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Mons. Viganò: il colpo di Stato globale dal COVID alla guerra in Ucraina. Intervista all’Avvocato Reiner Füllmich (prima parte)

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Renovatio 21 pubblica la prima parte dell’ intervista rilasciata da Monsignor Carlo Maria Viganò all’avvocato tedesco Reiner Füllmich. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Eccellenza, tante persone La conoscono e La apprezzano molto per essere stato una persona sincera in un ambiente spesso insincero, anche durante il Suo servizio in Vaticano. Ella ha servito come alto diplomatico, in particolare come Nunzio Apostolico, negli Stati Uniti, rappresentando il Papa presso le chiese locali. È nostro grande onore e piacere parlare con Lei oggi. Ma prima di passare alla sostanza e chiederLe della Sua valutazione della situazione politica mondiale, soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta crisi del Corona, vorrebbe riassumere la Sua storia personale in modo che i telespettatori che ancora non La conoscono possano sapere chi è?

 

Anzitutto vorrei esprimere a Lei, avvocato Reiner Füllmich, e a tutti i Suoi collaboratori e colleghi il mio più cordiale saluto e il mio apprezzamento per aver dato vita alla Commissione Corona. La ricerca della verità sulla gestione dell’emergenza COVID-19 e sulla sperimentazione di massa contribuisce a raccogliere prove per processare e punire i responsabili. Questo costituisce un importante contributo in vista della creazione di un’Alleanza Antiglobalista, perché gli autori della farsa pandemia sono gli stessi che oggi vorrebbero spingere il mondo verso una guerra totale e la crisi energetica permanente. 

 

Per quanto riguarda la mia «carriera», non credo ci sia molto da dire: sono un Arcivescovo cattolico che ha ricoperto ruoli di responsabilità in Vaticano, sia nella Segreteria di Stato della Santa Sede che presso il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, e poi come Nunzio Apostolico in Nigeria e ultimamente negli Stati Uniti, per volontà di Benedetto XVI.

 

La mia notorietà – del tutto non voluta – è dovuta alle mie prese di posizione a proposito dello scandalo sessuale dell’ex Cardinale americano McCarrick e di altri casi non meno gravi che hanno coinvolto alti esponenti della Gerarchia.

 

Come Successore degli Apostoli, non potevo tacere dinanzi ai tentativi di insabbiamento di quei fatti vergognosi da parte della cosiddetta lavender mafia, che gode dell’appoggio e della protezione di Bergoglio. 

 

 

Lei ha una vita impressionante, ma se si cerca il Suo nome nei vecchi media (mainstream), si trovano articoli diffamatori che La accusano, tra le altre cose, di diffondere la propaganda del Cremlino e di fare affermazioni confuse. A un esame più attento, non ci sembra affatto così, anzi; piuttosto, Ella rimane fedele alla Sua reputazione di persona schietta anche in ambienti dove vige la menzogna, nonostante ciò vada a Suo svantaggio. Dove collocherebbe la cesura nella Sua vita, dove questa virtù è stata reinterpretata dai vecchi media come un difetto? Quale linea rossa ha attraversato; su quale questione la Sua schiettezza è diventata un pericolo per la narrativa pubblica?

 

Le false accuse sono uno dei mezzi ai quali ricorre chi vuole eliminare un avversario che teme e che non può contrastare lealmente. In questo caso, vengo ritenuto scomodo sia dagli esponenti della deep church e della cabala bergogliana, i cui scandali e insabbiamenti ho denunciato sin dall’epoca del caso McCarrick.

 

E sono parimenti scomodo per il deep state, che ha potuto contare sulla complicità della Santa Sede e della quasi totalità dell’Episcopato mondiale negli eventi degli ultimi anni. La voce dissonante di un Vescovo, soprattutto quando egli formula denunce argomentate e basate su fatti inconfutabili, rischia di mettere in discussione la narrativa ufficiale, tanto sul presunto rinnovamento della Chiesa sotto questo «pontificato», quanto sulla farsa pandemica e sulla «vaccinazione» di massa.

 

Anche la recente crisi russo-ucraina trova significativamente schierati dalla stessa parte l’élite globalista, la NATO, il deep state americano, l’Unione Europea, il World Economic Forum di Davos, l’intera macchina mediatica e il Vaticano. L’intervento di Putin in Ucraina è considerato una minaccia al Nuovo Ordine Mondiale che va neutralizzata anche a costo di un conflitto mondiale.

 

Se devo quindi indicare il «punto di rottura» sul fronte ecclesiale, certamente esso è coinciso con la mia denuncia della rete di complicità e scandali di chierici e Prelati corrotti che Bergoglio ha deliberatamente e ostinatamente cercato di insabbiare.

 

Sul fronte civile, mi pare che la red line sia stata superata con il mio Appello per la Chiesa e per il mondo, lanciato due anni fa [maggio 2020] e con il quale denunciavo la minaccia rappresentata dal golpe bianco compiuto tramite l’emergenza sanitaria.

 

L’emergenza energetica e alimentare, oltre a quella bellica, fanno sempre parte di quegli inquietanti «scenari» che il World Economic Forum e l’ONU hanno descritto con dovizia di particolari con larghissimo anticipo.

 

Quando, un giorno non remoto, un tribunale giudicherà questi criminali e i loro complici nelle istituzioni di quasi tutti i Paesi occidentali, quei documenti potranno costituire la prova della premeditazione del più grande colpo di stato di tutti i tempi

 

E lo stesso accadrà sulle vicende ecclesiali, dimostrando che la deriva dottrinale e morale originata dal Concilio Vaticano II ha creato le necessarie premesse per la corruzione dottrinale e morale del Clero e, con essa, la delegittimazione dell’autorità dei Pastori.

 

Non dimentichiamo che la Rivoluzione ha sempre fatto leva sui vizi e sulle debolezze dei suoi rappresentanti, tanto per distruggere lo Stato quanto per indebolire la Chiesa. 

 

 

Eccellenza, la crisi della COVID-19 e delle norme pandemiche sta entrando nel suo terzo anno; nel frattempo, si sono aggiunti al mix la guerra nell’Europa orientale, e soprattutto la massiccia guerra politica e mediatica. Come valuta questo sviluppo?

 

Chiariamo un punto fondamentale: la crisi ucraina è stata provocata deliberatamente dal deep state per costringere il mondo alle riforme del Great Reset, in particolare la cosiddetta «transizione tecnologica» e la «svolta green». È il secondo livello del colpo di stato dei tecnocrati globalisti, dopo la farsa pandemica. 

 

La psicopandemia ha segnato il primo livello di un vero e proprio attacco sferrato per appropriarsi del controllo dei governi. In realtà, oggi cercano solo di bypassare il potere politico, che fino ad oggi fungeva comunque da mero esecutore di ordini. Con il pretesto della pandemia si sono imposti sistemi di controllo capillare della popolazione, ivi compresi i sistemi di tracciabilità dei singoli cittadini, inoculati assieme al siero genico sperimentale. 

 

Proprio in questi giorni, al Forum di Davos, il CEO di Pfizer Albert Bourla ha detto: «Immaginate un chip biologico che è incluso in una pillola, che quando viene inghiottito e va nello stomaco, invia un segnale. […] Immaginate le applicazioni, la possibilità di far obbedire le persone. […] Quello che succede in questo campo è affascinante».

