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Geopolitica

Lavrov: la Russia ha una «posizione chiara» in vista del vertice Putin-Trump. Poi indossa la maglietta CCCP

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Mosca è pronta a presentare una posizione chiara al prossimo vertice tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo statunitense Donald Trump, che si concentrerà principalmente sul conflitto in Ucraina, ha affermato il ministro degli Esteri Sergej Lavrov.

 

In un’intervista rilasciata venerdì all’emittente Rossiya 24, Lavrov, è già arrivato ad Anchorage, in Alaska, dove si terranno i colloqui, ha rifiutato di fare supposizioni sui possibili risultati del vertice. «Non prevediamo nulla in anticipo. Sappiamo di avere argomenti a sostegno della nostra posizione, chiara e ben definita. Li presenteremo», ha affermato, aggiungendo che Mosca e Washington hanno «già fatto molto» durante le visite dell’inviato statunitense Steve Witkoff in Russia. Il funzionario americano si è recato nel Paese cinque volte dall’insediamento di Trump, con gli ultimi colloqui di tre ore, principalmente sul conflitto in Ucraina, svoltisi la scorsa settimana.

 

 

«Witkoff ha agito per conto del presidente Trump. Ci auguriamo che domani potremo proseguire questa utile conversazione», ha osservato il ministro degli Esteri.

 

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Hanno destato stupore le immagini del suo arrivo in hotel dove indossa una maglia bianca con la scritta «CCCP», cioè, come sanno alcuni fan del grande gruppo emiliano omonimo (con alcuni membri, ci dicono, che hanno seguito Renovatio 21) il cirillico per «URSS», l’acronimo dell’Unione Sovietica.

 

 

Mosca ha affermato che una soluzione sostenibile del conflitto ucraino può essere raggiunta solo se Kiev accetta di non aderire mai alla NATO, di sottoporsi alla smilitarizzazione e alla denazificazione e di riconoscere la nuova realtà sul campo. Questa include lo status di Crimea, Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporiggia come parte della Russia, territori che hanno votato per l’adesione al Paese nei referendum pubblici del 2014 e del 2022.

 

Trump aveva precedentemente indicato che le discussioni avrebbero potuto includere un accordo di scambio di territori tra Russia e Ucraina. Tuttavia, la Russia ha respinto qualsiasi idea di cedere territori incorporati tramite referendum. Allo stesso tempo, Mosca mantiene il controllo su alcune parti dell’Ucraina, compresi i territori nelle regioni di Kharkov, Sumy e Dnepropetrovsk.

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Geopolitica

L’Iran colpirà l’Albania?

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Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano ha lanciato una minaccia contro l’Albania, suggerendo che Teheran potrebbe prendere di mira la base di Ashraf-3, che dal 2013 è il quartier generale dell’Organizzazione dei Mujahedin del Popolo Iraniano, un’opposizione al regime degli Ayatollah. Si stima che fino a 3.000 persiani abbiano trovato rifugio in Albania. Lo riporta il quotidiano polacco Do Rzeczy.   La dichiarazione pubblicata indica che l’Albania potrebbe essere bersaglio di una rappresaglia iraniana, analogamente alla base militare britannica a Cipro, colpita ad Akrotiri pochi giorni fa. Questa è una chiara dichiarazione da parte di Teheran di possedere le capacità militari per estendere le sue operazioni militari oltre il Medio Oriente.   In un post su X del 1° marzo, il presidente albanese Bajram Begaj ha dichiarato che «L’Albania è al fianco dei nostri alleati strategici negli sforzi per eliminare qualsiasi minaccia terroristica e contrastare il regime degli Ayatollah in Iran. Esprimiamo il nostro pieno sostegno al Qatar, agli Emirati Arabi Uniti, al Regno dell’Arabia Saudita, alla Giordania, al Kuwait e al Bahrein, i cui cittadini stanno subendo attacchi aggressivi da parte del regime degli Ayatollah. Preghiamo per la pace, la sicurezza e il ripristino della stabilità nella regione».  

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L’interesse di Teheran per l’Albania è dovuto alla presenza del MEK nel Paese.   Il Mujahedin-e Khalq (MEK), o Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI), è un gruppo di opposizione iraniano in esilio, fondato nel 1965 da studenti di sinistra per opporsi allo Shah Mohammad Reza Pahlavi. Inizialmente mescolava islam sciita rivoluzionario (influenzato dal filosofo Ali Shariati, l’«Heidegger iraniano») e marxismo, con enfasi su lotta armata, uguaglianza di genere e anti-imperialismo.   Partecipò attivamente alla rivoluzione islamica del 1979, ma entrò in conflitto con l’aiatollà Ruollah Khomeini per il potere: accusato di attentati (inclusi omicidi di americani negli anni Settanta), fu represso duramente. Negli anni Ottanta si alleò con Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq, combattendo contro Teheran con l’Armata di Liberazione Nazionale. Dopo il 2003 (invasione USA in Iraq), depose le armi, si trasferì in Albania (base Ashraf-3) e abbandonò l’anti-americanismo.   Come riportato da Renovatio 21, tre anni fa Edi Rama denunciò un potente ciberattacco subito dall’Albania, ad opera, accusò, dell’Iran. L’evento – che si inserisce in un contesto di tensioni dovute alla turbolenta presenza dell’organizzazione di iraniani oppositori degli ayatollah del MEK nel Paese –costò l’interruzione delle relazione con Teheran e la chiusura dell’ambasciata della Repubblica Islamica a Tirana.

