Connettiti con Renovato 21

Economia

Batterie al litio, una tecnologia strategica che richiede l’intervento dello Stato

Pubblicato

il

 

 

Quale futuro può avere una Nazione che non si adatta ai cambiamenti sul fronte dell’energia? In particolare: come ci stiamo muovendo per quanto riguarda le batterie al litio?

 

Renovatio 21 lo ha chiesto professor Mario Pagliaro, Chimico al CNR ISM (Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati) e docente di nuove tecnologie dell’energia al Polo Fotovoltaico della Sicilia, uno dei massimi esperti di solare in Italia.

 

Il professor Pagliaro guida a Palermo un Gruppo di ricerca i cui risultati sono riflessi in oltre 250 pubblicazioni scientifiche internazionali e in 22 libri, molti dei quali poi divenuti testi di riferimento nel loro settore. È fra gli scienziati maggiormente citati a livello internazionale nel campo della chimica (top 1%). Nel 2013, Silicon ha pubblicato un ampio articolo dedicato alle sue attività scientifiche e formative.

 

Fortemente consigliata è la lettura del suo libro Helionomics, snella e approfondita opera di divulgazione sulla rivoluzione socio-economica che porterà l’energia solare in tutto il mondo.

 

 

 

 

Professor Pagliaro, può spiegarci qual’è la situazione della produzione delle batterie al litio?

È molto semplice. Ci sono tre Paesi che hanno sviluppato la tecnologia su scala industriale: Cina, Sud Corea, e Giappone. E poi ci sono le altre nazioni, che dal punto di vista di questa produzione strategica possono essere considerati Paesi in via di sviluppo.

 

Un motore elettrico ha un’efficienza eccezionale, superiore al 95%. Uno termico montato su un’auto a benzina non arriva al 30%, e se l’auto è vecchia, ancora meno

Con quali conseguenze? D’altra parte i cittadini europei, sudamericani o nordamericani possono continuare a comprare veicoli alimentati a benzina o a gasolio?

È semplicissimo. Un motore elettrico ha un’efficienza eccezionale, superiore al 95%. Uno termico montato su un’auto a benzina non arriva al 30%, e se l’auto è vecchia, ancora meno. Una casa automobilistica francese che produce entrambi i tipi di auto ha verificato concretamente come la versione elettrica ha un consumo energetico quasi 4 volte inferiore: ci vogliono solo 16,1 kWh di elettricità per percorrere 100 km con l’auto elettrica, e ben 55,68 kWh di energia chimica accumulata nella benzina per la versione benzina. Per non parlare del comfort di guidare nel silenzio e senza vibrazioni. Il risultato, oggi che le auto elettriche sono divenute accessibili persino in Europa, è che ad esempio in Regno Unito oltre l’8% delle auto vendute sono ormai a batteria.

 

Quindi a quali conseguenze vanno incontro i Paesi industrializzati che non producono batterie al litio?

Quella di perdere l’industria degli autoveicoli che, ricordo, oltre alle auto include furgoni, autobus, camion e pullman. La gran parte del valore di un veicolo elettrico risiede infatti nelle batterie: non disporre di una produzione nazionale fa dipendere la produzione dei veicoli elettrici dai produttori di batterie esteri. I quali non solo controllano i prezzi, ma anche i tempi di fornitura. Se, per una qualsiasi ragione, decidessero di non rifornire più il produttore di autoveicoli, questo dovrebbe arrestare la produzione.

 

La gran parte del valore di un veicolo elettrico risiede infatti nelle batterie: non disporre di una produzione nazionale fa dipendere la produzione dei veicoli elettrici dai produttori di batterie esteri. I quali non solo controllano i prezzi, ma anche i tempi di fornitura

Perché si è giunti a questa situazione? Com’è possibile che la Germania, che ospita una grande industria chimica, si ritrovi a dover dipendere dalle batterie fatte in Cina per le sue auto elettriche?

