinata viene a turbare o a oscurare in lei la percezione del Vero. La sua contemplazione della Verità non incontra alcun ostacolo.
Ma soprattutto, la sua purezza conferisce alla sua intelligenza una capacità senza pari di penetrare le verità eterne, capacità ulteriormente rafforzata dalla presenza nella sua anima, in un grado inimmaginabile, dei doni soprannaturali dello Spirito Santo: in particolare, i doni dell’intelletto e della sapienza le permettono di contemplare le Verità divine in un grado superiore a quello dei Serafini e dei Cherubini. Ella è la Sede della Sapienza.
A motivo della sua pienezza di grazia, la sua anima si trova così in una situazione assolutamente privilegiata e unica. Il peccato e l’errore sarebbero due realtà che ostacolerebbero, in un modo o nell’altro, la sua perfetta contemplazione e, di conseguenza, la sua perfetta unione con Dio e la sua santità. Ora, come la sua anima non può essere sfiorata non solo dalla minima ombra di peccato, ma nemmeno dalla minima imperfezione, così la sua intelligenza non potrebbe essere sfiorata dalla minima ombra di errore.
Questa perfetta adesione di Maria alla Verità permette di comprendere anche l’incomparabile perfezione della sua libertà. «La Verità vi renderà liberi» (Gv 8, 32): mai questa parola di Nostro Signore trova, in una semplice creatura, una realizzazione tanto perfetta quanto in sua madre. Perché la vera libertà non consiste nella possibilità di allontanarsi dal bene, ma nella capacità di muoversi in esso senza impedimenti.
Non essendo la sua volontà ostacolata da alcuna inclinazione al peccato, essendo la sua conoscenza della Verità e la sua adesione al Bene senza ostacoli, la sua stessa libertà raggiungeva una perfezione unica. Lungi dal diminuire il suo libero arbitrio, la sua impeccabilità le conferiva, secondo l’espressione di padre Garrigou-Lagrange, «la piena libertà nell’ordine del bene senza alcuna deviazione verso il male» (3). La sua libertà era così, sull’esempio di quella del suo divino Figlio, un’immagine purissima della libertà di Dio.
La Madre di Dio, contemplatrice del Verbo incarnato
Occorre tenere presente che la contemplazione di cui parliamo, essendo un mezzo con cui Dio comunica la sua stessa vita, non si limita all’osservazione e all’ammirazione delle verità contemplate: questa contemplazione stessa trasforma a poco a poco le anime secondo il modello di ciò che contemplano. In altre parole, mediante la contemplazione cristiana, Dio assimila progressivamente le anime e le trasforma a immagine di Gesù Cristo. È in questo senso preciso che san Paolo insegna che «il giusto vive di fede» (Rm 1, 17).
Ora, l’anima che, più di ogni altra, ha vissuto costantemente sotto l’influsso della fede nella contemplazione di Nostro Signore, è quella della santissima Vergine Maria. Perché la capacità unica e singolare dell’Immacolata di penetrare il Vero attraverso la contemplazione non dipende soltanto dai doni senza pari che ha ricevuto, e che la dispongono a una capacità intuitiva superiore a quella degli angeli. Un altro elemento, altrettanto importante, la pone in una situazione assolutamente privilegiata: la sua relazione diretta e unica con l’umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, in ragione della maternità divina.
«La santissima Vergine Maria è tanto più intimamente unita all’oggetto stesso della sua contemplazione in quanto questo Verbo incarnato è veramente suo Figlio e lei è veramente sua madre».
Non dimentichiamo che questa umanità, unita al Verbo, è il mezzo con cui il Padre ha scelto di compiere la pienezza della Rivelazione. Ora, la santissima Vergine Maria è tanto più intimamente unita all’oggetto stesso della sua contemplazione in quanto questo Verbo incarnato è veramente suo Figlio e lei è veramente sua madre.
Questa prossimità è portata a un grado assolutamente incomparabile dal fatto che l’umanità di Nostro Signore, nel suo elemento materiale, è fornita esclusivamente dalla santissima Vergine Maria. Di conseguenza, non è mai esistita e non esisterà mai nella storia un’affinità più profonda tra una madre e suo figlio di quella che unisce Maria e Gesù.
Senza rischio di esagerare, possiamo qui stabilire un parallelo piuttosto impressionante tra la generazione eterna del Verbo e la generazione nel tempo di Nostro Signore. Come il Padre, nell’eternità, contemplando il Verbo, gli dice: «Oggi ti ho generato» (Salmo 2, 7) – dove l’oggi significa l’eternità stessa –; così la Madonna, contemplando Nostro Signore, può dirgli senza posa: «Sono tua madre, ti ho generato nel tempo». Parafrasando il Credo, san Leone Magno riassume l’affinità unica tra l’umanità di Nostro Signore e Maria con un’espressione molto bella e piuttosto originale: «consustanziale a sua Madre» (Sermone 30, 6).