 

(…)

 

La popolazione delle nazioni aderenti all’Agenda 2030 è in maggioranza «vaccinata», ossia è geneticamente modificata e vede compromesso in modo irreversibile il proprio sistema immunitario.

 

E forse – come alcuni avvocati stanno denunciando – si scoprirà che assieme al siero genico hanno inoculato dei chip in grado di controllare anche le reazioni delle persone, di interferire con il loro comportamento, di renderle docili in caso di sommosse o violente se serve avere un pretesto per interventi militari.

 

Siamo ben oltre il colpo di Stato globale: questo è il più grande, clamoroso, inaudito attacco alla persona umana, alla sua libertà, alla sua coscienza, alla sua volontà. 

 

Potete ben immaginare quale sia il rischio derivante dal cedere all’OMS il controllo sovrano degli Stati sul sistema sanitario in caso di emergenza pandemica, quando chi deve decidere le campagne vaccinali e le terapie, le misure di contenimento e di lockdown, è finanziato dalle case farmaceutiche e dalla Bill & Melinda Gates Foundation, che teorizza la pandemia perpetua e il perpetuo booster vaccinale.

 

Anche la risoluzione che doveva essere votata all’OMS – e che almeno per ora è stata evitata – andava nella direzione di un controllo totale da parte della sinarchia globalista.

 

(…)

 

Tanto l’OMS quanto l’EMA (finanziata al 75% da BigPharma) si sono mostrate in palese conflitto di interessi e totalmente dipendenti dall’industria farmaceutica.

 

Per quanto riguarda la crisi russo-ucraina, quella che poteva essere un’operazione di pace per mettere fine alla persecuzione etnica della minoranza russofona in Ucraina ad opera di estremisti neonazisti è stata deliberatamente e colpevolmente trasformata in una guerra.

 

I ripetuti appelli di Putin alla comunità internazionale perché fosse rispettato il Protocollo di Minsk sono caduti nel vuoto. 

 

Perché? Per il semplice motivo che quella era un’ottima opportunità.

 

In primo luogo per creare a tavolino una crisi energetica globale, con cui forzare il passaggio alle fonti energetiche alternative con tutto il business che ciò rappresenta.

 

Senza crisi, come si giustifica l’aumento del prezzo del gas e del petrolio come strumento per costringere le aziende e i privati alla famigerata «transizione ecologica» che nessuno ha mai votato e che è stata imposta da burocrati asserviti all’élite? 

 

In secondo luogo, per distruggere in modo controllato e spietato tutte le imprese considerata inutili o dannose all’economia globale delle multinazionali.

 

Milioni di aziende artigiane, di piccole realtà che rendono unici i Paesi dell’Europa e l’Italia in particolare, sono costrette a chiudere perché, dopo i disastri causati dai lockdown e dalle regole della psicopandemia, si è provocato un aumento dei prezzi del gas e del petrolio, con una criminale speculazione da parte del «mercato» e senza che la Federazione Russa prenda un centesimo in più.

 

Il tutto voluto dall’Unione Europea su ordine della NATO, tramite sanzioni che si ripercuotono su chi le ha comminate. La cancellazione dell’economia tradizionale non è una sfortunata conseguenza di un conflitto inatteso, ma la premeditata azione criminale di una mafia mondiale, al cui confronto la mafia tradizionale è un sodalizio benefico.

 

Il vantaggio di questa operazione eversiva va alle multinazionali che possono acquistare aziende e beni immobili a prezzi fallimentari, e agli istituti finanziari che lucrano con prestiti usurari per milioni di nuovi poveri.

 

Anche qui, gli scopi ideologici – e infernali – dei vertici dell’élite si avvalgono della complicità di potentati economici che hanno meri scopi di profitto.

 

Con la guerra, l’industria bellica e quella non meno florida delle tecnologie informatiche e dei mercenari hanno l’opportunità di concludere lucrosi affari, con i quali ricompensare generosamente i politici che hanno votato l’invio di armi e mezzi in Ucraina. 

 

In terzo luogo, la guerra in Ucraina doveva consentire l’insabbiamento dello scandalo di Hunter Biden, coinvolto con la società Metabiota nel finanziamento dei biolaboratori (…)

 

In quarto luogo, perché la narrazione psicopandemica, nonostante la complicità del mainstream, non ha impedito alla verità di trapelare e via via di diffondersi in sempre più ampi settori dell’opinione pubblica.

 

La crisi in Ucraina doveva essere un’ottima operazione di distrazione di massa, per evitare visibilità alle notizie sempre più incontrollabili circa gli effetti letali del siero sperimentale e le conseguenze disastrose dei provvedimenti assunti dagli Stati durante l’emergenza pandemica.

 

La falsificazione dei dati è ormai conclamata; l’occultamento deliberato dei risultati della prima fase della sperimentazione è ammessa dalle stesse case farmaceutiche; la consapevolezza dell’inutilità dell’uso delle mascherine e dei lockdown è certificata da molteplici studi; il danno per l’equilibrio psicofisico della popolazione e in particolare dei bambini e degli anziani è incalcolabile, come incalcolabile è quello per gli allievi a seguito della didattica a distanza.

 

Per non lasciare che le persone inizino a comprendere quello che gli è stato fatto, tenerle occupate davanti al televisore o sui social con la propaganda antirussa è il minimo che possano fare questi pazzi criminali, che sono responsabili tanto della pandemia quanto della crisi russo-ucraina. 

 

Se prendiamo il copione di questa sceneggiatura voluta dall’élite globalista, troviamo che oltre allo scenario della pandemia ci sono altri scenari non meno preoccupanti, che vedevamo già anticipati dai media sin dallo scorso anno: la crisi energetica, non come sventurata conseguenza di un imprevedibile conflitto in Ucraina, ma come mezzo tramite il quale da un lato imporre la green economy motivata da un’inesistente emergenza climatica, e dall’altro distruggere le economie nazionali, facendo fallire le aziende a vantaggio delle multinazionali, provocando disoccupazione e creando quindi manodopera sottopagata, costringendo gli Stati a indebitarsi perché privati della loro sovranità monetaria o comunque in perpetuo deficit a causa del signoraggio. 

 

Anche l’emergenza alimentare è nel copione di Klaus Schwab: essa è iniziata per certi prodotti negli Stati Uniti e in Europa e più in generale per le derrate di grano e cereali in molti Paesi dell’Africa o dell’Asia.

 

Poi scopriamo che Bill Gates è il maggior proprietario terriero degli Stati Uniti proprio quando c’è carenza di grano e prodotti agricoli; e che sempre Bill Gates è a capo di una start-up che produce «latte umano artificiale» proprio quando negli USA c’è carenza di latte in polvere per bambini.

 

E non dimentichiamo che le multinazionali dell’agricoltura stanno riuscendo ad imporre l’uso delle loro sementi sterili – che vanno riacquistate ogni anno – e a vietare le sementi tradizionali, che consentirebbero ai Paesi poveri di non dipendere da loro.

 

Chi ha progettato la serie di crisi attuali, di cui si sono poste le basi all’inizio degli anni Novanta con la privatizzazione delle aziende di Stato, ha fatto anche in modo di collocare nei governi, nelle istituzioni, negli enti internazionali, a capo delle Banche centrali e dei grandi asset strategici, nei media e nelle principali religioni mondiali personaggi formati e addestrati dal World Economic Forum a questo scopo.

