Bioetica
“Geno-economia”: Il razzismo genomico è qui
Renovatio 21 pubblica la traduzione di un articolo del NYT sull’avvento della nuova disciplina della «genoconomia», ossia lo studio degli effetti economici corrispondenti al corredo genetico degli individui: i geni, in pratica, possono predire se sarai ricco o sarai povero, già da quando sei un embrione... Nonostante le molte maschere, nonostante si sia agli albori, è impossibile non vederlo: razzismo genomico è già qui. La società divisa in classi genetiche – e geneticamente modificate – è prossima ad avverarsi. Un’umanità costituita in toto da Designer Babies (cioè, esseri umani creati con la bioingegneria) è ben avviata.
Nel 1999, un trio di economisti spuntati da una conferenza all’Università della California, Los Angeles, strizzando gli occhi sotto il sole poco familiare, iniziarono una lenta camminata attraverso le colline che danno sulla città. I tre – Daniel Benjamin, un tirocinante economista, l’economista di Harvard Edward Glaeser e David Laibson – erano sbigottiti. Avevano appena saputo di un nuovo campo, la neuroeconomia, che applica l’analisi economica alla scienza del cervello, nel tentativo di comprendere le scelte umane. Facevano due passi attraverso la tassonomia di coloro che facevano jogging e quelli che passeggiavano con i cani a Los Angeles, parlando tutto il tempo di come la gente diventa quello che è. Benjamin ricorda di essersi sentito proprio fuori luogo. «Ognuno era così bello», dice.
L’economista per tutta la camminata discusse di cos’altro potessero misurare attraverso una tale varietà di esseri umani. Al calar del sole, la conversazionegiunse proprio sui mattoni della vita. «Se gli economisti stanno studiando il cervello – chiese Laibson –cosa ne dite di studiare i geni?».
«Il mondo nel quale possiamo predire ogni tipo di cosa sul futuro basandoci sui campioni di saliva – tratti della personalità, capacità cognitive, i risultati della vita – avverrà nei prossimi cinque anni»
A quel tempo, il metodo standard per collegare i geni ai risultati umani era cercare relazioni tra gruppi specifici di DNA e condizioni specifiche nella vita delle persone che condividevano quei geni. B.R.C.A. (Breast Related Cancer Antigens, NdT), la sequenza genetica forse più conosciuta nella scienza medica, è associata ad un alto rischio di cancro al seno.
La sequenza A.P.O.E. (Apolipoproteina E, NdT) sembra avere relazione con le proprie possibilità di sviluppare la malattia di Alzheimer. «Abbiamo pensato che avremmo trovato pochi geni candidati che erano geni critici per il controllo dell’impulso o del rischio o della capacità cognitiva», dice Benjamin. Ma quando Benjamin, Glaeser e Laibson iniziarono a scrivere ai detentori di database di DNA, chiedendo di mettersi in società con loro, trovarono che i genetisti erano riluttanti all’unire le forze. E far corrispondere il DNA con gil successo sociale, come i risultati scolastici o la ricchezza, non solo era discutibile da un punto di vista etico, ma quasi impossibile.
Questo fino a prima che il Human Genome Project avesse sequenziato completamente il DNA umano, quindi non c’erano abbastanza dati per collegarlo ai risultati biologici più semplici, e ancor meno, agli economisti, piace studiare i risultati comportamentali più sottili.
Oggi, Glaeser è meglio conosciuto per il suo studio sulle città. Il lavoro di Laibson è per la maggior parte focalizzato sull’economia comportamentale. Ma Benjamin ha continuato ad occuparsi di geni, e nel 2007, poiché i dati sul genoma divennero meno costosi e più numerosi, emerse un nuovo metodo per associare i geni ai risultati: studi di associazione sull’intero genoma (G.W.A.S.). Con il metodo geni-candidati, fondamentalmente dovevi indovinare quali geni potessero essere coinvolti, e di solito sbagliavi. «Con G.W.A.S. guardi all’intero genoma e lasci che i dati ti dicano dove c’è una variazione», dice Benjamin.
Una volta che G.W.A.S. mostra effetti genetici attraverso un gruppo, può essere assegnato un «punteggio poligenico» agli individui, riassumendo i modelli genetici che sono in correlazione con i risultati trovati nel gruppo. Benché nessun marker genetico potrebbe predire qualcosa, questo punteggio combinato basato sull’intero genoma, può essere un previsore di ogni genere di cose. Ed ecco perché è così utile: la gente fuori da quel campione può poi avere il proprio DNA testato , e gli viene assegnato il suo proprio punteggio poligenico, e la previsione tende a proseguire oltre. Questo, ha compreso Benjamin, era il tipo di strumento statistico che potrebbe usare un economista.
Una volta che G.W.A.S. mostra effetti genetici attraverso un gruppo, può essere assegnato un «punteggio poligenico» agli individui
I primi scienziati che unirono G.W.A.S. e i punteggi poligenici, li usarono per trovare associazioni con le previsioni mediche. Uno studio del 2009 usò punteggi poligenici per valutare i rischi genetici della schizofrenia. Ulteriori studi crearono punteggi poligenici per tutto, dalla sclerosi multipla all’altezza. I risultati non sono individualmente predittivi, e le associazioni sono statisticamente basse, ma per i genetisti, sono uno strumento potente per studiare le possibilità mediche attraverso un ampio gruppo.
Ad ogni modo, come economista, Benjamin non era interessato ai risultati medici. Egli voleva vedere se i nostri geni prevedono degli esiti sociali.
