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Satira

Pandemia, giallo in tribunale

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Il simbolo di Catania, come tutti sanno, è U Liotru: un elefante in basalto che sorregge un obelisco al centro della Fontana detta dell’Elefante, giustappunto.

 

Sebbene il pachiderma tenga la proboscide vigorosamente levata, e sembri logico che da essa debba uscire uno zampillo, questo non accade. Mentre nella vasca in basso fluiscono e tremano le acque, sotto lo sguardo delle personificazioni dei fiumi Simeto e Amenano, la proboscide da sempre si innalza secca, avara, senza goccia.
Non così nel tribunale della cittadina, dove un giudice qualche tempo fa si reso protagonista di una vicenda sfociata verso l’epilogo proprio in questi giorni.

 

Siamo nel maggio 2022, mese che nell’Isola del Sole già ha del torrido. Nell’ufficio che il nostro divide con una collega e quattro funzionari un bel giorno ci si imbatte in una quarantina di bottigliette piene di un fluido imprecisato che sembra d’oro, ordinatamente allineate in un armadio.

 

Non si conoscono le prime reazioni. Qualcuno ha forse furtivamente aperto e annusato il contenuto delle ampolle? Le ha tastate con mano e trovate calde o tiepidine? Dubitiamo forte che ci sia stato un improvvido che, colto da improvvisa arsura, ne abbia tirato giù un sorso di quelli buoni ricevendone un’amara sorpresa.

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La domanda che è sgorgata in tutti è: che ci fanno «almeno una quarantina» bottigliette di acqua minerale ricolme di quel che sembra tè, o vino, o birra sgasata?
Il tribunale si tinge di giallo.

 

Pochi giorni dopo, in una camera di consiglio, un magistrato si azzarda, fra un colpo di tosse e l’altro immaginato per questo articolo di satira, a chiedere discretamente al nostro eroe ragguagli su questa bizzarria. La risposta è quella del candido: Si tratta, avrebbe detto, parola più o parola meno, delle sue proprie orine, raccolte durante l’epidemia di SARS-CoV-19 per evitare di andare in bagno ed essere contagiato.

 

O tempora, o mores!

 

La giustificazione, che appena un anno prima sarebbe stata presa per buona, anzi ottima, e fors’anche premiata con il cavalierato, nel maggio 2022 non vale nulla. Il presidente della sezione, scostando la sedia con gran fracasso, intima al collega di rimuovere seduta stante le ignobili ampolle.

 

Non basta: il presidente del Tribunale viene subito informato della cosa, e decide di appurare personalmente il fatto. Lo immaginiamo attraversare i corridoi del Tribunale a grandi passi, seguito a distanza da uditori e cancelliere spaventate, irrompere nella stanza del nostro e scoprire in altro armadio – orrore orrore – altre bottigliette pure ricolme dei dorati umori, gettate alla rinfusa tra libri e fascicoli.

 

Il giudice, convocato, ne rivendica il contenuto, come farebbe d’un figlio, e spiega che l’armadio è a suo uso esclusivo e di solito chiuso a chiave. I flaconi, aggiunge, sono invece ben serrati.

 

Anche questo presidente ingiunge lo sgombero, che però si dice avvenire con riluttanza, per gradi, un poco alla volta, compatibilmente con la capienza del trolley.

 

Anche per questo viene redarguito, e pare a noi un po’ eccessivo. La si fa troppo facile. Come si smaltiscono decine di contenitori di orina? Dove si stoccano? In che modo si disperde il contenuto, per essere rispettosi dell’ambiente, inclusivi e resilienti? Confessiamo di non averne idea. Ci vorrebbe un perito.

 

Ad ogni modo la notizia si sparge, dilaga in ogni dove, straripa, e si incanala infine in un procedimento disciplinare.

 

Riferiscono le cronache delle difese del nostro. Innanzitutto, viene sviluppato il tema della paura del contagio da coronavirus. Viene quindi sollevata la questione del pessimo stato dei bagni, indegno di un tribunale: meglio la bottiglietta. E poi un imprecisato problema oculare, che lo costringeva a idratarsi spesso.

 

Con tutto il rispetto, sembrano argomenti un poco sbrodolati, di corta gittata. Forse si poteva escogitare di meglio. Per esempio, si sa alcune persone si prendono cura della propria salute bevendo preventivamente un bicchiere di orina al dì. Ne abbiamo conosciuto uno che smezzava la linfa delle sue viscere con succo d’arancia e sosteneva di stare benissimo. Con una cinquantina di litri del prezioso nettare, poniamo, un bisognoso che stenta a produrne del proprio si potrebbe curare per sei mesi e oltre. Motivo sanitario e filantropico.