Perché sono mancati gli investimenti che andavano pianificati già quindici anni fa. Probabilmente si è trattato di un errore di valutazione: gli industriali e i manager non solo europei non pensavano che la produzione cinese di batterie e di veicoli elettrici potesse crescere così rapidamente. Adesso, sono chiamati ad investimenti enormi in tempi rapidi per i quali è necessario l’intervento suppletivo degli Stati. È ciò che è avvenuto per l’industria petrolifera in quasi tutti i Paesi del mondo. Lo stesso accadrà inevitabilmente con le nuove tecnologie dell’energia.

 

Di che ordine di grandezza di investimenti stiamo parlando? Le persone leggono euro o dollari per chilowattora e non capiscono. Quanto costa e che dimensioni dovrebbe avere una fabbrica di batterie al litio ad esempio per l’industria dell’auto italiana?

Anche qui, è semplice una volta fatta chiarezza. Immaginiamo che l’Italia torni a produrre 2 milioni di auto all’anno. Sono auto che vanno dalle utilitarie ai SUV. In media, ognuna avrà un pacco batterie da 50 kWh (chilowattora). Questo significa che l’Italia dovrebbe produrre 50×2.000.000=100 milioni di kWh. I milioni di kWh si chiamano gigawattora. Quindi la fabbrica dovrebbe produrre 100 GWh all’anno. Consideri che la fabbrica che entrerà in produzione a fine anno nel nord della Svezia inizialmente aveva previsto un costo dell’investimento di 4,25 miliardi di dollari per un impianto da 32 GWh.

 

In molti pensano che passare alla mobilità elettrica sia solo un modo di spostare l’inquinamento dalle città e dalle strade alle centrali termoelettriche, incluse quelle nucleari. O che addirittura le reti possano essere soggette a frequenti blackout quando i veicoli elettrici saranno milioni. È così?

No. Innanzitutto già oggi quasi la metà della produzione elettrica di Paesi come l’Italia viene da acqua, sole, vento e dalla combustione di biomassa. Ricaricando l’auto la notte ad esempio. In inverno, quando la domanda elettrica è molto bassa, fornisce i carichi necessari alla rete per assorbire la produzione eolica, che è particolarmente elevata la notte e nei mesi autunnali e invernali. In assenza di domanda sufficiente, molto spesso le pale eoliche devono essere fermate per eccesso di produzione. Di giorno nei mesi primaverili ed estivi, a essere elevatissima è la produzione di energia fotovoltaica dal parco italiano che supera i 20 GW di potenza. Le persone non lo sanno, ma in Sicilia e in altre regioni del Sud nei giorni festivi e spesso pure di Sabato gli impianti fotovoltaici vengono disconnessi dalla rete per eccesso di produzione rispetto alla domanda. Caricare i veicoli elettrici in quei giorni, farà crescere in modo sensibile le ore di funzionamento del parco solare italiano. E poi c’è un ulteriore vantaggio reso possibile solo dai veicoli elettrici.

Le persone non lo sanno, ma in Sicilia e in altre regioni del Sud nei giorni festivi e spesso pure di Sabato gli impianti fotovoltaici vengono disconnessi dalla rete per eccesso di produzione rispetto alla domanda. Caricare i veicoli elettrici in quei giorni, farà crescere in modo sensibile le ore di funzionamento del parco solare italiano

 

Quale?

Quello di autoprodursi da sé l’energia con cui ricaricare i propri automezzi a batteria. Vale per una famiglia nelle Marche che collega la propria auto elettrica alla pensilina fotovoltaica in giardino, come per l’azienda del trasporto pubblico di Torino che sul tetto di un suo deposito ha un impianto fotovoltaico da 1000 kW con cui autoproduce una frazione significativa dei kWh consumati dalle decine di autobus elettrici che possiede. Questo significa piena libertà energetica: famiglie e aziende autoproducono gratuitamente dal sole l’energia che gli serve per i propri autoveicoli. Sembra un sogno, ma è invece concreta realtà gia per decine di migliaia di famiglie e aziende in tutto il mondo.

 

Un’ultima domanda. Le batterie al litio contengono cobalto. Oltre ad essere estratto dai bambini in Congo, il cobalto è fortemente inquinante. Cosa si può fare?

