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Storia di Gladio: la nascita

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Reinarhd Gehlen (1902-1979) racconta nel suo libro di memorie Der Dienst della nascita dell’organizzazione che porterà il suo nome e che farà da apripista in Europa alla strategia Stay Behind della NATO:

 

«All’interno di un’Europa che si stava preparando alla difesa contro il comunismo, anche la Germania aveva l’opportunità di ritrovare il proprio posto. La futura strategia politica tedesca si sarebbe quindi appoggiata alle potenze vincitrici e avrebbe, in tal senso, mirato a due obiettivi politici, ovvero la lotta contro l’espansione comunista e la riunificazione con quelle parti della Germania andate perse. (…) Dal punto di vista dell’Intelligence ci si doveva aspettare un particolare interesse, da parte di tutte le potenze occidentali (…], verso il potenziale tedesco per lo spionaggio contro l’Est». 

 

Se dal 1940 con la creazione dello Special Operations Executive (SOE) in Inghilterra erano state già messe le basi per la nascita della strategia Stay Behind nei paesi occupati dalla Germania nazista, le operazioni reali di una gestione di un esercito sotterraneo cominciarono però a prendere forma solo con la fine del conflitto. Le prime esperienze erano già state portate avanti in Polonia e in Grecia soprattutto, dove nel dicembre del 1944 una grossa manifestazione comunista venne soppressa nel sangue dalle truppe greche sostenute dagli inglesi. La Dekemvriana (serie di scontri combattuti durante la seconda guerra mondiale ad Atene dal 3 dicembre 1944 all’11 gennaio 1945) che portò il notevole risultato di venticinque morti e centoquarantaquattro feriti, diede il via alla Battaglia di Atene, un conflitto interno armato durato oltre un mese.

 

Gli accordi tra l’OSS e le truppe della Decima MAS nel non permettere la devastazione del nord Italia da parte delle truppe naziste portarono ad un embrione di Stay Behind che si svilupperà in maniera autonoma sotto la denominazione di Gladio. Oltre alle truppe comandate dal principe Borghese, molti partigiani della brigata Osoppo operante in Friuli Venezia-Giulia divennero parte del progetto Stay Behind italiano.

 

Infatti, subito dopo l’armistizio e il successivo sbandamento delle truppe italiane, il IX Corpus Sloveno della IV Armata jugoslava penetrò nella Carnia e nell’Istria avanzando verso Gorizia, Pola, Fiume e Trieste. La brigata Osoppo, composta soprattutto da cattolici e socialisti, trovò un dialogo con i partigiani comunisti garibaldini allo scopo di salvaguardare il territorio dai tedeschi e dai fascisti per uno stato democratico all’interno della Resistenza.

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Dalla fine del conflitto in avanti, descrive Paul L. Williams nel suo Operation Gladio, vi fu una comunione d’intenti a diversi livelli con lo scopo di preparare l’Europa ad un eventuale attacco da parte del mondo sovietico. L’autore racconta come Paolo Emilio Taviani, genovese, partigiano ed esponente di spicco della Democrazia Cristiana per tutto il dopoguerra, durante il suo mandato da ministro della difesa dal 1953 al 1958 divenne uno principali referenti italiani. I gladiatori, così vennero chiamati i primi 622 membri italiani, vennero addestrati a Capo Marargiu nel nord della Sardegna da militari statunitensi e britannici e nascosero 139 depositi d’armi perlopiù nel nordest d’Italia, nel Gorizia Gap da dove si aspettavano potesse arrivare l’offensiva.

 

Come racconta Daniele Ganser nel suo NATO Secret’s Armies, durante l’occupazione del Belgio da parte delle truppe naziste il governo belga volò a Londra in esilio. Durante quel periodo drammatico si crearono forti legami con i britannici e le due nazioni cooperarono per organizzare un esercito segreto nel Belgio occupato. Per l’estate del 1942 la Special Operations Executive inglese aveva già scaricato varie casse d’armi e addestrato diverse unità, tra queste anche reparti specializzati in recuperare informazioni e trasmetterle a Londra via radio, lettere o microfilm. L’impatto fu relativo ma il modello da replicare era pronto. 