 

Molti sedicenti artisti, inoltre, usano creare opere mescolando ai pigmenti secrezioni di ogni genere. I flaconi nell’arte moderna sono assimilabili alla cassetta del pittore. E che siamo noi di fronte alla creatività? Motivo artistico.

 

E se il nostro ricevesse una gloria postuma? E se un domani, fra cent’anni, lasciasse questo mondo in odore di celebrità? Questi reperti varrebbero un occhio, anzi un rene. Pensiamoci. Chi non vorrebbe avere le orine, raggrumate finché si vuole, di Leonardo da Vinci? O quelle sofferte di Montaigne, che soffriva di mal della pietra? O quelle dense del conte di Cagliostro, raccolte goccia a goccia mentre il sole picchiava sulla fortezza di San Leo? È solo questione di anni, magari di secoli. Motivo celebrativo-museale.

 

E che dire del trascorrere del tempo? Lo si misurava in origine con un orologio ad acqua. Clessidra, ossia clepsidra, da kleptòs, rubare, e hydra, acqua. Ogni magistrato, azzardiamo, dovrebbe avere un memento, anche liquido perché no, che nelle liti e nei processi gli rammenti quanto fugaci siamo tutti su questa terra, come tutto scivola via come un rivolo che passa e va. Motivo esistenziale e di buona amministrazione giudiziaria.

 

Temiamo però non sarebbe servito neppure questo.

 

Sanzionato dal CSM, il giudice ha fatto ricorso. Dopo quattro anni, pochi giorni fa la Corte di Cassazione ha confermato tutto. Ha stabilito che in nessun contesto storico, nemmeno in quello pandemico, si può ammettere che alcuno si liberi in ufficio anziché nei bagni. Il magistrato, dice, ha leso la dignità delle persone e pregiudicato la salubrità dei luoghi. Non si è nemmeno ravveduto.

 

E poco conta che le ampolle fossero chiuse, considerato il rischio sempre presente che qualcuno potesse, entrando nella stanza, coglierlo per dir così nell’esercizio delle sue minzioni.

 

Severissima, la Corte ha confermato la pena: decurtazione di due mesi di anzianità.

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Che cosa insegna questa storia? Tante cose.

 

Insegna che anche in tempo di COVID, ed è una novità, c’erano principi non negoziabili. Cose che, seppure non previste in Costituzione come tante altre stupidaggini, non si potevano fare. Lasciare la gente a casa e togliergli lo stipendio sì, emarginarla e deriderla pubblicamente sì, costringerla a tamponi e vaccini sì, restringere le libertà sì. Orinare in una bottiglietta mai. Mai. In nessun contesto storico. Nemmeno sotto le bombe.

 

Insegna che il terrore sparso a piene mani nel fatale triennio ha potuto spingere a imbottigliare l’orina perfino una persona laureata e assurta per concorso al potere più potere che esista in Italia. Ma essendoci state e pendendo ancora cause che riguardano l’obbligo vaccinale, che specie di imparzialità ci si può aspettare da magistrati, e ce ne sono tanti, che si sono dimostrati così permeabili alla paura del contagio? (È una domanda retorica. Sappiamo. Sappiamo)

 

Insegna che se una cosa del genere da qualunque parte l’avesse fatta l’uomo delle pulizie con probabilità sarebbe stato licenziato. Nel nostro caso i magistrati giudicanti hanno decretato la perdita di due mesi di anzianità. Tanto sarebbe valso prendere il nostro sottobraccio e costringerlo a pagare la pizza ai colleghi e ai funzionari. Ci si sarebbero risparmiati 4 anni e non si sarebbe incomodata la Corte di Cassazione, che ha già un bell’arretrato.

 

Insegna che il brocardo promoveatur ut amoveatur è sempre attuale, come tutto ciò che sa di latino. Il giudice si trova oggi in Corte d’appello in una dotta città del Centro-Nord, dove aggiungerà le sue acque, come del resto ogni abitante, a quelle dei fiumi e dei torrenti che l’attraversano.

 

E poi dicono che la giustizia fa acqua.