Le batterie al litio di prima generazione, quelle dei cellulari e dell’elettronica portatile, contenevano ossido di cobalto. Quelle di nuova generazione come quelle installate sui bus elettrici di Torino o su alcune delle più moderne auto elettriche non contengono né cobalto né altri metalli tossici. Hanno un catodo in litio ferrofosfato che, fra gli altri benefici, è anche più durevole e molto più sicuro rispetto al rischio incendio. Noi prevedemmo che questa tecnologia di produzione dei catodi sarebbe stata ulteriormente migliorata, e sarebbe divenuta quella più importante. L’anno scorso, una delle due maggiori aziende di batterie al mondo ha presentato una batteria radicalmente migliore basata proprio sul litio ferrofosfato.

 

Grazie, professor Pagliaro

 

 

 

 

PER APPROFONDIRE

Abbiamo parlato di

In affiliazione Amazon

Continua a leggere

Economia

Trump: riserve di petrolio raddoppiate grazie al Venezuela

Pubblicato

il

Da

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato di aver più che raddoppiato le riserve petrolifere americane grazie a un accordo di vasta portata che conferisce a Washington il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di greggio venezuelano.

 

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il Segretario alla Guerra Pete Hegseth hanno collaborato con il leader ad interim venezuelano Delcy Rodriguez e con aziende private per garantire il «controllo di maggioranza degli Stati Uniti» delle riserve «senza alcun costo per il contribuente americano», ha annunciato Trump su Truth Social venerdì.

 

«Gli Stati Uniti d’America hanno appena concluso un accordo con il Venezuela per IL PIÙ GRANDE ACCORDO PETROLIFERO DELLA STORIA MONDIALE!», ha dichiarato, sostenendo che la transazione «RADDOPPIA PIÙ CHE LE RISERVE PETROLIFERE AMERICANE».

Sostieni Renovatio 21

Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA), le riserve accertate di petrolio greggio e condensati derivanti dai giacimenti negli Stati Uniti si aggirano intorno ai 46 miliardi di barili.

 

L’aggiunta di altri 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano porterebbe il volume totale sotto qualche forma di controllo statunitense a oltre 111 miliardi di barili, anche se tecnicamente quel greggio non entrerebbe a far parte delle riserve interne degli Stati Uniti.

 

Rubio ha definito l’accordo una «enorme vittoria», affermando che avrebbe portato quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati in Venezuela, sostenuto migliaia di posti di lavoro e contribuito a ridurre i prezzi della benzina negli Stati Uniti.

 

Rodriguez ha poi confermato l’intesa, dicendo che riguarda 17 giacimenti petroliferi strategici con un potenziale comprovato di 65 miliardi di barili e prevede oltre 100 miliardi di dollari di investimenti e oltre 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per il Venezuela. Ha aggiunto che i giacimenti saranno sviluppati con la partecipazione di operatori privati, ma la precisa struttura proprietaria resta poco chiara. Precedenti indiscrezioni suggerivano che Washington avesse cercato di ottenere diritti di sfruttamento per un secolo.

 

L’accordo rappresenta l’ultima espansione del controllo statunitense sulle vaste risorse petrolifere del Venezuela, dopo il raid militare del 3 gennaio che ha portato al rapimento di Maduro e al suo trasferimento negli Stati Uniti per affrontare le accuse federali.

 

Dopo l’operazione, Trump ha dichiarato che Washington avrebbe «gestito» il Venezuela supervisionando una transizione politica e ha lasciato aperta la possibilità di ulteriori azioni militari qualora la leadership ad interim non avesse collaborato.

 

Successivamente Washington ha assunto il controllo «a tempo indeterminato» delle vendite e dei ricavi petroliferi venezuelani, mentre Trump ha ordinato che i proventi del greggio venezuelano fossero depositati in conti del Tesoro statunitense, soggetti alle restrizioni degli Stati Uniti.

 

L’accordo ha suscitato critiche aspre sulla sovranità del Paese, anche da parte di alcune voci dell’opposizione solitamente filo-occidentali. Ricardo Hausmann, ex ministro della pianificazione venezuelano, ha definito l’accordo «incostituzionale», sostenendo che la Rodriguez è a capo di un governo provvisorio illegittimo, privo dell’autorità necessaria per rinunciare al controllo a lungo termine sulle risorse petrolifere del Paese.

