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Geopolitica

Zelens’kyj è fuori controllo

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In pratica è venuto a Roma, e ha rifiutato l’offerta del papa. Lui può: è più re del vicario del Re dei re.

 

Povero Bergolio, ci teneva tanto. Lui ha capito che la narrativa atlantica non porta da nessuna parte – o meglio, ha capito che così come sono le cose, lui non può ricavarne niente. Aveva fatto figure da cioccolataio a ripetizione. Dice che la NATO abbaia, poi fa una foto mentre bacia una bandiera di Maidan. Insulta i ceceni e i buriati, poi difende i monaci della Lavra. Insomma, aveva voglia di provarci. Del resto i papi servono anche a quello – e lui magari ha compreso pure che ad una certa deve dimostrare – materialmente, formalmente, mediaticamente – di esserne uno.

 

E invece no. Quello arriva, con la felpetta nera con il tridente che pare proprio quello delle milizie di Bandera che collaborarono con Hitler nella pulizia etnica (apice assoluto raggiunto da Vespa: Zelens’kyj che accusa Putin di aver inventato e diffuso l’idea che in Ucraina ci sono i nazisti, e lo dice con il logo ucronazista sul petto e sulle spalline).

 

Dimentichiamoci il dress code: il giorno prima, ad un evento «familiota», gli era toccato di sedersi a fianco di Giorgia Meloni che, in barba ad ogni regola nota nei secoli (ma qualcuno del protocollo non glielo ha detto?) si è presentata vestita di bianco come lui, pantaloni e taccazzi, e in più la manina a toccare il braccio del papa, quasi come faceva il suo amico rivale Macron, che gli metteva le mani in faccia.

 

Zelens’kyj non ha avuto bisogno di toccare il papa, perché gli è superiore. Se il cristianesimo si basa su un Dio che si fa vittima dell’umanità, ecco qui il presidente di una Nazione che ha battuto ogni record di vittimismo globale, al punto che potrebbe rubare alla Polonia il titolo di «Cristo fra le Nazioni», se non fosse che di fatto a Kiev e dintorni va in onda ora una vera persecuzione anticristiana.

 

Eccolo allora che si siede prima del pontefice, non aspetta che l’anziano vicario di Cristo in terra, che lo accoglie con il bastone, si sieda in casa sua. Dettagli, direte. Maddeché. Se lo pensate non avete capito come funziona la diplomazia, né la prossemica, né le semplici relazioni interpersonali.

 

«Con tutto il rispetto per Sua Santità, noi non abbiamo bisogno di mediatori, noi abbiamo bisogno di una pace giusta. E invitiamo il Papa, come altri leader, per lavorare ad una pace giusta ma prima dobbiamo fare tutto il resto», dice il re di Kiev dinanzi ad una pletora di direttori di giornaloni chez Bruno Vespa, che peraltro era quello, se non erriamo, che si commuoveva fino alle lagrime quando il papa polacco (un’etnia massacrata da Bandera, lì rappresentato dal simboletto sul maglione) lo chiamò in studio.

 

«Non si può fare una mediazione con Putin, nessun Paese al mondo lo può fare». Punto. Caro omino bianco, mettitela via.

 

«Nessun Paese al mondo». Neppure un Paese curioso come il Vaticano, sembra dire l’attore divenuto presidente – votato per una piattaforma, va ripetuto, che garantiva una pace ritrovata con la Russia.

 

Non che sia esattamente comune, rifiutare un’offerta diplomatica della Santa Sede. Una delle Nazioni più spietatamente militariste che la storia recente rammenti, il Giappone imperiale, chiese verso la fine della guerra la mediazione del papato per un armistizio con gli americani. È una storia che raccontiamo, su Renovatio 21, ogni anno dal 6 al 9 agosto, le date del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki.

