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Geopolitica

Zelens’kyj è fuori controllo

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In pratica è venuto a Roma, e ha rifiutato l’offerta del papa. Lui può: è più re del vicario del Re dei re.

 

Povero Bergolio, ci teneva tanto. Lui ha capito che la narrativa atlantica non porta da nessuna parte – o meglio, ha capito che così come sono le cose, lui non può ricavarne niente. Aveva fatto figure da cioccolataio a ripetizione. Dice che la NATO abbaia, poi fa una foto mentre bacia una bandiera di Maidan. Insulta i ceceni e i buriati, poi difende i monaci della Lavra. Insomma, aveva voglia di provarci. Del resto i papi servono anche a quello – e lui magari ha compreso pure che ad una certa deve dimostrare – materialmente, formalmente, mediaticamente – di esserne uno.

 

E invece no. Quello arriva, con la felpetta nera con il tridente che pare proprio quello delle milizie di Bandera che collaborarono con Hitler nella pulizia etnica (apice assoluto raggiunto da Vespa: Zelens’kyj che accusa Putin di aver inventato e diffuso l’idea che in Ucraina ci sono i nazisti, e lo dice con il logo ucronazista sul petto e sulle spalline).

 

Dimentichiamoci il dress code: il giorno prima, ad un evento «familiota», gli era toccato di sedersi a fianco di Giorgia Meloni che, in barba ad ogni regola nota nei secoli (ma qualcuno del protocollo non glielo ha detto?) si è presentata vestita di bianco come lui, pantaloni e taccazzi, e in più la manina a toccare il braccio del papa, quasi come faceva il suo amico rivale Macron, che gli metteva le mani in faccia.

 

Zelens’kyj non ha avuto bisogno di toccare il papa, perché gli è superiore. Se il cristianesimo si basa su un Dio che si fa vittima dell’umanità, ecco qui il presidente di una Nazione che ha battuto ogni record di vittimismo globale, al punto che potrebbe rubare alla Polonia il titolo di «Cristo fra le Nazioni», se non fosse che di fatto a Kiev e dintorni va in onda ora una vera persecuzione anticristiana.

 

Eccolo allora che si siede prima del pontefice, non aspetta che l’anziano vicario di Cristo in terra, che lo accoglie con il bastone, si sieda in casa sua. Dettagli, direte. Maddeché. Se lo pensate non avete capito come funziona la diplomazia, né la prossemica, né le semplici relazioni interpersonali.

 

«Con tutto il rispetto per Sua Santità, noi non abbiamo bisogno di mediatori, noi abbiamo bisogno di una pace giusta. E invitiamo il Papa, come altri leader, per lavorare ad una pace giusta ma prima dobbiamo fare tutto il resto», dice il re di Kiev dinanzi ad una pletora di direttori di giornaloni chez Bruno Vespa, che peraltro era quello, se non erriamo, che si commuoveva fino alle lagrime quando il papa polacco (un’etnia massacrata da Bandera, lì rappresentato dal simboletto sul maglione) lo chiamò in studio.

 

«Non si può fare una mediazione con Putin, nessun Paese al mondo lo può fare». Punto. Caro omino bianco, mettitela via.

 

«Nessun Paese al mondo». Neppure un Paese curioso come il Vaticano, sembra dire l’attore divenuto presidente – votato per una piattaforma, va ripetuto, che garantiva una pace ritrovata con la Russia.

 

Non che sia esattamente comune, rifiutare un’offerta diplomatica della Santa Sede. Una delle Nazioni più spietatamente militariste che la storia recente rammenti, il Giappone imperiale, chiese verso la fine della guerra la mediazione del papato per un armistizio con gli americani. È una storia che raccontiamo, su Renovatio 21, ogni anno dal 6 al 9 agosto, le date del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki.

 

L’azione dei diplomatici nipponici, da poco accreditati presso la Santa Sede, fu, a quanto sembra, bloccata da Montini, allora sostituto segretario di Stato. Montini, è stato talvolta accusato, fra le altre cose, di essere stato in rapporti con il vero padre dell’Italia postbellica, la superspia USA James Jesus Angleton. Insomma: la mediazione vaticana avrebbe potuto evitare l’olocausto termonucleare di due splendide città giapponesi…

 

Con il regime di Kiev abbiamo a che fare con tutt’altra creatura. Respinge la mano che gli viene data, schifa la pace, manca di rispetto all’autorità perfino religiosa, non pare aver nessun interesse riguardo al rischio di annichilimento della sua terra. I militari giapponesi, quelli per cui si creano problemi ogni agosto per la commemorazione di tanti passati alla storia come «criminali di guerra», a confronto della banda di Kiev erano dei bambini. Qui invece c’è uno serio.