 

Guardate i Primi Ministri dei principali Paesi europei, del Canada, dell’Australia, della Nuova Zelanda: sono stati tutti reclutati dal Young Global Leaders for Tomorrow, e il fatto che siano ai vertici di queste Nazioni, dell’ONU e della Banca Mondiale dovrebbe essere più che sufficiente per processarli tutti per eversione e alto tradimento.

 

Chi ha giurato di applicare le leggi nell’interesse della propria Nazione compie spergiuro, nel momento in cui deve rispondere del proprio operato non ai cittadini ma a dei tecnocrati senza volto che nessuno ha eletto. 

 

Le facili accuse di «cospirazionismo» non reggono più, come non regge tacciare di «collaborazionismo» chiunque esprima perplessità sulla crisi russo-ucraina e sulla sua gestione a livello internazionale. 

 

Chi non vuole comprendere la trama perché ha paura di quello che potrebbe scoprire si ostina a negare che vi sia un copione e un regista, che vi siano attori e comparse, scenografie e costumi. Ma possiamo davvero credere che le persone più ricche e potenti del mondo accetterebbero di sferrare un tale attacco all’umanità per realizzare il loro delirante sogno globalista, con un enorme dispiegamento di energie e risorse, senza aver pianificato tutto nel dettaglio e anzi lasciando tutto al caso?

 

Se agisce così chi deve pianificare l’acquisto di una casa o l’inizio di un’attività, perché dovrebbe essere «complottismo» riconoscere che per ottenere dei risultati inconfessabili e criminali l’élite debba ricorrere alla menzogna e all’inganno?

 

Se mi permette un’analogia, direi che il nostro atteggiamento dinanzi ai fatti presenti è simile a quello di chi si trova a dover ricostruire un puzzle di migliaia di tessere, senza avere davanti l’immagine finale. Chi ha costruito il puzzle globalista, l’ha fatto proprio per rendere irriconoscibile quel che voleva ottenere. Però chi vede l’immagine intera o anche solo una sua parte considerevole, riconosce come i vari tasselli si incastrano gli uni negli altri.

 

E chi ha visto l’immagine finale sa anche come interpretare silenzi e connivenze dei governanti e dei partiti anche di opposizione, come spiegare la complicità dei medici e dei paramedici ai crimini compiuti negli ospedali contro ogni evidenza scientifica, o quella di vescovi e parroci giunti a privare dei Sacramenti i non vaccinati.

 

Quando ampie aree del puzzle saranno chiaramente visibili – ed è quello che sta accadendo – le tessere rimanenti potranno esser posizionate più facilmente.

 

E a quel punto Klaus Schwab, George Soros, Bill Gates, gli altri cospiratori e coloro che li manovrano dai vertici della cupola, prenderanno la fuga, per evitare di essere linciati. 

 

 

 

 

Renovatio 21 ripubblica questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

 

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Preghiera dell’equinozio d’autunno

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È arrivato l’equinozio. Oggi il giorno e la notte saranno in equilibrio. Renovatio 21, come sempre, registra l’evento cosmico.

 

Oggi l’estate 2026 muore per sempre, l’autunno rinasce. Tra meno di un anno, l’estate rinascerà: è la forma ciclica dell’universo, tangibile ed incontrovertibile. Di come questo si rifletta sulle nostre esistenze, lo lasciamo meditare al lettore.

 

Non sappiamo quanta parte della popolazione – inurbata, immigrata, modernizzata – possa rimanere ancora insensibile a questa magia dell’universo, che sento offerta come un dono continuo. Vivere in una giungla di cemento, tra falsi idoli e la disperazione come rumore di fondo (come da programma della Necrocultura) forse distrugge la sensibilità all’incantesimo e alla meraviglia.

 

Molti sentono l’autunno come una privazione. È la stagione, ti insegnano da bambino a scuola, dove «cadono le foglie». In realtà, nel profondo, l’autunno pare essere legato all’abbondanza. Il participio latino auctus, da augere («accrescere», «aumentare») unito al suffisso -mnus indicherebbe originariamente la «stagione che accresce». L’autumnus porta a compimento e arricchisce i frutti della terra.

 

Risalendo ancora più nella profondità degli idiomi terrestri, si rintraccia una radice indoeuropea e più chiaramente sanscrita (av-, au-) legata all’idea del godere, del saziarsi e del favore della natura. Avati, forma base della radice verbale primaria coniugata (presente, terza persona singolare), nei Rig Veda assume anche il significato specifico di «compiacersi di», «gustare con gioia» o «saziare». Āvayati, forma causativa del verbo (derivata sempre da av), in contesti letterari classici sanscriti significa letteralmente «mangiare con gusto», «divorare» o «consumare godendone».

 

Il lettore può sentire come, dalle vertigini millenarie della storia umana, si può arrivare al latino habere, e all’italiano avere. L’estate, la forza del sole, produce i frutti che noi abbiamo.

 

Ora, in questo equinozio, riflettiamo su quanto l’ultima estate ci ha dato. Non solo la luce e il caldo, ma una situazione di caos globale che deve, se siamo rimasti esseri umani benevoli e responsabili (cioè, lettori di Renovatio 21), preoccuparci, deve spingerci alla reazione.

 

Quale sia una prima reazione alla catastrofe mondiale che progredisce inesorabile, lo abbiamo dettopregare.

 

Preghiamo il Signore con una preghiera d’equinozio. Signore, riporta anche nel cuore degli uomini l’equilibrio tra la luce e il buio. Signore, permettici di godere dei frutti dell’autunno. Signore, lascia che godiamo ancora del ciclo delle stagioni, della natura stupenda che hai creato per noi, della vita. Signore, riporta la vita in equilibrio con la morte.

 

Un’ultima cosa. Dobbiamo chiedere al lettore un piccolo aiuto in un momento di difficoltà di Renovatio 21. Per fare in modo che anche questa testata veda il prossimo ciclo.

 

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Grazie, cari lettori. Buon equinozio.

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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La superguerra è vicina. E non assomiglia a nulla di quello che abbiamo visto

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Un amico del giro del tabarro mi chiama. Lo fa due tre volte l’anno, per parlare delle faccende della scena tabarrista (che è stupendamente variegata, e incomprensibilmente complicata), ci raccontiamo inezie e sorridiamo, sghignazziamo. Poi però, come per un rito ciclico, mi chiede sempre la stessa domanda: «ci sarà la guerra?». Lo chiede in modo sommesso, come se – rara avis – si rendesse conto di quanto grave può essere una guerra, ieri e, sopratutto oggi.

 

«Ci sarà» gli ho risposto stavolta, quasi senza pensarci. Non so da dove mi venisse questa sicurezza, né da dove venisse la risposta stessa. Pur occupandomi, col giornale che state leggendo, di tutti gli elementi necessari per tentare di capire la scena mondiale, confesso che mai mi è venuto di fare una simile predizione. Fors’anche perché la mia mente, naturalmente, rifiuta l’idea. La rifiuta, essenzialmente, perché sono un padre di famiglia – credo che sia così.

 

La guerra è vicina: abbiamo tutti gli ingredienti sufficienti a farla scoppiare. Vi sono, sopra ogni cosa, precise motivazioni: ci sono quelle di superficie, e poi quelle profonde. Che sono metafisiche, soprannaturali, preternaturali, spirituali. Andiamo con ordine.

 

L’attacco di queste ore a Mosca, durante le elezioni politiche, non ha precedenti: 2.000 droni lanciati contro la Russia, a colpire non solo le raffinerie – cosa che Trump aveva chiesto a Zelens’kyj di non fare – ma, comme d’habitude, i civili.