 

Nel 1947 in seguito alla dissoluzione dell’OSS, Truman resuscitò l’agenzia suddividendola in due tronconi chiamati Central Intelligence Agency (CIA) e National Security Agency (NSA). La NSA si sarebbe occupata di SIGINT, quindi telecomunicazioni, e avrebbe dovuto riferire al ministero della difesa oltre che al Presidente. La CIA si sarebbe dedicata alle operazioni coperte internazionali e all’HUMINT, quindi a tutto ciò che concerne il recupero d informazioni tramite gli esseri umani, riferendo solamente al presidente degli Stati Uniti d’America. 

 

Nonostante i progetti di Stay Behind fossero nati con l’idea di essere taciuti e nascosti il più possibile alla conoscenza del grande pubblico, nel corso dei decenni vi furono qua e là alcune fughe di notizie. Già nel 1947 il socialista Edouard Depreux, ministro dell’Interno della Francia, rivelò pubblicamente l’esistenza dell’esercito segreto Stay Behind denominato in codice Plan Bleu con lo scopo di attivarsi e prendere il potere nel caso di attacco sovietico. 

 

Sempre nel 1947 in Austria una rete Stay Behind venne smascherata dall’arresto di Theodor Soucek e Hugo Rössner a Vienna. La polizia scoprì la creazione di un esercito composto da ex soldati nazisti e partigiani di estrema destra con lo scopo di contrastare un eventuale invasione sovietica. I due, che avevano ammassato in diversi luoghi nascosti una ingente quantità di armi tra cui missili d’artiglieria tedeschi, durante l’udienza in tribunale dichiararono di avere ricevuto i fondi dalla appena creata CIA, condannati a morte vennero in seguito perdonati dal cancelliere senza un apparente motivazione.

 

Nel il 1950 Franz Olah, membro del parlamento austriaco, con i fondi CIA, creò l’Österreichischer WanderSport und Geselligkeitsvereinm, Club austriaco di escursionismo, sport e socializzazione in cui raggruppò tutta l’unità coperta e sotto il cui ombrello continuò l’opera indisturbato. 

 

In seguito alla rivelazione di Depreux, il Clandestine Committee of the Western Union (CCWU) venne creato l’anno successivo per coordinare le attività di guerra non ortodossa. Composto da Francia, Regno Unito, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi nel marzo del 1948 con il trattato Bruxelles per una collaborazione non solo militare ma anche economica e culturale con i comandi divisi tra Londra e Fontainebleau. Il CCWU creato con lo scopo di gestire il progetto Stay Behind fu esattamente il precursore della North Atlantic Treaty Organization (NATO) fondata a sua volta nel 1949 in cui confluì assieme al Clandestine Planning Committee (CPC) che ne divenne l’ombrello operativo nel 1951. 

 

All’epoca la sede del CPC si trovava a Parigi, e come il CCWU prima di lui la sua responsabilità principale era quella di pianificare, preparare e dirigere tutte le operazione di guerra non ortodossa portate avanti da Stay Behind e dai servizi speciali. La sede centrale era sotto il controllo della CIA e dell’MI6 e solo gli ufficiali con le più alte autorizzazioni di sicurezza della NATO avevano accesso. I più alti ufficiali in grado dei servizi segreti occidentali vi si ritrovano ad intervalli regolari per portare avanti congiuntamente gli interventi. 

 

Nel 1966 il presidente Charles de Gaulle (1890-1970), espulse la NATO dalla Francia, per cui dovettero trasferire la sede a Bruxelles, con grande collera da parte di Lyndon Johnson (1908-1973). Assieme si spostò anche il CPC trasferendosi anche esso a Bruxelles. L’espulsione della NATO offrì una comprensione maggiore di quello che era il profondo e nascosto segreto della alleanza militare dell’epoca. L’esistenza di protocolli NATO segreti che obbligavano i servizi segreti dei paesi firmatari a lavorare per prevenire l’ascesa dei partiti comunisti e impedirne la presa del potere attraverso le elezioni. 