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Geopolitica

Marco Rubio, Mike Johnson e Tucker Carlson affermano che Israele ha spinto gli USA ad attaccare l’Iran

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Lunedì, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti sono entrati in guerra con l’Iran a causa degli imminenti piani di attacco di Israele, un’ammissione che implica che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha di fatto manovrato gli Stati Uniti per entrare in guerra.

 

«Era fin troppo chiaro che se l’Iran fosse stato attaccato da chiunque, dagli Stati Uniti, da Israele o da chiunque altro, avrebbe reagito e avrebbe reagito contro gli Stati Uniti», ha detto Rubio durante una conferenza stampa. «Se avessimo aspettato che quell’attacco arrivasse per primo, prima di colpirli, avremmo subito perdite molto più elevate. E così il presidente ha preso una decisione molto saggia: sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe scatenato un attacco contro le forze americane», ha affermato il segretario di Stato.

 

Le dichiarazioni di Rubio sono corroborate da un articolo del New York Times di lunedì che descrive dettagliatamente come Tucker Carlson, durante un recente incontro con il presidente Donald Trump, lo abbia esortato a evitare la guerra con l’Iran, solo per sentirsi rispondere che Trump non aveva altra scelta che unirsi all’attacco che Israele avrebbe lanciato.

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L’articolo del quotidiano neoeboraceno ha inoltre indicato che Netanyahu era intenzionato a garantire che i colloqui in corso tra Stati Uniti e Iran non ostacolassero o impedissero la pianificazione di un attacco congiunto americano-israeliano contro la Repubblica islamica.

 

Anche alti funzionari dell’amministrazione Trump hanno trasmesso lo stesso messaggio durante i briefing riservati forniti ai membri del Congresso lunedì, un punto che è stato successivamente confermato dal presidente repubblicano della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Mike Johnson, della Louisiana, insieme a diversi altri legislatori.

 

«Poiché Israele era determinato ad agire con o senza gli Stati Uniti, il nostro comandante in capo, l’amministrazione e i funzionari (del Gabinetto) hanno dovuto prendere una decisione molto difficile. Hanno dovuto valutare le minacce agli Stati Uniti, alle nostre truppe, alle nostre installazioni, alle nostre risorse nella regione e oltre», ha affermato Johnson.

 

La narrazione secondo cui Israele avrebbe dovuto agire in modo indipendente contro l’Iran è messa in discussione dal fatto che, durante la Guerra dei 12 Giorni della scorsa estate, gli israeliani dipendevano dalle difese aeree americane per abbattere i missili iraniani. Inoltre, un articolo del 25 febbraio su Politico riportava come i funzionari di Trump avessero espresso la preferenza per un attacco israeliano per primo, provocando una risposta iraniana contro le risorse americane e fornendo così una motivazione politica più chiara per un intervento statunitense in patria.

 

Dopo le forti critiche alle dichiarazioni di Rubio, l’amministrazione sembra aver modificato la narrazione. Su X, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha pubblicato un articolo del National Review intitolato «No, Marco Rubio non ha affermato che Israele abbia trascinato Trump in guerra con l’Iran».

 

Inoltre, rivolgendosi ai giornalisti martedì, Rubio ha fatto marcia indietro, affermando che i suoi commenti del giorno precedente facevano riferimento solo alla tempistica del piano di Israele di colpire l’Iran, sottolineando che Trump aveva già deciso di scatenare la guerra per eliminare il programma missilistico balistico dell’Iran.

 

E, cosa ancora più significativa, martedì il presidente Trump ha negato che Israele lo avesse costretto ad attaccare l’Iran, sostenendo al contrario che potrebbe aver «forzato la mano di Israele» per avviare le aggressioni.

 

Sebbene domenica i funzionari del Pentagono abbiano dichiarato al Congresso che l’Iran non ha intenzione di colpire le risorse statunitensi in Medio Oriente, a meno che non venga provocato da un attacco iniziale, Trump ha affermato di credere che l’Iran avrebbe potuto attaccare per primo.

 

«A giudicare da come stavano andando i negoziati, credo che avrebbero attaccato per primi. E non volevo che ciò accadesse. Quindi, semmai, avrei potuto forzare la mano a Israele. Ma Israele era pronto, e noi eravamo pronti», ha detto, apparentemente contraddicendo le dichiarazioni di Rubio di lunedì.