 

Chi insinua che sia la cocaina a rendere così il presidente-comico TV ucraino, con forniture costanti da parte della cintura di neonazisti che ne cura la sicurezza personale – e che sono gli stessi probabilmente che hanno detto che lo avrebbero impiccato sul principale viale di Kiev se avesse retrocesso di un centimetro rispetto alla Russia – non ha alcuna prova per dirlo. E nemmeno una fonte di qualche tipo, visto che quello che aveva raccolto la voce per le strade ucraine, chiamandolo «the cokehead of Kiev» («il cocainomane di Kiev»), è stato ri-arrestato, ed è sparito: nessuno sa dove sia Gonzalo Lira, e crediamo sia il caso di dire una preghiera, visto che, come notava Maria Zakharova, nessun giornalista ne sta chiedendo la liberazione, né il Gabriel Boric presidente goscista del suo Paese, il Cile (Nazione portata all’indipendenza da un avo di Lira, il libertador José Miguel Carrera) sembra aver voglia di chiederlo indietro ai servizi segreti interni ucraini.

 

Zelens’kyj ha fatto il tour d’Europa, in una versione avanzata della questua per le armi – vuole i caccia occidentali, magari pilotati da occidentali, altro che la pace del papa. A Roma è venuto sì, ma aveva giri più importanti da fare, per esempio a Berlino, dove c’è il governo più ridicolmente desovranizzato dell’universo, ha accettato il premio Carlo Magno (quando si parla di grandi re) assieme a 3 miliardi in armamenti. In Olanda è passato perché doveva dare un messaggio simbolico: io all’Aia ci vado da eroe, Putin ci arriverà da detenuto. Londra poi, non poteva mancare – ovvio.

 

Sono giorni tuttavia, che il Volodymyr è nervoso. Domenica a Berlino ha lasciato il suo cellulare in un’auto, prima che un agente di polizia lo ricongiungesse con esso. Si era recato in macchina alla Cancelleria tedesca domenica pomeriggio, dove ha tenuto un incontro con il cancelliere Olaf Scholz. Le foto pubblicate da Bild mostrano che è stato portato su un elicottero dopo l’appuntamento, ma ha lasciato il cellulare in macchina. Immediatamente prima della partenza dell’elicottero, un ufficiale della polizia criminale federale ha individuato il dispositivo e lo ha portato di corsa all’ucraino.

 

Tutto questo è stato riferito il tabloid tedesco Bild. Bisogna tenere a mente che, secondo i documenti del Pentagono trapelati, quel telefono non può che essere intercettato come nessun altro.

 

Anzi diciamo pure che le intercettazioni su Zelens’kyj uscite in questi giorni – sul Washington Post, non su un canale Telegram russofilo – fanno capire che la figura è più preoccupante di quanto già non pensiate.

 

Secondo i nuovi Pentagon leaks, nonostante l’assicurazione pubblica che avrebbe limitato l’azione militare ai confini del suo paese nel 1991, Zelens’kyj ha elaborato piani per condurre attacchi in profondità all’interno della Russia e ha suggerito di «distruggere» l’industria dell’Ungheria.

 

Citando i rapporti dell’intelligence statunitense recentemente pubblicati su un server di gioco, il WaPo ha scrive che Zelenskyj avrebbe suggerito in una riunione dello scorso gennaio che le sue truppe «conducessero attacchi in Russia», mentre attraversavano il confine per «occupare città di confine russe non specificate» al fine di «dare La leva di Kiev nei colloqui con Mosca». Ricorderete, in quei giorni, un attacco terroristico nell’oblast’ di Brjansk che fece due morti; i perpetratori dissero di agire con l’approvazione di Kiev, ma al tempo era difficile capire cosa stessa accadendo.