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La prima domanda che dovete farvi è: quanto la Russia può tollerare di avere la propria popolazione sotto attacco costante? Quanto Putin può pazientare – lo sta di fatto facendo ora, aspettando la diplomazia, come lo ha fatto negli otto anni di massacri in Donbass da parte degli ucronazisti post-Maidan – prima di scatenare la potenza militare russa contro Kiev?

 

Ricordate, prima degli accordi ottenuti in Turchia ancora nel marzo 2022, a meno di una manciata di settimane dallo start del conflitto aperto, una colonna di decine di chilometri di carri armati russi stava fuori da Kiev. Furono ritirati su richiesta dell’Ucraina, come segno di buona fede per i negoziati. Mosca li accontentò. Boris Johnson, poco dopo, fece fallire l’accordo: ne sono seguiti i quattro anni di strage che conosciamo. Una durata che ha superato la Grande Guerra Patriottica, come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale: Mosca dal 1941 al 1945 ha combattuto per 1.418 giorni; in Ucraina lo scontro ha superato i 1.670 giorni.

 

Malgrado il numero dei morti non si avvicini nemmeno lontanamente a quello della Seconda Guerra Mondiale, per la Russia moderna con evidenza si tratta del conflitto più rilevante – perché anche qui riguarda la questione esistenziale dell’intera civiltà russa (è il lungo discorso che Putin fece a Tucker Carlson nella celebre intervista tre anni fa), minacciata ai suoi confini – Ucraina, etimologicamente, significa «sul confine» – come ai tempi di Hitler, Napoleone, dei mongoli – e ora la NATO. Nella mente russa è facile far scattare un altro grilletto: la presenza di truppe con la svastica fa comprendere bene la dimensione del conflitto, con Putin a parlare di denazificazione sin dalla prima ora.

 

I tasselli militari e psicostorici perché Mosca reagisca con la sua potenza contro Kiev, insomma, ci sono tutti.

 

La seconda domanda che dovete farvi è: chi ha dato a Kiev tutti quei droni? Chi li ha puntati? Chi ne ha insegnato l’uso agli operatori ucraini?

 

Qui uno può rispondere: oramai gli ucraini se li producono da soli, la visita ad un fabbricone di droni è stata l’ultima cosa pubblica che ha fatto il senatore falco (e ambiguo, diciamo) Lindsey Graham prima di morire. Tuttavia è cosa nota, ed ad un certo punto pure rivendicata, l’assistenza totale che è stata data dall’Occidente, in particolare dai britannici, nelle armi lanciate contro l’entroterra russo. È la storia, oltre che dei droni, dei missili Storm Shadow: le coordinate di lancio e il puntamento satellitare, dicono i russi, gli ucraini non possono esserseli dati da soli.

 

Nel periodo della slatentizzazione più oscena, non è nemmeno definibile come una proxy war, una guerra per procura: tutto è sotto la luce del sole. Da qui gli avvertimenti delle ultime settimane dai consiglieri Putin e Lavrov, che parlano delle fabbriche dei droni in altri Paesi come «obiettivi legittimi»: un azzardo non da poco, visto che una simile situazione farebbe scattare contro Mosca l’articolo 5 NATO, e cioè ciò che il Cremlino sembrava aver voluto evitare sinora. La lista include Regno Unito, Germania, Spagna, Repubblica Ceca, Danimarca, Turchia e, certo, Italia.

 

E quindi, se avete risposto alle due semplici domande scaturite dai fatti di cronaca bellica delle ultime ore, potete capirlo da voi: un attacco totale della Russia sull’Ucraina – con invasione definitiva, oppure con diluvio di missili ipersonici e non su tutti i centri del potere: non sappiamo davvero – potrebbe essere sul serio dietro l’angolo.

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Non solo: anche un attacco ai Paesi che sostengono la guerra contro la Russia non è possibile escluderlo. Non solo perché i moscoviti vi hanno ammiccato, ma perché la situazione degenera ogni giorno di più: avete letto su Renovatio 21 che la Lituania, Paese ex sovietico, vota in Parlamento per poter ospitare armi atomiche occidentali sul suo territorio.

 

Non solo: va sottolineato l’entusiasmo – non può essere chiamato altrimenti – di alcuni Paesi europei per la guerra ventura. La Germania, che ha avviato, sia pur goffamente, una rimilitarizzazione ultramiliardaria (cioè, una delle cose che la creazione della NATO doveva prevenire…) pare non aspetti altro – non è escluso che la postura aggressiva terminale di Berlino scatti anche solo con un’operazione risolutiva russa nella sola Kiev.

 

La Francia pure, viste le idee di ministri della Difesa e di generali, e pure del presidente, non disdegnerebbe: così da sistemare i conti con Mosca per il Sahel, l’Africa francofona, soffiata dai russi a Parigi in questi ultimi anni.

 

La Polonia – «Cristo delle nazioni», secondo il poeta Adam Mickiewicz, il più importante esponente del romanticismo polacco – sembra avere una voglia matta di immolarsi, e glielo faranno fare: ai vertici hanno neocon (nel senso: il ministro degli Esteri Radoslav Sikorski è sposato con Anne Applebaum, da decadi inossidabile colonnella del neoconservatorismo che alligna a Washington qualsiasi sia il colore dell’amministrazione) che non vedono l’ora di spingere un altro Paese nella fornace della guerra, magari nucleare.

 

Della Gran Bretagna abbiamo detto: lì, lo sapete, c’è dietro un odium immortale che affonda nella storia, con il Grande Gioco in Asia meridionale e Centrale, come pure nella teoria geopolitica di Halford Mackinder, che appare come demonicamente impressa nei secoli nella matrice politica internazionale di Londra e pure di Washington.

 

C’è da capire cosa faranno altri Paesi, come la Spagna, o l’Italia. Dalla storia capiamo come Madrid potrebbe semplicemente togliersi, come con Franco durante la Seconda Guerra. Mentre confidiamo che l’Italia, as usual, faccia per la guerra la peggior scelta possibile.

 

Insomma, lo scacchiere per la guerra in Europa è pronto, prontissimo. Tuttavia, la catastrofe non riguarda solo l’Europa.

 

Il Medio Oriente è in fiamme. L’attacco all’oleodotto saudita Est-Ovest, quello che ha impedito l’ultima possibilità di aggirare lo Stretto di Ormuzzo, reca un segno precisissimo: provenendo il drone dall’Iraq è giocoforza una mossa dell’Iran, che controlla le bande sciite irachene, come guida gli Houthi in Yemen, i quali ora con la presa dello Stretto di Bab al-Mandeb possono di fatto chiudere l’accesso al Mar Rosso e quindi, al Canale di Suez, riportando il traffico marittimo mondiale indietro di secoli, con le navi a fare il periplo dell’Africa per il Capo di Buona Speranza.

 

Come a suo tempo abbiamo scritto, ad abundantiam, su Renovatio 21, Iran e Sauditi avevano fatto la pace, su mediazione cinese: il 10 marzo 2023 era stato stipulato l’Accordo di Pechino, con il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Teheran e Riad, bruscamente interrotte nel 2016. I due Paesi si erano sempre odiati, e il motivo è presto detto: non c’è solo la questione confessionale, sciiti contro sunniti (wahabiti, per giunta), ma il tentativo attivo di esportare la rivoluzione teocratica in Arabia, dove regna, diceva l’aiatollà Ruhollah Khomeini, una monarchia «corrotta, illegittima e asservita agli Stati Uniti».

