Pensiero
Mons. Viganò, «questa è la vera controrivoluzione»
Renovatio 21 pubblica la trascrizione della sessione di domane e risposte all’evento dell’organizzazione francese Civitas.
Cari amici,
Sono molto felice per l’opportunità che mi è stata offerta di partecipare a questa edizione della vostra Università d’Estate. È per me un grande onore poter porgere i miei più cordiali saluti ai militanti di Civitas, a cominciare dal vostro Presidente Alain Escada, dal Segretario Generale Léon-Pierre Durin, dal vostro caro Cappellano, Padre Joseph e i Cappuccini della Resistenza.
Nel suo combattimento per la restaurazione del Regno Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo e contro l’oligarchia massonica e la setta di Davos, Civitas si trova – come Davide contro Golia – al centro della lotta dell’Alleanza Anti-Globalista che ho lanciato sotto i migliori auspici.
Non posso che rallegrarmi di sapere che anche Svizzera, Belgio, Italia, Canada, Spagna hanno ora fondato, sull’esempio della Francia, delle sedi sul loro territorio; credo sia altamente auspicabile che la stessa iniziativa si diffonda ovunque. È tempo che i Cattolici di tutto il mondo si uniscano in un fronte unito contro la tirannia globalista.
La casa costruita sulla Roccia è la Chiesa Cattolica e la Civiltà Cristiana. È anche la Francia battezzata a Reims da San Remigio, fondata sull’alleanza di Trono e Altare nel giorno dell’Incoronazione di Clodoveo, Re dei Franchi.
Non ci può essere rimedio ai mali del nostro tempo se non nel Regno Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo, in una società riconciliata con Dio che Lo onori e che professi pubblicamente la Fede Cattolica ricevuta dagli Apostoli e fedelmente trasmessa dalla Santa Chiesa nel corso dei secoli.
Questa è la vera controrivoluzione.
Cari amici, tenete nel cuore e nella mente l’esempio dei Martiri per preservare la Cristianità e promuovere il Regno Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo; di questi Martiri che hanno fecondato con il loro sangue il futuro della Chiesa, della società e dei popoli! Non può esserci società giusta e prospera se non là dove regna Cristo Re e Principe della Pace. Perché la pace di Cristo può esistere solo nel Regno di Cristo: Pax Christi in regno Christi.
Il signor Durin mi ha anticipato di volermi porre alcune domande.
Eccellenza, il Vaticano II ebbe luogo più di 60 anni fa, la distruzione della liturgia 50 anni fa, Assisi quasi 50 anni fa; dopo 60 anni di disastro religioso e politico che tutto ha distrutto, durante il quale i fedeli cattolici sono disprezzati, perfino ingiustamente condannati, Vostra Eccellenza è diventata, a più di 80 anni, un implacabile anticonciliare. Qual è il motivo per cui Ella ha deciso solo ora di agire?
Ho già avuto occasione di testimoniare nei miei interventi passati il mio cammino di progressiva consapevolezza della crisi che affligge la Chiesa cattolica e delle cause profonde dell’attuale apostasia. Come ho detto allora, il mio impegno al servizio diplomatico della Santa Sede (prima come giovane segretario presso le Rappresentanze Pontificie in Iraq e Kuwait, poi a Londra; in Segreteria di Stato; e poi come Capo Missione a Strasburgo presso il Consiglio d’Europa; poi come Nunzio Apostolico in Nigeria; e ancora presso la Segreteria di Stato come Delegato per le Rappresentanze Pontificie, poi come Segretario Generale del Governatorato ed infine come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti); il mio impegno – dicevo – al servizio della Santa Sede, che ho cercato di esercitare dedicandovi tutto il mio tempo e le mie forze, mi ha completamente assorbito, rendendo praticamente impossibile una riflessione profonda sugli eventi che si svolgevano nella Chiesa.
Questo non mi ha impedito tuttavia di nutrire forti perplessità interiori e persino critiche alle «novità» introdotte dopo il Concilio. Penso in particolare ai gravi abusi liturgici, alla crisi della vita religiosa, penso al pantheon di Assisi, alle deplorevoli richieste di perdono per le Crociate, ad esempio, durante il Giubileo dell’anno 2000. Penso anche a ciò che avevo potuto percepire da giovane studente all’Università Gregoriana di Roma. Compresi che tutto ciò derivava dai nuovi principi stabiliti dal Concilio.