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Il contenuto dei protocolli tuttavia rimase nascosto ma racconta sempre Ganser che diversi giornalisti trovarono tracce e riferimenti. Il giornalista statunitense Arthur Rowse dichiarava che una clausola dei protocolli segreti imponeva agli stati che volessero partecipare di avere già un processo attivato di creazione dell’esercito segreto antisovietico. Giuseppe De Lutiis, esperto in servizi segreti, trovò che l’Italia quando divenne un membro del patto atlantico dovette anche firmare i protocolli che la obbligavano ad allinearsi con qualsiasi mezzo all’Occidente anche se il risultato elettorale andasse nella direzione opposta. Mario Coglitore, ricercatore su Gladio, confermò anche lui l’esistenza dei protocolli. 

 

Un ufficiale dei servizi segreti rimasto anonimo descrisse come i protocolli segreti difendevano esplicitamente gli estremisti di destra grazie alla loro utilità nella lotta contro i comunisti. Il presidente statunitense Harry Truman (1884-1972) e il cancelliere tedesco Konrad Adenauer (1876-1967) firmarono i protocolli segreti per l’ingresso della Germania dell’Ovest nella NATO nel maggio 1955. Nel documento veniva concordato che le autorità della Germania Ovest si sarebbero astenute dall’intraprendere un’azione legale attiva contro noti estremisti di destra.

 

Nel 1952 in Germania la rete Stay Behind divenne di conoscenza pubblica quando Hans Otto un ex ufficiale delle SS, entrò nella stazione di polizia di Francoforte annunciando di far parte di un gruppo di resistenza con lo scopo di sabotare e far saltare i ponti in caso di invasione sovietica. Otto aggiunse di far parte del ramo tecnico del Bund Deutscher Jugend, la Federazione della Gioventù Tedesca, che aveva nella sua lista nera un centinaio di personaggi della sinistra pronti per essere assassinati in caso di emergenza.

 

Infine aggiunse di ricevere milioni da un cittadino americano Sterling Garwood e che l’organizzazione generale era gestita da Reinhard Gehlen. Georg August Zinn, il primo ministro di dello stato tedesco di Hessen ne rimase talmente scioccato da ordinare l’arresto di un centinaio di membri del gruppo e richiese un investigazione su larga scala per far luce sull’accaduto. La richiesta venne rifiutata dal Bundesgerichtshof, la più alta corte tedesca e tutti gli imputati vennero rilasciati.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

 

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Decapitazioni di massa in Manciuria: crimini giapponesi della Seconda Guerra Mondiale emergono dai docuimenti sovietici

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Il 9 agosto 1945, una famigerata unità dell’esercito giapponese giustiziò decine di prigionieri civili nella città di Hailar, proprio il giorno in cui l’Unione Sovietica lanciò un’offensiva contro lo stato fantoccio imperiale giapponese del Manciukuò. La storia è stata rilanciata in questi giorni da testate governative russe.   In occasione della Giornata della Vittoria sul Giappone, le autorità russe hanno pubblicato per la prima volta documenti storici che descrivono dettagliatamente gli eccidi. I documenti furono compilati dal servizio di controspionaggio militare sovietico (SMERSH), che indagò sui crimini e assicurò alla giustizia alcuni dei responsabili.   I documenti provengono dagli archivi sono custoditi da tre istituzioni distinte: l’Archivio Centrale del Servizio di Sicurezza Federale (CA FSB) conserva le trascrizioni degli interrogatori, i fascicoli personali e le dichiarazioni relative al passato di ufficiali e personale medico giapponesi; l’Archivio Militare Statale Russo (RGVA) conserva i documenti operativi militari relativi all’offensiva transbaikaliana dell’Armata Rossa sovietica in Manciuria nell’agosto del 1945; l’Archivio di Stato della Federazione Russa (GARF) conserva i documenti ufficiali dello Stato, le raccolte di prove e la documentazione legale internazionale relativi ai 12 principali criminali di guerra giapponesi processati dall’Unione Sovietica per crimini contro l’umanità nella Cina nord-orientale.

