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Gorilla positivi al COVID. Come la tigre, la papaya e la Coca-cola

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Diversi gorilla dello zoo safari di San Diego sono risultati positivi al coronavirus, manifestano – riferiscono le cronache – perfino alcuni sintomi della malattia. Si tratterebbe del primo caso di contagio in primati in cattività.

 

La direttrice esecutiva del parco, Lisa Peterson, ha detto lunedì all’Associated Press che si ritiene che otto gorilla che vivono insieme nel parco abbiano il virus e che molti abbiano addirittura tossito. Gavin Newsom, il non amatissimo governatore della California, ha confermato nel suo briefing di lunedì che almeno due gorilla erano risultati positivi mentre tre erano sintomatici.

 

La notizia è di per sé una bomba: abbiamo quindi anche i gorilla asintomatici

La notizia fornita dal governatore democratico (figlio di colui che portò i soldi di Getty ai rapitori calabresi del nipote) è di per sé una bomba: abbiamo quindi anche i gorilla asintomatici, un tema di cui bisogna discutere subito, i TG si attrezzino quanto prima con immagini di repertorio, la RAI mandi subito gli inviati in California.

 

Sentiamo già dire a qualcuno: Harambe, il gorillone fucilato seduta stante qualche anno fa perché si era preso un ragazzino caduto nella gabbia, in realtà non è morto per le pallottole. Harambe è morto di COVID.

 

Harambe è morto di COVID

Il contagio interspecifico  è stata a lungo un’area di preoccupazione per il COVID-19, che secondo l’ente per le epidemie americano CDC probabilmente ha avuto origine da un pipistrello – conoscete di certo la narrativa principale che da una certa coinvolgeva anche il pangolino, poi derubricato dalle colpe – Revenge of the Pangolins, titolò il New York Times – ma rimasto nell’immaginazione e nel cuore di tutti noi.

 

È la teoria dello spillover, il «traboccamento» del virus da una specia all’altra, resa notissima anche dal bel libro (intitolato sibillinamente Spillover), best seller 2020, che tentava di spiegare le dinamiche delle pandemie e, tra una cena cinese di ratto cinese e un giro in grotta cinese tra le cacche di chirottero cinese, forniva molti elementi che oggi suonan come profetici.

 

Il virus sembrerebbe avere una predilezione per i grandi felini: del resto il 2020, oltre che del Coronavirus, è stato l’anno di Tiger King

Il Pipistrello a ferro di cavallo non vive a Wuhan ma migliaia di chilometri più a Sud, tuttavia a Wuhan c’è l’unico laboratorio di massima sicurezza BSL-4 per lo studio dei patogeni, che stava studiando proprio il virus SARS da pipistrello ed era stato oggetto di controversia proprio per questo (chi se lo ricorda il servizio di TG3 Leonardo), tuttavia se provate anche solo con il pensiero ad unire i puntini siete dei complottisti da Black list immediata.

 

La storia degli animali infettati aveva preso piede in primavera 2020 con cani e gatti giapponesi e di Hong Kong contagiati, con casi anche negli USA; c’è poi la storia della gatta di uno dei primi testimoni diretti del lockdown di Wuhan, l’inglese Connor  Reed; la gatta cinese si ammalò di un qualche male contestualmente al padroncino britannico, il quale è stato trovato morto nella sua università in Galles poche settimane fa: l’ipotesi è suicidio.

 

In realtà, non è chiaro quali animali possano essere infettati, tuttavia il virus sembrerebbe avere una predilezione per i grandi felini. Una tigre malese di quattro anni di nome Nadia è risultata positiva allo zoo del Bronx a New York ad aprile e, poco dopo, anche altre tre tigri e tre leoni allo zoo sono risultate positive. Bashir, una tigre malese di 11 anni allo zoo di Knoxville nel Tennessee, è risultata positiva al coronavirus in ottobre ed è entrata in quarantena con le tigri malesi Arya, 6 anni, e Tanvir, 11 anni, che mostravano anche tosse lieve, letargia e un diminuzione dell’appetito. Il mese scorso, NeeCee, un leopardo delle nevi di cinque anni allo zoo di Louisville nel Kentucky, è risultato positivo .