 

Massimo Zanetti

 

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Immagine di Leandro Neumann Ciuffo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine modificata

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Satira

Flydubai, no ai complotti sull’aereo più pazzo del mondo

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Il 30 settembre scorso su un velivolo della compagnia privata Flydubai è successo il finimondo.   Un pilota del volo 1073 Dubai-Tel Aviv ha cercato di uccidere il comandante e di far precipitare l’aereo con i 174 passeggeri a bordo, per la maggior parte israeliani. Al segnale di allarme si sono levati in volo due caccia dello Stato ebraico, ma grazie all’intervento dei passeggeri è stato ripreso il controllo dell’aereo, che è infine atterrato con procedura di emergenza in Arabia Saudita.   Le notizie date dalla stampa sono state all’apparenza discordanti e addirittura contraddittorie. Le oscillazioni hanno riguardato la nazionalità dei piloti, l’arma dell’aggressore, il significato dei segnali di allarme, i soggetti che hanno raddrizzato l’aereo dopo la picchiata. Ce n’è stato d’avanzo per far gridare al complotto, all’operazione false flag, al canovaccio scucito, e per scatenare le congetture più strampalate. Qualcuno, per colmo d’irriverenza, ci ha perfino fatto sopra un video satirico.

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No. Noi non ci stiamo a questo gioco al massacro.   Si inizia a mettere in discussione la veridicità della stampa, poi quella dei governi, e si arriva al crollo della civiltà. Niente affatto. Noi ci opponiamo. Non ci spareremo sul piede. Noi crediamo che i governi siano poco meno che la voce del Signore, e che la stampa sia sincera come il vino d’uva e immacolata come il primo dei gigli.   In questa vicenda, che ha il solo torto di essere ingarbugliata, dichiariamo che i giornalisti hanno sempre detto il vero. Siamo qui per provarlo. Credano i signori complottisti che non c’è bisogno di scegliere fra una versione e l’altra: basta metterle insieme. E siccome le prime notizie trapelate sono quelle più genuine, ci atterremo a quelle.   Vediamo.   Innanzitutto, è stato dichiarato che nella cabina si era accesa una lite fra un pilota russo e uno ucraino. Poi la nazionalità dei due è diventata emiratina e omanita, infine indiana e omanita.    C’è poco da ridere. È tutto vero. Inizialmente i piloti erano chiaramente un russo e un ucraino. Com’è possibile, si dirà. Possibile, possibilissimo. Si può immaginare quanto alla Flydubai riescano a distinguere fra un russo, un serbo, un ucraino, un bielorusso. Gli slavi sono tutti uguali, recita un motto. E comunque, si tratta di piloti professionisti, no? Qualcuno poteva forse indovinare che avrebbero attaccato briga durante il volo? Sì? E allora diciamo che c’è stata qualche superficialità, o che il diavolo ci ha messo la coda, ma non stiamo a sfregiare la verità con inutili illazioni.   Dunque, è successo questo: l’aereo decolla, si stabilizza, viene inserito il sistema automatico. I piloti si rilassano. Certo, non sono felici l’uno dell’altro, ma cercano di intavolare una conversazione civile ed educata. A un certo momento, però, vien fuori che il russo ha un fratello al fronte, e la che sua compagnia ha catturato un mucchio di nemici a Konstantinovka. Si dà il caso che il cognato dell’ucraino sia proprio fra quelli. Questo, è evidente, non distende gli animi.   Una parola tira l’altra, si accendono i toni, si arriva a qualche parola forte. Uno dei due alza le mani, e qui non può esserci alcun dubbio: è stato il russo, ovviamente, perché c’è un aggressore e un aggredito. Insomma, se le danno di santa ragione, come solo fanno due fratelli che un tempo si sono voluti bene. A un primo maschio scambio di vedute, subentra un momento di pausa: succede sempre nelle risse. Uno dei due apre la cabina e l’altro lo segue. Vanno dall’assistente di volo più anziana, che se li vede davanti sgualciti e tumefatti.   – Io con questo cretino non ci volo – fa uno. – Idem – dice l’altro. – Se andiamo avanti così lo butto fuori dall’aereo. – Provaci. – Ne vuoi un altro po’?   Le assistenti di volo sono ammirevoli. Hanno già individuato fra i passeggeri due piloti fuori servizio, un saudita e un omanita. Fanno sedere il russo al posto 10 e l’ucraino al posto 36, all’estremo opposto. A distanza continueranno per un bel pezzo, a intervalli, ad insultarsi:   – Cretino.  – Imbecille. – Fallito.