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Hailar, all’epoca una città di circa 40.000 abitanti, oggi parte della regione cinese della Mongolia Interna, fu teatro di alcuni dei combattimenti più feroci del conflitto sovietico-giapponese, iniziato il 9 agosto 1945. Un importante complesso fortificato giapponese nella zona, costruito con il lavoro forzato dei cinesi durante l’occupazione, è stato in seguito trasformato in un parco commemorativo.   I crimini descritti nei documenti diffusi dal Servizio di sicurezza federale russo (FSB) si sono verificati altrove, in una prigione segreta della polizia dove le autorità giapponesi detenevano residenti locali sospettati di nutrire simpatie filo-sovietiche.   La Manciuria aveva una storia complessa di insediamenti russi. La sua popolazione comprendeva operai ferroviari, monarchici fuggiti dalla rivoluzione bolscevica e persino «fascisti» russi convinti, desiderosi di allearsi con le potenze dell’Asse.   Nonostante si trovassero su fronti opposti durante la Seconda Guerra Mondiale, l’URSS e il Giappone evitarono lo scontro militare diretto per gran parte del conflitto più sanguinoso della storia umana. Le forze sovietiche fermarono un tentativo giapponese di espansione in Mongolia nel 1939, ma in seguito entrambe le potenze si concentrarono sui rispettivi nemici principali: la Germania nazista per Mosca e gli Stati Uniti per Tokyo.   La sconfitta delle potenze dell’Asse in Europa nel maggio del 1945 modificò gli equilibri strategici, mentre Mosca era anche sotto pressione per onorare l’impegno preso con i suoi alleati di entrare in guerra nella regione Asia-Pacifico.   Nel giro di poche settimane, le forze dell’Armata Rossa, sopraffecero l’Armata del Kwantung giapponese in Manciuria, creando una credibile minaccia di invasione delle isole principali del Giappone.   Il Giappone alla fine scelse di arrendersi agli americani, complici le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che alcuni, anche a Tokyo, sostengono fossero degli avvertimenti diretti ai russi di modo da impedire l’invasione sovietica dell’Hokkaido che avrebbe quantomeno spezzato in due il Paese, come poi avvenuto in Germania e in Corea.   Con l’aggravarsi della prospettiva di una guerra con l’URSS nel 1944, le autorità di occupazione giapponesi in Manciuria compilarono liste di cittadini sovietici e altri «sovversivi» e iniziarono ad arrestare coloro che erano considerati una minaccia. Il 9 agosto, un’altra ondata di arresti fu seguita da esecuzioni sommarie.   L’organizzazione incaricata dell’operazione era il Tokumu Kikan, o Organizzazioni di Servizio Speciale, una rete di unità militari e civili d’élite specializzate in Intelligence umana e attività di quinta colonna. L’organizzazione decentralizzata traeva origine da una forza creata nel 1904 dall’ufficiale dei servizi segreti giapponesi Akashi Motojiro per condurre operazioni segrete contro l’Impero russo. Fu ristabilita nel 1919, quando Tokyo perseguì i suoi piani di espansione nel continente asiatico.