Nel 2011 Benjamin, con una sovvenzione della National Science Foundation, lanciò il Social Science Genetic Association Consortium, uno sforzo senza precedenti di riunire database genetici sconosciuti, in un enorme campione che poteva essere studiato da ricercatori esterni al mondo della scienza genetica. Nel luglio 2018, Benjamin e quattro coautori senior, estraendo da quel database, pubblicarono uno studio epocale su Nature Genetics. Più di 80 coautori da più di 50 istituzioni, inclusa la compagnia privata 23andMe (una compagia che genotipizza gli esseri umani, NdT), si riunirono e studiarono il DNA si oltre 1,1 milioni di persone. Fu il più ampio studio sulla genetica mai pubblicato, e il soggetto non era l’altezza o la malattia cardiaca, ma fin dove arriviamo con la formazione scolastica.
I ricercatori assegnarono ad ogni partecipante un punteggio poligenico basato in quale ampiezza le variazioni genetiche erano correlate con ciò che è chiamato «conseguimento istruttivo». (Lo scelsero perché i moduli di ammissione agli uffici medici tendono a chiedere al paziente quale livello d’istruzione hanno completato). Il potere predittivo del punteggio poligenico era molto basso – predice più accuratamente che il livello di guadagno dei genitori, ma non accuratamente quanto il livello d’istruzione raggiunto dai propri genitori – ed è inutile per fare previsioni individuali. Come altri G.W.A.S., questo rivela dei modelli ma non li spiega.
E con un set di dati così grande, i modelli forniscono un sacco d’informazioni. Gli autori hanno calcolato, per esempio, che quelli nel primo quinto del punteggio poligenico avevano 57% di probabilità di ottenere una laurea di quattro anni, mentre quelli nell’ultimo quinto avevano una probabilità del 12%. E con quella correlazione, scrissero gli autori, i punteggi poligenici possono migliorare l’accuratezza di altri studi sull’istruzione.
Per 19 anni, Benjamin e i suoi colleghi ne cercarono i principi fondamentali. Adesso, dicono, li hanno trovati. I geni con i quali sei nato viaggiano nella vita ad uno livello intermedio tra biologia ed esperienza sociale – razzismo, pubertà, malattia, incidenti industriali, molestie sessuali, povertà, divorzio – che sembrano tanto complicati quanto non misurabili. Ma i loro studi, parte di un campo ora chiamato «geno-economia», affermano di misurare, in parte, il grado in cui i nostri geni determinano chi diventiamo. Com’è possibile? E in un’epoca di drammatica divisione politica, compagnie predatrici e disuguaglianza sistemica, davvero dovremmo mappare la genetica per i raggiungimenti sociali?
In un’epoca di drammatica divisione politica, compagnie predatrici e disuguaglianza sistemica, davvero dovremmo mappare la genetica per i raggiungimenti sociali?
La lista degli autori sugli studi di Benjamin è come un incidente d’autobus: sociologi ed economisti mischiati con epidemiologi, psichiatri e genetisti. Ma Dalton Conley, un docente di sociologia a Princeton, forse è la mescolanza più complicata di tutti, sia come persona che professionalmente.
«Sono cresciuto come un giovane bianco in un’ampio quartiere Afroamericano e Latino pieno di case popolari», dice Conley. «I miei genitori erano artisti di sinistra. Ad un certo punto mentirono sul nostro indirizzo per spostarmi ad una scuola superiore privata a Greenwich Village, così dovetti viaggiare ogni giorno attraverso il paesaggio socioeconomico». Nella memoria della sua infanzia, Honky, Conley scrive che quasi subito capisce che «sarò trattato in un determinato modo a seconda del colore della mia pelle». Il potere sociale di certi geni era a lui ovvio, scrive, perché «alcuni giovani ricevevano un trattamento speciale per essere più alti o più pesanti di tutti gli altri, ma essere più bianco di tutti era una cosa totalmente diversa».
Conley descrive i suoi iniziali studi accademici come «sociologia di sinistra». La sua tesi di Dottorato di ricerca fu sul divario tra l’agiatezza dei neri e dei bianchi e dedicò la sua carriera iniziale allo studio sulla trasmissione della salute e del benessere tra genitori e figli.
Alla New York University, Conley continuava ad essere in disaccordo con i genetisti, discutendo che il loro metodo era pericolosamente naive. Gli sembrava implausibile che studiare solo dei gemelli – la regola suprema della ricerca genetica – fosse abbastanza per insegnarci la differenza tra natura e educazione. Ma nel tempo, decise che non era abbastanza per discutere. Conley è un accademico, e persino all’interno di quel gruppo tormentato, è una specie di masochista.
A quel tempo era un docente di ruolo, uno di quelli che la maggior parte vede come la fase finale di una carriera accademica, tuttavia decise di ritornare e di tirar fuori un altro Dottorato di ricerca, questa volta in genetica. Entrò nel suo programma credendo che il nostro contesto sociale è, in gran parte, la causa dei nostri risultati, e che la biologia, di solito, è la variabile dipendente. Entro la fine del suo tempo, dice, nella sua mente, la freccia causale si era girata di molto nell’altra direzione: «Provai a mostrare, per una gamma di risultati, che i modelli genetici stavano enfatizzando troppo l’impatto della genetica a causa della loro ipotesi assurda – sospira – ma finii per dimostrare che erano giusti».
«Provai a mostrare, per una gamma di risultati, che i modelli genetici stavano enfatizzando troppo l’impatto della genetica a causa della loro ipotesi assurda – sospira – ma finii per dimostrare che erano giusti»
Adesso dice che è convinto che i benefici dello studio sui punteggi poligenici valgono il rischio. «Ho ancora un certo fastidio su cosa può essere fatto con questa ricerca, come ciò, politicamente, può essere esplosivo – dice –ma come uno che vuole scavare nel comportamento umano, non penso che possiamo più ignorarlo».
