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Nike indagata per accuse di discriminazione nei confronti dei bianchi

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La Equal Employment Opportunity Commission (EEOC) degli Stati Uniti sta conducendo un’indagine per accertare se il gigante dell’abbigliamento sportivo Nike abbia discriminato i propri dipendenti bianchi.

 

Mercoledì la commissione ha presentato un’istanza alla Corte distrettuale federale per il distretto orientale del Missouri, chiedendo che Nike sia obbligata a consegnare documentazione dettagliata sulle sue politiche di gestione delle risorse umane, incluse quelle relative a diversità, equità e inclusione (DEI).

 

L’EEOC ha precisato che l’inchiesta si concentra sulla possibilità che l’azienda abbia applicato un «trattamento differenziato» ai danni di dipendenti e candidati bianchi in ambiti quali assunzioni, avanzamenti di carriera, scelte per i licenziamenti e accesso ai programmi di formazione.

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L’agenzia federale ha ricordato di aver avviato accertamenti sulle presunte violazioni sistemiche all’interno di Nike già a partire dal 2018. La presidente dell’EEOC, Andrea Lucas, ha sottolineato che la normativa contro la discriminazione sul lavoro è «cieca al colore della pelle» e impone all’agenzia il dovere di tutelare i lavoratori di ogni etnia da pratiche illegali.

 

Nike ha definito la richiesta dell’EEOC «un’escalation sorprendente e fuori dall’ordinario», precisando di aver già fornito «migliaia di pagine di documenti».

 

«Siamo fermamente impegnati a garantire pratiche di impiego eque e conformi alla legge, nel pieno rispetto di tutte le norme vigenti, comprese quelle che vietano ogni forma di discriminazione», ha dichiarato l’azienda in una nota inviata alla CNN.

 

Da tempo i conservatori denunciano che i programmi DEI (diversity, equity and inclusion) penalizzino ingiustamente i bianchi. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto della lotta a quello che chiama «pregiudizio woke» uno degli assi portanti del suo secondo mandato.

 

«Credo che in questo Paese esista un forte sentimento anti-bianco e che ciò non possa essere tollerato», aveva dichiarato Trump alla rivista TIME nel 2024.

 

Dopo il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi che hanno eliminato le iniziative DEI all’interno della pubblica amministrazione federale. Da allora numerose aziende, tra cui Walmart e Google, hanno rimosso riferimenti e impegni relativi a DEI dai propri siti istituzionali.

 

Nike, uno dei marchi più noti al mondo, è stata coinvolta in numerosi scandali nel corso degli anni, spesso legati a questioni etiche, condizioni di lavoro e immagine aziendale.

 

Alla fine degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta emersero le prime denunce sui diritti dei lavoratori nelle fabbriche asiatiche, soprattutto in Indonesia, dove attivisti come Jeff Ballinger denunciarono salari inferiori al minimo legale, condizioni precarie e abusi. Nel 1996 lo scandalo esplose a livello globale quando la rivista Life pubblicò fotografie di bambini pakistani di 12 anni intenti a cucire palloni da calcio marchiati Nike, associando il brand allo sfruttamento minorile nei cosiddetti sweatshops. Questo episodio causò un crollo del titolo azionario del 58% in meno di due anni e danneggiò gravemente la reputazione dell’azienda.

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Negli anni successivi, tra il 1990 e il 2000, continuarono a emergere segnalazioni di abusi sistematici nelle fabbriche in Cina, Vietnam, Indonesia e Thailandia: ore di lavoro eccessive, salari da fame, violenze fisiche e verbali, assenza di libertà sindacale. Nel 2005 Nike stessa pubblicò un rapporto che ammetteva violazioni in oltre un quarto delle fabbriche controllate in Sud-est asiatico.

 

Negli anni 2000 e 2010 diversi atleti sponsorizzati da Nike finirono al centro di controversie personali: Lance Armstrong per doping (contratto terminato nel 2012), Tiger Woods per lo scandalo sessuale del 2009, Oscar Pistorius per omicidio, oltre a vari calciatori coinvolti in vicende extracalcistiche non edificanti, coem Neymar jr, Mason Greenwood, Ryan Brown.

 

Nel 2018 scoppiò una grave crisi interna legata al movimento #MeToo: indagini interne rivelarono una cultura aziendale maschilista, con molestie sessuali, disparità salariali significative e discriminazione di genere. Il CEO Mark Parker si scusò pubblicamente, furono aumentati i salari per una parte dei dipendenti e alcuni executive si dimisero, mentre cause legali sono ancora in corso.