 

Mentre i sostenitori occidentali dell’Ucraina erano fino a poco fa riluttanti a fornirgli missili a lungo raggio per paura che li usasse contro obiettivi all’interno della Russia, Zelens’kyj già suggeriva al suo principale comandante militare, il generale Valery Zaluzhny, di usare i droni per «attaccare luoghi di schieramento non specificati a Rostov», che è una città russa distante dai confini. Detto, fatto: prima e dopo il presunto incontro, le forze ucraine hanno utilizzato i droni per attaccare le infrastrutture nella regione di Rostov, che confina con l’ex territorio ucraino di Lugansk.

 

Poi il capolavoro. L’operazione da vero, grande amico della UE e della NATO, cui anela fortemente di far parte. In un incontro con il vice primo ministro Yulia Svridenko a febbraio, Zelensky avrebbe suggerito all’Ucraina di «far saltare in aria» l’oleodotto Druzhba («amicizia», in russo), che trasporta il petrolio russo in Ungheria. Secondo i documenti citati dal quotidiano di Washington, lo Zelens’kyj avrebbe detto che «l’Ucraina dovrebbe semplicemente far saltare in aria l’oleodotto e distruggere… l’industria ungherese [del primo ministro] Viktor Orban, che si basa pesantemente sul petrolio russo».

 

Le spie americane che intercettavano Zelens’kyj minimizzavano: si trattava di «minacce iperboliche e senza senso». Eccerto. Tuttavia, l’oleodotto Druzhba è stato attaccato in diverse occasioni dall’incontro, l’ultima volta quando è stato colpito da esplosivi lanciati da droni lo scorso mercoledì. L’Ungheria, rammentiamo, è sia nella UE che soprattutto nella NATO. Un attacco a Budapest farebbe scattare l’articolo 5, quindi tutti contro Kiev. No? Non è andata esattamente così quando gli ucraini hanno ammazzato cittadini polacchi, su territorio polacco, con dei missili chissà come andati a Nord-Ovest invece che a Sud-Est. Misteri.

 

Non è finita. In un episodio che mostra la vetta inimmaginabile raggiunta dalla censura in Occidente, abbiamo visto uno dei maggiori quotidiani del pianeta autocensurare, per carità di patria (ucraina), alcuni commenti rilasciati da Zelens’kyj, oramai incontrovertibilmente fuori controllo.

 

Il Washington Post infatti ha tagliato un ampio segmento da un’intervista con il presidente-attore, in cui questi spingeva il giornale a rivelare presunti traditori tra le sue fila e accusava con rabbia i giornalisti del WaPo di aiutare la Russia pubblicando informazioni da documenti trapelati.

Citando documenti del Pentagono trapelati di recente, il Post stava spiegando a Zelens’kyj durante le interviste che le spie americane avevano preso nota un incontro tra il presidente e il capo del servizio ucraino GUR Kirill Budanov a febbraio in cui questi gli aveva detto di aver appreso di un piano Wagner per «destabilizzare la Moldavia», dicendo altresì che era in grado contrastare questo presunto piano esponendo i suoi «affari» con Prigozhin, descrivendo il boss Wagner come «un traditore che ha lavorato con l’Ucraina».

 

Zelens’kyj ha risposto con rabbia, prima chiedendo chi all’interno del suo governo avesse consegnato questo documento al Post. Chiunque fosse, ha detto, stava commettendo «alto tradimento», che «è il crimine più grave nel nostro Paese». Non sappiamo in Ucraina, ma negli USA la pena per il tradimento è la morte per esecuzione. È questo che il re di Kiev sta invocando? Pena di morte immediata?

 

Ad occhio, l’eroe non deve fidarsi moltissimo di chi gli sta intorno. Nonostante gli fosse stato detto che il documento non proveniva da Kiev, ma da Washington, Zelens’kyj ha chiesto al suo intervistatore «con quale funzionario ucraino ha parlato?»

 

Insomma, giornalista, fuori la fonte: che devo mettere al muro qualcuno, mi sa.

 

Sissì, nervosetto. E non chiedete come mai, perché la spiegazione più semplice – quella da Rasoio di Occam – è solo un’illazione disgustosa. La paranoia magari gli è venuta così, naturalmente, senza bisogni di aiuti.