Benjamin e i suoi coautori inclusero un lungo documento con F.A.Q. (domande più frequentemente chieste, NdT) che spiegava accuratamente i limiti delle loro scoperte, non ultimo che non avrebbero dovuto essere usati per creare una sorta di prassi educativa incompleta basata sulla genetica. E gli autori coi quali parlai, dicono apertamente dei rischi che il loro lavoro verrà male interpretato o impropriamente usato, ma parlano anche di un desiderio di utilizzare i punteggi poligenici per trovare dei gap sociali predeterminati geneticamente e compensarli attraverso altri mezzi. È un tema che ho sentito spesso nei circoli accademici: se misuriamo uno spazio nella società, lo possiamo chiudere. (In un libro del 2017, The Genome Factor, Conley e il suo coautore Jason Fletcher, propongono persino l’idea che la genetica può, un giorno, essere usata per costruire non solo la medicina personalizzata, ma prassi personalizzate che tengono in conto i genotipi che influenzano se tu ed io siamo recettivi a certi metodi d’istruzione, punizione o terapia).
La genetica può, un giorno, essere usata per costruire non solo la medicina personalizzata, ma prassi personalizzate che tengono in conto i genotipi che influenzano se tu ed io siamo recettivi a certi metodi d’istruzione, punizione o terapia
Ma Marcy Darnovsky, direttore esecutivo del Center for Genetics and Society, sostiene che degli accademici ben intenzionati, misurando questi gap sociali, in passato li hanno inavvertitamente fatti notare a quelli che vogliono sfruttarli, o persino allargarli. «L’idea di Alfred Binet era che avevamo intenzione di usare i suoi test intellettivi (Q.I.) per trovare giovani con necessità di luoghi particolari per l’apprendimento, così da poterli aiutare a migliorare – dice – a presto, l’applicazione dei test sul Q.I., divenne parte del movimento eugenico negli Stati Uniti. Queste cose hanno effetti reali. E proprio adesso stiamo discutendo sull’introdurre queste idee in un momento di crescente, sfacciata xenofobia e supremazia bianca».
Ancor oggi, mentre gli scienziati discutono l’etica di questa prima ricerca, il mercato libero è pronto a vendere qualsiasi cosa possa. L’apparente precisione della «genetica» è irresistibile, specialmente per coloro che affrontano la paurosa incertezza della malattia, invecchiamento o neogenitorialità. Quest’estate, mi si avvicinarono i rappresentanti di una clinica di riproduzione assistita, cercando di pubblicizzare un nuovo prodotto «la possibilità, da parte dei genitori, di scegliere il colore degli occhi dei figli». E subito fui al telefono con il dottor Reza Radjabi, fondatore e direttore generale alla Ferny, una clinica di riproduzione assistita a New York.
L’idea di Alfred Binet era che avevamo intenzione di usare i suoi test intellettivi (Q.I.) per trovare giovani con necessità di luoghi particolari per l’apprendimento, così da poterli aiutare a migliorare, ma presto, l’applicazione dei test sul Q.I., divenne parte del movimento eugenico negli Stati Uniti
Il dottor Radjabi dice che lui e i suoi colleghi hanno sviluppato un procedimento a due fasi, da offrire accanto ai più tradizionali servizi FIVET (fecondazione in laboratorio della cellula uovo, che viene poi trasferita nell’utero della donna una volta che l’embrione inizia il suo sviluppo, NdT).
Per prima cosa, con i campioni di sangue dei genitori, dirà loro quale colore degli occhi potrebbero generare. Questo screening costa 1.200 dollari. Poi, supponendo che la varietà necessaria sia presente, indicherà quale tra gli ovuli disponibili contiene la più alta possibilità di quale colore. Questa parte costerà 12.000 dollari. Quello che i genitori scelgono successivamente, mi ha ripetutamente assicurato, non dev’essere lui a deciderlo.
Ma l’allusione era evidente. «Avevamo una coppia dove lei aveva occhi azzurri meravigliosi , e lui, con occhi scuri, disse ‘Se abbiamo embrioni che hanno occhi azzurri vorrei saperlo», dice il dottor Radjabi. «Quasi tutti vogliono gli occhi azzurri o verdi». Dice che la sua clinica è attualmente sopraffatta da richieste per quella procedura, con più di 200 persone iscritte per il metodo.
Dice il dottor Radjabi: «quasi tutti vogliono gli occhi azzurri o verdi»
L’offerta del dottor Radjabi è parte di un campo più ampio conosciuto come diagnosi genetica preinpianto, o DGP, che è quasi totalmente non regolata. E nel 2009, The Wall Street Journal riportò che il business partner del dottor Radjabi, dottor Jaffrey Steinberg del Fertility Institute a Los Angeles, promise ai sui clienti FIVET l’opportunità di fare «una scelta del genere sessuale, colore degli occhi, colore dei capelli e colore della pelle, insieme ad uno screening sulle potenziali malattie mortali». Il sito web di Steinberg non offre più l’opportunità di scegliere il colore della pelle del figlio, ma la pubblicità sulla scelta del genere sessuale è ben in vista.
Quei prodotti sono sviluppati su meccanismi genetici ben conosciuti. Ma se ognuno di noi inizia a ricevere dei punteggi poligenici per tratti sociali e comportamentali, cosa farà con quelli il mondo lucrativo? John Hancock, uno degli assicuratori più vecchi della nazione, ha annunciato recentemente che creerà delle polizze scontate per le persone che indossano dispositivi atti a monitorare la loro salute e la buona forma fisica. Il Genetic Information Nondiscrimination Act ( Legge sulla non discriminazione in base a informazioni genetiche), detta GINA, rende illegale per le compagnie assicurative, la discriminazione sulla base dei geni, ma le previsioni del livello di gruppo, come i punteggi poligenici lo rendono possibile, potrebbero creare una via d’uscita per entrambi GINA e le protezioni per condizioni preesistenti dell’Affordable Care Act (Legge soprannominata Obamacare, NdT). La tecnologia muove semplicemente più veloce di quanto lo possano fare le norme.