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Il tenente colonnello Amano Isamu, a capo della sezione Tokumu Kikan di Hailar, ordinò l’uccisione di 43 persone il 9 agosto 1945, con l’assistenza della polizia locale comandata dai giapponesi.   Tre settimane dopo, in seguito al crollo del regime di occupazione, gli abitanti del luogo riesumarono i corpi per poter seppellire i propri parenti. Gli investigatori dello SMERSH hanno accertato che molti dei uccisi erano cittadini sovietici residenti ad Hailar.   Il rapporto completo, redatto dal generale di divisione Pyotr Popov, comandante dello SMERSH a Hailar, conteneva oltre 100 pagine di documenti e una raccolta di fotografie. L’FSB ha declassificato e pubblicato circa il 20% del materiale, inclusi estratti del referto del medico legale, trascrizioni di interrogatori di testimoni e sospettati, una descrizione della prigione segreta e gli aggiornamenti che Popov inviò a Mosca nel corso delle indagini.   Secondo i documenti, le forze sovietiche vennero a conoscenza di due fosse comuni riesumate dalla popolazione locale, mentre 19 corpi erano ancora in attesa di sepoltura, consentendo agli investigatori di effettuare le dovute autopsie. Tutti i uccisi furono identificati come russi ed ebrei, ad eccezione di un uomo di etnia mongola.   I messaggi lasciati sui muri delle celle offrono uno spaccato della vita delle persone detenute nel Tokumu Kikan. Molte iscrizioni contengono semplicemente i nomi delle vittime, tra cui una con la scritta «Gosha K». Altre includono dettagli biografici, date di incarcerazione e denunce di torture, malnutrizione e morti all’interno del carcere.   Un giovane di nome Vinokhodov ha lasciato un messaggio di addio dicendo: «Morire per la causa, provo un certo sollievo», lasciando intendere di simpatizzare con l’Unione Sovietica.   Secondo il referto forense, i prigionieri sono stati uccisi mediante decapitazione netta, eseguita con mano ferma da un professionista. Le prove suggeriscono che almeno uno dei carnefici fosse un abile spadaccino.   I documenti affermano che diverse vittime non furono completamente decapitate, con la testa rimasta attaccata al corpo tramite un lembo di pelle all’altezza della gola. Sebbene gli investigatori sovietici non abbiano commentato questo fatto, esso riveste un significato nella tradizione culturale giapponese.   Il seppuku tradizionale, una forma cerimoniale di auto-sventramento che fungeva anche da pena capitale tra i samurai, veniva solitamente eseguito con l’aiuto di una seconda persona. L’assistente tagliava la testa al morente per porre fine alle sue sofferenze. Un taglio tecnicamente difficile, che lasciava la testa parzialmente attaccata, era considerato prova di eccezionale abilità con la spada e aveva lo scopo di preservare la dignità della persona giustiziata.   Il seppuku era stato messo al bando già nel 1945, ed è altamente improbabile che un ufficiale dell’Impero giapponese intendesse concedere ai suoi prigionieri una morte onorevole. Una spiegazione più plausibile è che il boia volesse mettersi in mostra, pensano ora i russi.   Un episodio tristemente noto durante il massacro di Nanchino del 1937 coinvolse due ufficiali giapponesi che, secondo alcune fonti, si sfidarono a chi riuscisse a uccidere per primo 100 persone con una spada. I giornali giapponesi dell’epoca ritrassero le vittime come combattenti sul campo di battaglia, sebbene i ricercatori abbiano concluso che si trattasse quasi certamente di prigionieri di guerra.   Nel novembre del 1945, un tribunale militare sovietico condannò a morte il personale militare e di polizia giapponese coinvolto negli arresti di massa e nelle esecuzioni di Hailar. Tra i giustiziati tramite fucilazione figuravano Amano, capo del Tokumu Kikan, e il maggiore generale Haseki Kageyama, comandante della gendarmeria provinciale.   Il loro destino contrastava con quello di molti altri ufficiali giapponesi, compresi gli ex allievi della Tokumu Kikan, che furono in seguito integrati nell’ordine postbellico sostenuto dagli Stati Uniti. Ex nemici, tra cui individui implicati in crimini di guerra, offrirono le loro conoscenze ed esperienze a Washington all’inizio della Guerra Fredda.