Inoltre, Maria ha avuto per trent’anni sotto gli occhi questa umanità unita al Verbo, come una finestra divina spalancata davanti alla sua anima. Sappiamo tutti che Nostro Signore ha voluto trascorrere trent’anni della sua vita nell’oscurità per farci cogliere il primato della vita contemplativa sulla vita attiva. Ma una seconda ragione, altrettanto profonda, illumina questi lunghi anni di Nazaret: offrire a Maria l’agio di contemplare, in un’intimità senza pari, il Verbo incarnato di cui era la madre. Perché? Perché fosse sempre più santificata e trasformata a sua immagine, certamente. Ma anche perché, nutrita dalla contemplazione della Verità fatta carne, potesse poi farne vivere la Chiesa.
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Maria comunica alle anime la vita che ha ricevuto
Infatti, questa incomparabile conoscenza del Verbo incarnato non era destinata a restare il privilegio personale della Vergine Maria. La pienezza di grazia che ha ricevuto era ordinata anche alla sua missione di Mediatrice universale: colei che ha ricevuto Cristo e lo ha dato al mondo resta associata, in piena dipendenza dal Figlio, alla comunicazione alle anime dei frutti della Redenzione.
Di conseguenza, poiché la vita soprannaturale comincia quaggiù con la conoscenza di Dio sotto il velo della fede, è in primissimo luogo in questo ambito che si esercita la mediazione di Maria. Avendo conosciuto Gesù Cristo come nessun’altra creatura, ella genera i suoi figli alla vita della fede: introduce le anime alla conoscenza di suo Figlio, le conferma nella Verità che egli rivela e insegna loro a penetrarne sempre più i misteri.
«La sua vocazione non è soltanto di essere un modello di vita cristiana, ma di essere anche la madre che comunica questa vita alle anime e la protegge nel suo sviluppo».
La Madonna doveva così comunicare alla Chiesa nascente, non soltanto il frutto della sua contemplazione, ma in un certo senso l’esercizio stesso – potremmo dire il metodo – di questa contemplazione, chiamata a costituire il principio interiore della vita della Chiesa. Infatti, che sia spirituale, liturgica o dottrinale, l’attività della Chiesa si riconduce sempre a un medesimo atto di contemplazione, la cui finalità è santificare le anime e prepararle alla visione beatifica. Nostra Signora doveva diventare, in questa prospettiva, l’archetipo dell’anima cristiana.
Ma la missione materna di Maria non si ferma qui: poiché il suo scopo è far nascere la fede nelle anime, ella non può restare indifferente alla necessità di difendere la Verità. Incaricata di condurre le anime alla Vita conducendole a suo Figlio, deve anche preservarle assolutamente da ciò che oscura la loro conoscenza di Gesù Cristo e le allontana da lui. Perché l’errore in questo ambito, interponendosi tra l’intelligenza e la Verità divina, colpisce la vita soprannaturale alla sua stessa fonte.
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L’errore è nemico della contemplazione e, di conseguenza, della santificazione
È importante cogliere bene la necessità della contemplazione come fondamento della vita spirituale. Nella concezione modernista, l’atto di fede è ridotto essenzialmente a un’esperienza interiore e personale di Dio che, in pratica, prescinde dal contenuto esteriore della Rivelazione: una tale concezione rende incomprensibile e inutile tutto ciò che abbiamo appena descritto.
«Incaricata di condurre le anime alla Vita conducendole a suo Figlio, deve anche preservarle assolutamente da ciò che oscura la loro conoscenza di Gesù Cristo e le allontana da lui».
Illustriamo questa difficoltà con un esempio concreto. Se non credo più, in termini chiari e senza equivoci, che la santa Messa è il rinnovamento del sacrificio della Croce reso presente sull’altare, la mia contemplazione e la mia percezione di questo sacramento ne risulteranno modificate. Di conseguenza, anche il mio modo di pregare, di celebrare la Messa o di assistervi cambierà.
A lungo andare, cambierà anche la mia concezione dello stesso sacrificio della Croce, perché l’atto che lo rinnova sarà stato, in un certo modo, snaturato nel suo significato e nella comprensione che posso averne. Per finire, lo stesso concetto di Redenzione ne risulterà trasformato, soprattutto nella sua dimensione espiatoria e propiziatoria.
Lo stesso meccanismo si ritrova ogni volta che una verità rivelata viene oscurata o indebolita: la contemplazione ne risulta colpita, poi la vita cristiana stessa. Di fatto, ciò corrisponde a quanto è accaduto nella Chiesa universale con il rito riformato. E l’esempio potrebbe essere facilmente esteso alla perdita della fede nella regalità di Cristo e nei suoi diritti pubblici imprescindibili, o ancora nella necessità assoluta di passare per Nostro Signore per essere salvati, dando luogo oggi alla pratica generalizzata di un ecumenismo deleterio.