Il Fertility Institute a Los Angeles promette ai sui clienti di fecondazione in provetta l’opportunità di fare «una scelta del genere sessuale, colore degli occhi, colore dei capelli e colore della pelle, insieme ad uno screening sulle potenziali malattie mortali»
E l’unica scelta di genitori responsabili saranno le opportunità preselettive della FIVET, che lo renderanno un irresistibile mezzo per creare il miglior bambino possibile? Chi sono io per negare qualsiasi vantaggio immaginabile, per quanto statisticamente insignificante? Se il DNA può dire a me e a mia moglie quali dei suoi embrioni ha il più alto punteggio poligenico, non ci interessa se il miglioramento è 10, 5 o 1%. Quel bambino avrà una migliore possibilità di successo. Dottore, noi ne abbiamo discusso. Scegliamo quello.
La scienza dev’essere lenta se vuole meritare tale nome: svolgi la ricerca, riunisci i risultati, pubblicali, aspetta che gli altri tentino di fare la stessa cosa, aspetta abbastanza per sapere se hanno trovato quello che hai trovato tu. Ma il business è veloce. E più la sua velocità aumenta costantemente, più sfrutta gli incrementali e mai replicati risultati scientifici, e da quello crea prodotti, marchi, intere industrie, prima che sia stabilita qualsiasi cosa che si avvicini alla verità scientifica, e molto prima che la società possa discutere sulle sue implicazioni.
I genoeconomisti sembrano sicuri che i geni umani abbiano un’influenza misurabile sugli esiti umani. Ma pubblicizzare qualsiasi potere predittivo che giace nei nostri geni corre il rischio di indurci a credere che il controllo dei nostri geni significa controllo del nostro futuro. Sono ostinati sul fatto che i loro motivi prevengono le implicazioni distopiche del lavoro, combattendo la disinformazione e le prassi fuorvianti. «Il mondo nel quale possiamo predire ogni tipo di cosa sul futuro basandoci sui campioni di saliva – tratti della personalità, capacità cognitive, i risultati della vita – avverrà nei prossimi cinque anni», dice Benjamin. «Ora è tempo di prepararsi per questo».
Pubblicizzare qualsiasi potere predittivo che giace nei nostri geni corre il rischio di indurci a credere che il controllo dei nostri geni significa controllo del nostro futuro
Ciononostante, gli stessi ricercatori riconoscono che è difficile pensare lucidamente a se stessi quando si è sottoposti a questo nuovo strumento. Benjamin, Conley e molti altri coinvolti nello studio, procedettero ed ebbero il loro proprio punteggio poligenico misurato . Principalmete fu per divertimento, e nessuno fu scontento del proprio risultato. «Ma nel momento in cui lo feci, mi pentii di averlo fatto», dice Conley. «E’ una trappola cognitiva. Mi sono reso conto immediatamente che ad un livello individuale, non predice nulla, ma è nella natura umana voler sapere di più su se stessi. Non so… – s’interrompe per parecchi secondi –La gente analizza le differenze insignificanti”.
Benjamin è meno combattuto. «Non mi pento di averlo fatto – dice –ma sono un economista. Quindi sono abituato a pensare sempre che è meglio aver maggiore informazione».
Bioetica
Gruppo satanico pubblica video di un rituale abortivo in bagno
Satanic Planet, una «band» del co-fondatore del Tempio Satanico, ha diffuso mercoledì un video «musicale» in cui una donna compie un aborto rituale satanico nel bagno di un negozio . Lo riporta LifeSite.
Il filmato mostra una donna tatuata, Martina Rinaldi, che entra in un Hobby Lobby – una catena americana di negozi di articoli per l’artigianato nota per una causa intentata da un dipendente trans che voleva utilizzare il bagno delle donne–, con immagini alternate di articoli del punto vendita che richiamano Gesù, per un effetto drammatizzato. In sottofondo si sentono urla sataniche della band di Lucien Greaves, co-fondatore del The Satanic Temple (conosciuto con l’acronimo TST).
Entrata in bagno, Rinaldi esegue il «rituale di distruzione» dell’aborto del Tempio Satanico, che prevede la recitazione dei principi del Tempio Satanico e di «affermazioni» prima e dopo l’aborto. Il video sostiene che il rito «serve come rito protettivo» e che il suo scopo è «liberarsi dal senso di colpa quando si sceglie di abortire».
«Serve a dare forza al paziente contro coloro che nutrono convinzioni religiose teocratiche. Il rituale allontana gli effetti di persecuzioni ingiuste, che possono indurre ad allontanarsi dal percorso del ragionamento scientifico», si legge nella spiegazione del Tempio Satanico.
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Il rito inizia con la contemplazione del proprio riflesso nello specchio per «concentrarsi sulla propria individualità», poi con la lettura ad alta voce del principio: «Il proprio corpo è inviolabile, soggetto unicamente alla propria volontà».
Dopo questi passaggi la Rinaldi assume una pillola abortiva e recita, secondo le indicazioni del TST: «Le convinzioni dovrebbero essere conformi alla migliore comprensione scientifica del mondo. Bisogna fare attenzione a non distorcere mai i fatti scientifici per adattarli alle proprie convinzioni».
Poi finge di «espellere» l’embrione sorridendo (nella maggior parte dei casi l’espulsione del feto avviene circa quattro o cinque ore dopo la seconda pillola abortiva). Subito dopo, in modo spezzato, compaiono immagini religiose tratte da Hobby Lobby, quasi a sottolineare la sfida del rito a Gesù Cristo.
Rinaldi torna davanti a uno specchio per pronunciare l’affermazione finale da dire dopo l’aborto: «Nel mio corpo, nel mio sangue, nella mia volontà, così è fatto», un’apparente derisione della Messa e della Santa Comunione.
Mentre esce da Hobby Lobby, gli articoli religiosi del negozio — croci, versetti biblici e un’immagine con la scritta «Gesù mi ama, questo lo so» — vengono avvolti dalle fiamme.