 

Analizzando l’inizio della guerra contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele nel fine settimana, Tucker Carlson ha dichiarato in un monologo di lunedì che Netanyahu aveva informato la Casa Bianca che avrebbe attaccato l’Iran con o senza il coinvolgimento degli Stati Uniti.

 

E, dati gli ingenti investimenti americani nella regione, insieme alle vaste infrastrutture energetiche da cui il mondo dipende, gli Stati Uniti potrebbero agire con loro e provare a essere una «forza moderatrice» o semplicemente dire «no» e minacciare di «tagliare gli aiuti o qualcosa del genere», ha detto.

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Ma dire di no «non era nemmeno sul tavolo. Non è mai stato sul tavolo», ha osservato Carlson. «Nessuno negli ultimi 63 anni ha mai preso in considerazione l’idea di farlo, in realtà. L’ultimo presidente a farlo è stato John F. Kennedy nel 1962, quando ebbe una disputa – non famosa come dovrebbe essere – con… il primo ministro israeliano, David Ben-Gurion, sul programma nucleare israeliano a Dimona».

 

All’epoca, ha ricordato, «il presidente Kennedy disse “no”» e chiese la fine dei test sulle armi nucleari da parte di Israele e delle ispezioni delle sue strutture.

 

«E naturalmente (Kennedy) non fu in grado di mantenere quelle promesse perché fu ucciso nel novembre del 1963 e la persona che prese il suo posto, il suo vicepresidente, Lyndon Johnson, diede il via libera al programma nucleare israeliano», ha affermato il popolarissimo opinionista conservatore. «Quella fu quindi l’ultima volta che un presidente americano disse di no, un no netto, a Israele, e cercò di frenarne le ambizioni fondamentali».

 

«Quindi la verità è, ed è difficile dirlo», ha sottolineato Carlson, «ma non sono stati gli Stati Uniti a prendere la decisione» di andare in guerra con l’Iran. «È stato Benjamin Netanyahu».

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Geopolitica

Zelens’kyj minaccia militarmente Orban

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha lanciato un’apparente minaccia militare al primo ministro ungherese Viktor Orban per il rifiuto persistente di Budapest di revocare il veto sui prestiti miliardari sottoscritti dai membri dell’UE a Kiev.   Il mese scorso, Orban ha bloccato un prestito di emergenza da 90 miliardi di euro pianificato dai membri dell’UE per Kiev, dopo il fallimento dell’Unione Europea nel trovare un accordo sul furto diretto di miliardi di beni russi congelati in Belgio. Orbán ha preso questa decisione in risposta all’Ucraina che impediva all’Ungheria di raggiungere importanti forniture di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba.   Parlando giovedì delle nuove armi per le forze armate di Kiev, Zelens’kyj ha dichiarato: «Speriamo che una persona nell’UE non blocchi i 90 miliardi di euro… Altrimenti, daremo l’indirizzo di questa persona alle nostre forze armate, ai nostri ragazzi, in modo che possano chiamarlo e comunicare con lui nella loro lingua».   La disputa diplomatica tra Ungheria e Ucraina si è intensificata nelle ultime settimane, sfociando in frecciate personali. Zelens’kyj ha lanciato una serie di attacchi contro Orbán, tra cui il fat-shaming durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco il mese scorso.

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Il primo ministro ungherese si oppone da tempo al tentativo dell’Ucraina di aderire all’UE e si è ripetutamente rifiutato di inviarle armi o di approvare gli aiuti militari dell’UE, chiedendo invece la diplomazia.   Nel frattempo, Orban si è rivolto ai social media per lanciare il suo avvertimento.   «Non ci saranno accordi, né compromessi. Romperemo il blocco petrolifero ucraino con la forza», ha scritto giovedì su X, aggiungendo che il petrolio tornerà presto in Ungheria attraverso l’oleodotto Druzhba.   L’oleodotto di epoca sovietica, parte del quale attraversa l’Ucraina, è stato chiuso a gennaio dopo che Kiev ha affermato che era stato danneggiato dagli attacchi russi – accuse che Mosca nega. Ungheria e Slovacchia, entrambe fortemente dipendenti dall’energia russa, hanno accusato Kiev di averle deliberatamente interrotte per motivi politici e di aver inventato ostacoli per riavviare i flussi di petrolio.   Zelens’kyj ha già lanciato minacce contro leader e funzionari stranieri in passato. L’anno scorso, ha suggerito ai massimi funzionari russi di controllare la presenza di rifugi antiaerei, insinuando che l’Ucraina avrebbe potuto prendere di mira il Cremlino. Il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha definito le dichiarazioni «irresponsabili».   Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa Orban aveva dichiarato che avrebbe schierato truppe contro pontenziali «attacchi ucraini».   Orban, che ad inizio anno ha incontrato Putin a Mosca, il mese scorso ha dichiarato Kiev «ha oltrepassato il limite» e che l’Ungheria non si piegerà al «ricatto ucraino».

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