Renovatio 21 non è convinta del tutto che si tratti di una novità, in quanto assai probabile che nei posti di vertice vi siano ora scimpanzé, orango-tanghi, lemuri, mandrilli, tarsi spettro, macachi, cebi, cercopitechi

 

Il lettore non si stupisca: il 2020, oltre che del Coronavirus, è stato l’anno di Tiger King.

 

Rimane nella memoria in caso della Tanzania, dove il  presidente John Magufuli rese noto che, in seguito agli esami effettuati, una capra, una quaglia e una papaya erano  risultati positivi al nuovo coronavirus.

 

Lo scorso dicembre Michael Schnedlitz, un membro del Parlamento Austriaco affiliato al partito FPÖ, aveva dichiarato che anche un test eseguito sulla Coca -Cola aveva dato esito di positività al Coviddo. L’onorevole è stato sommerso da diecine di fact-checker e sbufalatori di professione che tentano di zittirlo sommergendolo di pagine internet e di bollini sui social.

 

Vale la pena di ricordare, tuttavia, che l’onorevole fece il test al povero analcolico moro proprio durante il suo veemente discorso davanti al Nationalrat, che non è un «ratto nazionale» (che sarebbe di per sé sospetto di contagiosità), ma il Parlamento di Vienna.

 

 

Si preannuncia insomma una grande crisi pandemica anche per il pianeta delle scimmie.

 

Davvero non è difficile vedere che oggi, a livello globale, al potere ci sono degli animali.

Tuttavia, Renovatio 21 non è convinta del tutto che si tratti di una novità, in quanto assai probabile, vedendo la risposta alla pandemia, che nei posti di vertice vi siano scimpanzé, orango-tanghi, lemuri, mandrilli, tarsi spettro, macachi, cebi, cercopitechi.

 

Davvero non è difficile vedere che oggi, a livello globale, al potere ci sono degli animali.

 

 

 

 

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Il Sudafrica lancia i bidoni della spazzatura anti-babbuino, una bestia aggressiva sino all’insopportabile

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I primi 2.200 dei 6.000 contenitori per rifiuti a prova di babbuino, muniti di serratura, dovrebbero arrivare nelle zone prioritarie della penisola del Capo in Sudafrica a partire da metà settembre 2026. Un progetto di recinzione nella zona settentrionale resta in attesa delle ultime approvazioni ambientali e amministrative.

 

Il Cape Peninsula Baboon Management Joint Task Team (CPBMJTT), composto da SANParks, CapeNature e dalla Città del Capo, ha spiegato che l’intervento si concentrerà per prima cosa sulle aree in cui sono state segnalate con maggiore frequenza attività di babbuini e conflitti con i residenti.

 

Le prime zone a ricevere i nuovi cestini saranno Plateau Road, Castle Rock, Heron Park, Murdoch Valley South, De Oude Weg, Da Gama, Capri, Welcome Glen, Scarborough, Tokai East e Fir Grove. Simon’s Town è esclusa dalla fase iniziale di distribuzione perché i cestini di Seaforth e Waterfall sono destinati al trasferimento nel futuro Centro per la fauna selvatica urbana. Sono inoltre in corso i preparativi per una recinzione di confine settentrionale che si estenderà da Zwaanswyk a sud fino a Constantia Nek.

 

Secondo il CPBMJTT, i lavori dovrebbero partire a fine settembre, una volta completate le verifiche ambientali e ottenute le approvazioni amministrative. Il gruppo di lavoro ha precisato che la recinzione ha lo scopo di impedire ai babbuini di entrare nelle aree urbane e nei terreni agricoli della parte settentrionale della penisola, assicurando al contempo l’habitat per circa 250 babbuini.