Iscriviti al canale Telegram

Nel frattempo l’ex vicepresidente e veterano del movimento chavista Elias Jaua ha recentemente accusato Washington, in termini più generali, di aver privato il Venezuela della sua sovranità e di aver preso il controllo delle sue risorse naturali.

 

A inizio anno Trump aveva dichiarato che il petrolio richiesto al Venezuela avrebbe fruttato a Washington almeno 50 milioni di barili, mandando subito le compagnie petrolifere USA nel Paese appena decapitato con il rapimento del presidente.

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump aveva affermato che gli Stati Uniti potrebbero ora controllare il 55% del petrolio globale.

 

Il governo venezuelano di Nicolas Maduro tre anni fa aveva indetto un referendum raccogliendo il favore popolare per l’annessione di un territorio ricco di petrolio disputato con il vicino Stato della Guyana.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

Continua a leggere

Economia

Il Canada minaccia di interrompere l’elettricità agli USA. Il premier dell’Ontario a Trump: «baciami il sedere!»

Pubblicato

il

Da

Il premier dell’Ontario, Doug Ford, ha minacciato di sospendere le forniture di elettricità e di minerali strategici agli Stati Uniti qualora il presidente Donald Trump prosegua nell’inasprimento della guerra commerciale con il Canada, suscitando una replica accesa da parte di Trump.   Lo scontro è scoppiato poche ore dopo l’annuncio di Trump che i dazi su auto, camion, componenti auto e acciaio canadesi saliranno al 50% dal 1° gennaio 2027. La mossa è arrivata dopo il fallimento dei negoziati della scorsa settimana e dopo un ulteriore dazio del 50% scattato sabato su importazioni canadesi per circa 20 miliardi di dollari.   «Tutto è sul tavolo. Farò tutto il necessario», ha dichiarato Ford all’Associated Press lunedì, precisando che l’Ontario potrebbe alzare i prezzi dell’elettricità o interromperne del tutto l’esportazione.   «Forniamo energia a 1,5 milioni di case e aziende», ha aggiunto, avvertendo che se Trump insisterà nel tentativo di smantellare l’industria manifatturiera canadese, «farebbe meglio ad avere una scorta di batterie».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Trump ha risposto su Truth Social, definendo «spacconate» le parole di Ford e attaccando personalmente il premier, prima di intimare ai leader canadesi di «mettersi in riga».   «Qualcuno dovrebbe far rigare dritto questi pagliacci, altrimenti le conseguenze per il Canada saranno molto PEGGIORI!», ha scritto Trump, definendo ancora il primo ministro Mark Carney «Governatore Carney», sostenendo che gli Stati Uniti sono «molto più grandi, più ricchi e più forti» e che il Canada «non potrebbe sopravvivere» senza il vicino meridionale.   «Ho un sacco di spazio sul sedere, quindi ha un sacco di spazio per baciarmi il sedere», ha replicato Ford in una conferenza stampa lunedì.   Ford ha sostenuto che Ottawa dovrebbe valutare ritorsioni sempre più dure, comprese restrizioni su petrolio, potassio e minerali strategici. La premier del Quebec, Christine Frechette, la cui provincia è un grande fornitore di energia idroelettrica, ha detto di non seguire al momento la linea di Ford, pur non escludendola in vista di una «nuova fase» della controversia in Canada.   Il Ford, va ricordato, ha sostenuto l’invocazione da parte del governo Trudeau della legge sulle emergenze in risposta alla protesta dei camionisti antivaccinisti che scuoteva il Canada in lockdown, repressa con la violenza della polizia e persino il nuovo fenomeno della debancarizzazione dei manifestanti.   Il Canada resta di gran lunga il primo fornitore estero di elettricità per gli Stati Uniti, anche se a livello nazionale la dipendenza è contenuta. I dati dell’EIA indicano che nel 2025 gli USA hanno importato circa 24,5 terawattora dal Canada ed esportato circa 16 terawattora, con una dipendenza netta pari allo 0,2% del consumo totale americano.   L’esposizione è però molto più marcata negli Stati di confine come New York, Michigan e Minnesota, dove l’energia canadese può risultare cruciale nei picchi di domanda.