Il WaPo tuttavia non ha ancora pubblicato un articolo basato su quel documento, e quando è stato informato che era il primo funzionario ucraino con cui il giornale aveva parlato, lo Zelens’kyj ha esortato il suo intervistatore a non pubblicare l’articolo, sostenendo che così facendo avrebbe «demotivato l’Ucraina» e accusando i giornalisti di «giocare con me».

 

«In questo momento stai giocando con, credo, cose che non vanno bene per la nostra gente», ha tuonato il presidente ucraino, chiedendo al giornalista del Washington Post: «il tuo obiettivo è aiutare la Russia?» Quando il giornalista ha detto che non era così, Zelens’kyj ha ribattuto che «beh, sembra diversamente».

Qui arriva il colpo di scena – e il colpo di grazia per l’attendibilità del giornalismo occidentale. Domenica, però, la conversazione di cui sopra – durante il quale Zelensky non ha contestato che l’incontro con Budanov fosse avvenuto – era stato fatto sparire dalla trascrizione online della conversazione sul Washington Post. Sul documento l’intero scambio di ben 1.400 parole è stato rimosso, senza spiegazione alcuna.

 

L’autocensura del prestigioso quotidiano della capitale USA non è il primo incidente in cui in Occidente si cancella informazioni potenzialmente imbarazzanti o dannose per il regime Kiev. A dicembre, la Commissione europea aveva cancellato un video e la relativa trascrizione in cui il presidente della Commissione Ursula von der Leyen affermava che l’esercito ucraino aveva subito 100.000 vittime dall’inizio dell’operazione militare russa dieci mesi prima. «Sono solo 10 mila» attaccò subito il consigliere di Zelens’kyj Oleksij Arestovich – lo stesso che, come riportato da Renovatio 21, ad una certa saltò fuori con l’idea di Zelens’kyj monarca alla Tolkien.

 

Lo avevamo scritto quando, sbalorditi, avevamo notato che non vi era stata nessuna reazione da parte di giornali e politica in Europa e America quando, nei primi giorni del conflitto, venne giustiziato brutalmente per strada uno dei negoziatori ucraini, Denis Kireev. Un omicidio efferato di cui sappiamo ancora poco, se non che sono stati gli ucraini, che neanche hanno fatto lo sforzo di dare la colpa ad improbabili agenti russi.

 

Lo sbalordimento è continuato: parlamentari assassinati, ragazze russe fatte saltare in aria, intellettuali russi disintegrati nei caffè o per strada: e il tutto oramai rivendicato apertamente dai vertici, da quello stesso capo dei servizi Budanov dell’intercettazione sulla Moldavia. E poi ancora, un ignaro camionista mandato sul ponte di Crimea a morire nella detonazione che doveva rovinare il compleanno di Putin.

 

C’è, dietro a tutto questo sangue, una mente infantile, psicotica, nichilista, oscena – goffa, pure. C’è ovviamente un netto divorzio dalla realtà, che permette spargimenti di sangue indicibili, che vediamo talvolta in scene di crudeltà che arrivano dal fronte.

 

Lo ripetiamo a quelli che si spellano le manine con gli applausi e, prosciutto oftalmico ben saldo in faccia, sbianchettano i vecchi articoli in rete: non avete capito con chi avete a che fare.

 

Non avete capito lo stato psicologico di Zelens’kyj, e di quelli che gli stanno intorno. Non avete capito che l’intero apparato apocalittico sopranazionale che gli sta dietro vuole che sia proprio così – scostante, furioso, incerto, scollato dalla realtà, paranoide, fuori controllo: quindi totalmente manipolabile. Il pupazzo giusto per portare il mondo alla catastrofe.

 

Perché, a questo punto lo crediamo, è questo che vogliono.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di Pubblico Dominio CC0 via Flickr.

 

Geopolitica

Israele colpisce Gaza poche ore dopo l’annuncio da parte di Trump del piano di disarmo di Hamas

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Gli attacchi israeliani sono proseguiti su Gaza ore dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato uno «storico accordo» in base al quale Hamas sarebbe stato disarmato e le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si sarebbero ritirate completamente dall’enclave.

 

Secondo quanto riportato dalla stampa, almeno un palestinese è rimasto ucciso e diversi altri feriti negli attacchi di venerdì.