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Ai suoi albori, la Repubblica Islamica utilizzò massicciamente le trasmissioni radiofoniche per spingere la minoranza sciita dell’Arabia Saudita (concentrata nella Provincia Orientale, ricca di petrolio) a insorgere contro il governo centrale, provocando violente rivolte di piazza tra il 1979 e il 1980. Le tensioni hanno avuto ripercussioni in era recente: il 2 gennaio 2016 l’Arabia Saudita giustiziò tramite decapitazione Nimr al-Nimr, un influente religioso e leader sciita saudita, insieme ad altre 47 persone accusate di terrorismo – fu lì che le relazioni diplomatiche tra i due Paesi saltarono.

 

Se in Arabia Saudita non vi fu un vero golpe tentato dall’Iran, esso tuttavia sponsorizzò tentativi di colpo di Stato contro altre monarchie del Golfo alleate dei sauditi. Il caso più clamoroso avvenne nel dicembre 1981 in Bahrein, dove il Fronte Islamico per la Liberazione del Bahrein (un gruppo militante sciita addestrato e finanziato da Teheran) fu scoperto e fermato mentre pianificava un colpo di Stato orchestrato per rovesciare la famiglia reale Al Khalifa.

 

E quindi: la vera guerra, a Ormuzzo, potrebbe non essere tanto tra Iran e USA, e Israele, ma con l’Arabia Saudita, finita ora, con lo stop alle esportazioni petrolifere, in un cul del sac economico colossale – che, ovvio, coinvolge tutta l’economia di ogni Paese della Terra dipendente dal petrolio.

 

Riguardo allo Stato degli ebrei, è chiaro quanto la situazione di distruzione internazionale possa giovare al suo piano messianico sionista del «Grande Israele», dall’Eufrate al Nilo (secondo quanto interpretato dal libro della Genesi, 15,18, e, per alcuni, illustrato dalle due strisce azzurre che nella bandiera contengono il simbolo cabalista della stella a sei punte). Impegnato l’Iran in un conflitto distruttivo con i Saudi e con gli USA, lo Stato Giudaico potrebbe con relativa tranquillità travolgere tutti gli Stati limitrofi, come la Siria con il suo governo fantoccio di jihadisti, magari gettando qualcuna delle sue duecento presunte armi atomiche (o a neutrone) non dichiarate o semplicemente precipitando le bombe che ora Trump vuole fornire, bombe che hanno una capacità distruttiva superiore a quella vista a Dresda nel 1945.

 

Spostiamoci più a Est: India e Pakistan è difficile che restino con le mani a posto – mani che hanno dita nucleari. Le ultime schermaglie erano state sedate pochi mesi fa da Trump, all’epoca ancora visto come autoritario uomo della Pace mondiale. Con gli USA distratti (e, va detto, sempre più insofferenti con l’«alleato» di Islamabad) Nuova Delhi potrebbe gridare, come sempre, e con qualche ragione, al Pakistan «fabbrica del terrorismo», e cominciare le operazioni. Il Pakistan potrebbe fare la stessa cosa, inventandosi qualsiasi pretesto, il Kashmir, l’ennesimo incidente al confine.

 

Islamabad avrebbe da risolvere anche il problema dell’Afghanistan talebano, con cui ha vaste e sanguinarie divergenze: e sì che i talebani, si dice, erano stati creati dall’ISI, il servizio segreto pakistano, ancora ai tempi dell’invasione sovietica. La golemica, a quanto si vede, prospera anche laggiù. I nostri lettori sanno che i talebani ora sono apertamente fiancheggiati dagli indiani.

 

Più a Est ancora: era esploso, vi ricorderete, un conflitto tra Cambogia e Tailandia (due Paesi i cui popoli non si amano, come da tradizione umana di buon vicinato), anche quello messo a cuccia dal primo Trump. È inevitabile crediamo, che si riaccenda, magari coinvolgendo pure qualche Stato limitrofo, e perfino la Cina.

 

Già, la Cina: Paese chiave del XXI secolo, è impossibile che dinanzi all’accelerazione della crisi mondiale non colga l’occasione: riprendersi Taiwano è, da anni, nei discorsi ufficiali di Xi Jinping, che ad occhio non ci tiene a passare per quaraquaquà, e sa che la riunificazione sarebbe ciò per cui verrebbe ricordato a Pechino ad aeternum, come fosse un imperatore dell’era classica.

 

L’attacco ai Taiwan devasterebbe l’economia mondiale inserendo una dimensione ulteriore: Formosa gode dello scudo dei microchip, cioè gli attacchi sono prevenuti perché la maggior parte dei microprocessori, e in particolare quelli più avanzati che i cinesi non sono (ancora) in grado di replicare, vengono prodotti lì. È il motivo per cui gli Stati Uniti proteggono l’isola. Dopo il petrolio e i fertilizzanti, la sparizione di circuiti elettronici dal mercato globale renderebbe quantità di imprese, grandi e piccole, inservibili.

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Ecco perché nel vortice di Taiwano verrebbe risucchiato anche il Giappone, che, nonostante gli evidenti legami con la manifattura cinese, non si sottrarrebbe allo scontro, e forse non per le isole (praticamente, degli scogli) Senkaku. Poco più in là, altro mostro che spaventa da morire Tokyo, la potenza atomica della Corea del Nord. Inevitabile che pensi di attaccare Seul (che sta a pochi chilometri dal confine…) non più solo con palloni di spazzatura volante, e forse partecipare anche in altri teatri bellici dell’area, non escludendo nemmeno il Giappone. Pyongyang, rammentiamo, ha vantato in questi anni il possesso della catastrofica arma-tsunami, un sistema nucleare in grado di spazzare via un’intera costa, con le sue città, creando onde oceaniche alte 500 metri – un dispositivo invero apocalittico sviluppato dai russi col nome di Poseidon, di cui ripetutamente minacciato l’uso contro la Gran Bretagna, finita sommersa da un maremoto radioattivo.

 

Con la Cina sia le Filippine che il Vietnam (che con Pechino ha fatto una guerra vera di un mese nel marzo 1979) hanno dispute territoriali in sospeso. L’Australia, abbiamo visto, si prepara alla guerra con i cinesi da tempo – e ha pienamente accettato la build-up militare americana sul suo suolo. Insomma, il settore asiatico è una polveriera, come e più di quello europeo.

 

Ancora, l’Africa: abbiamo accennato alla disputa degli Stati del Sahel, ora usciti dai vincoli francesi ed alleatosi di fatto con i russi. Al tempo del golpe in Niger si parlò di un intervento militare invasivo, che Parigi avrebbe appoggiato, dell’ECOWAS (acronimo di Economic Community of West African States, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), dove, oltre a nazioni di medio peso come Senegal e Ghana, pesa la presenza della potenza egemone regionale della Nigeria. Arduo credere che un simile conflitto – con dietro le quinte le potenze che magari a quel punto si stanno combattendo direttamente anche in Europa – non riaffiori in caso di innesco della guerra mondiale.

 

Potremmo continuare con il quadro: Armenia ed Azerbaigian, Egitto e Etiopia, Marocco ed Algeria, Serbia ed Albania (cioè, Kosovo). La polvere da sparo è lì, la miccia pure.