 

L’azione dei diplomatici nipponici, da poco accreditati presso la Santa Sede, fu, a quanto sembra, bloccata da Montini, allora sostituto segretario di Stato. Montini, è stato talvolta accusato, fra le altre cose, di essere stato in rapporti con il vero padre dell’Italia postbellica, la superspia USA James Jesus Angleton. Insomma: la mediazione vaticana avrebbe potuto evitare l’olocausto termonucleare di due splendide città giapponesi…

 

Con il regime di Kiev abbiamo a che fare con tutt’altra creatura. Respinge la mano che gli viene data, schifa la pace, manca di rispetto all’autorità perfino religiosa, non pare aver nessun interesse riguardo al rischio di annichilimento della sua terra. I militari giapponesi, quelli per cui si creano problemi ogni agosto per la commemorazione di tanti passati alla storia come «criminali di guerra», a confronto della banda di Kiev erano dei bambini. Qui invece c’è uno serio.

 

Chi insinua che sia la cocaina a rendere così il presidente-comico TV ucraino, con forniture costanti da parte della cintura di neonazisti che ne cura la sicurezza personale – e che sono gli stessi probabilmente che hanno detto che lo avrebbero impiccato sul principale viale di Kiev se avesse retrocesso di un centimetro rispetto alla Russia – non ha alcuna prova per dirlo. E nemmeno una fonte di qualche tipo, visto che quello che aveva raccolto la voce per le strade ucraine, chiamandolo «the cokehead of Kiev» («il cocainomane di Kiev»), è stato ri-arrestato, ed è sparito: nessuno sa dove sia Gonzalo Lira, e crediamo sia il caso di dire una preghiera, visto che, come notava Maria Zakharova, nessun giornalista ne sta chiedendo la liberazione, né il Gabriel Boric presidente goscista del suo Paese, il Cile (Nazione portata all’indipendenza da un avo di Lira, il libertador José Miguel Carrera) sembra aver voglia di chiederlo indietro ai servizi segreti interni ucraini.

 

Zelens’kyj ha fatto il tour d’Europa, in una versione avanzata della questua per le armi – vuole i caccia occidentali, magari pilotati da occidentali, altro che la pace del papa. A Roma è venuto sì, ma aveva giri più importanti da fare, per esempio a Berlino, dove c’è il governo più ridicolmente desovranizzato dell’universo, ha accettato il premio Carlo Magno (quando si parla di grandi re) assieme a 3 miliardi in armamenti. In Olanda è passato perché doveva dare un messaggio simbolico: io all’Aia ci vado da eroe, Putin ci arriverà da detenuto. Londra poi, non poteva mancare – ovvio.

 

Sono giorni tuttavia, che il Volodymyr è nervoso. Domenica a Berlino ha lasciato il suo cellulare in un’auto, prima che un agente di polizia lo ricongiungesse con esso. Si era recato in macchina alla Cancelleria tedesca domenica pomeriggio, dove ha tenuto un incontro con il cancelliere Olaf Scholz. Le foto pubblicate da Bild mostrano che è stato portato su un elicottero dopo l’appuntamento, ma ha lasciato il cellulare in macchina. Immediatamente prima della partenza dell’elicottero, un ufficiale della polizia criminale federale ha individuato il dispositivo e lo ha portato di corsa all’ucraino.

 

Tutto questo è stato riferito il tabloid tedesco Bild. Bisogna tenere a mente che, secondo i documenti del Pentagono trapelati, quel telefono non può che essere intercettato come nessun altro.

 

Anzi diciamo pure che le intercettazioni su Zelens’kyj uscite in questi giorni – sul Washington Post, non su un canale Telegram russofilo – fanno capire che la figura è più preoccupante di quanto già non pensiate.

 

Secondo i nuovi Pentagon leaks, nonostante l’assicurazione pubblica che avrebbe limitato l’azione militare ai confini del suo paese nel 1991, Zelens’kyj ha elaborato piani per condurre attacchi in profondità all’interno della Russia e ha suggerito di «distruggere» l’industria dell’Ungheria.

 

Citando i rapporti dell’intelligence statunitense recentemente pubblicati su un server di gioco, il WaPo ha scrive che Zelenskyj avrebbe suggerito in una riunione dello scorso gennaio che le sue truppe «conducessero attacchi in Russia», mentre attraversavano il confine per «occupare città di confine russe non specificate» al fine di «dare La leva di Kiev nei colloqui con Mosca». Ricorderete, in quei giorni, un attacco terroristico nell’oblast’ di Brjansk che fece due morti; i perpetratori dissero di agire con l’approvazione di Kiev, ma al tempo era difficile capire cosa stessa accadendo.

