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Geopolitica

Ucraina e media occidentali, come ti sciacquo il nazi

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Durante l’ultima settimana di marzo, diversi importanti media occidentali hanno pubblicato articoli sul Battaglione Azov dell’Ucraina, cercando di nascondere quasi un decennio di articoli  precedenti che identificavano chiaramente le simpatie e l’etica nazista del gruppo ora divenuto reggimento inserito nelle Forze Armate Ucraine.

 

Si è trattato di sforzo sincrono,  con pezzi usciti in USA, Germania, Regno Unito  e ovviamente in Italia, dove si era già impegnati da settimane a cantare le gesta dei portatori della svastica, la cui ideologia neonazista è stata apertamente, pateticamente negata dai grandi nomi della TV, mentre sparivano misteriosamente alcuni articoli del 2014 sulla componente nazista di Maidan.

 

Tale sforzo era concertato per trasformare Azov in eroico difensori dell’Ucraina (raffinato pure: i pennivendoli ci hanno raccontato che leggono Kant!) contro i presunti «veri» fascisti, che sarebbero ovviamente i russi, con Putin nel ruolo del nuovo Hitler.

 

Il 27 marzo è stato messo in circolazione un video di dieci minuti, dall’emittente statale britannica BBC in cui il presentatore Ros Atkins ha cercato di sfatare le  «falsità» russe  sui nazisti in Ucraina. L’argomento è il solito: come può l’Ucraina essere  «tenuta in ostaggio»  dai nazisti quando il suo presidente, Volodymyr Zelensky, è ebreo, sostiene Atkins, indicando il suo 73% dei voti, alle ultime elezioni, e dichiarando trionfante che  «nessun gruppo di estrema destra ha alcun potere politico formale in Ucraina».

 

Ovviamente, la BBC ignora – o meglio, finge di ignorare – il tema del «giudeobanderismo», ossia la collusione delle forze neonaziste con l’oligarcato ucraino, come nel caso di Igor Kolojskij, già governatore dell’oblast’ di Dnipro e oligarca di religione ebraica chegiudeobanderismo di estrema destra, oltre che la carriera televisiva e poi politica di Zelens’kyj, la cui serie Servo del popolo, bovinamente ora riproposta alla massima vaccina italiota dalla TV di Cairo, andò in onda proprio sul canale di Kolomjskij 1+1.

 

Tuttavia, ci colpisce, nel discorso della BBC, l’espressione «potere formale», che assomiglia tanto ad una excusatio non petita.

 

Come nota RT, una volta che a sciacquare i nazi è partita la BBC, il resto è seguito.

 

Due giorni dopo, il 29 marzo, il  Financial Times ha pubblicato un articolo che descriveva Azov come  «la chiave dello sforzo di resistenza nazionale» , pur riconoscendo che Azov è stato creato nel 2014  «da volontari con tendenze politiche nazionaliste e spesso di estrema destra»,  il FT si scrollava di dosso i suoi legami nazisti.

 

Quindi, i simboli nazisti usati dall’unità venivano descritti come «ora rivendicati come simboli pagani da alcuni membri del battaglione». Come riportato da Renovatio 21, Azov contiene molti entusiastici cultori del neopaganesimo paleoslavo, detto anche rodnoverismo, al punto che il battaglione aveva eretto a Mariupol’ un tempio del dio del tuono slavo Perun.

 

Nel paganesimo rodnoverico abbondano forme piuttosto simili alle svastiche, chiamate kolovrat.

 

Tuttavia, negare che Azov non faccia uso di simboli letteralmente appartenuti al nazismo è una menzogna evidente.

 

Il simbolo del «Sole Nero» (noto anche come Sonnenrad) risale a un mosaico commissionato negli anni ’30 dal capo delle SS Heinrich Himmler, mentre la runa Wolfsangel sovrapposta – vista nella storia della Germania, mica in Ucraina – è stata utilizzata da diversi reggimenti della Wehrmacht e delle SS , così come dai nazisti olandesi, durante la seconda guerra mondiale.

 

Il Financial Times va oltre. Il giornale economico arriva a dire che Stepan Bandera – il famigerato nazionalista ucraino che cercò di collaborare con la Germania nazista (con alterna fortuna) e che supervisionò l’omicidio di massa di polacchi e russi –  era «un leader nazionalista che si è opposto agli sforzi nazisti e sovietici per impedire l’indipendenza dell’Ucraina».