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Intanto il saudita e l’omanita sono entrati nella cabina e prendono posto. L’omanita, lo dicono i giornali, è un estremista e sogna da tempo di schiantarsi su Tel Aviv. Ora, la possibilità gli viene servita sul piatto d’argento, ed essendo colto di sorpresa è comprensibilmente agitato. Pure troppo, perché senza neanche volerlo attacca lite con il saudita.   – Quante mogli hai, Mohamed? – chiede per rompere il ghiaccio. – Una. – Io cinque – millanta – con il beneplacito dell’Onnipotente. – Mmm. – Che vuol dire, mmm? Pensi che menta? – No, Hamam, che dici? – Il Misericordioso ti perdoni, tu pensi che io menta!   Il nervosismo fa questi scherzi. Il saudita, che ricordiamolo è fuori servizio, a un bel momento si rompe, toglie le cuffie, apre la cabina e chiama l’assistente di volo anziana.   – Io con questo non ci volo.   Sullo sfondo continuano gli insulti.   – Cretino – dice dal fondo l’ucraino. – Fallito – replica il russo. – Silenzio! – urla voltandosi l’assistente di volo.

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L’omanita, che non vuole perdere l’occasione d’oro, assicura l’assistente che può fare da solo. L’assistente di volo fa tacere pure lui. Tra i passeggeri sta dormendo della grossa un terzo pilota, un indiano mastodontico col turbante.    Svegliato di soprassalto, ancora assonnato accetta di assumere il ruolo di comandante e caracollando come un’oca, piano piano, si avvia verso la cabina. La porta si chiude.   L’omanita è furioso, ma non è minimamente intenzionato a mollare l’osso. Si dimena sul suo posto come un luccio nella rete, tanto che l’indiano pensa che gli scappi di andare in bagno. Invece gli scappa una preghiera, dice, e chiede di appartarsi. L’orario non è quello giusto, ma l’indiano che ne sa. Permesso accordato. La cabina non è una reggia, però lo spazio per inginocchiarsi in qualche modo lo si trova. L’omanita nell’ombra si prepara ad agire.   Si è detto che il primo pilota è stato colpito con un coltello, poi si è parlato di un’accetta. Embè? È successa l’una e l’altra cosa. E’ più che ovvio: l’indiano possedeva un kriss, quei pugnali ondulati di origine malese, diffusi anche in India. Sentiamo già il raglio degli scettici: e come avrebbe fatto un kriss a passare il metal detector? Beata ingenuità. Ma vi pare che un pilota non possa saltare i controlli, solo che lo voglia? Magari l’omanita avrebbe destato qualche diffidenza in più, ma un pilota indiano, obeso, col turbante, fa solo simpatia. Capace pure di esserselo infilato tra le bende, per avere le mani libere con il trolley.   Ritorniamo all’omanita, che inginocchiato vede dunque il kriss fra gli effetti dell’indiano e se ne impossessa avidamente. Poi, siccome a un esame più attento gli sembra una robetta un po’ da parata, scivola verso la parete e stacca l’ascia di emergenza. Striscia alle spalle del comandante e per sicurezza lo colpisce alle spalle con il pugnale e con l’accetta: prima con l’uno e poi con l’altra, come un percussionista sul tamburo.   Il kriss, in effetti non è granché e, come si dice in terra di Lombardia, fa rosina. La cotenna del primo pilota, del resto, è tanto spessa da ricevere solo ferite superficiali, simili a quelle che i tafani fanno sul cuoio delle vacche. Quanto all’ascia, va a centrare la testa dell’indiano, ma è attutita dalle fasce e fasce di cui è composto il turbante. Riportano gli articoli che il comandante inizialmente non avrebbe nemmeno compreso l’accaduto. C’è da crederci. Con quel po’ po’ di fasciatura, i colpi affondano come in un materasso, esasperando il magro omanita.   Alla lunga, però, l’indiano finisce con il provare uno strano dolore alla nuca e si accorge che il secondo pilota lo sta colpendo alla disperata. Reagisce.   A questo punto la scena passa all’esterno.