 

Mentre i sostenitori occidentali dell’Ucraina erano fino a poco fa riluttanti a fornirgli missili a lungo raggio per paura che li usasse contro obiettivi all’interno della Russia, Zelens’kyj già suggeriva al suo principale comandante militare, il generale Valery Zaluzhny, di usare i droni per «attaccare luoghi di schieramento non specificati a Rostov», che è una città russa distante dai confini. Detto, fatto: prima e dopo il presunto incontro, le forze ucraine hanno utilizzato i droni per attaccare le infrastrutture nella regione di Rostov, che confina con l’ex territorio ucraino di Lugansk.

 

Poi il capolavoro. L’operazione da vero, grande amico della UE e della NATO, cui anela fortemente di far parte. In un incontro con il vice primo ministro Yulia Svridenko a febbraio, Zelensky avrebbe suggerito all’Ucraina di «far saltare in aria» l’oleodotto Druzhba («amicizia», in russo), che trasporta il petrolio russo in Ungheria. Secondo i documenti citati dal quotidiano di Washington, lo Zelens’kyj avrebbe detto che «l’Ucraina dovrebbe semplicemente far saltare in aria l’oleodotto e distruggere… l’industria ungherese [del primo ministro] Viktor Orban, che si basa pesantemente sul petrolio russo».

 

Le spie americane che intercettavano Zelens’kyj minimizzavano: si trattava di «minacce iperboliche e senza senso». Eccerto. Tuttavia, l’oleodotto Druzhba è stato attaccato in diverse occasioni dall’incontro, l’ultima volta quando è stato colpito da esplosivi lanciati da droni lo scorso mercoledì. L’Ungheria, rammentiamo, è sia nella UE che soprattutto nella NATO. Un attacco a Budapest farebbe scattare l’articolo 5, quindi tutti contro Kiev. No? Non è andata esattamente così quando gli ucraini hanno ammazzato cittadini polacchi, su territorio polacco, con dei missili chissà come andati a Nord-Ovest invece che a Sud-Est. Misteri.

 

Non è finita. In un episodio che mostra la vetta inimmaginabile raggiunta dalla censura in Occidente, abbiamo visto uno dei maggiori quotidiani del pianeta autocensurare, per carità di patria (ucraina), alcuni commenti rilasciati da Zelens’kyj, oramai incontrovertibilmente fuori controllo.

 

Il Washington Post infatti ha tagliato un ampio segmento da un’intervista con il presidente-attore, in cui questi spingeva il giornale a rivelare presunti traditori tra le sue fila e accusava con rabbia i giornalisti del WaPo di aiutare la Russia pubblicando informazioni da documenti trapelati.

Citando documenti del Pentagono trapelati di recente, il Post stava spiegando a Zelens’kyj durante le interviste che le spie americane avevano preso nota un incontro tra il presidente e il capo del servizio ucraino GUR Kirill Budanov a febbraio in cui questi gli aveva detto di aver appreso di un piano Wagner per «destabilizzare la Moldavia», dicendo altresì che era in grado contrastare questo presunto piano esponendo i suoi «affari» con Prigozhin, descrivendo il boss Wagner come «un traditore che ha lavorato con l’Ucraina».

 

Zelens’kyj ha risposto con rabbia, prima chiedendo chi all’interno del suo governo avesse consegnato questo documento al Post. Chiunque fosse, ha detto, stava commettendo «alto tradimento», che «è il crimine più grave nel nostro Paese». Non sappiamo in Ucraina, ma negli USA la pena per il tradimento è la morte per esecuzione. È questo che il re di Kiev sta invocando? Pena di morte immediata?

 

Ad occhio, l’eroe non deve fidarsi moltissimo di chi gli sta intorno. Nonostante gli fosse stato detto che il documento non proveniva da Kiev, ma da Washington, Zelens’kyj ha chiesto al suo intervistatore «con quale funzionario ucraino ha parlato?»

 

Insomma, giornalista, fuori la fonte: che devo mettere al muro qualcuno, mi sa.