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È stato firmato un protocollo d’intesa tra sette proprietari di aziende vinicole confinanti con il Parco Nazionale di Table Mountain nella valle di Constantia, la Cape Baboon Partnership e la città. L’accordo definisce le responsabilità condivise per la costruzione, la manutenzione e la gestione a lungo termine della recinzione. I proprietari terrieri e la Cape Baboon Partnership si divideranno i costi di costruzione e ammodernamento, mentre la città si è impegnata a versare un contributo una tantum di 10 milioni di rand.

 

Il CPBMJTT ha dichiarato che la costruzione dovrebbe durare circa sei mesi, se tutto procede secondo i piani. Una volta completata la recinzione, i ranger incoraggeranno le truppe CT1 e CT2 a dirigersi verso il versante montuoso e continueranno a monitorare le truppe e a pattugliare la recinzione.

 

La recinzione fa parte del Piano strategico di gestione dei babbuini della penisola del Capo, già approvato, e ha lo scopo di creare un confine più netto tra il Parco nazionale di Table Mountain e le proprietà agricole e residenziali limitrofe. La Cape Baboon Partnership ha nominato un responsabile del santuario di grande esperienza; negli ultimi due mesi le parti interessate, i gruppi ambientalisti, i rappresentanti della comunità e i residenti hanno visitato il sito.

 

Il 21 agosto si è concluso un progetto di ricerca dell’Università di Swansea che ha coinvolto il gruppo di babbuini Da Gama. Lo studio ha testato approcci non invasivi basati su stimoli olfattivi, uditivi e visivi per esaminare la reazione dei babbuini a rischi simulati. I collari utilizzati durante la ricerca, progettati per sganciarsi automaticamente, sono stati ora raccolti. L’analisi dei dati è in corso e i risultati saranno resi pubblici al termine dello studio.

 

I babbuini sono tra i primati più studiati per i loro comportamenti sociali complessi, e l’aggressività gioca un ruolo centrale nella loro organizzazione di gruppo. Vivono in truppe gerarchiche che possono contare da poche decine fino a oltre cento individui, e all’interno di questa struttura la competizione per il rango, il cibo e l’accesso alle femmine genera episodi di aggressività frequenti e spesso ritualizzati.

 

Nei maschi l’aggressività è particolarmente marcata: sono generalmente più grandi delle femmine, dotati di canini lunghi e affilati che usano sia per dimostrazioni di minaccia sia in combattimenti reali. Le lotte per la dominanza sono comuni soprattutto quando un maschio giovane cerca di scalzare un individuo di rango più alto, oppure quando maschi provenienti da altre truppe tentano di inserirsi in un gruppo. Questi scontri possono includere morsi, inseguimenti e vocalizzazioni intense, e occasionalmente provocano ferite serie.

 

Anche le femmine mostrano aggressività, ma tende a essere più legata alla difesa della prole, alla competizione tra parenti per le risorse e al mantenimento delle gerarchie matrilineari, che nei babbuini sono generalmente stabili e trasmesse di madre in figlia.

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Un aspetto interessante, dicono gli etologi, è che l’aggressività nei babbuini non sarebbe solo distruttiva: servirebbe anche a mantenere l’ordine sociale, a stabilire chi ha accesso prioritario alle risorse e a ridurre conflitti prolungati attraverso segnali di sottomissione chiari (come lo sguardo abbassato o l’esposizione del posteriore). I comportamenti di riconciliazione dopo un conflitto, come il grooming reciproco (lo «spulciamento»), sono ben documentati e aiutano a ristabilire i legami sociali, garantiscono gli studiosissimi.

 

Eccerto: come per le orche, lasciamo pure che le bestie siano violente, è per il loro bene, anzi la loro società armoniosa abbisogna di botte e sangue. Fidatevi degli esperti.