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La storia racconta che della collutazione si sia accorta, per combinazione, una signora mentre accompagnava la figlia al bagno. Strillano i malpensanti: e le hostess, le hostess dov’erano? Ma vivaddio, una dal russo e l’altra dall’ucraino, no? Fila 10 e fila 36, ricordate? Ben lontane dagli eventi. Il compito delle assistenti di volo non è forse quello di tranquillizzare i passeggeri? Non si esclude che si siano fatte agganciare dal fascino slavo, e stiano facendo un po’ le sciocchine.   Sulle grida della donna una frotta di passeggeri israeliani si porta sull’ingresso della cabina. Un giornale, per spiegare il loro rapido attivarsi, accenna pudicamente al fatto che in Israele si sciroppano tre anni di leva obbligatoria. Ma diciamola tutta: erano di certo dei militari. Un israeliano, in fondo, che ci va a fare a Dubai? Evidentemente gli aerei militari erano tutti pieni, oppure il comando si è imbattuto in un’offerta last minute di Flydubai, e ha deciso di rimpatriare i soldati con un volo di linea. Sarà mica proibito, no?   E così si spiega, malfidenti, perché non ci sia traccia delle due guardie che sempre accompagnano i voli civili con passeggeri israeliani. Si deve credere che non ci fossero affatto, essendo palesemente superflui in quell’aereo carico di soldati in licenza.   Altro finto punto dolente: la porta della cabina era chiusa, ma qualcuno ha detto che era socchiusa, e che si vedevano i due contendenti e tanto sangue. La contraddizione non esiste: si tratta di due momenti diversi.   Torniamo infatti nella cabina. L’indiano sta combattendo valorosamente, ma è grasso, lento e spaventato, mentre l’omanita è smilzo e svelto. Per di più, a forza di botte il turbante gli è scivolato sugli occhi. Bisognoso di soccorso, digita il codice per aprire la porta, mentre il secondo pilota ormai stanchissimo continua a martellarlo senza successo. Il problema è che per consentire l’accesso da fuori, subito dopo il codice qualcuno deve tirare la maniglia.   Qui la fortuna prende il sopravvento contro il povero omanita.   Il primo colpo gobbo è che, accalcandosi i passeggeri contro l’entrata, tra un urto e l’altro la magica combinazione si realizza e la porta si schiude. Dallo spiraglio si vedono i due corpi avvinghiati e il sangue. Voilà, svelato l’arcano della porta chiusa e aperta.   L’omanita, vistosi perduto dinanzi alla folla che irrompe, scivola come un’anguilla e si impadronisce dei comandi quanto basta per buttare l’aereo in picchiata verso il deserto della Giordania. In teoria, come l’aereo perde 4.267 metri di quota in neppure 30 secondi, dovrebbero essere tutti sbalzati sul soffitto. Ma siccome la stampa non ha riportato niente del genere, si deve concludere che nella cabina siano così tanti e talmente pressati da rendere impossibile qualsiasi movimento che non sia un lento slumacare gli uni contro gli altri.   Qui arriva la seconda botta di fortuna. Capita che in prima fila, non impedito da nulla, si trovi a caso un idraulico israeliano, coi suoi bravi tre anni di naja sul groppone. Come molti altri guarda la TV, ma non è questo il dettaglio vincente. Se fosse stato un patito di X Factor, non avrebbe potuto far altro che intonare una canzone, tipo «Fly me to the moon», o «Nel blu dipinto di blu». Se avesse seguito Amici, avrebbe potuto al massimo accennare a un passo di danza. Ma fortuna vuole che l’idraulico guardi regolarmente il programma televisivo Air crash investigation, noto in Italia come «Indagini ad alta quota». Giunta alla ventiquattresima serie, la trasmissione si occupa allegramente di disastri aerei, ricostruendo gli eventi anche con simulazioni sceneggiate.   In questo modo l’idraulico ha imparato tutto e sa tutto. Impugna sicuro la cloche, si destreggia abilmente sul quadrante pieno di lucine e pulsanti, e in men che non si dica raddrizza il velivolo e salva tutti. Già che c’è invia il segnale 7770, emergenza generale, e qui per la verità sbaglia. Quello giusto è 7750, interferenza illecita in cabina. Ma è perdonabile, in fondo è solo un idraulico.   Comunque, un eroe. Incontrando Netanyhau, ancora imbrattato di autentico sangue indiano, si fa sfuggire la frase: «purtroppo non l’abbiamo ucciso». Quanto ci si può ricamare intorno a queste parole. Ma signori, non dimentichiamo che si tratta di un mezzo militare. Spesso i soldati, specie quelli israeliani, ragionano in codice binario: acceso-spento; 1-0; vivo-morto. La figura dell’attentatore, presso l’IDF non si associa al positivo, ma al negativo: l’attentatore per essere tale deve essere morto. Che non lo sia diventato è uno sgarro al manuale di istruzioni. E su questo basta così.