 

Sissì, nervosetto. E non chiedete come mai, perché la spiegazione più semplice – quella da Rasoio di Occam – è solo un’illazione disgustosa. La paranoia magari gli è venuta così, naturalmente, senza bisogni di aiuti.

Il WaPo tuttavia non ha ancora pubblicato un articolo basato su quel documento, e quando è stato informato che era il primo funzionario ucraino con cui il giornale aveva parlato, lo Zelens’kyj ha esortato il suo intervistatore a non pubblicare l’articolo, sostenendo che così facendo avrebbe «demotivato l’Ucraina» e accusando i giornalisti di «giocare con me».

 

«In questo momento stai giocando con, credo, cose che non vanno bene per la nostra gente», ha tuonato il presidente ucraino, chiedendo al giornalista del Washington Post: «il tuo obiettivo è aiutare la Russia?» Quando il giornalista ha detto che non era così, Zelens’kyj ha ribattuto che «beh, sembra diversamente».

Qui arriva il colpo di scena – e il colpo di grazia per l’attendibilità del giornalismo occidentale. Domenica, però, la conversazione di cui sopra – durante il quale Zelensky non ha contestato che l’incontro con Budanov fosse avvenuto – era stato fatto sparire dalla trascrizione online della conversazione sul Washington Post. Sul documento l’intero scambio di ben 1.400 parole è stato rimosso, senza spiegazione alcuna.

 

L’autocensura del prestigioso quotidiano della capitale USA non è il primo incidente in cui in Occidente si cancella informazioni potenzialmente imbarazzanti o dannose per il regime Kiev. A dicembre, la Commissione europea aveva cancellato un video e la relativa trascrizione in cui il presidente della Commissione Ursula von der Leyen affermava che l’esercito ucraino aveva subito 100.000 vittime dall’inizio dell’operazione militare russa dieci mesi prima. «Sono solo 10 mila» attaccò subito il consigliere di Zelens’kyj Oleksij Arestovich – lo stesso che, come riportato da Renovatio 21, ad una certa saltò fuori con l’idea di Zelens’kyj monarca alla Tolkien.

 

Lo avevamo scritto quando, sbalorditi, avevamo notato che non vi era stata nessuna reazione da parte di giornali e politica in Europa e America quando, nei primi giorni del conflitto, venne giustiziato brutalmente per strada uno dei negoziatori ucraini, Denis Kireev. Un omicidio efferato di cui sappiamo ancora poco, se non che sono stati gli ucraini, che neanche hanno fatto lo sforzo di dare la colpa ad improbabili agenti russi.

 

Lo sbalordimento è continuato: parlamentari assassinati, ragazze russe fatte saltare in aria, intellettuali russi disintegrati nei caffè o per strada: e il tutto oramai rivendicato apertamente dai vertici, da quello stesso capo dei servizi Budanov dell’intercettazione sulla Moldavia. E poi ancora, un ignaro camionista mandato sul ponte di Crimea a morire nella detonazione che doveva rovinare il compleanno di Putin.

 

C’è, dietro a tutto questo sangue, una mente infantile, psicotica, nichilista, oscena – goffa, pure. C’è ovviamente un netto divorzio dalla realtà, che permette spargimenti di sangue indicibili, che vediamo talvolta in scene di crudeltà che arrivano dal fronte.

 

Lo ripetiamo a quelli che si spellano le manine con gli applausi e, prosciutto oftalmico ben saldo in faccia, sbianchettano i vecchi articoli in rete: non avete capito con chi avete a che fare.

 

Non avete capito lo stato psicologico di Zelens’kyj, e di quelli che gli stanno intorno. Non avete capito che l’intero apparato apocalittico sopranazionale che gli sta dietro vuole che sia proprio così – scostante, furioso, incerto, scollato dalla realtà, paranoide, fuori controllo: quindi totalmente manipolabile. Il pupazzo giusto per portare il mondo alla catastrofe.

 

Perché, a questo punto lo crediamo, è questo che vogliono.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di Pubblico Dominio CC0 via Flickr.

 

Geopolitica

Lukashenko: la «lobby ebraica» e pure il Vaticano hanno ingannato Putin

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Il presidente bielorusso Aleksander Lukashenko ha dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin è stato ingannato e persuaso a ritirare le truppe dalle vicinanze di Kiev nel 2022 da soggetti che sostenevano di agire per conto del leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj.