 

Va sottolineato che i babbuini mostrano aggressività verso l’uomo, specialmente in aree dove sono abituati alla presenza umana e associano le persone al cibo: in alcune zone dell’Africa questo ha portato a episodi di babbuini che rubano cibo aggressivamente da turisti o abitazioni.

 

Il direttore di Renovatio 21 anni fa, nei pressi delle cascate dello Zambesi a Livingstone, laddove confinano le vecchie Rhodesie (oggi Zambia e Zimbabwe) fu gravemente minacciato da un babbuino, infastidito dal fatto di essere stato seguito qualche metro per scattare una foto. Il direttore, allarmato dalla brutale scontrosità dell’animale, arrivò a scusarsi con esso, tuttavia oggi se ne pente moltissimo.

 

I rognosi primati hanno creato in loco problemi ben peggiori. Da quelle parti si racconta la storia, che non siamo stati in grado di verificare, di una torma di babbuini che si è avventata ad un buffet per un evento ufficiale in un resort della zona. Un politico, forse un ministro, impaurito dal caotico attacco delle scimmie malefiche, sarebbe quindi finito in piscina, e non è detto che sapeva nuotare. Tratto in salvo dal personale, il funzionario dello Stato africano, fradicio ed incazzatissimo, avrebbe ordinato la fucilazione delle orrende bestie scroccone.

 

Non sappiamo se l’aneddoto sia completamente inventato, ma negli anni lo abbiamo udito, e ritenuto – conoscendo la natura babbuinica e quella della politica umana locale – abbastanza credibile.

 

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Lontra aggredisce brutalmente donna che nuotava nel lago

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Una normale nuotata mattutina nel lago Tahoe si è trasformata in un’esperienza traumatica per una donna a Reno, in Nevada, dopo l’attacco proditorio di una lontra ai danni dell’umana.   Domenica 30 agosto la signora Lynnette Bellin è stata assalita sott’acqua da una lontra mentre nuotava vicino a Hidden Beach a Incline Village. Il malvagio animale le ha improvvisamente afferrato una gamba e l’ha trascinata sott’acqua, ha raccontato al Reno Gazette Journal.   Di conseguenza Bellin ha riportato tagli su viso, braccia e gambe, che hanno richiesto 22 punti di sutura e una vaccinazione antirabbica.   «All’inizio ho pensato che fosse qualcuno che mi tirava, perché la stretta era fortissima», ha dichiarato Bellin al Gazette Journal. «Non avevo visto nessun altro nuotare là fuori, quindi non ero sicura», ha detto la vittima della violenza mustelide. «E poi ho sentito i denti e gli artigli, ed è stato implacabile».   La signora è poi voltata e ha visto la perfida lontra, che la stavascelleratamente mordendo e graffiando. Mentre l’attacco proseguiva, la Bellin ha cercato di raggiungere un gruppo di rocce lì vicino e è arrivata persino a scaraventare via l’orrenda bestia.  