«La tua possibilità di scegliere di interrompere una gravidanza è coerente con gli ideali di libertà. Sii orgogliosa di perseguire ciò che desideri per la tua vita nonostante l’opposizione», afferma il video.
Il filmato si chiude con un insulto al giudice della Corte Suprema Samuel Alito ed è intitolato «La mamma di Samuel Alito», in riferimento al ruolo di Alito nella stesura dell’opinione di maggioranza in Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, che ha ribaltato Roe contro Wade e ha suscitato la reazione dell’industria dell’aborto e dei suoi sostenitori.
Il gruppo è ben noto al lettore di Renovatio 21. Qualche tempo fa ha fatto notizia per aver allestito per Natale, nel Campidoglio dell’Iowa un altarino satanico con una testa di capra montata sopra vesti rosso sangue – una rappresentazione del demonio-Bafometto che ha condiviso lo spazio con un’esposizione natalizia finché non è stata decapitata da un veterano dell’esercito USA, ora accusato di crimine d’odio. Tre mesi fa il governatore della Florida Ron DeSantis ha fermato l’istituzione, progettata dal Satanic Temple, di un’ora di religione satanica nelle scuole elementari.
Come riportato da Renovatio 21, due anni fa fa il Tempio Satanico ha aperto in Virginia un centro per rituali di «aborto religioso», sostenendo che il feticidio fa parte della loro religione, legittimamente ammessa dallo Stato moderno. È emerso pure che un numero verde per le donne incinte indirizzava le chiamanti alla clinica per l’aborto satanico, con una filiale annunciata due anni fa anche in Nuovo Messico.
Nel 2021, i templosatanisti hanno fatto erigere cartelloni pubblicitari nello Stato del Texas che scrivevano «L’aborto salva vite». L’anno scorso era emerso che che il numero verde per le donne incinte nel Nuovo Messico rimandava direttamente alla clinica feticida satanista.
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L’attivismo satanista, oramai indistinguibile da quello progressista, ha trovato il plauso di diversi giornali dell’establishment, con un articolo entusiasta pubblicato l’anno passato dal magazine femminile Cosmopolitan.
Il Tempio Satanico, fondato nel 2013 e riconosciuto come «chiesa» dall’IRS (il fisco americano)nel 2019, è nato come organizzazione politica con l’obiettivo di ridurre la presenza della religione nella sfera pubblica.
Non stupisce davvero il lettore di Renovatio 21 apprendere che gli incontri del Tempio Satanico si entra solo se plurivaccinati, mascherinati e greenpassati: è ci mancherebbe che non fosse così.
Il 17 maggio 2022, ben 140 organizzazioni ebraiche, inclusa la famosa Anti-Defamation League (ADL), hanno sponsorizzato quella che hanno chiamato una «Marcia ebraica per la giustizia sull’aborto» affermando che «l’accesso all’aborto è un valore ebraico» e «vietare gli aborti è un questione della libertà religiosa».
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Immagine screenshot da YouTube
Bioetica
Kennedy lo ribadisce: sì, i vaccini sono fatti con gli aborti
— Robert F. Kennedy Jr (@RobertKennedyJr) August 26, 2026
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Mercoledì Siri è intervenuto anche sui social per sostenere la replica di Kennedy al governatore Shapiro. «RFK Jr. ha ragione», ha affermato Siri. «Il fatto è che in ogni dose iniettata di vaccino contro morbillo, parotite e rosolia (MMR), varicella ed epatite A sono presenti miliardi di frammenti di detriti cellulari umani e di DNA proveniente dalla linea cellulare coltivata di un feto abortito.» Siri ha poi condiviso link ad articoli che illustrano l’impiego di tessuto cellulare fetale proveniente da aborti nello sviluppo dei vaccini.The New York Times claims the evil Bobby Kennedy wants to ban the polio vaccine and paralyze children. That’s an absurd lie, explains his lawyer Aaron Siri.
(0:00) The Establishment’s Attempt to Discredit Bobby Kennedy Jr. (8:18) The Vaccine Religion (18:57) Did Anyone Protest… pic.twitter.com/li0KhP5aye — Tucker Carlson (@TuckerCarlson) December 27, 2024
«Poiché i virus si moltiplicano nelle cellule, per la produzione di vaccini si utilizzano cellule viventi, comprese le linee cellulari coltivate di feti abortiti. Due di queste linee cellulari sono la MRC-5 e la WI-38, descritte da un’azienda che le commercializza come segue: “La linea cellulare MRC-5 è stata derivata da tessuto polmonare normale di un embrione maschio di 14 settimane” e “la linea cellulare WI-38 è la prima linea cellulare diploide umana utilizzata nella preparazione di vaccini umani (…) è stata isolata dal tessuto polmonare di un embrione femmina di 3 mesi» spiega l’avvocato. «Gli ingredienti dei vaccini contro la varicella, la rosolia e l’epatite A includono ciascuno frammenti cellulari e di DNA derivati da queste linee cellulari fetali. L’elenco degli ingredienti di Varivax (varicella) include “cellule diploidi umane MRC-5 contenenti DNA e proteine”, quello di MMR-II (che include la rosolia) include “fibroblasti polmonari diploidi umani WI-38” e quello di Havrix (epatite A) include “proteine cellulari MRC-5″». «Per quanto riguarda la quantità di DNA umano in ogni fiala, per Varivax, come spiega la FDA: “le cellule umane MRC-5 sono il substrato su cui viene coltivato il ceppo Oka della varicella. Nel processo di isolamento del virus da queste cellule, si ottengono anche proteine e DNA derivati dalle MRC-5. I quasi 2 µg [2.000 nanogrammi] di DNA mammifero non modificato presenti in ogni dose di VARIVAX…» . «Per quanto riguarda l’MMR-II, come ha fatto notare RFK Jr. qui sotto, durante la deposizione del dottor Plotkin, ho chiesto: “Non è vero che l’MMR-II contiene circa 150 nanogrammi di cellule substrato di DNA a doppio filamento e DNA a singolo filamento per dose, frammentate appositamente in frammenti di circa 215 paia di basi di lunghezza?” Il Dr. Plotkin ha risposto: “Sì, probabilmente è corretto, sì” (Vedi Tabella 3, che riflette una media di 142 nanogrammi di DNA a singolo filamento e 35 nanogrammi di DNA a doppio filamento nel componente del vaccino contro la rosolia di ciascuna dose di MMR-II; e una media di 276 nanogrammi di DNA a singolo filamento e 35,74 nanogrammi di DNA a doppio filamento in ciascuna dose di Havrix)». «Per il DNA rimanente nella formulazione finale, supponendo che le aziende farmaceutiche seguano le linee guida della FDA, esse frammenterebbero “la dimensione del DNA a meno di circa 200 paia di basi”. (….) Facendo i calcoli, supponendo che rimangano solo 100 nanogrammi di DNA a doppio filamento, e che questi vengano scomposti in frammenti di 200 paia di basi, ciò equivale a circa 463 miliardi di frammenti di DNA umano provenienti da una linea cellulare fetale abortita in ogni dose di vaccino; il doppio per il DNA a singolo».RFK Jr. is correct. The fact is that there are billions of fragments of human cellular debris and DNA from the cultured cell line of an aborted fetus in every injected dose of MMR, chicken pox, and Hep A vaccines.