 

In un’intervista ad Al Arabiya, Lukashenko ha sostenuto che il conflitto avrebbe potuto terminare in tempi brevi nelle prime fasi, quando le forze russe si trovavano nei pressi della capitale ucraina.

 

«All’epoca, non solo io, ma tutto il mondo capiva che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente con una vittoria russa. Questo principalmente perché i russi erano a Kiev», ha affermato il leader bielorusso, secondo quanto riportato dall’agenzia BelTA.

 

Lukashenko ha però aggiunto che «alcuni politici e forze» hanno invitato Putin a interrompere l’avanzata, a ritirare le truppe da Kiev e a raggiungere un accordo di pace. «Prima di quel ritiro, tutti capivano che i giorni dell’Ucraina erano contati».

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Il presidente bielorusso ha spiegato che la Russia procedeva sulla base di quella che appariva una concreta possibilità di intesa, aggiungendo: «Giudicate voi stessi chi aveva ragione e chi torto in questa vicenda».

 

«Probabilmente, ancora una volta, queste forze lo hanno ingannato. È stato il Vaticano. E, sorprendentemente, la lobby ebraica, gli israeliani», ha detto Lukashenko. «Hanno detto a nome di Zelens’kyj: Ecco, stiamo andando verso la pace, siamo d’accordo. E anche altri».

 

Non è stato subito chiaro il significato preciso attribuito da Lukashenko al termine «lobby ebraica». Nei primi giorni del conflitto, l’allora Primo Ministro israeliano Naftali Bennett aveva svolto un ruolo di mediatore tra Russia e Ucraina, incontrando Putin a Mosca e parlando al telefono con Zelensky. I resoconti dell’epoca indicavano che Bennett aveva esortato Zelens’kyj ad accettare le condizioni di Mosca.

 

Lukashenko non ha fornito ulteriori particolari sul presunto coinvolgimento del Vaticano. Tuttavia, nel marzo 2022, papa Francesco e il Patriarca ortodosso russo Kirill avevano tenuto una videochiamata in cui avevano evidenziato l’«eccezionale importanza» del processo negoziale.

 

Mosca e Kiev avevano condotto diversi round di colloqui di pace a Costantinopoli nel marzo 2022. Putin aveva affermato nel giugno 2023 che i negoziatori ucraini avevano approvato una bozza di trattato sulla neutralità permanente e sulle garanzie di sicurezza, ma che Kiev aveva poi abbandonato l’intesa dopo il ritiro delle truppe russe dalle zone intorno alla capitale ucraina.

 

La Russia ha sostenuto che l’Ucraina si era allontanata dall’accordo per le pressioni occidentali. Secondo alcune fonti, l’allora premier britannico Boris Johnson avrebbe invitato Kiev a non firmare e a «continuare a combattere». Kiev ha respinto la ricostruzione di Mosca sul fallimento dei negoziati, sebbene l’ex capo negoziatore David Arakhamia abbia riconosciuto il ruolo di Johnson. Da allora, l’Ucraina ha presentato formalmente domanda di adesione alla NATO e ha abbandonato le ipotesi di neutralità.

 

I rapporti tra Minsk e il Vaticano sono rimasti anche inq uesti anni di tensioni. Nel settembre 2025, ricevendo il nuovo Nunzio Apostolico Ignazio Ceffalia, Lukashenko ha espresso pubblico apprezzamento per la posizione contraria del Vaticano alle sanzioni economiche. A fine ottobre 2025, il cardinale Claudio Gugerotti ha incontrato personalmente Lukashenko a Minsk per discutere dei rapporti bilaterali.

 

In Bielorussia si registra una durissima repressione contro i sacerdoti locali che esprimono dissenso. Dal 2020 a oggi sono stati decine i sacerdoti arrestati, multati, detenuti o costretti a fuggire per aver criticato il governo o espresso vicinanza all’Ucraina. Come riportato da Renovatio 21, un anno fa si registrò la condanna a 11 anni di carcere per «alto gradimento» ad un prete cattolico, padre Henryk Okołotowicz.