 

L’accordo è stato raggiunto giovedì sera, a seguito di colloqui mediati da Egitto, Qatar, Turchia e Stati Uniti sotto l’egida del Board of Peace guidato da Washington. Trump lo ha salutato come un «passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature» e una tappa fondamentale del suo piano in 20 punti per l’enclave. Tuttavia, sia Hamas che funzionari israeliani hanno in seguito sollevato dubbi su disposizioni chiave dell’accordo.

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha definito la bozza di accordo «inaccettabile per Israele». Scrivendo su Telegram, ha affermato che le «uccisioni mirate» di «terroristi di Hamas» a Gaza devono continuare, insieme all’«incoraggiamento» dell’«emigrazione» palestinese dall’enclave.

 

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito che le forze israeliane «rimarranno nelle zone di sicurezza finché sarà necessario».

 

Hamas ha ribadito che non ci sarà alcun disarmo finché le forze israeliane rimarranno a Gaza. In una dichiarazione, il gruppo ha affermato che qualsiasi discussione sulla consegna di armi pesanti è subordinata alla cessazione completa delle ostilità, al ritiro totale di Israele, alla ricostruzione, alle garanzie internazionali e ai progressi verso la creazione di uno Stato palestinese.

 

Secondo l’agenzia AFP, fonti di Hamas hanno affermato che il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), un organismo tecnocratico palestinese istituito dal Consiglio per la pace, sarebbe diventato l’unica autorità responsabile della gestione e dello stoccaggio delle armi di Hamas. Reuters ha riferito separatamente che Hamas ha ribadito che qualsiasi trasferimento rimane subordinato al ritiro israeliano e a un aumento degli aiuti umanitari in arrivo nell’enclave.

 

Secondo la tabella di marcia pubblicata, Israele deve completare «senza indugio» gli impegni rimanenti previsti dall’accordo di cessate il fuoco di ottobre, «in particolare la cessazione delle operazioni militari». Hamas e le altre fazioni palestinesi trasferirebbero le funzioni di governo civile e di sicurezza al NCAG. Le armi pesanti e le infrastrutture militari verrebbero successivamente dismesse sotto l’amministrazione del comitato, mentre le forze israeliane si ritirerebbero gradualmente.

Il Consiglio per la Pace è stato istituito nell’ambito del piano di Trump per Gaza, a seguito del cessate il fuoco dello scorso ottobre, con il compito di sovrintendere alla transizione e alla ricostruzione postbellica dell’enclave. Ha il compito di supervisionare la ricostruzione, supportare il trasferimento del governo civile al NCAG (National Command and Action Group) e coordinare il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione.

Secondo le autorità sanitarie di Gaza, almeno 73.340 palestinesi sono stati uccisi e oltre 174.000 feriti da quando Israele ha lanciato la sua campagna militare in risposta al sanguinoso raid di Hamas dell’ottobre 2023.

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 Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

 

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Geopolitica

Hamas accetterebbe il piano di disarmo di Gaza di Trump

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Secondo un alto funzionario, il gruppo militante palestinese Hamas ha accettato di disarmare completamente la Striscia di Gaza nell’ambito del piano «Board of Peace» del presidente statunitense Donald Trump, sebbene anche Israele debba soddisfare una serie di condizioni previste dall’accordo.   Ghazi Hamad, membro della delegazione negoziale di Hamas, ha confermato venerdì ad Al Jazeera che è stato raggiunto un accordo, aggiungendo che a breve verrà rilasciato un comunicato ufficiale.   «Questi negoziati sono stati difficili e impegnativi, e abbiamo cercato di raggiungere la migliore formula possibile», ha dichiarato Hamad, le cui affermazioni sono state riportate anche da Reuters e dalla BBC. Ha sottolineato, tuttavia, che Israele deve approvare il disarmo graduale, aggiungendo che Hamas non attuerà alcuna parte dell’accordo a meno che le forze israeliane non adempiano ai loro obblighi, in particolare ritirandosi da Gaza e promuovendo la ricostruzione nel territorio palestinese.   «Non intraprenderemo alcuna azione in merito al disarmo prima del ritiro di Israele dalla Striscia», ha dichiarato.