 

Sempre nel 2018-2019 la campagna pubblicitaria con Colin Kaepernick (“Believe in Something”) provocò boicottaggi e proteste negli Stati Uniti, anche se alla fine aumentò le vendite. Contemporaneamente emerse lo scandalo doping legato al Nike Oregon Project: l’allenatore Alberto Salazar fu squalificato per quattro anni per uso di sostanze vietate, portando alla chiusura del programma.

 

Negli anni 2020 Nike è stata accusata di acquistare materiali da fabbriche che utilizzano lavoro forzato di uiguri nello Xinjiang, di pagare salari sotto il minimo in India e di aver gestito male i licenziamenti durante la pandemia in Cambogia. Più recentemente, tra il 2023 e il 2025, alcune collaborazioni percepite come eccessivamente «woke» (come quella con l’influencer transgenderro Dylan Mulvaney) hanno scatenato ulteriori boicottaggi, contribuendo a un calo significativo delle vendite e del valore azionario rispetto ai picchi del 2021.

 

Un ulteriore scandalo del 2019 ha riguardato le politiche contrattuali discriminatorie verso le atlete incinte o neomamme. Atlete olimpiche di spicco come Allyson Felix (la donna più medagliata nella storia dell’atletica USA), Alysia Montaño (famosa per aver corso gli 800 metri a 8 mesi di gravidanza nel 2014) e Kara Goucher hanno denunciato pubblicamente sul New York Times che Nike penalizzava finanziariamente le atlete per la gravidanza: sospendeva i pagamenti del contratto di sponsorizzazione durante la gravidanza e il post-parto, o applicava riduzioni salariali basate su «mancato rendimento» (fino al 70% nel caso di Felix, che Nike propose dopo la sua maternità nel 2018).

Queste clausole trattavano la gravidanza come una «mancata performance», senza protezioni specifiche per maternità, costringendo di fatto molte atlete a scegliere tra carriera e famiglia. Dichiarazioni come quella della corritrice Phoebe Wright secondo cui rimanere incinta è il «bacio della morte per un’atleta donna» divennero virali. Le denunce volevano evidenziare l’ipocrisia secondo cui Nike promuoveva campagne empowering come «Dream Crazier» con atlete donne, ma nei contratti reali non garantiva supporto per la maternità.

 

Lo scandalo esplose con un’enorme indignazione pubblica, boicottaggi, petizioni e persino un’inchiesta congressuale USA. Nike rispose annunciando una nuova politica nell’agosto 2019: per 18 mesi intorno alla gravidanza (8 prima del parto + 10 dopo) non sarebbero state applicate riduzioni per calo di performance, garantendo stipendio e bonus. Altre aziende seguirono l’esempio.

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Non emergono prove di Nike che abbia costretto atlete ad abortire, ma le politiche punitive indirettamente potevano spingere alcune a evitare o interrompere gravidanze per non perdere introiti (specie in un’industria dove i contratti sono brevi e performance-dipendenti). Casi separati, come abusi nel Nike Oregon Project (Mary Cain parlò di pressione sul peso e amenorrea indotta, con pillole anticoncezionali date per “perdere peso”), toccano temi di controllo sul corpo femminile, ma non aborto forzato.

Nel novembre 2019, l’ex corritrice del Nike Oregon Project (NOP) Mary Cain ha affermato che l’allenatore Alberto Salazar ha tentato di prescriverle pillole anticoncezionali e diuretici per perdere peso. Questa accusa faceva parte di una più ampia accusa di «cultura tossica» in cui veniva pressata a diventare «sempre più magra» per migliorare le prestazioni.

 

Nonostante questi scandali, Nike ha risposto nel tempo con riforme, codici di condotta, audit indipendenti e aumenti salariali, riuscendo a mantenere una posizione dominante sul mercato, anche se le critiche sulla catena di approvvigionamento e sulla cultura interna continuano a emergere periodicamente.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia 

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Museo inglese contro Babbo Natale: diffonde idee «coloniali» e «patriarcali». In Olanda in effetti ci ha dei servi neri cattivissimi