Ma fu solo molto più tardi, di fronte ai gravissimi scandali dell’allora Cardinale McCarrick e di tutta la sua rete omosessuale, e di fronte agli ancor più gravi scandali di Bergoglio, che il legame intrinseco tra corruzione dottrinale e corruzione morale mi apparve in tutta la sua evidenza, così come le cause profonde della crisi che imperversa da decenni nella Chiesa, generata dalla rivoluzione conciliare.
E non ho potuto tacere.
Il disastro era prevedibile fin dall’inizio. Ma come ho spiegato, eravamo stati educati – nella nostra formazione al ministero sacerdotale e ancor più in quella al servizio diplomatico – a ritenere impensabile che il Papa e l’intera Gerarchia cattolica potessero abusare della loro autorità, esercitandola per uno scopo contrario a ciò che Nostro Signore ha voluto per la sua Chiesa. Eravamo stati formati a non mettere in discussione l’autorità dei Superiori.
E questo è stato sfruttato da chi, proprio approfittando della nostra obbedienza e del nostro amore verso la Chiesa di Cristo, piano piano, passo dopo passo, ci ha condotto ad accettare nuove dottrine, estranee a quelle che la Santa Chiesa ha sempre insegnato, soprattutto riguardo all’ecumenismo e alla libertà religiosa.
Del resto, come nella Chiesa la deep church si è estesa per gradi verso la dissoluzione del corpo ecclesiale, così nell’ambito civile il deep state è sviluppato in modo direi simile, attraverso una progressiva infiltrazione fino alle forme tiranniche del Nuovo Ordine Mondiale, del World Economic Forum e dell’Agenda 2030.
Anche in questo caso ci si potrebbe chiedere: perché i cittadini non si sono ribellati alla sovversione dello Stato da parte degli insorti che hanno preso il potere con lo scopo di distruggere le istituzioni che avrebbero invece dovuto servire per il bene comune?
Molti risponderebbero: Non potevamo immaginare il loro disegno malvagio, il loro piano per renderci schiavi di un sistema iniquo. Non potevamo credere che quando parlavano di democrazia o di sovranità popolare, volessero assoggettarci gradualmente a un potere totalitario radicalmente anticristiano.
Ritengo che il fatto di non aver compreso ieri la natura del processo rivoluzionario in atto, possa essere scusabile; mentre il fatto di non capire oggi è irresponsabile e ci rende complici di un colpo di stato mondiale nelle questioni temporali e dell’apostasia in ambito ecclesiale.
Ringraziamo quindi coloro che molto prima di noi, con la loro voce profetica, hanno lanciato l’allarme per la minaccia che gravava sia sulla società civile che sulla Chiesa cattolica.
Grazie, Monsignore. Le faccio una seconda domanda: cosa pensa di Monsignor Lefebvre e della sua lotta, in particolare nel suo atto controverso come le Consacrazioni del 1988?
Guardo all’Arcivescovo Lefebvre con ammirazione e grande gratitudine per la sua fedeltà e il suo coraggio. Coraggio e fedeltà invincibili di fronte a tante avversità, ostilità, e persino all’accanimento da parte di una Gerarchia conquistata alle idee della modernità e infiltrata dai massonici sostenitori di un progetto di distruzione capillare, senza precedenti, di cui oggi realizziamo l’impatto devastante nelle sue estreme conseguenze.
Monsignor Lefebvre deve essere considerato come un sant’uomo, non come uno scismatico! Come fervente missionario e confessore della Fede, zelante difensore della Tradizione, del Sacerdozio e della Messa cattolica. Si è esposto a gravi sanzioni, fino alla scomunica, perché riteneva più giusto dover obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, mantenere e trasmettere la Tradizione piuttosto che abbracciare dottrine moderniste.
La sua vita è segnata dalla pietà, dallo spirito di sacrificio, dal senso del dovere, dalla rettitudine di coscienza e da una grande coerenza interiore. La sua è una vita donata a Dio e alla Chiesa, dedita al servizio delle anime, all’evangelizzazione, all’insegnamento e alla predicazione della sana Dottrina, alla celebrazione del Santo Sacrificio e alla formazione dei giovani chiamati al Sacerdozio.