 

Tuttavia vogliamo significare qui un altro elemento preciso: la guerra che verrà non sarà in nulla simile a quelle che abbiam già veduto.

 

In un caso, cioè con uno scambio di centinaia se non migliaia di testate termonucleari, sappiamo cosa può accadere: distruzione massiva di gran parte dell’umanità (sicuramente di quella occidentale…), inverno nucleare (una nuova «piccola era glaciale» artificiale), poi un periodo di fame, e di barbarie, che ucciderà almeno cinque miliardi di persone, ammesso che gli altri due siano sopravvissuti. Tale prospettiva non è speculazione: abbiamo seguito come sia la Russia che, nelle ultime settimane, gli Stati Uniti abbiano riscritto la loro dottrina nucleare, adattando il codice per l’uso delle armi fine-di-mondo alla situazione presente.

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Vi è, ad ogni modo, un altro scenario. Potrebbe non esservi, per qualche ragione, un uso di atomiche, o un uso limitato. Il resto diverrebbe una classica guerra territoriale che, però, non ci sentiamo di definire come una guerra tradizionale. Sì, come negli scorsi episodi, sarebbe una guerra che non coinvolge gli eserciti, ma anche la popolazione civile – anzi, sarebbe diretta essenzialmente alla popolazione civile, secondo il principio sterminatore visto benissimo a Gaza.

 

Tuttavia le forme di questa guerra sarebbero inedite per tutti noi.

 

Innanzitutto, quella che è la più grande rivoluzione bellica dalla Prima Guerra Mondiale: i droni. I nostri cieli, e l’aria appena sopra alle nostre teste, si riempiranno di queste micromacchine volanti di morte. Il loro impiego ha sconvolto il teatro ucraino: oggi, con probabilità, la Russia non potrebbe mandare più quella colonna di carrarmati che stazionava a poca distanza da Kiev nel marzo 2022. Ciò non vale solo per i militari e i loro mezzi: l’opzione sul tavolo, mostrata tante volte da Renovatio 21, è quella dei cosiddetti slaughterbots, microdroni programmati per essere rilasciati in grandi sciami, riconoscere e uccidere gli esseri umani perfino dentro i palazzi (scuole, uffici) o nelle loro abitazioni. Cose simili, hanno detto, in parte si sarebbero già viste a Gaza.

 

Non ci sono solo i droni: la guerra si fa robotica. Abbiamo visto di già soldati che si arrendono ad automi, il cui dispiegamento militare è in aumento esponenziale programmato. Robotti antropomorfi, robocani, rover autonomi armati: le creature artificiali da combattimento sono già qui e, aggiungiamo, sono pronte a darvi la caccia, con determinazione e furbizia fornite dall’Intelligenza Artificiale.

 

Dobbiamo poi parlare dei missili ipersonici: essendo impossibile intercettarli, possiamo dire che non vi è difesa possibile, perché la velocità è tale che nemmeno è detto che si possa rilevarli, o rilevarne la traiettoria. La differenza con le vecchie guerre è evidente: niente più allarmi aerei, il popolo che corre nei rifugi, o in cantina, o nelle grotte: un impatto che arriva prima del suo suono, e poi distruzione. Gli Oreshnik russi possono essere equipaggiati con testate atomiche, e un sistema MIRV, cioè di sgancio, a pioggia, di sei testate indipendenti. Il tempo per arrivare dal territorio russo a qualsiasi città europea (l’obiettivo strategico ideale per tornare all’equilibrio mondiale, secondo il politologo russo Sergej Karaganov) e di meno di un quarto d’ora. Chi di noi vive vicino ad una base militare, come me, ci dovrebbe pensare, almeno una volta al giorno.

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Non è improbabile che la prossima guerra vedrà l’utilizzo di armi ad impulso elettromagnetico (EMP), in grado di friggere tutti i circuiti elettronici e i sistemi elettrici, non colpendo direttamente gli esseri viventi, ma neutralizzando all’istante l’infrastruttura tecnologica del nemico, non solo mettendo l’esercito KO, ma ingenerando giocoforza il collasso sociale interno dell’avversario, con la popolazione in preda ad un blackout irreversibile. Le armi EMP rientrano non solo nell’uso del nucleare (l’impulso è ottenuto da una detonazione ad alta quota), ma anche in scenari limitati (NNEMP, Non Nuclear Electromagnetic Pulse) dove si immagina la disposizione tattica di generatori chimici o elettronici per disabilitare i sistemi di un singolo edificio, di un veicolo o di una flotta di droni, senza provocare esplosioni atomiche. Bombe elettromagnetiche, abbiamo riportato, sono state testate di recente da Kim Jong-un.

 

E ancora: potremmo parlare delle armi laser, delle armi a microonde, delle armi metereologiche ed ambientali (la militarizzazione della geoingegneria, già ben avviata). Chi ha seguito Renovatio 21 sa che tutto questo è realtà odierna. Per non parlare dei virus, ora progettati con l’Intelligenza Artificiale – o forse direttamente dall’Intelligenza Artificiale.

 

Aggiungiamo che abbiamo tutte le pedine al loro posto per vedere estesa la guerra nello spazio. Gli USA, che hanno creato un ramo delle forze armate specifico (la Space Force, le cui uniformi proposte sembrano quelle degli ufficiali dell’Impero di Guerre Stellari: bellissime) hanno appena detto di avere armi nello spazio. La Russia ha risposto prima accusando gli americani poi mettendo in orbita, di lì a poche ore, un mezzo militare. La Cina è già ben presente, anche con progetti di colonizzazione del suolo lunare. L’India dispone di armi antisatellite, la Germania dice di voler laser orbitanti. La prima guerra spaziale potrebbe generare tanti detriti da rendere impossibile l’uscita della stratosfera per sempre: è la sindrome di Kessler, alla quale nessuno, quando combatte, smette di credere.

 

Non parliamo allora di una guerra, ma di una superguerra. Un superguerra per una super-ecatombe, che conteremo in milioni morti (megadeath), forse in miliardi, un massacro assoluto, il sacrificio del mondo stesso al nulla, alla distruzione, a coloro che odiano l’uomo, e vogliono ucciderlo, sin dal principio.

 

Qui veniamo alla parte spirituale del problema, e alla domanda più importante: perché? Perché tutto questo?

 

Con buona pace dei marxisti e dei liberali, non è possibile trovare un motivo economico a questo disastro: se vi fosse, prova definitiva che potete esperire sulla vostra stessa pelle, paghereste meno la bolletta. Sono solo allora dispute ideologiche, territoriali? Non crediamo nemmeno questo.

 

Vi è una radice religiosa, metafisica nel quadro attuale. La risposta, quindi, va cercata nello spirito.

 

Possiamo pensare, ad esempio, che India e Pakistan si combattano per l’hindutva (l’«induità»: la supremazia delle religione autoctone, soprattutto l’induismo, su ogni altra, con conseguenti persecuzioni anche dei cristiani) e per la jihad, Shiva contro Allah.

 

Possiamo pensare che sauditi e iraniani stiano in realtà lottando per l’egemonia sul mondo musulmano, concretata nella custodia della Mecca, dove ogni singolo fedele islamico del pianeta deve ricarsi per fare l’haji, il pellegrinaggio che è uno dei cinque pilatri dell’Islam.