 

Il 29 marzo entra in campo la CNN: Azov ha una «storia di tendenze neonaziste, che non sono state del tutto estinte dalla sua integrazione nell’esercito ucraino», ma è «una forza combattente efficace». L’ala politica di Azov ha ottenuto appena il 2,15% dei voti nel 2019. E ricordiamoci sempre, mi raccomando, che Zelens’kyj è ebreo, e mai difenderebbe quindi uomini con simboli nazisti.

 

RT nota che la CNN menzionano il fondatore dell’Azov Andryj Biletsky, il quale un tempo avrebbe affermato di voler «guidare le razze bianche del mondo in una crociata finale». L’emittente russa nota tuttavia che la CNN ha tralasciato la parte che dice che tale crociata sarebbe  «contro gli Untermenschen guidati dai semiti».

 

Poi la CNN cita l’Azov che nega che l’abbia mai detto, e comunque «non hanno nulla a che fare con le sue attività politiche e il partito dei Cropi Nazionale»,  anche se la stessa CNN lo descrive come  «l’ala politica» di Azov.

 

La CNN si perita quindi di far saltar fuori una citazione del 2019 di Arsen Avakov (ministro della polizia nel governo post-Maidan) in cui afferma che le accuse di nazisteria sono «un tentativo deliberato di screditare» lo Azov e l’esercito ucraino tutto. Si tratta di quello stesso Avakov che il rabbino capo dell’Ucraina, Yaakov Bleich,  ha criticato nel novembre 2014, dicendo «continuava «a nominare persone di dubbia reputazione e ideologie contaminate dal fascismo e dall’estremismo di destra».

 

Una menzione la merita il giornale londinese Telegraph, che canta le gesta degli azoviti con prosa febbrile:

 

«Mentre la maggior parte delle forze armate ucraine è stata silenziosamente impegnata nella routine di un estenuante tiro alla fune con la Russia, un battaglione è stato impegnato a pubblicare video e immagini accattivanti che strombazzavano i propri successi. In una fotografia pubblicata questa settimana, un uomo corpulento in uniforme blu scuro giace privo di sensi sul terreno innevato, il fianco destro incrostato di sangue: “Azov ha eliminato un generale maggiore! E della tua spada vivrai!” si legge nella didascalia»

 

Il Telegraph denuncia «l’obiettivo di lunga data dei tentativi di propaganda del Cremlino di diffamare tutti gli ucraini come neonazisti» elogiando «la ben oliata macchina di pubbliche relazioni ben oliata che ha prodotto i video di guerra probabilmente della migliore qualità dell’Ucraina con i droni delle telecamere che catturano perfettamente gli attacchi mentre accadono in tempo reale. Le forze armate ucraine hanno felicemente utilizzato i video di Azov come prova visiva dei contrattacchi del Paese contro l’esercito invasore».

 

Nel pezzo, il fondatore di Azov Andriy Biletsky è descritto come «una figura politica ultranazionalista che aveva avuto problemi con la legge ed è stata coinvolta in vari gruppi che giocavano con i simboli nazisti». Viene quindi mostrata l’immagine di una svastica sul muro di un ufficio Azov a Mariupol, che ammettono sia occupato dai nazisti.

 

Si aggiunge, dulcis in fundo, che «i combattenti Azov nell’est si sono felicemente rimboccati le maniche per mostrare i tatuaggi nazisti ai corrispondenti stranieri».

 

E via: nazishaqquati al volo nonostante i tattoo indelebili.

 

C’è poi il caso Times di Londra  che il 30 marzo manda in stampa un articolo che si apre con l’emozionante descrizione del funerale di un soldato Azov ucciso nei combattimenti fuori Kiev.

 

«Anche loro respingono l'[accusa di far uso di] iconografia nazista come forse radicata nella “fede pagana originale” dell’Ucraina  ,  sebbene ammettano  «il marchio di fabbrica di Azov. il Wolfsangel, era usato anche dalla Germania nazista».

 

«Siamo patrioti ma non nazisti»,  è il virgolettato messo in bocca ad un miliziano. Il Times cita infine un comandante Azov a Mariupol’, che accusa i russi di essere «i veri nazisti del 21° secolo». Una grande fantasia, un concetto non ripetuto da nessun altra parte.

 

Il lavaggio degli ucronazisti contrasta assai con la copertura che di Azov davano le testate occidentali prima del 2022. Nel gennaio 2021, la rivista Time li definiva una milizia che aveva «addestrato e ispirato suprematisti bianchi di tutto il mondo».