Because viruses multiply in cells, living cells are used to… https://t.co/x5MOeSBhrK — Aaron Siri (@AaronSiriSG) August 26, 2026
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FEDE SCIENZA E COSCIENZA video integrale del Convegno di Renovatio 21 su vaccini e cellule di feto abortito. Relatori: S.E.R. Cardinale Raymond Leo Burke ; Dr.ssa Theresa Deisher, ricercatrice e scienziata, Direttrice del Sound of Choice Pharmaceutical Institute; Dr.ssa Debi… pic.twitter.com/JajXVXJYXa
— Renovatio 21 (@21_renovatio) January 6, 2025
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Bioetica
Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?
Qualcuno, per tipo cinque minuti, è rimasto scioccato dalle notizie che arrivano dallo Stato statunitense del Massachussets, dove la governatrice – democratica, ovviamente, e cattolica, ovviamente – Maura Healey ha firmato una legge che abbatte il limite temporale dell’aborto massimo a 24 settimane (con i soliti «paletti» cripto-hitleristi: per gravi anomalie del feto l’aborto è sempre consentito).
Ora il Prioritizing Patient Access to Care Act permette in pratica di uccidere il bambino in grembo fino al limite della nascita.
«Abbiamo ascoltato le storie strazianti di donne e famiglie che si preparavano ad accogliere un bambino e che, in fase avanzata di gravidanza, hanno ricevuto notizie devastanti» ha confidato alla stampa la Healey. «Costringerle a viaggiare per centinaia di miglia e a pagare di tasca propria in un momento di enorme dolore è inaccettabile. In Massachussetts crediamo che le decisioni sanitarie debbano essere prese esclusivamente tra le donne, le loro famiglie e i loro medici, non dai politici».
Nella foto finita su tutti i giornali la governatrice appare sorridente attorniata da un sabba di donne ghignanti. L’effetto dell’immagine è impressionante: sì, queste femmine stanno rivendicando, e con la ridarella, l’uccisione di bimbi pronti a venire al mondo.
As long as I’m Governor, abortion will remain safe, legal and accessible in Massachusetts.
You have my word. pic.twitter.com/0PKw1ufQF5
— Governor Maura Healey (@MassGovernor) August 10, 2026
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Altrettanto impressionante è la foto della Healey che incontra papa Francesco. Anche quella sta circolando in rete. Così come circola la rabbia di quanti si chiedono perché nessuno, né dalla Conferenza Episcopale USA né dal Vaticano stesso, abbia detto qualcosa. Ecco che è stata avviata l’ennesima, inutile petizione per indurre il vescovo a scomunicare, come dovrebbe, la governatrice della legge feticida.
Invece, da Roma e dagli zucchetti è il silenzio. Il motivo, per chi davvero si stupisce ancora, è presto detto: il compromesso con l’aborto è stato fatto dalla Chiesa post-conciliare da un bel pezzo. Ricordiamo che in Italia la legge autogenocida 194/78, la firmò un governo democristiano. Tutte le successive mosse del papato wojtylano sembravano puntare ad un deciso compromesso sottocutaneo: in superficie proclami e soldoni dell’8 per mille ad enti pro-vita solo di nome, in profondità accettazione della legalizzazione dell’uccisione del bambino nel ventre materno – e questo in sprezzo assoluto della religione che, ai tempi del Credo della vecchia messa, ancora si inginocchiava al momento di dire Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine…
L’unica religione che festeggia Dio che si fa feto, la gravidanza e la maternità), accettava di scendere a patti con l’impero della Morte. Così dobbiamo leggere l’appoggio dato dal Sacro Palazzo nel 1981 al referendum sull’«aborto minimale» (eccolo lì, il maleminorismo: uccidiamo pure i bambini, ma con moderazione) e poi alla resistenza simbolica offerta contro il feticidio legalizzato dai buffoni politici longa manus dei vescovini.
Allo stesso modo va letta l’altra grande, catastrofica legge bioetica del tardo papato polacco, la 40/2004, quella che sdoganava i bambini prodotti in laboratorio, e di conseguenza, il loro spreco, cioè un aborto moltiplicato per enne volte. La «legge cattolica» sulla provetta fa ora, il lettore di Renovatio 21, più morti dell’aborto chirurgico e pure chimico – e in più inganna la popolazione piazzandoci la maschera della vita, del massacro che sta dietro il bimbo sintetico in braccio non interessa nulla a nessuno (se non a noi, poveri scemi).