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Hamad ha inoltre dichiarato alla BBC che il gruppo insiste sulla formulazione «inventario e stoccaggio delle armi» sotto la supervisione palestinese, anziché sulla loro consegna a Israele.   La notizia è emersa per la prima volta giovedì, quando Trump ha annunciato su Truth Social che il suo Consiglio per la Pace ha raggiunto uno «storico accordo» sul disarmo completo di Hamas e di ogni altro gruppo armato a Gaza, definendolo un «passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature» e una tappa fondamentale del suo piano in 20 punti per l’enclave.   «L’accordo sarà attuato in fasi attentamente strutturate», ha scritto il presidente degli Stati Uniti. «Una volta completato il disarmo, le forze israeliane si ritireranno e la Forza Internazionale di Stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese per assumersi la responsabilità di garantire la sicurezza di Gaza per i suoi abitanti e per i paesi limitrofi».   Trump ha affermato che Gaza sarebbe stata infine governata da un «nuovo governo palestinese» che avrebbe lavorato a stretto contatto con il Board of Peace. Ha ringraziato Egitto, Qat   Il direttore generale del Board of Peace e alto rappresentante per Gaza, Nickolay Mladenov, ha confermato la svolta in un post su X.   «Oggi è stato raggiunto un accordo sul disarmo e sulla transizione civile a Gaza. Ci sono voluti mesi di negoziati molto difficili per arrivare a questo punto», ha scritto, aggiungendo che ci sono stati diversi momenti in cui «non credeva che ce l’avremmo fatta» e insistendo sul fatto che il ritiro israeliano «deve procedere di pari passo» con il disarmo di Hamas.   Tuttavia, alcune indiscrezioni pubblicate poco prima dell’annuncio di Trump suggerivano che rimanessero ancora da definire dettagli significativi. Secondo quanto riportato, Hamas vorrebbe conservare le armi leggere «personali», mentre le armi pesanti verrebbero custodite sotto la supervisione di un organismo palestinese anziché essere distrutte. Chiede inoltre l’amnistia per i membri delle formazioni armate sciolte e desidera che il processo sia sincronizzato con il ritiro israeliano, anziché consegnare tutte le armi in cambio della promessa di un successivo ritiro delle truppe israeliane.   In precedenza, fonti anonime avevano riferito all’agenzia Reuters che i colloqui al Cairo tra i mediatori e i leader di Hamas sull’attuazione del piano di pace per Gaza avevano compiuto rari progressi, sebbene un funzionario israeliano avesse affermato che i termini proposti non erano soddisfacenti. Dopo l’annuncio di Trump, il Times of Israel ha riportato, citando una fonte anonima, che l’accordo era stato firmato dai negoziatori di Hamas, dal consiglio e dai paesi mediatori, ma che «l’ufficio israeliano» aveva rilasciato una dichiarazione in cui affermava che la proposta di disarmo non soddisfaceva le richieste di Israele.   L’annuncio è giunto mentre gli attacchi israeliani continuavano in tutta Gaza, nonostante il cessate il fuoco introdotto lo scorso ottobre. Il Ministero della Salute di Gaza ha dichiarato che giovedì gli ospedali hanno ricevuto i corpi di sei persone, insieme a 34 feriti. Tra le vittime, un bambino di otto anni ucciso in un attacco a un campo profughi a Khan Younis e un neonato di 18 mesi ucciso dal bombardamento di un’abitazione nel campo profughi di Bureij. Secondo le autorità sanitarie di Gaza, almeno 73.341 palestinesi sono stati uccisi e oltre 174.000 feriti da quando Israele ha lanciato la sua campagna militare in rappresaglia per il sanguinoso raid di Hamas dell’ottobre 2023.

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Il Board of Peace di Trump è stato inizialmente presentato come un organismo temporaneo incaricato di sovrintendere alla ricostruzione di Gaza e alla transizione verso un’amministrazione tecnocratica palestinese non eletta. Il suo statuto fondativo, tuttavia, lo autorizza a perseguire iniziative di «costruzione della pace» in altre regioni colpite da conflitti e conferisce a Trump ampi poteri personali.   Trump detiene il potere di veto su tutte le decisioni, può impartire direttive per conto dell’organizzazione e non ha un mandato a tempo determinato. Può essere sostituito solo se si dimette o se viene dichiarato unanimemente incapace dal consiglio esecutivo, e in tal caso è lui stesso a designare il suo successore. I membri invitati hanno normalmente un mandato di tre anni, ma tale limite non si applica a coloro che contribuiscono con più di un miliardo di dollari.   I palestinesi non sono rappresentati negli organi direttivi superiori del consiglio e sono inclusi solo nel comitato tecnico incaricato di gestire i servizi pubblici quotidiani di Gaza sotto la sua supervisione.