 

«Azov è molto più di una milizia. Ha il suo partito politico; due case editrici; campi estivi per bambini; e una forza di vigilanza nota come Milizia Nazionale, che pattuglia le strade delle città ucraine insieme alla polizia»,  ​​afferma l’articolo del Time magazine, rilevando che  «ha anche un’ala militare con almeno due basi di addestramento e un vasto arsenale di armi, da droni e veicoli corazzati a pezzi di artiglieria».

 

Vediamo quindi parafrasate anche le parole del  «capo della sensibilizzazione internazionale» (sic) azovita, che durante un tour del 2019 alla Casa cosacca avrebbe detto che la missione del gruppo era quella di  «formare una coalizione di gruppi di estrema destra in tutto il mondo occidentale, con il massimo obiettivo di prendere il potere in tutta Europa».

 

Sempre Time scrive del passato del Biletskyj, soprannominato Bely Vozhd, cioè «Sovrano Bianco»: «la polizia ucraina trattava da tempo la sua organizzazione, Patriot of Ukraine, come un gruppo terroristico neonazista» afferma l’antica e prestigiosa rivista di Nuova York, dicendo che il loro «manifesto sembrava attingere  la sua narrativa direttamente dall’ideologia nazista».

 

«Persino Bellingcat, un “collettivo di intelligence open source”  che apparentemente funge da canale per l’agenda dell’intelligence britannica, ha sollevato bandiere rosse su Azov» ricorda RT.

 

Nell’ottobre 2019, Bellingcat si lamenta di come i militanti abbiano spinto Zelens’kyj – che, come riportato da Renovatio 21, potrebbe essere in questo stesso momento politicamente, fisicamente e psicologicamente ostaggio di formazioni neonaziste –  a non ritirarsi dal Donbass come richiesto dagli accordi di Minsk. Il lettore nostro ricorderà le parole di uno dei capi dell’estrema destra, ora inabissatosi nell’apparato del potere statale e militare di Kiev, al momento dell’elezione di Zelens’kyj: «Zelen’kyj ha detto nel suo discorso inaugurale che era pronto a perdere ascolti, popolarità, posizione… No, perderà la vita. Sarà appeso a qualche albero del Khreshchatyk, se tradirà l’Ucraina e quelle persone che sono morte durante la Rivoluzione e la Guerra».

 

 

Bellingcat va oltre, e ci aiuta a spiegare quella storia del «potere formale» tirata fuori dalla BBC. Sebbene i  «gruppi di estrema destra» abbiano  «un appoggio popolare trascurabile e un potere elettorale praticamente inesistente», essi «continuano ad avere successo integrandosi nella politica e nella società ucraine». Bingo: qualcuno ci è arrivato. Ci hanno venduto la palla del fatto che, non avendo più nemmeno un seggio a differenza di quelli conquistati nel 2019, le formazioni dell’ultradestra ucraina non hanno potere; ci hanno quindi venduto la seconda palla: una volte entrati nell’esercito, gli elementi neonazi dei battaglioni sono stati purgati.

 

Potrebbe essere vero piuttosto il contrario: i capi neonazisti non hanno più bisogno dei (pochi) seggi ottenibili alla Rada, il Parlamento di Kiev, perché essi sono riusciti ad inserirsi ad un livello più decisivo, cioè nello Stato profondo ucraino – quello che, giocoforza, risponde al Deep State di Washington. E per quanto riguarda l’esercito, possiamo pensare che, al contrario, gli elementi nazisti possono aver contaminato le Forze Armate, garantendo peraltro una radicalizzazione ideologica invitante quando capita di dover andare al fronte.

 

Abbiamo già visto questo giuochino: terroristi, zeloti radicali, nemici del popolo, reietti della Storia… improvvisamente divengono guerriglieri per bene cui dare tutto il nostro supporto.

 

«Questa non è esattamente la prima volta che i media corporativi e statali in Occidente si nascondono dietro un gruppo che fino a poco tempo fa avevano descritto – correttamente – come estremista» scrive RT. «Ad esempio, proprio l’anno scorso, la televisione pubblica statunitense ha cercato di  nascondere  la realtà degli affiliati di Al-Qaeda in Siria –il Fronte Al-Nusra, in seguito ribrandizzato comodamente Hayat Tahrir al-Sham, dimodoché è stato possibile definirla sui giornali e nei corridoi del potere americano «ribelli moderati». Non islamisti, non takfiri, non jihadisti, non terroristi: ma no, sono «ribelli moderati», così come i neonazisti sono divenuti combattenti per la libertà.