 

Possiamo pensare che la Cina contempli la possibilità di conflitto nel suo settore secondo il Tao Te Ching di Laozi, con la primazia del concetto di unità (Yi) espresso come «sotto il cielo» (Tian Xia). Le divisioni, le guerre e il caos «sotto il cielo» nascono quando gli esseri umani dimenticano questa unità originaria per inseguire leggi artificiali, ambizioni, morale rigida e desideri personali, lontani dal progetto etico. La Cina, anche moderna, vuole incentrarsi su una «società armoniosa» (hexie shehui), che era letteralmente il motto della presidenza di Hu Jintao dal 2003 al 2013. Esportare l’armonia, o prevenire che l’interno divenga disarmonico, sono effettivi obiettivi metafisici della politica cinese.

 

Possiamo pensare che Israele, con il suo governo ultrasionista (con la lieve sfumatura religiosa o secolare che sia), stia facendo tutto questo per ottenere, come da sua profezia fondante, l’arrivo del suo Messia – il quale, va detto en passant, rappresenta per la tradizione cristiana l’anticristo.

 

Possiamo pensare che l’Europa bruxellita «laica», cioè massonizzata come da programma attuato negli ultimi secoli (con tutti ’48, i Risorgimenti, le guerre di ogni tipo), sia ora in postura di attacco contro la Russia tornata potenza cristiana. Non sarebbe la prima guerra mondiale che i massoni innescano per distruggere la Cristianità e i Paesi soggiacenti: non è difficile interpretare la Grande Guerra, scoppiata poco dopo la morte del papa Pio X – l’uomo che aveva capito tutto il gioco, la cui elezione impedì, secondo i racconti, l’ascesa al soglio di un papa massone – servì a liquidare il Sacro Romano Impero, cioè l’Austria, ultimo bastione cristiano in un’Europa dove il cattolicesimo era stato eradicato da tutti gli Stati (dall’Italia sabauda alla Francia repubblicana, per non parlare dell’Inghilterra).

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E allora: sì, la lotta che ci aspetta è, soprattutto, una lotta spirituale. A questo bisogna prepararsi, considerando anche il sostentamento materiale che serve alle anime. Il caos che potrebbe seguire, ammesso di sopravvivere, potrebbe essere terrificante. Il crollo degli Stati, nella cui autorità gli europei non hanno più alcuna fiducia a meno che non gli si provveda qualcosa (lo abbiamo visto con il COVID e la sua «vacanza» forzata in clausura più «ristori»), potrebbe generare per sopravvissuti un periodo di barbarie totale, magari animata dalle milionate di immigrati importati a nostre spese nelle nostre città.

 

Possiamo dare qualche consiglio: state con la famiglia. Preparatevi a difenderla, usando tutti i mezzi che offre la legge (che, epperò, è pensata per il tempo di pace). Accumulate qualche scorta. Avere una fonte di energia che non dipende dalla rete, e una batteria per accumulare, potrebbe aiutare. Un’auto elettrica, ammesso che i suoi circuiti non siano bruciati da un attacco EMP o riprogrammata da un attacco hacker, potrebbe avere senso. Mappate le fonti di acqua: torrenti, falde. Alcuni appezzamenti in periferia hanno dei pozzi, antichi o moderni. Individuate i boschi con la popolazione animale più consistente, per esempio di cervi e cinghiali. Apprendere il tiro con l’arco a scopo caccia potrebbe diventare fondamentale.

 

Ma soprattutto, combattete nello spirito: pregate. Digiunate: imparate la privazione, offrite la fame e il dolore a Dio, alla lucidità superiore che ci serve per proteggere i nostri cari.

 

Estote parati. Preparatevi a cosa viene dopo – anche a cosa viene dopo di voi. Contemplate non solo la morte, ma la buona morte.

 

Comprendete le dimensioni del disegno, e, per quanto inspiegabile, la sua bellezza: voi, la vostra anima, ne siete protagonisti. Voi siete al centro di tutto questo, siete stati creati per questo, voi lo vogliate o no. Voi siete stati, siete, e sarete: la vostra esistenza è per sempre, è incancellabile.

 

La vostra vita è troppo preziosa perché vi facciate trovare impreparati.

 

Roberto Dal Bosco

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L’Italia e il buco nero: discorso per Emma Bonino

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Fra i discorsi letti alle esequie laiche di Emma Bonino ce n’è uno che non abbiamo sentito.   Immaginiamolo scritto a mano su un paio di fogli e poi abbandonato nella sala del Campidoglio. Immaginiamolo raccolto, dopo la cerimonia, da un uomo delle pulizie, cingalese o pachistano, insieme ad altre carte sparse sulle sedie e per terra: segnaposto, immagini della defunta, scritte «Grazie Emma» e roba del genere.   Immaginiamo che, pur non sapendo leggere l’italiano, l’addetto abbia intuito trattarsi di qualcosa di diverso, forse di importante, e l’abbia consegnato al datore di lavoro. E che questi, datagli una scorsa, l’abbia portato a qualcuno, poniamo uno dei cerimonieri, per rintracciarne il proprietario.   Immaginiamo i relatori interpellati leggerlo velocemente, negare indignati di esserne gli autori, assicurare che nessuno ha mai letto quel discorso. Immaginiamo anche uno di essi cercare di impadronirsi dei fogli e di lacerarli, impedito solo dalla prontezza di riflessi del cerimoniere.   Immaginiamo che, non sapendo nessuno che farne, il manoscritto sia stato appoggiato su un tavolo, per essere spostato poi su una sedia e infine in un cestino.   Immaginiamolo da ultimo recuperato fortunosamente da una mano ignota.   Proviamo a ricostruire il tenore di questo discorso mai pronunciato.

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  «Signor Presidente, signor Sindaco, colleghi onorevoli,   Chi mi ha preceduto ha messo in luce le battaglie della cara Emma, le cariche conseguite, i risultati ottenuti.   Qui vorrei però esprimere in primo luogo tutto il debito di riconoscenza dei partiti e di noi politici nei suoi confronti. Vorrei farlo con franchezza, ora che le idee del movimento radicale sono dilagate dappertutto e sono ormai patrimonio comune della nostra Nazione. Non serve più nascondersi. Davanti a questo corpo, che presto diventerà cenere e polvere, ci corre l’obbligo di dire la verità.   E la verità è questa: la cara Emma è stata per tutti questi decenni la fedele ancella dei nostri partiti, che si sono serviti di lei per fare il lavoro che ufficialmente non potevano fare.   Droga, aborto, divorzio, immigrazione, suicidio, eutanasia. Chi di noi avrebbe potuto sfiorare questi temi senza rimanerne bruciato? Lo sapevamo e lo sappiamo: si sarebbero subito scatenate polemiche interne, create spaccature e scissioni. In aggiunta avremmo allontanato la gente, che non voleva saperne. Avremmo perso voti, non saremmo più stati rieletti.   No, signori, simili questioni non potevano essere trattate direttamente da noi. C’era bisogno di gente valida o, come si usa dire, con il pelo sullo stomaco e la faccia di bronzo. Gente pronta a tutto, senza nulla da perdere.   Signori, i radicali.