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Un esempio è quello del capo dei servizi segreti imperiali giapponesi Arisue Seizo. Il generale Charles Willoughby, che dirigeva l’intelligence militare statunitense sotto il generale Douglas MacArthur, reclutò Arisue per dare il via alle operazioni anticomuniste in Asia.   La Russia si impegnò a fondo nello sviluppo della Manciuria alla fine del XIX secolo, nel tentativo di ottenere un maggiore accesso ai mercati cinesi. Tuttavia, la sconfitta russa nella guerra russo-giapponese e il crollo dell’Impero russo durante la prima guerra mondiale ridussero drasticamente l’influenza del paese in Estremo Oriente.   Harbin, uno dei principali centri di insediamento russo in Manciuria, divenne un polo di attrazione sia per coloro che non volevano avere nulla a che fare con il nuovo Stato sovietico, sia per chi cercava attivamente di minarlo. Alcuni giovani emigrati russi in Manciuria giunsero a credere che il fascismo potesse offrire una via per la restaurazione della Russia, creando un’organizzazione che al suo apice, negli anni ’30, contava circa 20.000 membri.   La comunità russa in Manciuria rimase tuttavia profondamente divisa sull’Unione Sovietica. Secondo lo storico Sergej Smirnov, negli anni Venti circa 120.000 persone nella regione erano cittadini sovietici o simpatizzavano con il nuovo stato, mentre oltre 100.000 avevano opinioni opposte.   Questa divisione si riflette anche nei documenti recentemente desecretati, che identificano un «emigrato bianco» di cognome Kaevich come membro della polizia giapponese che prese parte al massacro di Hailar.  

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Perché il capo della CIA era a Mosca? Lavrov spiega, e racconta anche della visita di monsignor Gallagher

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Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov è intervenuto sull’intensa e insolita attività diplomatica registrata questa settimana a Mosca, chiarendo i colloqui con il massimo diplomatico vaticano e restando volutamente evaso sulla visita del direttore della CIA John Ratcliffe.

 

L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, e Ratcliffe si trovavano entrambi nella capitale russa.

 

«In entrambi i casi, coloro che sono venuti da noi volevano venire a parlare», ha dichiarato Lavrov in un’intervista pubblicata venerdì da una testata russa.

 

Secondo Lavrov, i colloqui con monsignor Gallagher hanno riguardato soprattutto il conflitto in Ucraina. L’inviato della Santa Sede ha ribadito il desiderio di far cessare al più presto le ostilità e ha offerto ulteriore aiuto su temi umanitari, compresi gli scambi di prigionieri e di salme.

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Il ministro della Diplomazia russa ha usato l’incontro per ripercorrere una lunga catena di intese diplomatiche infrante, abbandonate o fatte fallire da Kiev e dai suoi alleati occidentali: dall’accordo di Euromaidan del 2014, all’epoca del colpo di Stato, agli accordi di Minsk, impiegati per dare a Kiev il tempo di riarmarsi, fino ai colloqui di Istanbul del 2022, naufragati anche per opera di Londra.

 

«Ho fatto notare che da parte nostra non era mancata la buona volontà… Penso che abbia capito tutto. Direi che non ha avuto controargomentazioni, a parte lo slogan generale che «bisogna porre fine al più presto»», ha detto Lavrov.

 

Il ministro russo ha inoltre spiegato a Gallagher che la spinta occidentale a un cessate il fuoco lungo l’attuale linea di contatto servirebbe solo a congelare i combattimenti, senza una soluzione duratura. I piani per il dispiegamento di «forze di stabilizzazione» a guida britannica e francese, ha aggiunto, finirebbero per conservare di fatto il «regime neonazista» a Kiev, che reprime la lingua russa e la Chiesa ortodossa ucraina canonica.

 

Il prelato lidpuliano era stato indicato come persona presente agli incontri in Vaticano tra Zelen’skyj e Bergoglio. Commentatori russi online avevano accusato il Gallagherro di essere al servizio degli interessi di Londra nel conflitto eterno contro Mosca.