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Si va verso l’epilogo. Fuori dalla cabina si sentono dei borbottii: «Imbecille»; «Cretino»; «Ma vaffa». Sono i piloti russo e ucraino che tornano in scena. Si incuneano fra un corpo e l’altro, scivolano e slittano, e sbaccellano infine davanti ai comandi che non mollano più, scuri in volto, fino all’atterraggio a Tabuk, in Arabia Saudita.   L’omanita viene espulso da una ventina di mani, legato con i cavi di alcuni auricolari e stipato nello sgabuzzino delle scope. Si rotola l’indiano in un angolo e lo si fascia con le bende del turbante.   La polizia saudita ricovera il secondo e arresta il primo. I passeggeri escono illesi o quasi. E tutto finisce per il meglio.   Questa la storia ricostruita senza offesa alla verità, al di là di retropensieri, dubbi e sospetti malevoli. Non era poi così difficile.   Si impari una buona volta a non dubitare dell’attendibilità della stampa.   Avv. Renzo Magalozzi  

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Immagine di Max Benidze via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0  
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Satira

Scomuniche, la grande profondità teologica della TV dei vescovi e del vostro 8 per mille

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TV2000, il canale televisivo della della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) con un servizio giornalistico ci informa, senza nominarli, della situazione dei fedeli della FSSPX.

 

La clip, che immaginiamo sia passata sull’etere, è visibile sullo YouTubo con il titolo «Lefebvriani, le conseguenze della scomunica: ecco cosa significa». Clicchiamo fiduciosi.

 

Compare un tizio barbuto e canuto con una camicia scuro-violacea e delle bretelle a pois.

 

Il giornalista gli porge il microfono episcopale e gli chiede «cosa è la scomunica e perché un cattolico dovrebbe temerla?»

 

Il signore intervistato, un giardino sullo sfondo con un forte sottofondo di grilli che cantano, risponde: «la deve temere perché significa essere fuori dalla comunione con la chieza. Non riguarda solo chi magari compie gesti particolari di rottura, ma anche chi aderisce a questi gesti». L’accento centroitaliano è forte, ma è un’altra informazione che ci colpisce: il tizio è un prete, anzi, deppiù: un teologo della Pontificia Università Lateranense. Confessiamo che quando parla genericamente di «gesti», non sappiamo a cosa si riferisce: il gesto dell’ombrello? Il gesto delle corna? Un beau geste?

 

Non importa: l’importante è capire che dentro allo scomunicone tuchone ci sono dentro anche i fedeli, cosa che non sembra turbare il nostro.

 

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Il denso minutino di intervista antilefebvriana continua: cosa non può fare uno scomunicato?

 

«Non può partescipare alla comunione eugaristiga, per ezempio. Né agli altri sacramenti» ammonisce don Barba, mentre il montaggio manda le immagini della folla oceanica di Econe attraversata dall’infinita processioni di religiosi FSSPX, lasciando ancora in sottofondo, per qualche ragione, i grilli. «Ciò che invece deve fare è più importante: cioè deve convertirsi, deve cercare un gammino di riconciliaziòne con la comunità». Eccerto.

 

«Con lo scisma lefebvriano quindi il rischio c’è non solo per i vescovi ma anche per i fedeli laici» chiede l’invisibile giornalista con una domanda che sgorga spontaneissima, neanche un po’ programmata per terrorizare lo spettatore con tendenze tradizioniste.

 

Il rischio, dice don bretella, è «per chi aderisce, ovviamende convindamende, poi nella coscienza dell persone penzo che non può andare nessuno, nemmeno il Sant’Uffizio». È un’ammissione oscura che non sappiam bene come prendere.

 

«Però nel momendo in cui si aderisce, e si sa, consapevolmente, a una comunidà che si sa fuori della Chiesa cattolica, si aderisce e si è sco-municati» continua don camicia, senza metterci troppo significato, ma con la manina che a questo punto va su è giù.

 

Infine arriva la perla.

 

Scorrono i filmati della potente cerimonia ad Econe. «La gente è affascinata dalla ricchezza, dalla solennità delle liturgia dei tradizionalisti» attacca il giornalista. «Lei guardando le immagini cosa ha pensato?».

 

«Ho pensato che… pure è un po’ colpa nostra» risponde il teologo scomunicatore. «Perché forse abbiamo troppo banalizzato la celebrazione… la celebrazione è divendada un momendo quasi insomma di volemose bene.. di ztare insième bbène eccètera».