 

Qualcosa va scritto anche riguardo alla stampa del Paese più simbolicamente interessato dal cortocircuito neonazista: la Germania.

 

Il sito di notizie in lingua inglese dell’emittente pubblica Deutsche Welle ha pubblicato un articolo sulla Brigata Azov dove si sostiene che mentre le organizzazioni naziste sono fuorilegge in Germania, in Ucraina un tale legge non c’è. DW sente tale Andreas Umland dello Stockholm Center for Eastern European Studies, il quale ammette che le associazioni formate dalla destra in Ucraina sarebbero state descritte come gruppi neonazisti organizzati in Germania.

 

Lo specialista nota che l’Azov ha attirato subito l’attenzione utilizzando il simbolo nazista Wolfsangel come emblema. «Il Wolfsangel ha connotazioni di estrema destra, è un simbolo pagano usato anche dalle SS», assicura. «Ma non è considerato un simbolo fascista dalla popolazione in Ucraina».

 

«Normalmente, consideriamo pericoloso l’estremismo di destra, qualcosa che può portare alla guerra», dice l’esperto svedese, ma in Ucraina è il contrario, assicura.

 

Difficile racapezzarsi.

 

Niente, tuttavia, in confronto a quello che stiamo vedendo in Italia: il Paese dell’ANPI, dell’antifascismo perenne, della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana, dei senatori a vita passati per i lager etc.

 

Il Paese della legge Mancino ora sta fornendo armi a quell’esercito pieno di svastiche e simboletti da mistica del III Reich, nei tatuaggi, nelle mostrine, nelle bandiere. Qualcuno, in realtà si è domandato anche da noi se queste armi non finiscano, per caso, ai neonazisti – ma viene subissato di pernacchie e storielle (la svastica è un antico simbolo indiano…). Di certo, sappiamo che molte della armi che il nostro governo sta mandando non finiscono ai Foreign Fighter, che come abbiamo visto lamentano di essere mandati al fronte praticamente disarmati o con un fucile e dieci colpi in caricatore.

 

Altro che: alla denazificazione virtuale dei giornali di tutto il mondo che stanno dicendo che in Ucraina nessuno è nazista, corrisponde una nazificazione materiale.

 

Armare i nazisti…? A breve sarà il 25 aprile. L’anno passato e il precedente abbiamo riso a quelli che ci parlavano di liberazione mentre eravamo costretti a casa dal lockdown.

 

Quest’anno siamo andati molto più in là: l’umorismo nero di chi magari ci vuole raccontare che la resistenza, in Ucraina, la fanno gli uomini con la svastica.

 

Viviamo tempi incredibili. Non sempre divertentissimi.

 

 

 

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Cina

Cina e Pakistan presentano una proposta in cinque punti per porre fine alla guerra con l’Iran

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Cina e Pakistan hanno presentato una proposta in cinque punti per garantire la pace e la stabilità in Iran e nella regione del Golfo. Dopo un incontro quadrilaterale con i suoi omologhi di Arabia Saudita, Egitto e Turchia, il ministro degli Esteri pakistano Mohammad Ishaq Dar si è recato direttamente a Pechino per incontrare il ministro degli Esteri cinese Wang Yi martedì 31 marzo, a seguito del quale la proposta è stata resa pubblica.

 

Riconoscendo il ruolo positivo svolto dal Pakistan nel tentativo di porre fine al conflitto, Wang Yi ha affermato: «Gli sforzi del Pakistan per mediare tra le parti al fine di promuovere la pace e porre fine ai combattimenti dimostrano il suo fermo impegno a salvaguardare la pace regionale e globale. La tempestiva comunicazione strategica tra Cina e Pakistan sulle principali questioni internazionali e regionali e l’approfondimento del coordinamento strategico incarnano l’essenza della comunità sino-pakistana con un futuro condiviso. La Cina sostiene e auspica che il Pakistan svolga un ruolo unico e importante nella de-escalation delle tensioni e nel ripristino dei colloqui di pace. Questo processo non sarà facile, ma gli sforzi di mediazione del Pakistan sono in linea con gli interessi comuni di tutte le parti».

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I cinque punti, come delineati dall’agenzia Xinhua, sono i seguenti:

 

I. Cessazione immediata delle ostilità: Cina e Pakistan chiedono la cessazione immediata delle ostilità e il massimo impegno per impedire che il conflitto si propaghi. L’assistenza umanitaria deve essere consentita a tutte le aree colpite dalla guerra.