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Adesso possiamo dirlo e rivendicarlo con orgoglio: i radicali sono stati la nostra punta di lancia.   Prima fra tutti la cara Emma. Per anni e anni lei, insieme agli altri, ha lanciato per nostro conto, una dopo l’altra, cento provocazioni, ha fatto volare mille ballon d’essai. Ha fatto proprio di tutto: ha lottato per gli stupefacenti, praticato aborti, deriso e umiliato la religione, combattuto perché le persone malate scegliessero la morte. È stata maledetta, arrestata, è finita in carcere.   Cara, cara Emma, quanto lavoro sporco ti sei sobbarcata. Noi, abbiamo avuto vantaggi immensi.   Nell’immediato, opponendoci quel tanto, agli italiani ci siamo potuti proporre come freni contro l’anarchia, forze posate e rassicuranti –e conservare il consenso. Nel medio e lungo periodo, assumendo i radicali come interlocutori necessari e sostenendo le «battaglie» su cui c’era ben poco da discutere, siamo riusciti a cedere terreno un poco per volta, pollice dopo pollice, ad abituare gli elettori, fino a portare l’Italia nel punto in cui siamo ora.   Li abbiamo coccolati e accarezzati, i nostri pupilli. Non gli abbiamo mai fatto mancare l’appoggio, e neppure il denaro.   A questo proposito – lasciamo perdere i singoli, e ce ne sarebbe da dire – vorrei presentare il luminoso esempio di Radio Radicale. Un’emittente che, siamo sinceri, non ascolta nessuno o quasi. La sua utilità principale, ufficialmente, è quella di trasmettere inutili dirette parlamentari, di cui si disinteressano perfino i presenti. Un’attività che la RAI potrebbe fare gratis o quasi. Eppure, solo sulla base di questa sciocchezza dal 1994 siamo riusciti a erogare a Radio Radicale 340 milioni di euro, spiccio più spiccio meno. Al di là di qualche baruffa di facciata, nessun governo si è mai sottratto all’esborso, mai. Questo va a onore di tutti noi.

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Fatemi aprire una parentesi: per certi partiti è stato più facile; per altri meno, molto meno. Il pensiero e il plauso va ai partiti cattolici, qui ben rappresentati. La sola dolce Emma, ricordiamolo, ha praticato di persona qualcosa come 10.000 aborti con la pompa della bicicletta. I radicali sfidavano e irridevano la Chiesa. Ricordate il motto geniale: No Vatican No Taleban.   Oh, oggi riderne come di un’innocente burla è facile, specie dopo papa Francesco. Ma all’epoca! Per anni i partiti di area cattolica hanno dovuto mandar giù rospi indigeribili, tutti interi, e giustificare i finanziamenti con la tutela del pluralismo, con la democrazia. Non sono d’accordo con le tue idee, ma sono pronto a dare la vita, eccetera. La vita degli altri, ovviamente: i colleghi mi perdonino la facezia.   Quanto all’appoggio, non è un mistero che ci siamo sempre mobilitati tutti non appena si affacciava qualche difficoltà.   Senza nulla togliere, dichiariamo che i radicali non sarebbero andati da nessuna parte senza il nostro sostegno, discreto ma capillare ed efficace. Pensiamo solo che oggi, ad essere maledetti, ad affrontare processi e ad andare in carcere, sono esattamente coloro che la pensano in maniera opposta. Ma, ed è qui la differenza, nessuno si attiva per loro. Li si schiaccia e basta. Diamo a Cesare quel che è di Cesare.   Sulla cara Emma, del resto, ce ne sarebbero tante da raccontare. Ricordiamo quando rischiava di non partecipare alle politiche perché non riusciva a raccogliere 25.000 firme? È stato un ex democristiano a prestarle il simbolo, e a spianarle la strada. Mi ripeto: non si potrà mai elogiare abbastanza l’apertura mentale e la generosità dei colleghi del campo cattolico. E lo scandalo Quatargate? Salva, rimasta del tutto indenne.   Del resto, occorre riconoscere che le abbiamo tributato ogni possibile onore.   Poverina, era così sensibile al potere. Non si poteva guardarla ed evitare di darle una carica. E che cariche! È stata ministro, vicepresidente del Senato, commissaria europea. Ogni volta, consensi bipartisan, come se piovessero. Rammento come studiava le pratiche, seduta alla scrivania, con il musetto serio. In fondo la buona Emma aveva una natura da impiegata, da travet. Così piccina, così compresa e concentrata, mi è sempre sembrata una bambina senza fantasia, un po’ secchiona, messa a fare i compiti.   L’abbiamo proprio trattata bene, la Emma. In un paio di occasioni, ricordate? s’era convinta di poter diventare presidente della Repubblica. Sempre entusiasta. Che campagna elettorale aveva imbastito! Quanti consensi! Attori, intellettuali, professori, giornalisti. E come c’era rimasta male quando le è stato spiegato che c’erano altri progetti, che non si poteva.

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In conclusione, elogiamo in Emma Bonino la persona che forse più di ogni altra e per più lungo tempo è stata fedele e utile ai nostri partiti. Lasciatemi dichiarare che questo non è da tutti.   Non molti di noi politici riescono a essere così coerenti e ad esserlo così a lungo. Ognuno di noi l’ha provato sulla propria pelle. A un certo punto esce come un fastidio nell’anima, una stanchezza, un disgusto del ruolo. I più alla fine devono scendere a compromessi con la propria interiorità, chiamiamola coscienza se volete, e così sporcano la linearità dell’azione.   Non i radicali. Mai. Parliamo di una dote, un’essenza particolare che finora è stata sottaciuta.   L’Italia aveva avuto mille traversie, ma aveva malauguratamente conservato un suo carattere proprio fatto di principi, credenze, umanità, delicatezze, punti fermi. Il Paese aveva un’identità specifica che ostacolava fierissimamente i tentativi di trasformazione. Il compito che ci si presentava era immane: non solo di demolire la fisionomia del Paese un poco alla volta, ma soprattutto quello di scaricarne i resti, farli scivolare via. Praticare un foro d’uscita, di aprire un buco per svuotare l’Italia.   Ecco, signori, quel buco sono stati i radicali, di cui la cara Emma era il fiore.   Per essere un buon buco, occorre essere vuoto. Vuoto di tutto, perché non faccia alcuna resistenza al passaggio. I nostri amici radicali non avevano nulla dentro di sé che potesse impedire lo scorrimento. Erano completamente vuoti. Sono stati un buco eccellente.   Anche il loro ego, la loro affezione per il potere o per il denaro non li facevano affatto meno buco. A ben vedere, queste loro inclinazioni non erano che l’orlo del buco, uno svaso che incanalava e favoriva il deflusso. O se preferite, facevano parte della profondità del buco, la parte visibile di un abisso dove l’occhio non può arrivare.   Papa Francesco, la Grande Voragine, l’aveva capito perfettamente. L’affinità con il Santo Padre è stata per Emma una delle consolazioni più grandi degli ultimi anni.   E quindi – e concludo – è giusto magnificare le battaglie, le cariche, i risultati della cara Emma. Anch’io non mi sono sottratto. Ma questo in sostanza non è che il mulinello che si forma intorno al vuoto che ingoia tutto.   Nelle profondità dello spazio si annidano, come sapete, dei corpi astrali chiamati buchi neri. I buchi neri non si vedono, perché il loro campo gravitazionale è tanto forte da risucchiare ogni cosa, anche la luce. La loro presenza è segnalata soltanto dalla radiazione che la materia, vorticandogli intorno, emette prima di venire inghiottita.   Ecco, signori, non scambiamo il mulinello con il buco. Non togliamo alla cara Emma quello che è davvero e gloriosamente suo: il buio, il vuoto, il nulla.   Vi ringrazio».   Massimo Zanetti  

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Immagine di Francesco Pierantoni via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0  
 
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