 

La microintervista scomunicatrice finisce così, alla grandissima, con la rivelazione che la Chiesa non vuole più il volemose bene almeno non con i lefebvriani, mentre con l’arcivescovessa canterburina, i transessuali di Ostia, i maomettani e i gommonauti afrolampedusani tutti dobbiamo volerse bbèene, e tantissimo.

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Occhei. Solo un dettaglia da specificare al lettore: TV2000 è finanziata in modo significativo attraverso i fondi dell’8 per mille destinati alla Chiesa Cattolica.

 

La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) destina annualmente una quota del gettito totale dell’8 per mille alla gestione dei propri mezzi di comunicazione sociale, raggruppati sotto la società Rete Blu S.p.A. Questo budget serve a coprire i costi di produzione e trasmissione di TV2000, del circuito Radio InBlu e dell’agenzia di stampa Agenzia SIR. Accanto a questi fondi ecclesiastici, il canale si sostiene anche attraverso la normale raccolta pubblicitaria commercializzata sulla propria rete.

 

Cioè, si prendono le vostre tasse (magari facendo spot pietosi in cui si vedono i preti che aiutano i poveri, i drogati, etc.) e poi si fanno un canale dove c’è pure la réclame, oltre che il terrorismo conciliare.

 

Come per dire: se non lo avete ancora fatto, dismettete da subito il vostro 8 per 1000 alla Chiesa cattolica. Con la certezza che prima o poi, visto che è quello che solamente gli interessa (assieme all’IMU e alle scuole paritarie: i veri temi che infiammano la chiesa italiana, non l’aborto, la provetta, l’eutanasia) lanceranno, immaginiamo, anche uno scomunicone per i renitenti alla kirchensteuer italica.

 

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Arte

Sorrentino, Mattarella, eutanasia, Pulcinella

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Qualche settimana fa il celebre regista Paolo Sorrentino ha fatto discutere con una dichiarazione sconcertante. Il presidente della nostra amata Repubblica riceveva i rappresentanti del mondo dello spettacolo. Una certa enfasi è stata data all’occasione, quasi a sfiorare l’avvenimento, che in realtà si ripete tutti gli anni. Fra le prerogative del presidente della Repubblica c’è anche quella di intrattenersi semel in anno con le categorie più popolari, come gli sportivi e appunto cantanti attori registi, ricevendo ossequio e porgendo belle parole di sostegno e conforto.   Da qualche tempo il presidente è molto presente: va in tram, dove raccoglie orsacchiotti, fa selfie con influencer truccatissime o con rapper affetti da sigmatismo. Si porge come un buon nonno, il nonno degli italiani, quasi a suggerire che all’età avanzata sia connaturata la bontà e la saggezza. E con ciò lancia un assist anche in favore della terza età.   Come che sia, alla cerimonia non poteva mancare il Paolo Sorrentino, il premio Oscar osannato per aver mostrato, sessant’anni dopo La dolce vita, che il Bel Paese è una latrina e Roma è la sua cloaca: cosa che dal XVI secolo piace sempre ai protestanti, maxime agli anglosassoni. Paolo Sorrentino, che da sempre irride la religione cattolica, il papa, i santi, la fede, l’Italia. Paolo Sorrentino, che sputa nel piatto ma con eleganza, apparecchiando inquadrature impeccabili per accompagnare l’ovvio che piace.