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Un museo britannico ha invocato la «decolonizzazione» di Babbo Natale, sostenendo che la figura tradizionale veicola concetti coloniali e patriarcali e che dovrebbe invece «imparare a conoscere culture diverse».   Domenica i media britannici hanno messo in evidenza un post sul blog dei Brighton and Hove Museums, ente finanziato con soldi pubblici, in cui si afferma che la narrazione di un «Babbo Natale bianco dell’Ovest che giudica il comportamento di tutti i bambini» rafforza presupposti coloniali di superiorità culturale, soprattutto attraverso la distinzione tra «buoni o cattivi».   L’articolo, intitolato «Decolonizzare Babbo Natale» e firmato da Simone LaCorbiniere, co-responsabile del cambiamento culturale del museo, contesta il ruolo di Babbo Natale come autorità morale, sostenendo che non sia in grado di valutare in modo imparziale «i bambini indigeni che praticano le proprie tradizioni culturali».   Il museo ha indicato che la storia di Babbo Natale rischia di cancellare pratiche e narrazioni culturali indigene e ha criticato la classica immagine di Babbo Natale che comanda sugli elfi, ritenendola portatrice di idee di gerarchia, autorità ed emarginazione.   Il blog invita i genitori a «sfidare lo sguardo coloniale» abbandonando la lista dei buoni e dei cattivi, definita un «binario occidentale», e suggerisce di trasformare Babbo Natale in un «personaggio più diversificato che celebra lo scambio culturale». Propone inoltre di raffigurare Babbo Natale mentre collabora alla pari con gli elfi, di inserire nel suo laboratorio persone provenienti da tutto il mondo e di introdurre «Mamma Natale» per dimostrare che «gli uomini non devono essere al comando».

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Il post, pubblicato originariamente nel 2023 ma ancora presente sul sito del museo, ha provocato una nuova ondata di critiche, con politici e opinionisti che hanno deriso l’idea di decolonizzare Babbo Natale.   Toby Young, fondatore della Free Speech Union, ha definito il museo «seriamente serio», mentre la deputata di Reform UK Sarah Pochin ha sostenuto che tali proposte rientrano in un più ampio schema di attivismo «woke».   Alka Sehgal Cuthbert, direttrice di Don’t Divide Us, ha dichiarato al Telegraph che chi promuove queste idee «ridicole» mira a «rompere il nostro senso di appartenenza a un passato e a una cultura comuni» e non dovrebbe ricevere fondi pubblici né il sostegno di «musei senza cervello».   Un portavoce del museo ha replicato che le persone sono «libere di essere d’accordo o meno» con il contenuto del bloggo.   La questione del presunto razzismo di Santa Claus in realtà emerge con vigore in Olanda. Durante la festa di Sinterklaas (San Nicola), dove si celebrail 5-6 dicembre, «il Babbo Natale» olandese, il Santo arriva in Olanda dalla Spagna su una barca, accompagnato dai suoi aiutanti chiamati Zwarte Piet («Pietro Nero»). Tradizionalmente, questi aiutanti sono interpretati da persone con il viso dipinto di nero (de facto una blackface, pratica mostruosamente proibita oggidì), parrucca riccia, labbra rosse e orecchini d’oro, in abiti colorati rinascimentali.   Nelle versioni storiche più antiche (fine XIX-inizi XX secolo), lo Zwarte Piet aveva un ruolo più «cattivo»: portava un sacco per rapire i bambini disobbedienti (portandoli in Spagna) e una frusta o verga (roe) per punirli o frustarli simbolicamente. Questo era un modo per spaventare i bambini e farli comportare bene, simile ad altre tradizioni europee, come Krampus in Tirolo.   La figura di Zwarte Piet è molto controversa perché il blackface e gli stereotipi (labbra rosse, comportamento «buffonesco») sono visti da molti come razzisti, legati al colonialismo olandese e alla schiavitù. Critici (inclusi ONU e attivisti) hanno protestato dichiarando che tale figura tradizionale perpetua stereotipi negativi sui neri.   Difensori dicono che è una tradizione innocente per bambini, e che il nero è «fuliggine dei camini».   Negli ultimi anni, la tradizione è cambiata molto: in molte città, parate TV e scuole usano Roetveegpiet («Piet con fuliggine»), con solo macchie di nero sul viso, senza blackface completo.  

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Immagine di Fotojournalist Kees Blokker via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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Trump chiede la pena di morte per l’assassino della ragazza ucraina

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto la pena capitale per Decarlos Brown, che il mese scorso ha brutalmente accoltellato una donna ucraina di 23 anni su un treno a Charlotte, nella Carolina del Nord.

 

L’incidente è salito alla ribalta nazionale dopo la diffusione, nel fine settimana, del video di videosorveglianza del macabro episodio. Nel video, si vede il 34enne aggredire Iryna Zarutska alle spalle, pugnalandola diverse volte al collo poco dopo che si era seduta. La donna è morta dissanguata sul colpo poco dopo.