 


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Sulla visita di Ratcliffe Lavrov è stato molto più riservato. «Io non c’ero», ha detto, precisando che i servizi di intelligence comunicano di consueto attraverso canali già consolidati e che «non c’è nulla di insolito» se tali contatti avvengono in silenzio. Anche i diplomatici, ha aggiunto, spesso lavorano «in silenzio».

 

«Naturalmente, non divulghiamo dettagli troppo sensibili o ancora in fase di elaborazione, laddove è importante non compromettere possibili compromessi e consensi», ha affermato Lavrov.

 

Il capo della diplomazia ha inoltre smentito le accuse secondo cui Mosca avrebbe lanciato un ultimatum all’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump, dopo le notizie sui media sull’uso dell’intelligence americana per favorire attacchi ucraini a lungo raggio contro la Russia.

 

Lavrov ha sostenuto che Mosca resta disponibile al dialogo con i governi occidentali, ma non dà più per scontato che le assicurazioni pubbliche o gli accordi negoziati vengano rispettati. «L’inganno è alla base della diplomazia occidentale. E tale rimane», ha dichiarato, richiamando quelle che Mosca considera promesse non mantenute dalla NATO sull’espansione e i successivi accordi falliti sull’Ucraina.

 

Alla domanda sul perché la Russia abbia continuato a concedere il beneficio del dubbio, Lavrov ha risposto che i russi tendono a credere nelle persone «fino alla fine».

 

«Ma la fine è già arrivata», ha aggiunto, sostenendo che i rapporti con l’Occidente non torneranno più a essere quelli precedenti al febbraio 2022.

 

Lavrov ha indicato il vertice presidenziale dello scorso anno ad Anchorage come ultimo esempio di questa delusione. Ha detto che il presidente russo Vladimir Putin ha esaminato punto per punto la proposta di pace americana con l’inviato di Trump, Steve Witkoff, il quale ha confermato che essa rappresentava la posizione del leader statunitense. Putin avrebbe poi accettato la proposta, nonostante alcune «sfumature» rimaste, secondo Lavrov.

 

«Se questo non è consenso e non è un accordo, allora non so cosa sia un accordo», ha affermato il ministro russo decano delle relazioni internazionali.

 

Washington contesta questa lettura. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato a giugno che c’era stata «una proposta in Alaska, ma non si è raggiunto un accordo».

 

Secondo Lavrov, gli accordi di Anchorage sono stati poi indeboliti nei mesi successivi dai leader dell’UE e del Regno Unito. Il presidente francese Emmanuel Macron ha infine detto al vertice del G7 di Evian a giugno che Anchorage era stato «sepolto».

 

Trump, tuttavia, non ha dichiarato esplicitamente la fine di quel quadro. Al vertice originario dell’agosto 2025 aveva descritto i colloqui in termini positivi, avvertendo però che «non ci sarà alcun accordo finché non ci sarà un accordo».

 

Lavrov ha detto che Mosca resta pronta ad ascoltare nuove proposte americane, ma nel frattempo la Russia «continuerà a lavorare sul campo».

 

Speculazioni della stampa avevano sostenuto che la visita del capo CIA a Mosca serviva da avvertimento di non attaccare Paesi NATO. Nonostante la notizia fosse stata ingigantita, al punto da divenire un cartone del noto account PsyOpsAnime, vi sono sono state poi smentite, come pure riguardo al fatto che il Ratcliffo avrebbe incontrato lo stesso Vladimiro Putin.

 

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Altre voci sostengono che il motivo della visita moscovita del vertice CIA sia legato alla guerra in Iran. Secondo fonti citate da CNN, Politico, CBS e altri media, Ratcliffe ha chiesto alla Russia di ridurre o interrompere il sostegno economico e militare a Teheran, di non condividere intelligence (come dati sui bersagli americani in Medio Oriente) e di usare la propria influenza per favorire la riapertura dello Stretto di Ormuzzo.

 

Il Ratcliffo avrebbe quindi avvertito di possibili sanzioni aggiuntive verso entità russe legate all’Iran.