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Nonostante avesse gridato aiuto, nessuno rispose. Ciononostante, è riuscita a uscire dall’acqua aggrappandosi a un gruppo di rocce. Una volta tornata in spiaggia, la Bellin ha visto la lontra che girava intorno alla zona e si è recata autonomamente all’ospedale.   Le foto delle ferite di Bellin scattate dopo la brutale aggressione mostrano il sangue che le colava sul viso, sul braccio e sulla mano sinistra. Nuotava in quella zona da luglio ed è un’istruttrice di nuoto professionista, purtuttavia dice di non aver mai veduto nulla di simile a quanto accaduto nel lago Tahoe.   La polizia brancola nel buio. L’ufficio dello sceriffo della contea di Washoe, intervenuto sul luogo dell’incidente, ha cercato l’animale il 30 agosto, ma non è riuscito a trovarlo, ha riferito il Dipartimento della fauna selvatica del Nevada al Gazette Journal. Il mustelide natante è quindi latitante. Un mostro acquatico in libertà è quello che i cittadini vogliono sentirsi dire tutte le mattine.   In zona e più estesamente negli USA sono stati segnalati ulteriori attacchi. Secondo quanto riportato da South Tahoe Now, il signor Bob Daly stava nuotando a Pope Beach il 9 agosto quando è stato attaccato da una lontra, che gli ha provocato otto morsi e graffi sanguinanti.   Il mese scorso si è verificato un attacco di lontra ad Anchorage, in Alaska, come riportato dall’emittente KTU .   Gli attacchi delle lontre possono essere pericolosi, ma nella maggior parte dei casi sono rari. Secondo l’ Otter Specialist Group («Gruppo specialisti di lontre»), che ha condotto un’indagine sugli attacchi delle lontre nel 2011, dal 1875 sono stati documentati solo 39 casi.   Le lontre nordamericane erano le più frequentemente coinvolte negli attacchi. Il maggior numero di attacchi è stato documentato in Florida.   Attacchi di lontre sono stati segnalati anche in Columbia Britannica, California, Georgia, Iowa, Massachusetts, Montana, New Hampshire, New York, Oregon, Vermont, Virginia, Washington e Wisconsin.   I lettori di Renovatio 21 conoscono il caso efferato della lontra ladra di surf che incrocia nella zona di Santa Cruz, California. L’animale acquatico agisce con una pervicacia e sfacciataggine al limite del tollerabile avvicinando i surfisti per rubare loro le tavole.  

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Come riportato da Renovatio 21, la nequizia lontresca è proseguita anche di recente, con la belva criminale a far scrivere i giornali anche a fine 2025, quando ha morso vilmente il piede di un surfista per poi sottrargli la tavola, che ha tenuto con sé per 20 minuti, per poi desistere all’arrivo dei soccorsi.   A questo punto non ci resta vorremmo, come l’altra volta, condividere un video YouTube che tratta della preparazione di piatti a base di carne di lontra, il cui sapore, dicono, non è dissimile da quello del maiale arrosto. Non lo facciamo ed avvertiamo i lettori che lo facciamo solo a scopo educativo, e di satira: la lontra (Lutra lutra) è una specie rigorosamente protetta in Italia da leggi nazionali e internazionali. La legge italiana 157 del 1992 inserisce la lontra tra le specie particolarmente protette. La Direttiva europea Habitat 92/43/CEE tutela la specie imponendo una protezione rigorosa e la creazione di zone speciali di conservazione.   In pratica, picchia e ruba ma è protetta dallo Stato italiano e dal Superstato europeo. Chi ci ricorda?    

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I migranti di Ceuta picchiano a morte un cucciolo di delfino: la mente progressista in cortocircuito

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Dalla Ceuta invasa dai nordafricani arrivano immagini in grado di stimolare il raccapriccio persino tra goscisti ed immigrazionisti. Un tabù enorme è stato toccato, anzi forse due: la violenza contro i cetacei e pure quella contro i cuccioli di animale.

 

Le immagini hanno fatto il giro del mondo in un battibaleno: un gruppo di migranti è stato accusato di aver estratto dal mare un cucciolo di delfino per poi ucciderlo a bastonate

 

Come riportato dal quotidiano locale El Faro de Ceuta, mercoledì un piccolo di tursiope era stato notato mentre nuotava in prossimità della riva, sulla spiaggia di El Trampolin, prima che alcuni uomini lo tirassero fuori dall’acqua; uno di loro avrebbe colpito l’animale alla testa con un bastone, provocandone la morte.

 

Un addetto alla sorveglianza della spiaggia sarebbe intervenuto per fermare il gruppo, intimando di non toccare il delfino e di avvisare i servizi preposti alla tutela della fauna selvatica. Gli uomini avrebbero quindi provato a rimettere l’animale in mare, ma a quel punto sembrava già privo di vita.