 

Nel maggio 2024 sono stati arrestati due importanti religiosi, tra cui padre Andrzej Juchniewicz, superiore degli Oblati di Maria in Bielorussia, condannato a ben 13 anni di colonia penale con l’accusa di attività sovversiva. Solo a novembre 2025, a seguito di intense trattative tra il Vaticano e Lukashenko, la Chiesa è riuscita a ottenere la liberazione anticipata di due sacerdoti detenuti nelle colonie penali.

 

Nel 202o l’allora arcivescovo di Minsk e vertice dei cattolici bielorussi monsignor Tadeusz Kondrusiewicz, aveva condannato pubblicamente le violenze della polizia contro i manifestanti. Il regime gli vietò il rientro in patria per mesi, di fatto costringendolo all’esilio.

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La diplomazia vaticana ottenne il suo rientro a fine 2020, ma pochi giorni dopo, a inizio 2021, papa Francesco ne accettò la rinuncia per raggiunti limiti di età (75 anni), normalizzando i rapporti istituzionali con Minsk.

 

Statistiche di cinque anni fa suggerivano che la popolazione cattolica della Bielorussia è il 10,6% del totale nazionale. La maggioranza della popolazione è ortodossa. Nell’agosto 2021, un giornale governativo aveva ridicolizzato la Chiesa cattolica pubblicando una serie di vignette in cui i prelati erano ritratti con svastiche naziste anziché con croci pettorali.

 

La Santa Sede persegue ora nel Paese una «politica dei piccoli passi»: ha nominato un nuovo Nunzio Apostolico a Minsk, l’arcivescovo Ignazio Ceffalia, e accetta il dialogo formale con Lukashenko proprio per poter negoziare, di volta in volta, la scarcerazione e la protezione dei preti locali.

 

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Geopolitica

Trump elogia Putin e Xi per l’accordo di pace con l’Iran

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Il presidente statunitense Donald Trump ha elogiato il presidente russo Vladimir Putin e il leader cinese Xi Jinping per il loro ruolo nel raggiungimento di un accordo di pace con l’Iran. Mosca ha ripetutamente offerto i propri servizi di mediazione e ha esortato tutte le parti a ridurre le tensioni.   Trump ha rilasciato queste dichiarazioni domenica in un’intervista al New York Times, poche ore dopo aver annunciato che Washington e Teheran avevano raggiunto un accordo, mediato da Pakistan e Qatar, per porre fine al conflitto.   Secondo diverse fonti giornalistiche, un memorandum d’intesa in 14 punti include disposizioni sulla riapertura dello Stretto di Ormuzzo senza pedaggi, sull’allentamento delle sanzioni statunitensi e sullo sblocco dei beni iraniani, con una cerimonia di firma formale prevista a Ginevra venerdì. L’Iran dovrebbe inoltre ribadire il suo impegno ad astenersi dalle armi nucleari, con la conclusione dei colloqui finali sul nucleare entro 60 giorni.   Trump ha poi elogiato Putin e Xi per il loro contributo ai negoziati, descrivendo il presidente della Repubblica Popolare Cinese come «un vero gentiluomo», sottolineando che la Cina «non ha inviato una petroliera, insieme a 20 cacciatorpediniere per lato, per tentare di rompere il blocco», cosa che avrebbe potuto portare Washington e Pechino sull’orlo di un conflitto aperto.   Come la Cina, anche la Russia ha costantemente chiesto una de-escalation fin dai primi giorni della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con Mosca che ha denunciato gli attacchi come un «atto di aggressione armata non provocato».

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Dall’inizio delle ostilità alla fine di febbraio, Putin e Trump si sono parlati al telefono almeno tre volte: a marzo, alla fine di aprile, quando Trump ha affermato che Putin si era offerto di contribuire a porre fine alla guerra, e di nuovo domenica, quando i due hanno discusso del memorandum quasi definitivo, secondo quanto riferito dal collaboratore del Cremlino Yurij Ushakov.   Mosca ha anche proposto un compromesso sul nucleare, offrendosi di trasportare e stoccare le scorte di uranio arricchito iraniano sul territorio russo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato che la proposta è stata discussa, ma ha affermato che Teheran non è ancora pronta a inserirla all’ordine del giorno, ringraziando al contempo «gli amici russi per la loro offerta e per la loro intenzione di contribuire a risolvere questo problema».   Nel contesto dell’aumento dei prezzi del petrolio causato dalle interruzioni nello Stretto di Ormuzzo, Putin all’inizio di questo mese ha respinto quelle che ha definito «speculazioni» secondo cui la Russia sarebbe emersa come unico vincitore finanziario del conflitto. «Il rialzo del prezzo del petrolio è in atto, ma è temporaneo e di breve durata. Nel frattempo, vorremmo costruire relazioni a lungo termine con i nostri partner… In questo caso, ci interessa la fine del conflitto, e il prima possibile», ha affermato il presidente della Federazione Russa.