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Geopolitica

Trump: gli Stati Uniti possono prendere «tutto ciò che vogliono» dall’Ucraina

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Gli Stati Uniti possono prelevare «praticamente tutto ciò che vogliono» dai giacimenti di terre rare dell’Ucraina in base a un accordo sui minerali firmato lo scorso anno, ha affermato il presidente Donald Trump, aggiungendo che i profitti derivanti dall’accordo potrebbero in definitiva superare il totale degli aiuti americani a Kiev dal 2022.

 

Trump ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista a Real America’s Voice (RAV) andata in onda venerdì, criticando il suo predecessore Joe Biden per aver «regalato» presumibilmente 300 miliardi di dollari in aiuti militari all’Ucraina senza garantirne il rimborso.

 

«Avrebbe potuto far pagare l’Europa. Bastava chiedere», ha detto Trump, aggiungendo che sotto la sua amministrazione le nazioni europee ora coprono una parte maggiore dei costi.

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Trump ha affermato che l’Ucraina ha «un terreno molto ricco e fertile in termini di terre rare». Con l’Ucraina «abbiamo un contratto firmato che riguarda le terre rare. Possiamo entrare quando vogliamo e prendere praticamente tutto ciò che vogliamo. È stato un ottimo affare», ha detto.

 

Il presidente statunitense si riferiva a un accordo sulle terre rare firmato a Washington nell’aprile del 2025, che ha istituito il Fondo di investimento per la ricostruzione USA-Ucraina. L’accordo garantisce a Washington un accesso preferenziale ai nuovi progetti ucraini nel settore minerario, petrolifero e del gas, con particolare attenzione a elementi come litio, titanio, grafite e uranio. L’Ucraina mantiene la proprietà formale delle proprie risorse e riceve il 50% dei profitti derivanti dai nuovi progetti di estrazione.

 

Trump ha descritto l’accordo come un modo per finanziare gli aiuti militari statunitensi a Kiev. Sebbene abbia affermato che ammontassero a oltre 300 miliardi di dollari, la cifra è ampiamente contestata: l’ispettore generale speciale statunitense per l’Operazione Atlantic Resolve stima infatti un totale di stanziamenti pari a 195 miliardi di dollari.

 

Sebbene l’accordo sui minerali sia legalmente attivo e operativo, con oltre una dozzina di progetti attualmente in fase di valutazione, rimane ostacolato dai rischi legati al conflitto, dalla nota corruzione in Ucraina, da dati geologici inadeguati e dal rischio di interruzioni di corrente, oltre che da altre carenze infrastrutturali.

 

L’accordo stesso è stato firmato dopo mesi di negoziati tesi, tra cui uno scontro nello Studio Ovale nel febbraio 2025 tra Trump e Volodymyr Zelens’kyj, durante il quale il presidente degli Stati Uniti ha accusato il leader ucraino di ingratitudine e di «scommettere sulla Terza Guerra Mondiale».

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Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato Trump aveva sviluppato una serie di intese commerciali e di investimento incentrate sui minerali di terre rare con i leader degli Stati dell’Asia centrale. Poco prima Trump aveva raggiunto accordi sulle terre rare con l’Australia.

 

Il ministero del Commercio cinese ha annunciato il 9 ottobre che imporrà controlli sulle esportazioni di tecnologie legate alle terre rare per proteggere la sicurezza e gli interessi nazionali.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2024 i dati mostravano che i profitti sulla vendita delle terre rare cinesi erano calati. È noto che Pechino sostiene l’estrazione anche illegale delle sostanze anche in Birmania. Secondo alcune testate, tre anni fa vi erano sospetti sul fatto che il Partito Comunista Cinese stesse utilizzando attacchi informatici contro società di terre rare per mantenere la sua influenza nel settore.

 

Le terre rare sono considerabili come sempre più necessarie nella corsa all’Intelligenza Artificiale.

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