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Ora, va compreso che in America avanza da tempo questa cosa dell’aborto fino alla nascita, e oltre: non hanno un limite gestazionale legale sull’aborto Alaska, Colorado, Maryland, Michigan, Minnesota, Nuovo Jersey, Nuovo Messico, Oregon e Vermont, più Washington DC. Se andiamo fuori dagli USA, notiamo uno strano riflesso, che può dire moltissimo: Canada, Cina, Vietnam e Corea del Nord sono tra quelli in cui la legge non indica un limite gestazionale fisso.
Bizzarra coincidenza: il capitalismo occidentale avanzato collima, ma guarda, con il comunismo asiatico. Chi ci segue conosce un pezzo in più della storia: sappiamo come la legge del figlio unico fu iniettata nel governo di Deng Xiaoping da agenti dell’antiumanismo antinatalista del Club di Roma di Aurelio Peccei. Tuttavia, questa è un’altra questione.
Chi ha figli potrebbe sapere che il feto è con certezza definito con un calco anglicista «viabile», cioè «a termine» una volta arrivato ai sette mesi. Un’operazione che riguarda il piccolo viene rinviata, per quanto possibile, oltre quella data, oltre la quale il bambino può sopravvivere tranquillamente fuori dal ventre materno. La situazione è conosciuta dallo scrivente: la secondogenita non voleva girarsi, era podalica, non si metteva a testa in giù.
Le (brave) ginecologhe dell’ospedale ci dissero di aspettare la 36ª settimana per fare la versione, cioè una manovra di pressione sul feto per metterlo a testa in giù – una pratica che un tempo le levatrici di paese lo facevano senza preoccupazioni prima del parto, oggi invece, che l’arte maieutica (quella vera, letterale) è sparita, si è ritornati a praticare la manovra in punta dei piedi, con equipe medica pronta ad estrarre il bambino in caso di rischio.
E quindi, chiunque sa che abortire poco prima della nascita significa abortire un bambino in grado di sopravvivere fuori dal ventre materno da settimane. Questa semplice verità, conoscibile da qualsiasi donna, non sembra toccare nessuno.
Perché siamo andati molto oltre l’idea dell’aborto come rimozione di un «grumo di cellule» che non sarebbe in grado di vivere da sé (e quindi, sempre per la legge nazista del più forte, da eliminare a piacimento). Tale concezione, tipica della filosofia utilitarista, era già stata portata a conseguenze terrificanti dal celebratissimo filosofo animalista Peter Singer basandosi sul concetto, tutto goscista e abortista, dell’autonomia.
Definendo «persona» un essere capace di autocoscienza, di concepire se stesso come esistente nel tempo, di avere preferenze sul futuro (razionalità, autonomia), il Singer, ebreo australiano, aveva sostenuto che neonati umani (anche sani…) non hanno ancora queste capacità: non sono “persone” nel senso tecnico che usa lui.
Uccidere un neonato non è quindi moralmente equivalente a uccidere un adulto umano o, eccoci, un essere autocosciente – cuccioli di animale che sono più «autonomi» rispetto ai neonati non meritano di morire quanto i cuccioli umani. L’utilitarismo – filosofia che segretamente si è incistata nello Stato moderno tutto – con Singer era già andato oltre: dall’aborto si vola verso l’eutanasia.
Il Singer ha sostenuto che, in casi di gravi disabilità, i genitori dovrebbero poter scegliere di porre fine alla vita del neonato (anche in modo attivo), se ciò porta a maggiore benessere complessivo, il grande fine dell’utilitarismo, che vede la massimizzazione matematica del piacere contro il dolore come fine ultimo, anche a costo della morte di minoranze o maggioranze.
Ecco che il filosofo, che nei dibattiti accademici americani viene salutato da scroscianti applausi degli studenti vegani e non, aveva proposto un periodo di circa 28 giorni dopo la nascita prima di riconoscere pieno diritto alla vita. L’idea è contenuta nel libro Should the Baby Live? The Problem of Handicapped Infants (1985), cioè «Il bambino dovrebbe vivere? Il problema dei neonati disabili». Bel titolo: come vedete, ancora quaranta anni fa la finestra di Overton sull’infanticidio legalizzato si muoveva con scioltezza.
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Siamo giunti quindi alla questione dell’aborto post-natale, finito in bocca in queste ore ai tanti ebeti con canale Telegram o raccolte firme a pagamento. Il termine (in inglese after-birth abortion) è un’espressione coniata in un articolo accademico del 2012, intitolato «After-birth abortion: why should the baby live?» («Aborto dopo la nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?»), pubblicato sul Journal of Medical Ethics dai bioeticisti italiani ma di stanza all’Estero Alberto Giubilini e Francesca Minerva, affiliati a centri australiani di bioetica fortemente legati alla tradizione utilitarista-singeriana.
Nel testo i due sostenevano che, dal punto di vista etico, non ci sia una differenza rilevante tra un feto e un neonato – nessuno dei due, secondo la loro tesi, possiederebbe ancora lo status morale di «persona», concetto legato, nel solco del Singer, a caratteristiche come autoconsapevolezza, capacità di attribuire valore alla propria esistenza, progettualità futura.
Di conseguenza, sostenevano che le stesse ragioni che possono giustificare moralmente l’aborto, ad esempio situazioni in cui il bambino comporterebbe un peso serio per la famiglia, anche non necessariamente per malformazioni dovrebbero poter giustificare, in linea di principio, anche la soppressione di un neonato appena nato — da qui il termine «aborto post-natale», cioè dopo la nascita anziché prima.