Iscriviti al canale Telegram

Nel frattempo il boom dell’Intelligenza Artificiale sta mettendo sotto pressione le reti regionali, mentre le big tech accelerano la costruzione di enormi data center iperscalabili ad alto consumo. Nel luglio 2026 lo Stato di Nuova York ha imposto una moratoria di un anno sui permessi ambientali discrezionali per le nuove infrastrutture iperscalabili, in attesa di norme volte, tra l’altro, a tutelare la stabilità della rete e i consumatori.   L’Ontario ha già usato in passato la minaccia del dazio sull’elettricità. Nel marzo 2025 Ford aveva imposto una sovrattassa del 25% sulle esportazioni verso i tre Stati, poi sospesa dopo che Trump aveva minacciato di raddoppiare i dazi su acciaio e alluminio canadesi.   Lunedì anche Carney ha risposto all’ultima minaccia tariffaria di Trump, accusando Washington di voler smantellare l’industria automobilistica canadese imponendo condizioni ritenute inaccettabili da Ottawa. Dopo che il Canada ha abbandonato i colloqui venerdì sera, Carney ha detto che gli Stati Uniti «hanno chiesto troppo e offerto troppo poco» e ha annunciato dazi di ritorsione equivalenti a partire dall’8 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, due giorni fa Trump, in seguito al fallimento dei colloqui commerciali tra i due Paesi, ha affermato che il Canada vuole «i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo». «Il Canada vuole i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo!!! Inoltre, per molti anni ha imposto dazi doganali esorbitanti ai nostri bravi agricoltori. Basta!!!» ha scritto nel suo post su Truth social.   Trump in passato aveva ripetutamente affermato che gli Stati Uniti stavano sovvenzionando l’economia canadese per un importo di 200 miliardi di dollari all’anno, ipotizzando che sarebbe stato più fattibile assorbire il Paese come «tanto amato» 51° stato. L’ex premier canadese Giustino Trudeau aveva detto che la minaccia di anschluess da parte di Trump era «reale».   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Trump aveva dichiarato di voler espandere il Paese aggiungendo Canada, Groenlandia e Venezuela come nuovi Stati USA, definendo poi le sue dichiarazioni come uno scherzo.   A gennaio nel corso del suo intervento al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Carney ha sostenuto che l’ordine globale basato su regole è ormai al tramonto e ha invitato le «potenze medie» a unirsi, affermando che «se non sei al tavolo, sei nel menu».   Trump ha replicato durante il proprio discorso a Davos dichiarando che il Canada «vive grazie agli Stati Uniti», un’affermazione prontamente respinta da Carney. In seguito, Trump ha revocato l’invito rivolto a Carney per partecipare al suo proposto «Board of Peace», l’organismo da lui ideato – secondo le sue parole – per affrontare e risolvere i conflitti internazionali.

Aiuta Renovatio 21

Come riportato da Renovatio 21, Trump ha aggiunto che il Canada verrà «divorato» dalla Repubblica Popolare.   Il presidente aveva canzonato il Canada con filmati AI dopo la vittoria olimpica nella finale a Milano della squadra nazionale di Hockey americana contro quella canadese.   Come riportato da Renovatio 21, l’esercito canadese ha sviluppato un modello di risposta in stile mujaheddin afghani a un’ipotetica invasione statunitense.   Ad aprile The Donald aveva ammesso che l’anschluess del Canada era improbabile. Tuttavia, come ognuno sa, sapere cosa farà l’attuale presidente USA risulta talvolta molto difficile.   L’annessione del Canada rimane ad ogni modo conforme alla dottrina geopolitica «emisferica» esposta e perseguita nel primo anno del secondo mandato Trump, la cosiddetta «dottrina Donroe» (cioè Donald più Monroe) che vede, secondo un plurisecolare pensiero geostrategico, l’ampliamento del dominio USA nel continente come il «destino manifesto» di Washington.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Eurasia Group via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
 
Continua a leggere

Economia

Washington lancia un’offensiva economica contro l’Iran

Pubblicato

il

Da

Il segretario al Tesoro USA Scott Bessent ha reso noto un nuovo pacchetto di sanzioni ai danni dell’Iran e ha avvertito che qualsiasi nazione continui a mantenere rapporti finanziari con Teheran rischia di essere tagliata fuori dal sistema del dollaro, con l’obiettivo dichiarato di trasformare l’Iran in un «paese emarginato economicamente».