 

A giudicare dal filmato, l’aggressione è stata apparentemente immotivata e non c’è stato alcuno scambio di battute tra i due prima dell’accoltellamento.

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In un post pubblicato mercoledì sulla sua piattaforma Truth Social, Trump ha scritto: «L’ANIMALE che ha ucciso in modo così violento la bellissima ragazza ucraina… dovrebbe ricevere un processo ‘rapido’ (non c’è dubbio!) e ricevere solo la PENA DI MORTE».

 

Lunedì, il presidente degli Stati Uniti aveva descritto il Brown come un «lunatico mentalmente squilibrato», sottolineando che l’uomo era stato arrestato più volte negli ultimi dieci anni, ma che era stato ripetutamente rilasciato su cauzione senza contanti.

 

Trump ha dichiarato che «il sangue di questa donna innocente… è sulle mani dei democratici che si rifiutano di mettere in prigione le persone cattive».

 

Intervenendo martedì durante una conferenza stampa, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha affermato che dal 2011 il Brown è stato accusato di rapina a mano armata, furto aggravato, violazione di domicilio e confisca di cauzioni almeno tre volte.

 

Tuttavia, dopo essere stato nuovamente arrestato a gennaio, l’uomo è stato rilasciato da un giudice democratico a condizione che «firmasse una promessa scritta di tornare per l’udienza in tribunale».

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«I democratici della Carolina del Nord e di tutto il paese sono impegnati a promuovere un programma woke e soft sulla criminalità, indipendentemente da quante persone innocenti ne soffrano le conseguenze», ha affermato la Leavitt.

 

Ad agosto, Trump ha ordinato l’invio di truppe della Guardia Nazionale a supporto della polizia a Washington, citando gli alti livelli di criminalità violenta. I democratici locali hanno subito criticato la decisione.

 

La scorsa settimana, il presidente degli Stati Uniti ha lasciato intendere che avrebbe potuto fare lo stesso a Chicago, suscitando anch’esso una forte opposizione da parte dei democratici.

 

La pena di morte negli Stati Uniti rimane uno dei dibattiti più accesi e divisivi della società americana, un retaggio di un sistema penale che, dal 1976, ha portato all’esecuzione di oltre 1600 persone, tutte per reati gravissimi come l’omicidio aggravato.

 

Attualmente, la pena capitale è legale in 27 Stati su 50, oltre che a livello federale e militare, ma con significative restrizioni: sei di questi – California, Oregon, Pennsylvania, Ohio, Tennessee e Washington – hanno moratorie in corso, imposte da governatori o corti, riducendo gli Stati attivi a circa 21.

 

Nel 2025, anno segnato da un ritorno all’espansione federale sotto l’amministrazione Trump, che ha revocato la moratoria di Biden con un ordine esecutivo a gennaio, si contano già 30 esecuzioni, un numero in lieve aumento rispetto agli anni precedenti, con Florida in testa per record di condanne portate a termine.

 

Il metodo dominante, utilizzato in 25 casi quest’anno, è l’iniezione letale, un cocktail di farmaci somministrato per via endovenosa che induce prima un coma profondo e poi l’arresto cardiaco, considerato il più «umano» dalla Corte Suprema, anche se criticato per iniezioni mal eseguite che causano sofferenza prolungata. Tuttavia, le variazioni statali riflettono una patchwork di tradizioni e innovazioni, spesso nate da difficoltà nel reperire i farmaci per l’iniezione, dovute a boicottaggi etici delle case farmaceutiche.

 

In Alabama, Oklahoma, Mississippi e Florida, l’iniezione è primaria, ma come alternativa si è diffuso l’ipossia con azoto – una sorta di asfissia controllata inalando gas puro – usata in tre esecuzioni nel 2025, la seconda in Louisiana dopo quella pionieristica in Alabama. South Carolina fa eccezione: qui l’elettrocuzione è il default, ma quest’anno ha optato per il plotone d’esecuzione in due casi, fucilando i condannati con cinque tiratori, il primo uso dal 2010, un metodo crudo che evoca immagini western e ha suscitato orrore per la violenza spettacolare.

 

In Utah, l’iniezione letale prevale, ma il condannato può scegliere la fucilazione, un’eredità storica; lo stesso vale per Arizona e Missouri, dove la camera a gas è opzionale su richiesta. Arkansas, Kentucky e Tennessee privilegiano l’iniezione, con l’elettrocuzione riservata a vecchie condanne pre-anni Ottanta, mentre New Hampshire, l’unico Stato con un solo detenuto sul braccio della morte, prevede l’impiccagione, sebbene abolita de facto nel 2019.