 

II. Avvio di colloqui di pace il prima possibile. La sovranità, l’integrità territoriale, l’indipendenza nazionale e la sicurezza dell’Iran e degli Stati del Golfo devono essere salvaguardate. Il dialogo e la diplomazia sono l’unica opzione praticabile per risolvere i conflitti. Cina e Pakistan sostengono le parti interessate nell’avvio di colloqui, con l’impegno di tutte le parti a una risoluzione pacifica delle controversie e ad astenersi dall’uso o dalla minaccia dell’uso della forza durante i colloqui di pace.

 

III. Sicurezza degli obiettivi non militari. Il principio di protezione dei civili nei conflitti militari deve essere rispettato. Cina e Pakistan esortano le parti in conflitto a cessare immediatamente gli attacchi contro i civili e gli obiettivi non militari, ad aderire pienamente al diritto internazionale umanitario e a interrompere gli attacchi contro infrastrutture critiche, tra cui impianti energetici, di desalinizzazione e di produzione di energia, nonché infrastrutture nucleari a fini pacifici, come le centrali nucleari.

 

IV. Sicurezza delle rotte marittime. Lo Stretto di Ormuzzo, insieme alle acque adiacenti, rappresenta un’importante rotta marittima globale per merci ed energia. Cina e Pakistan esortano le parti a proteggere la sicurezza delle navi e dei membri degli equipaggi bloccati nello Stretto di Ormuzzo, a consentire il passaggio rapido e sicuro delle navi civili e commerciali e a ripristinare al più presto la normale navigazione attraverso lo Stretto.

 

V. Primato della Carta delle Nazioni Unite. Cina e Pakistan sollecitano sforzi per praticare un vero multilateralismo, per rafforzare congiuntamente il primato delle Nazioni Unite e per sostenere la conclusione di un accordo volto a stabilire un quadro di pace globale e a realizzare una pace duratura basata sui principi e gli scopi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

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Geopolitica

Il Cremlino lancia l’allarme: Kiev utilizza lo spazio aereo dei Paesi NATO per attacchi con droni contro le infrastrutture energetiche russe

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Il porto strategico russo di Ust-Luga, sul Mar Baltico, è stato nuovamente colpito da una nuova ondata di attacchi di droni ucraini, il quinto in 10 giorni, che ha interessato i depositi di petrolio e altre infrastrutture del porto, provocando vasti incendi. Anche l’altro grande porto russo sul Baltico, quello di Primorsk, è stato colpito da droni nello stesso periodo.   I sospetti russi che i droni abbiano seguito una rotta tortuosa attraverso lo spazio aereo europeo per evitare di essere individuati e abbattuti sono stati rafforzati dagli incidenti che hanno coinvolto droni ucraini in tutti e tre gli Stati baltici e in Finlandia durante la scorsa settimana.   Insieme, Ust-Luga e Primorsk gestiscono il 35-40% delle esportazioni di petrolio russe. Ust-Luga, inaugurato dal presidente Putin nel 2001, è un enorme complesso che comprende terminal separati per gas naturale, carbone e navi portacontainer, oltre a impianti di lavorazione. Gestisce il 70% delle esportazioni russe di fertilizzanti.   Entrambi i porti hanno sospeso le operazioni per gran parte della scorsa settimana, mentre attualmente si segnala una parziale riapertura.

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Dopo giorni di scarsi commenti ufficiali sugli attacchi nel Golfo di Finlandia, il portavoce del Cremlino, Dmitrj Peskov, ha risposto oggi con cautela a una domanda sulle implicazioni di un apparente coinvolgimento diretto dell’Europa negli attacchi con droni contro la Russia: «Senza dubbio, riteniamo che se ciò sta accadendo», ha affermato, «fornendo spazio aereo per condurre attività ostili e terroristiche contro la Federazione Russa, allora questo ci obbligherà a trarre le dovute conclusioni e ad adottare le misure appropriate. La cosa principale, tuttavia, non è ciò che pensa il Cremlino, ma come la situazione viene analizzata dai nostri militari. Stanno indagando a fondo, analizzando la situazione e formulando le raccomandazioni appropriate, che saranno poi prese in considerazione».   Il suo linguaggio misurato contrastava con gli articoli di noti corrispondenti di guerra russi, i quali hanno scritto che «tali azioni potrebbero servire da pretesto legittimo per impadronirsi degli Stati baltici nell’interesse della sicurezza delle frontiere» e che «a rigor di termini, ciò costituisce un “casus belli”».   In concomitanza con gli attacchi ai porti, si sono verificati anche attacchi con droni contro raffinerie e impianti chimici in profondità nel territorio russo. Insieme alla politica dei paesi NATO (Stati Uniti inclusi) di intercettare a piacimento navi e petroliere russe, queste azioni rappresentano una campagna sistematica per tagliare il commercio estero della Russia, a partire dalle esportazioni di petrolio e gas.   Oleg Tsarjov, ex parlamentare ucraino ora residente in Russia, ha titolato oggi il suo commento: «L’Occidente cerca di provocare il collasso economico in Russia».  