 

Il blogger di Ceuta Juan Ruiz ha ripreso con la videocamera alcuni membri del gruppo mentre si avvicinavano sollevando il delfino come se fosse un trofeo. «Non potete prenderlo, è un delfino, non si mangia!», ha gridato Ruiz, chiedendo poi con insistenza chi fosse stato a ucciderlo.

 

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Di fronte all’affermazione di alcuni presenti secondo cui l’animale sarebbe morto già in acqua, Ruiz ha replicato con tono sarcastico: «Certo, è morto in acqua da solo, no?».

 

L’associazione ambientalista locale DAUBMA ha sporto denuncia presso le forze dell’ordine spagnole, sollecitando le autorità ad aprire un’indagine sull’accaduto e a individuare i responsabili.

 

La diffusione del video ha scatenato una vasta ondata di sdegno sui social media del mondo intero, con numerosi utenti spagnoli che invocavano procedimenti penali nei confronti dei responsabili e la loro espulsione dal territorio nazionale. Questa reazione si è inserita in un clima già segnato da un più ampio sentimento anti-immigrazione a Ceuta, città in cui i residenti avevano già manifestato pubblicamente chiedendo espulsioni e scandendo cori come «Fuori gli invasori».

 

Le immagini sono davvero difficili da guardare: il povero cucciolo di delfino privo di vita mentre viene portato da un gruppo di nordafricani sghignazzanti. Dobbiamo dire che Renovatio 21 aveva già veduto immagini simili: in un lago belga, alcuni ragazzini immigrati avevano catturato un grosso pesce, e tra risate e cachinni lo avevano portato in giro a mo’ di trofeo e gettato per uno scivolo acquatico, non si sa sé ancora vivo o già morto. Il video su YouTube o X non si trova più, perché – pensate un po’ – violave le linee guida di entrambe le piattaforme contro la diffusione e la promozione di contenuti legati al maltrattamento degli animali. Tuttavia se volete dare un’occhiata una testa fiamminga ancora lo mostra.

 

Il cortocircuito della mente progressista, davanti all’immagine di abuso del cetaceo, vacilla. Quindi, la storia degli abusi sugli animali perpetrati dagli immigrati – come diceva durante la campagna elettorale 2024 Donaldo TrumpThey’re eating the dogs / They’re eating the cats / They’re eating the pets») raccogliendo le testimonianze in Ohia e in altre varie aree USA, e come sanno tanti italiani che osservano parchi e zone di verde della loro città – è vera, e a questo punto incontrovertibile.

 

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La metafisica piddina va in cortocircuito: è possibile tenere insieme l’agenda ecologica (con le sue vacche sacre, pardon, cetacei sacri) con quella immigrazionista? Il marocchino che se la ride mentre espone il cadavere del cucciolo di tursiope lo nega per sempre.

 

Il cittadino sincero-democratico e progressista precipita nel vuoto, se si mette a pensare alla probabile dinamica dell’accaduto: il piccolo di delfino si allontana dalla sua mamma perché, birbante, voleva giocare con gli uomini che vedeva sguazzare poco più in là nella spiaggia… essi magari lo hanno pure attirato. Per poi massacrarlo senza nessuna pietà, con una violenza contro i cuccioli che non possiamo dire sia naturale – tutti prima o poi lo abbiamo pensato: le forme «carine», occhi grandi, musetti tondi, che hanno i piccoli di ogni specie servono proprio a depotenziare l’aggressività delle belve adulte.

 

Si tratta del Kindchenschema formulato per la prima volta dall’etologo premio Nobel Konrad Lorenz nel 1943, che descriveva un insieme di caratteristiche fisiche tipiche dei cuccioli — sia umani che animali — che attivano una risposta biologica automatica negli adulti che comprende la stimolazione immediata dell’istinto di cura parentale e protezione. Chi ha mai visto un gattino piccolo sa di cosa parliamo. Pure guardando queste immagini del cucciolo di delfino morto tale reazione senz’altro si attiva. Da qui il cortocircuito ancora più poderoso.