Una vita che è tutta una testimonianza della solidità della Fede trasmessaci dagli Apostoli, dai Romani Pontefici, dai Concili e dai Santi Dottori della Fede e per la quale i Martiri hanno versato il loro sangue.
Alcuni giudicano le Consacrazioni del 1988 «un passo di troppo»; altri vi riconoscono una necessità vitale per la salvaguardia della Messa di tutti i tempi.
Monsignor Lefebvre ha colto l’urgenza dei tempi che stiamo vivendo e il dramma di una situazione che è ulteriormente peggiorata e che si è ulteriormente aggravata negli ultimi anni, rendendo più evidente lo stato di eccezione in cui ci troviamo. C’è chi parla di disobbedienza; noi parliamo di fedeltà!
Monsignor Marcel Lefebvre ha continuato a insegnare e a fare ciò che la Santa Chiesa ha sempre fatto e insegnato. Si oppose al liberalismo, alla distruzione della Messa e dell’intero edificio liturgico della Chiesa, alla rovina del Sacerdozio, della vita religiosa e della Morale cristiana.
Lo ripeto: alcuni parlano di disobbedienza, noi parliamo di fedeltà!
Grazie Monsignore. Ho un’ultima domanda per Lei, prima di darle la parola per un breve intervento finale. Eccellenza, potrebbe spiegarci in poche parole il progetto dell’Alleanza Anti-Globalista di cui ha parlato, e come parteciparvi concretamente?
L’Alleanza Anti-Globalista è un appello che ho lanciato lo scorso novembre, consapevole della gravissima minaccia senza precedenti che incombe sull’intera umanità in quest’ora della Storia. Consapevole anche dell’urgenza di formare ovunque un fronte di resistenza volto a contrastare il colpo di stato planetario orchestrato da un’élite potentissima in vista dell’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale, intrinsecamente disumano e anticristico.
Non ho mai avuto la pretesa di diventare il leader di un movimento o di assumerne l’organizzazione. Come un seminatore, ho gettato il seme ai quattro venti, perché sia raccolto con saggezza e porti frutto. Non posso misurare lo stato della sua germinazione.
La situazione attuale, tanto a livello delle varie Nazioni quanto sulla scena internazionale, è molto complessa, oscura e difficile da decifrare. Sappiamo solo che dobbiamo prepararci interiormente agli eventi che ci aspettano e implorare il Cielo per un intervento di Dio.
Solo una cosa è certa: è impossibile risolvere con mezzi umani la crisi civile ed ecclesiale in cui stiamo sprofondando. L’uomo deve prima inginocchiarsi davanti al suo Dio e al suo Re, Nostro Signore Gesù Cristo. Nazioni e Popoli devono riconoscere la sua Signoria, e la Chiesa per prima deve restituire al Re la Corona che gli usurpatori gli hanno tolto. Rimettiamo dunque Cristo al centro dei nostri cuori e al centro di tutto, Lui che è l’Alfa e l’Omega. Cerchiamo prima il Regno e la sua giustizia, e anche il resto ci sarà dato in sovrappiù.
Durin: Grazie, Eccellenza. Peccato che non possa vedere le persone nella sala e la loro gioia di aver sentito un vero Vescovo rivolgersi a loro, ripetendo loro le verità eterne della Chiesa. Grazie ancora dai Cappuccini, dai Domenicani di Avrillé che sono qui, da padre Morgan che è qui con noi. Grazie di tutto Monsignore. Le do la parola un’ultima volta ringraziandola personalmente per tutto quello che ha fatto per noi.
Caro Monsieur Durin, anch’io mi rammarico molto di non aver avuto l’opportunità di vedervi e soprattutto di essere con voi in questa felice occasione di incontro, per rendere grazie, per pregare insieme la Vergine Maria in questa vigilia della festa della sua Assunzione, Lei che è la Patrona principale della Francia.
Rinnoviamo dunque il nostro atto di speranza e volgiamo lo sguardo alle cose del cielo. Sostenuti dalla materna protezione e intercessione della Vergine Maria, la Donna vestita di Sole che schiaccia sotto i suoi piedi la testa del Drago infernale, possiamo perseverare nei combattimenti di quaggiù, con accresciuta forza e coraggio, ma anche con umiltà e fiducia.
Di tutto cuore vi benedico tutti:
Benedicat vos omnipotens Deus Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus. Amen.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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