Ictu oculi, si tratta di pura e semplice sostituzione del termine «infanticidio», così da connetterlo al dibattito sull’aborto (stravinto nei decenni dai necrocultisti contro pavidi democristiani di ogni latitudine) e fargli quindi guadagnare terreno.
Mentre i sapientoni dibattono, e le verginelle strillano scandalizzate, il mondo moderno va avanti secondo la pista preparatagli dalla Necrocultura. Nel gennaio 2019, la questione dell’infanticidio legale arriva nelle cronache grazie alle dichiarazioni di un alto ufficiale del potere americano, il governatore della Virginia Ralph Northam, che parlò con una certa franchezza ad una trasmissione radio locale.
Commentando un disegno di legge proposto dalla delegata democratica Kathy Tran – che aveva detto che l’aborto sarebbe stato possibile anche se la donna fosse in travaglio – atto ad allentare le restrizioni sugli aborti nel secondo e terzo trimestre in Virginia, il governatore disse:
«La prima cosa che vorrei dire è che decisioni come questa dovrebbero essere prese dagli operatori sanitari, dai medici e dalle madri e dai padri coinvolti. Quando parliamo di aborti nel terzo trimestre, questi vengono eseguiti con il consenso, ovviamente, della madre e dei medici – più di un medico, tra l’altro. E vengono eseguiti in casi in cui potrebbero esserci gravi malformazioni. Potrebbe esserci un feto non vitale. Quindi, in questo particolare esempio, se una madre è in travaglio, posso dirvi esattamente cosa succederebbe. Il bambino verrebbe fatto nascere. Il neonato verrebbe tenuto in condizioni confortevoli. Il neonato verrebbe rianimato se questo fosse ciò che la madre e la famiglia desiderassero, e poi seguirebbe una discussione tra i medici e la madre».
Former Virginia Governor Ralph Northam in 2024 when Democrats first tried to legalize abortion through birth: “The infant would be delivered. The infant would be kept comfortable… Then a discussion would ensue between the physician and the mother [about whether to end the… pic.twitter.com/3z4cwIumRl
— Wall Street Mav (@WallStreetMav) January 21, 2026
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Se il bambino nato vivo può continuare a vivere lo decidono la madre e i dottori. Il potere di vita e di morte, come nemmeno in un lager, ce lo hanno i più forti. Tutto questo detto pacificamente da un progressista, un democratico – perché la democrazia, crediamo di capire, a questo porta, al suo esatto contrario, al democidio.
Siamo alla negazione non solo di Ippocrate, e degli istinti materni, della legge naturale. Siamo alla negazione della civiltà cristiana tutta – siamo all’instaurazione incipiente del Regno Sociale di Satana.
Tuttavia qui voglio spezzare una lancia a favore dei mostri – bisogna farlo, per la logica, e per rifiutare una volta per tutte il compromesso democristiano con essi, e chiamare la battaglia.
Gli utilitaristi, i servitori della Morte, filosofi o governatori, hanno ragione: che differenza c’è tra un neonato e un feto? Solo una questione di tempo, forse nemmeno quello (un neonato può essere settimino, o ancora più prematuro: ho visto bambini usciti tanto prima pesare un chilo e ora essere campioncini sportivi) e di spazio, cioè sei dentro o fuori il grembo materno.
Se per loro ciò indica che il bambino è continuativamente una non-persona, per noi vale l’esatto contrario: è una persona quanto lo è Dio stesso, è Imago Dei, è un essere perfettamente formato dal logos creatore, è figlio della Divinità , è fatto a sua immagine, è ciò che naturalmente è chiamato ad esistere, consistere e moltiplicarsi, è un pezzo unico e insostituibile del disegno dell’umanità e del cosmo.
E quindi no, non c’è differenza tra un uomo ed un feto, tra l’aborto e l’aborto post-natale.
Potete capire dove stiamo andando a parare: non lo chiamiamo «aborto», ma ogni procedimento della Necrocultura, che umilia e uccide l’essere umano, svolge la medesima funzione.
L’eutanasia è un aborto applicato in vecchiaia o in malattia.
La predazione degli organi è un aborto su chi ha avuto un incidente, ma il cuore gli batte ancora.
Il suicidio – magari con l’aiutino delle droghe psichiatriche – è l’aborto delle persone tristi.
La riproduzione artificiale è l’aborto di un numero immane di embrioni, morti nell’impianto o nella crioconservazione, oppure fusisi mostruosamente nelle chimere umane.
Spingiamoci fino a parlare delle bestie feroci scagliateci contro: lupi, orsi, orche lasciati liberi di assalirci sono strumenti della Necrocultura, agenti animali dell’aborto della specie.
E la guerra, cosa è se non il modo con cui si abortiscono le nazioni, con la guerra nucleare che si dà come aborto globale definitivo, come finale trionfo della morte sull’umanità.
Tutta l’umanità deve essere abortita: questo è quanto ci sta dicendo il progresso, questo è quanto lo Stato moderno si prepara a fare in modo meccanico: un sacrificio umano massivo, più grande e terrificante di quello che chiedevano gli dèi pagani.
E quindi, non facciamo gli sconvolti. Sappiamo con cosa abbiamo a che fare.
L’aborto è solo una maschera di una lotta contro l’inferno che coinvolge ogni aspetto del nostro tempo. Fortunato chi ha capito, è uscito dal recinto pro-life (fatto dal potere politico-ecclesiastico per pastorizzare gli animi caldi) e medita sulle dimensioni spaventose della guerra spirituale necessaria oggi.
Questo è ciò che siamo chiamati a fare ora: combattere la Morte, combattere il Male che ha messo radici nel nostro mondo.
Se leggete queste pagine, è probabile che in cuor vostro abbiate già iniziato a farlo. Siete, lo vogliate o no, protagonista della battaglia contro le forze del Male – come in un film, solo sul serio.
Questo ruolo onora la vostra anima come niente altro.
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Immmagine screenshot da Twitter
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