 

Le misure colpiscono quasi 60 soggetti – società, persone fisiche e navi – operanti in più giurisdizioni, accusati di trafficare «tecnologie nucleari e missilistiche illecite» con l’Iran, di sostenere le «operazioni informatiche» iraniane e di trasportare petrolio iraniano, come comunicato lunedì dal Dipartimento del Tesoro. Più di un terzo dei destinatari – 21 – ha sede in Cina.

 

Il Tesoro ha inoltre segnalato asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi come settori che potrebbero finire sotto sanzioni secondarie.

 

Durante la conferenza stampa di lunedì Bessent ha annunciato l’avvio dell’«Operazione Esclusione Economica», definita «un’offensiva economica contro i legami finanziari dell’Iran in tutto il mondo».

 

Il segretario del Tesoro USA ha precisato che Washington punirà ogni Paese che non interrompa i propri rapporti economici con Teheran: «Qualsiasi entità che agevoli il riciclaggio di denaro per conto dell’Iran verrà esclusa dal sistema del dollaro statunitense», ha detto, aggiungendo che «il conto alla rovescia è appena iniziato».

Sostieni Renovatio 21

Secondo i dati più aggiornati della Banca Mondiale, l’Iran esporta verso 147 Paesi e importa da 114. Interrogato su come gli Stati Uniti pensino di costringere circa tre quarti delle nazioni del mondo a cessare i commerci con l’Iran, Bessent ha riferito che il presidente Donald Trump ha chiamato diversi leader nel fine settimana «con richieste specifiche di cessare le loro interazioni» con Teheran e che a ciascuno è stata assegnata «una scadenza precisa» per adeguarsi.

 

L’Iran ha replicato che «nemmeno una goccia» di petrolio uscirà dal Golfo qualora la regione si allineasse al piano americano.

 

Bessent non ha voluto entrare nei dettagli, spiegando ai giornalisti che «non faremo nomi» e che non avrebbe «stabilito delle tempistiche». Alla domanda se Washington si aspetti che la Cina, principale partner commerciale dell’Iran, rispetti le sanzioni, non ha dato una risposta netta.

 

«Riteniamo che il modo migliore per interagire con i Paesi sia attraverso la diplomazia discreta. E ci confrontiamo apertamente con ogni Paese per comunicargli le nostre aspettative. Noi sappiamo chi sono. Loro sanno chi sono», ha dichiarato, aggiungendo che «nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni statunitensi».

 

A Teheran le minacce sono state liquidate. Il negoziatore di alto livello Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X, dopo la conferenza di Bessent: «Gli americani sanno che nessuno si lascia ingannare dalle loro spacconate».

 

«Gli Stati Uniti non sono in una posizione economica tale da poter ulteriormente limitare le proprie relazioni con altri Paesi», ha osservato il Ghalibaffo. «I partner commerciali dell’Iran, sia attraverso i media che tramite i messaggi che ci hanno inviato, hanno chiarito di non tenere minimamente in considerazione queste dichiarazioni».

 

Domenica Mohsen Rezaei, a capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, ha avvertito che «nemmeno una goccia di petrolio lascerà il Golfo Persico e lo Stretto di Ormuzzo» se gli Stati del Golfo aderiranno alla campagna di pressione economica USA. Se Trump «vuole fare qualcosa, reagiremo in modo dirompente», ha aggiunto.

 

Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana Trump aveva minacciato l’Iran di un «D-Day economico» dopo la scadenza, senza risultati, della finestra di 60 giorni per negoziare escludendo un ritorno al tavolo, tuttavia lunedì il capo delle forze armate pakistane Asim Munir, i cui poteri sono stati appena ampliati, è arrivato a Teheran nel tentativo di riaprire i colloqui.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

Continua a leggere

Più popolari