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Trump dice che l’accordo con l’Iran è stato raggiunto. La guerra è davvero finita?

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Gli Stati Uniti e l’Iran hanno raggiunto un accordo per porre fine alla guerra. Donald Trump ha annunciato la conclusione dell’accordo ieri , scrivendo su Truth Social che le forze armate americane porranno fine al blocco navale e lo Stretto di Ormuzzo sarà completamente riaperto una volta che il patto sarà finalizzato questa settimana. Il presidente e JD Vance potrebbero entrambi recarsi in Svizzera per la cerimonia di firma prevista per venerdì.

 

«Con la presente autorizzo pienamente l’apertura senza pedaggio dello Stretto di Ormuzzoe, contestualmente, autorizzo l’immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!», ha scritto Trump su Truth Social.

 

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L’accordo, confermato dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, si configura come un memorandum d’intesa piuttosto che come un trattato. Durante un periodo di cessate il fuoco di 60 giorni, si terranno colloqui più ampi tra i due Paesi. Tali colloqui verteranno sullo specifico impegno dell’Iran a non dotarsi di armi nucleari e sulle agevolazioni che Teheran riceverà in cambio.

 

La svolta, che domenica era stata brevemente messa a rischio dopo che Israele aveva lanciato attacchi contro obiettivi di Hezbollah nei pressi di Beirut, corona mesi di diplomazia guidata da funzionari pakistani, emersi come canale principale di collegamento tra Washington e Teheran dopo che i negoziati diretti si erano ripetutamente arenati.

 

Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, che ha mediato i negoziati, ha affermato che entrambe le parti «hanno dichiarato la cessazione immediata e definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso quello libanese». Sharif ha aggiunto che l’accordo sarà firmato formalmente venerdì in Svizzera.

 

L’accordo prevedeva originariamente la revoca graduale del blocco navale americano sui porti iraniani, parallelamente alla progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, ha dichiarato venerdì un funzionario statunitense.

 

Gli Stati Uniti e l’Iran avevano precedentemente dichiarato che un memorandum d’intesa era stato in gran parte finalizzato. Secondo Teheran, il documento si sarebbe concentrato sulla fine della guerra e sulla riapertura dello Stretto di Ormuzzo, mentre il programma nucleare iraniano sarebbe stato affrontato in negoziati separati entro 60 giorni dalla firma.

 

Nelle scorse settimane Trump ha avuto diverse telefonate accese con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, durante le quali ha chiesto a Israele di interrompere i raid aerei in Libano. L’Iran aveva precedentemente minacciato di sospendere i colloqui se l’operazione israeliana non fosse cessata.

 

Trump ha detto al corrispondente estero di Fox News, Trey Yingst, di aver chiesto a Netanyahu al telefono: «Che cazzo stai facendo?», aggiungendo ad Axios che il primo ministro israeliano «non ha un cazzo di giudizio». Trump avrebbe minacciato Netanyahu di ritirargli il suo sostegno, facendo pure capire di non volerlo vedere rieletto con il suo partito, il Likud. In precedenza aveva dichiarato che il premier dello Stato Ebraico «non ha scelta»,

 

Non è chiaro cosa accadrà se i negoziati dovessero fallire, né se la guerra, vista l’indomita bellicosità dello Stato Giudaico, sia veramente finita. Perfino il leader dell’opposizione al governo Netanyahu, Yair Lapid, ha dichiarato che l’accordo di Trump con Teheran non raggiunge nessuno degli obiettivi di guerra di Israele.

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