 

Questi metodi – tra cui anche gas letale e sedia elettrica, caduti in disuso ma ancora possibili – non sono mai stati dichiarati incostituzionali dalla Suprema Corte, nonostante le denunce di crudeltà e le statistiche allarmanti: il 36% delle iniezioni letali negli ultimi anni è stato «mal eseguito», con agonie che durano minuti.

 

La Florida guida le esecuzioni del 2025, ma il trend nazionale mostra disparità razziali persistenti, con tre quarti delle vittime bianche, alimentando accuse di sproporzione del sistema.

 

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Ucraina uccisa in USA da un nero. Silenzio dei media, interviene Trump

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Il presidente Donald Trump ha condannato l’accoltellamento mortale di una donna ucraina di 23 anni su un treno a Charlotte, nella Carolina del Nord, descrivendo l’incidente come un atto «orribile» commesso da un «lunatico mentalmente squilibrato», secondo una dichiarazione pubblicata lunedì su Truth Social.   La vittima, Irina Zarutskaya, ha lasciato l’Ucraina dopo l’escalation del conflitto nel 2022 ed è stata uccisa il 22 agosto mentre viaggiava sulla linea blu Lynx della città. Un video di sorveglianza diffuso dalle autorità nel fine settimana mostra la Zarutskaya aggredita alle spalle e pugnalata più volte al collo da un uomo successivamente identificato come Decarlos Brown, 34 anni.   Trump ha fatto riferimento al filmato sia nel suo post sui social media sia durante un discorso pubblico a Washington affermando che il sospettato era stato arrestato e rilasciato 14 volte su cauzione senza contanti e che non avrebbe dovuto essere libero al momento dell’omicidio.   Il video brutale è circolato su X, che ora però impedisce di condividerlo su altri siti.

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«Che diavolo ci faceva in treno e in giro per le strade? Criminali come questi vanno MESSI AI FERRI», ha scritto Trump.   «Il sangue di questa donna innocente può essere letteralmente visto gocciolare dal coltello dell’assassino, e ora il suo sangue è sulle mani dei democratici che si rifiutano di mettere in prigione le persone cattive, tra cui l’ex governatore caduto in disgrazia e “aspirante senatore” Roy Cooper», ha aggiunto.   La polizia di Charlotte-Mecklenburg ha accusato Brown di omicidio di primo grado. Le autorità affermano che aveva una lunga fedina penale, inclusa una rapina a mano armata, e che aveva già scontato più di sei anni di carcere. Un giudice gli aveva ordinato di sottoporsi a una valutazione psichiatrica all’inizio di quest’anno, ma la valutazione non è stata completata.   Trump ha anche criticato la risposta dei media all’omicidio, chiedendo: «Dov’è l’indignazione dei media tradizionali per questa orribile tragedia?»   Durante il suo discorso al Museo della Bibbia, Trump ha affermato: «siamo tutti persone religiose, ma ci sono persone malvagie. Dobbiamo affrontarle. Se non le affrontiamo, non abbiamo un Paese».   La Zarutskaya è morta dissanguata sul colpo. Il sospettato è stato arrestato poco dopo l’aggressione e attualmente è detenuto presso il centro di detenzione della contea di Mecklenburg senza cauzione.   Il primogenito del presidente, Donald Trump Jr., ha criticato gli utenti dei social media che mostrano la bandiera ucraina nei loro profili online, ma sono rimasti in silenzio sul recente omicidio di una giovane donna ucraina nella Carolina del Nord.   «Stranamente, tutti i pagliacci con le bandiere dell’Ucraina nella loro biografia sono silenziosi anche su questo», ha scritto Trump Jr. su X lunedì.  

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Il suo post è arrivato in risposta alla conduttrice conservatrice di podcast Liz Wheeler, che ha condiviso uno screenshot di una ricerca sul New York Times del nome della vittima. La ricerca non ha prodotto risultati relativi all’omicidio della ventitreenne, in contrasto con migliaia di articoli pubblicati dal quotidiano su George Floyd, la cui morte nel 2020, avvenuta mentre era sotto custodia della polizia, ha scatenato disordini in tutto il paese.   Trump padre e figlio inquadrano l’incidente come un esempio di indignazione selettiva e doppi standard nella politica e nella copertura mediatica degli Stati Uniti, in particolare nei casi che coinvolgono vittime che non si adattano alle narrazioni politiche prevalenti.

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