 

Il viaggio non era annunciato ed è durato circa otto ore. Ratcliffe ha incontrato funzionari dell’intelligence russa (tra cui il capo dell’SVR Sergej Naryshkin e il capo dell’FSB Aleksandr Bortnikov), ma non Putin, che è stato informato dei colloqui.

 

Il presidente Trump ha definito la visita «semi-routine» e ha smentito che fosse specificamente per avvertire sulla NATO o per l’Iran, sottolineando invece lo sforzo per chiudere la guerra in Ucraina. Il Cremlino ha confermato solo i contatti tra i servizi di Intelligence.

 

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Operazioni delle forze speciali USA in Ecuador

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Un funzionario ecuadoriano ha confermato che i Berretti Verdi statunitensi erano impegnati in operazioni anti-cartello. All’inizio di quest’anno, il presidente Donald Trump ha costituito una coalizione, denominata Scudo delle Americhe, con l’obiettivo di contrastare i cartelli in America Latina e Sud America.   Un funzionario locale ha dichiarato all’agenzia AFP che le forze speciali statunitensi stanno conducendo operazioni dirette contro presunti cartelli nella provincia di Esmeraldas.   «Siamo con il 7° Gruppo (Forze Speciali) dell’Esercito degli Stati Uniti. Stiamo lavorando insieme nella lotta contro il narcotraffico», ha affermato la scorsa settimana il governatore della provincia di Esmeraldas, Juan Jaramillo. Il ministro della Difesa ecuadoriano Gian Carlo Loffredo ha aggiunto che due navi da guerra statunitensi operano nella regione.   A marzo, il presidente Donald Trump ha dichiarato che una dozzina di nazioni latinoamericane avevano aderito alla coalizione Scudo delle Americhe per combattere i cartelli nella regione. L’Ecuador è membro del blocco. Quel mese, gli Stati Uniti e l’Ecuador condussero operazioni militari congiunte contro presunti obiettivi legati al narcotraffico. «   Le operazioni sono un esempio concreto dell’impegno dei partner in America Latina e nei Caraibi nella lotta contro la piaga del narcoterrorismo», ha dichiarato il Comando Sud degli Stati Uniti dopo il raid.

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Tuttavia, il New York Times ha riferito che l’obiettivo dell’operazione era un caseificio, non un laboratorio di droga. «L’attacco militare sembra aver distrutto un allevamento di bestiame e una fattoria di prodotti lattiero-caseari, non un centro di traffico di droga, stando alle interviste con il proprietario della fattoria, quattro dei suoi dipendenti, avvocati per i diritti umani e residenti e leader di San Martín», spiega il giornale neoeboraceno.   L’attività militare in Ecuador rientra nell’ambito dell’Operazione Lancia del Sud. L’anno scorso Trump ha ordinato al Dipartimento della Guerra di ampliare le operazioni militari in America Latina per contrastare il traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno condotto decine di raid aerei contro imbarcazioni sospettate di essere utilizzate per il traffico di droga nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico orientale.   Le operazioni hanno causato la morte di oltre 200 persone e la distruzione di oltre 60 imbarcazioni. La Casa Bianca ha affermato che le imbarcazioni prese di mira sono gestite da narcotrafficanti che tentano di contrabbandare fentanil negli Stati Uniti. Tuttavia, l’amministrazione non ha fornito al popolo americano alcuna prova a sostegno di tale affermazione. Inoltre, alcune prove suggeriscono che almeno alcune delle imbarcazioni attaccate non fossero coinvolte nel traffico di stupefacenti.   I familiari di diverse vittime hanno affermato che i loro parenti uccisi erano pescatori. Il mese scorso, il Washington Post ha riportato di aver esaminato una valutazione della DEA secondo cui gli attacchi alle navi gestite da presunti narcotrafficanti non hanno modificato la quantità o il prezzo della cocaina che entra negli Stati Uniti.   Anche i funzionari militari statunitensi hanno ammesso al Congresso che le operazioni non hanno avuto alcun impatto sulla purezza della droga.

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