 

A questo punto ammettiamo pure che anche Renovatio 21 ha qualche difficoltà. Chi ci segue conosce la nostra indomita battaglia contro la specie cetacea, i suoi comportamenti osceni, e i suoi privilegi: delfini e orche sono armi totemiche dell’ecofascismo antiumanista, quello per cui l’uomo può pure morire sacrificato all’idolatria del mammifero pisciforme, come insegna il caso della teppa orcina che incrocia al largo di Gibilterra, che non è tanto lontana da Ceuta, in effetti.

 

Al contempo, riteniamo, con ancora più evidenza sulla nostra vita quotidiana, che anche l’immigrato sia un’arma, sparata con milioni di cartucce umane, contro l’Europa e la Civiltà, cioè contro di noi. Un ordigno sociogeopolitico (la definisce così l’accademico statunitense Kelly M. Greenhill nel suo libro Armi di migrazione di massa) , concetto storico-politico ben noto agli studiosi del fenomeno e ai suoi praticanti – un tempo, Muhammar Gheddafi (che negoziò con la fine della tratta umana mediterranea la fine dell’embargo antilibico, per poi essere tradito e travolto sino ad essere impalato), poi Receps Erdogan (che ottenne, sempre dalla UE, 5 miliardi per tenersi gli immigrati della grande ondata del 2015, quella del bambino curdo Aylan fotografato morto sulla spiaggia) ora con probabilità il Regno del Marocco con i suoi probabili fiancheggiatori israeloamericani.

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Gli immigrati, abbiamo ripetuto su questo sito tante volte, sono lo strumento di un piano per distruggere non solo il vostro benessere e la vostra incolumità biologica, ma lo stesso sistema morale cristiano, come perfettamente enunciato dal conte Coudenohove-Kalergi. Essi servono ad attivare nelle nostre città quello che chiamiamo anarco-tirannia, un sistema dove il cittadino è oppresso non solo dalla violenza barbarica randomatica dell’immigrato, ma pure dallo Stato divenuto impossibilmente esoso e incredibilmente repressivo, totalitario davvero, verso il contribuente autoctono – il green pass serva da esempio, e aspettate di vedere cosa vi farà l’euro digitale, o anche solo con l’ID digitale UE – mentre l’immigrato è lasciato libero di gozzovigliare tranquillo e sanguinario in quella che le rivolte inglesi di questi anni hanno chiamato «two tier society», società a due livelli. Privilegio e tolleranza per il migrante, repressione totale poliziesca e giudiziaria per l’autoctono.

 

Ora, il gioco della torre immigrati contro cetacei davvero non ce l’aspettavamo, per cui non fateci decidere. Si tratta di due maschere della Necrocultura, due idoli osceni del mondo moderno, due progetti pensati per distruggere le vostre vite.

 

Poi, va bene, il solito disgustoso paradosso persiste: alcuni protestano per il delfinino morto, ma per le ragazzine sistematicamente stuprate dagli immigrati (come a Ceuta…) non una parola. Come niente da dire per i milioni di bambini abortiti, cui si aggiungono, in questi giorni, i bimbi strangolati dalle loro madri, che le femministe americane vogliono libere.

 

Le torme a sostegno della figlicida Lindsay Clancy sotto processo (e delle sue emulatrici, già all’opera) sono le stesse majorette dell’immigrazione di massa, e che dicono che la «grande sostituzione» non esiste, è solo un mito inventato dalla destra xenofoba e razzista e pure antiabortista.

 

Dispiace doverlo comunicare alle femministe ed ai femministi: grazie al vostro impegno perverso, sarete sostituiti, pure voi, da eserciti di abusatori di delfini.

 

E ci rendiamo conto che – rileggiamola – quest’ultima frase pare pure surrealismo, fantascienza, teatro dell’assurdo.

 

Invece è l’amara realtà. Per noi tutti, per voi e i vostri amici pinnati.

 

Roberto Dal Bosco

 

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