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Immagine di «Kompanija Notrotrans» via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Geopolitica

Gli Houthi entrano nel conflitto in Medio Oriente

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Le forze armate Houthi dello Yemen hanno annunciato il loro ingresso formale nel conflitto in Medio Oriente, lanciando diversi missili contro Israele.

 

Il gruppo, che controlla la capitale yemenita Sana’a e gran parte del nord del Paese, si è tenuto fuori dalle operazioni militari da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato Teheran il 28 febbraio.

 

Sabato, tuttavia, il portavoce militare degli Houthi, il generale di brigata Yahya Saree, ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava il proprio sostegno a Teheran e ad altre fazioni della «resistenza» nella regione.

 

Il gruppo è costretto ad avviare operazioni militari contro gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati a causa della continua escalation, degli attacchi alle infrastrutture e delle «atrocità» commesse in Libano, Iran, Iraq e nella Striscia di Gaza, ha affermato.

 

«Siamo pronti a intervenire» se qualche nazione decidesse di unirsi agli attacchi di Washington e lo Stato Ebraico o se il Mar Rosso venisse utilizzato per colpire l’Iran, ha avvertito Saree.

 

Qualche ora dopo, gli Houthi hanno dichiarato di aver lanciato «una salva di missili balistici contro siti militari israeliani sensibili», sincronizzando l’attacco con le operazioni condotte dall’Iran e da Hezbollah in Libano.

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Il gruppo ha dichiarato che continuerà gli scioperi «fino a quando non cesserà l’aggressione contro tutti i fronti di resistenza».

 

Israele ha riferito di aver abbattuto sabato quattro missili provenienti dallo Yemen. Interpellata in merito all’attacco degli Houthi, la portavoce militare israeliana, il generale di brigata Effie Defrin, ha dichiarato che Gerusalemme Ovest si sta «preparando a una guerra su più fronti».

 

Negli ultimi due anni e mezzo, gli Houthi hanno lanciato contro Israele oltre 130 missili balistici e decine di droni, uccidendo una persona e ferendone diverse altre, secondo quanto riportato dal Times of Israel.

 

I combattenti yemeniti hanno affermato di agire a sostegno dei palestinesi di Gaza dopo che Gerusalemme Ovest aveva lanciato la sua operazione militare contro l’enclave in risposta all’incursione di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023.

 

Il gruppo ha inoltre interrotto la navigazione nel Mar Rosso, prendendo di mira circa un centinaio di imbarcazioni legate a Israele nel Golfo di Aden e affondandone due.

 

Nel 2025, gli Stati Uniti hanno lanciato una campagna di bombardamenti contro il territorio controllato dagli Houthi nello Yemen. Sebbene si sia conclusa a maggio senza aver ottenuto la sconfitta del gruppo promessa dal presidente statunitense Donald Trump, la Casa Bianca ha annunciato di aver raggiunto un accordo con i militanti sciiti per la cessazione degli attacchi alle navi.

 

Un’eventuale intensificazione degli attacchi degli Houthi contro le navi potrebbe far aumentare ulteriormente i prezzi del petrolio e destabilizzare «l’intera sicurezza marittima», ha avvertito Ahmed Nagi, analista senior per lo Yemen presso l’International Crisis Group. «L’impatto non si limiterebbe al mercato energetico», ha aggiunto.

 

Con lo Stretto di Ormuzzo di fatto chiuso a seguito della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, l’Arabia Saudita ha reindirizzato il suo commercio petrolifero verso il Mar Rosso, inviando quotidianamente milioni di litri di greggio attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, largo 32 km (20 miglia), all’estremità meridionale della penisola arabica.

 

Quando gli Houthi attaccarono le navi nel Bab el-Mandeb nel 2024 e nel 2025, le compagnie di navigazione furono costrette a cambiare rotta e a farle circumnavigare il Capo di Buona Speranza, al largo delle coste sudafricane, il che causò ritardi e un notevole aumento dei costi.

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Immagine screenshot da Twitter

 

 

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