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Madre delle nostre anime, la Vergine Maria è fondamentalmente antiecumenica
Appare dunque chiaramente che la santissima Vergine Maria, archetipo dell’anima cristiana e madre della vita soprannaturale, aborrisce l’errore come aborrisce il peccato. La sua vocazione non è soltanto di essere un modello di vita cristiana, ma di essere anche la madre che comunica questa vita alle anime e la protegge nel suo sviluppo.
Da che cosa deve proteggerla? Da tutto ciò che le fa ostacolo, la ferisce o la distrugge: l’eresia e il peccato. Comprendiamo allora più profondamente che cosa significa schiacciare la testa del Serpente, di colui che è «omicida fin da principio» (Gv 8, 44) e nemico della Vita. Là dove Satana diffonde la morte con la menzogna e con il peccato, Maria protegge la vita conducendo le anime alla Verità e alla grazia.
Schiacciare la testa del Serpente significa dunque anche distruggere le sue menzogne: tutti quegli errori che impediscono alle anime di conoscere nella sua pienezza la Verità divina, di contemplarne la Bellezza e di prepararsi a possederla per l’eternità. Perché Satana persegue, attraverso tutte le sue opere, un medesimo disegno: separare l’intelligenza dalla Verità per separare l’anima da Dio.
In nessun modo la santissima Vergine può tollerare che suo Figlio, Verità incarnata, sia considerato una via tra le altre per andare al Padre; in nessun modo potrebbe tollerare che la Verità e l’errore siano trattati sullo stesso piano, in nome della dignità umana e della libertà menzognera di scegliere tra il vero e il falso. Nessuno come la Madonna è consapevole che lasciare le anime scegliere tra Gesù e Barabba significherebbe ingannarle e disprezzarle.
Nessuno come la Vergine può fare propria la risposta di Nostro Signore ai Giudei: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6, 29). A quest’opera è associata in modo unico come Madre di Dio: è per mezzo di lei che il Figlio inviato dal Padre entra nel mondo.
Ecco perché è la grande assente degli incontri ecumenici: dà fastidio, non può essere invitata. È portatrice di un messaggio incompatibile con lo spirito di Assisi: il richiamo inflessibile dei diritti esclusivi di suo Figlio, Cristo Re, su tutte le anime – in altri termini, i diritti della Verità di fronte all’errore e le prerogative della Chiesa di fronte alle altre religioni. Se potesse prendervi la parola, ricorderebbe necessariamente agli uomini, in quanto Madre e Regina, che s’impone una scelta: «O mio Figlio o gli altri!».
«Schiacciare la testa del Serpente significa dunque anche distruggere le sue menzogne».
Ecco perché, tra i titoli più belli e gloriosi che la liturgia – e dunque la Chiesa – attribuisce a Maria, figura questo: «Colei che, da sola, schiaccia tutte le eresie». Questo titolo si addice in modo mirabile a colei che ha ricevuto la missione e il mezzo di far nascere in noi la vita divina – Nostro Signore stesso – e di condurci alla santità.
È dunque lei sola che, nella confusione attuale di un modernismo trionfante, può ottenere alle nostre anime di essere preservate dall’errore e dall’indifferenza – quest’ultima essendo talvolta ciò che conduce all’errore, talvolta ciò che ne deriva: il frutto più maturo e più pernicioso dello spirito di Assisi.
È la Vergine sola che può ricondurre di nuovo le intelligenze verso la Verità eterna, e convertirle permettendo loro di conoscere Dio e di adorarlo «in spirito e verità» (Gv 4, 24).
È soltanto lei, infine, che può ridare agli uomini di Chiesa lo zelo dei papi, dei martiri e dei confessori, pronti a tutto per difendere la Fede cattolica e manifestarne al mondo la purezza: riflesso, nel tempo e nella storia, della purezza stessa della Verità eterna.
Dio vi benedica.
Don Davide Pagliarani
Menzingen, 4 novembre 2026
NOTE
1) La verità è la perfetta conformità dell’intelligenza alla realtà che essa conosce. Ora, in Dio la potenza della sua intelligenza è infinita, così come la realtà a cui si applica: l’Essere stesso di Dio. Per questa ragione, Dio è la Verità suprema.
2) Il Vero è l’Essere in quanto conosciuto dall’intelligenza; il Bene è l’Essere in quanto desiderato o posseduto dalla volontà.
3) Réginald Garrigou-Lagrange, o.p., La Mère du Sauveur et notre vie intérieure, prima parte, cap. II, art. III, «Marie a été exempte de toute faute, même vénielle?», Paris, Éditions du Cerf, 1948.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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