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L’opera dell’artista napoletano, ci pare, incarna un poco lo spirito di Pulcinella, che ride fingendo di piangere, lancia frizzi, si piega all’andazzo sia pure con una qualche sprezzatura e tira alla pagnotta. Un Pulcinella moderno, raffinato; un Pulcinella con gli scopettoni.   E così, prendendo la parola nel consesso, il Sorrentino Paolo se ne è uscito con una denuncia, come si diceva, sconcertante e anche imbarazzante: «se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti, presidente, vivremmo gioiosi e pacifici. Ma purtroppo» ha aggiunto sospirando «ci sono anche gli altri».   Ohibò, ci venne fatto di pensare, ma che corbelleria è mai questa?   Posto che si possano con un battito di mani eliminare tutti quelli che non sono il presidente e artisti, come andrebbe dal punto vista materiale e, si perdoni la volgarità, economico? Il presidente è certamente benestante, è un buon nonno che non si accontenterebbe di dare i soldini per il gelato. Ma vogliamo credere che davvero abbia la possibilità finanziaria e perché no, la voglia di comprare e ascoltare tutti i dischi, andare a tutti gli spettacoli, comprare tutti i biglietti per vedere tutti i film, e insomma mantenere da solo l’industria discografica, teatrale e cinematografica italiana? Tra l’altro, il nonno degli italiani tiene una certa età. Non so lui – ci diceva un amico – ma mio nonno a una cert’ora voleva andarsene a dormire, altro che film, concerti e teatro.   Se ci fossero al mondo solo gli artisti e Mattarella, come camperebbero i cantanti, gli attori, i registi, e Paolo Sorrentino, quindi?   E poi, la noia. Dopo un’ora di sorrisi, esaurite le poesie da declamare e stancati i saltimbanchi, cantata in coro per l’ultima volta Io e te da soli di Mina, probabilmente il presidente e la torma di artisti finirebbero per essere un poco tediati l’uno degli altri. Al primo languorino di pancia, c’è da scommettere che qualcuno tra i meno abbienti inizierebbe a preoccuparsi, a palesare inquietudine, a guardarsi intorno in cerca degli «altri», cioè l’invisa plebe che gli dava da mangiare, bere e vestir panni.   E ancora: pacifici de che? Tutti sanno che il mondo dello spettacolo è un verminaio, dove ci si fa la forca l’un l’altro. Invidie, rancori, rivalse e vendette sono all’ordine del giorno. I sorrisi sono in genere fatti da denti che mordono, la mano che si tende al collega in favore di pubblico nasconde spesso una lametta sul palmo. Di che parliamo?   E quanto al presidente, egli è uomo di pace ma ha dimostrato di saper fare anche la guerra. Sorrentino è nato, apprendiamo, nel 1970. Nel 1999, quando Mattarella era ministro degli esteri, era già ventinovenne. Forse il successo è una seconda nascita che cancella il passato. E siccome Sorrentino è nato alla gloria nel 2013, con La grande bellezza, e Mattarella è stato eletto nel 2015, è possibile che il regista tenda a far coincidere i ricordi e la felicità con il mandato del presidente.   Va bene, concludemmo provvisoriamente: una pulcinellata. È stata solo un’innocente esagerazione per compiacere l’illustre ospite, il quale deve aver sorriso come si sorride ai poeti che la sballano grossa.   Il punto è che Sorrentino ha da poco girato un film, La grazia.

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La pellicola gira intorno all’eutanasia, e non certo per biasimarla. C’è infatti un presidente cattolico, la cui fede è però un impiccio e non fa che renderlo irresoluto per due ore e mezza. C’è un papa amico del presidente, guarda un po’, che lo conferma non nella fede ma nel dubbio. C’è una grazia – non una Grazia – da concedere. C’è una donna che ha ucciso il marito violento, e che è convinta di aver agito per il suo bene, liberandolo dalla sua ossessione. C’è un uomo che, sempre per compassione, ha soppresso la moglie malata di Alzheimer.   Sullo sfondo, c’è il dibattito parlamentare sull’eutanasia, che tira per le lunghe perché siamo un Paese riluttante, corrotto e ignorante. Per non far mancare nulla, come un’oliva nel Martini, si parla anche di corna e di omosessualità.   Il film titilla un po’ tutti i recettori pseudo-intellettuali dell’ominide contemporaneo. Dovunque vada a toccare è certo di suscitare un muggito di approvazione. L’ispirazione per il soggetto, lo ha spiegato Sorrentino, è venuta dalla grazia accordata proprio dal presidente Mattarella nel 2019 a un uomo condannato, appunto, per aver ucciso la moglie con il morbo di Alzheimer.   Apprendiamo oggi che l’opera ha sbancato i Nastri d’argento. Oltre cento giornalisti le hanno conferito i premi per il miglior film, la migliore regia, la migliore sceneggiatura, il migliore attore protagonista, la migliore attrice protagonista, la migliore attrice non protagonista, la fotografia e il sonoro.   Tutto si tiene, nel festino della Necrocultura, tutto fa l’occhiolino a tutto. Otto festosi Nastri d’argento cadono, come stelle filanti, sulla pellicola.   Apriamo a caso Ennio Flaiano – che sceneggiò La dolce vita, quella vera – e leggiamo: «Pulcinella quando protesta ruba un piatto di maccheroni».   Avv. Renzo Magalozzi

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Immagine di Paolo Benegiamo via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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