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Vescovo afferma che «l’omosessualità non è un peccato» durante una conferenza a favore dei diritti omotransessuali

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Un vescovo cattolico messicano ha dichiarato, durante un incontro a favore dei diritti LGBT, che l’omosessualità «non è un peccato» e ha affermato che «senza la comunità LGBT, la Chiesa non è completa». Lo riporta LifeSite.

 

Dal 30 luglio al 2 agosto a Torreon, in Messico, si è svolto il quarto incontro nazionale della Red Catolica Arcoiris Mexico, un raduno di quasi 100 rappresentanti di gruppi locali a favore della comunità LGBT. La messa di apertura è stata celebrata nella cattedrale locale, presieduta dal vescovo Luis Martin Barraza Beltran di Torreon, mentre l’omelia è stata pronunciata dal vescovo Raul Vera Lopez, già vescovo di Saltillo.

 

«La Chiesa ha una seria responsabilità», ha affermato monsignor Vera Lopez durante l’omelia. «L’omosessualità non è un peccato. È una cosa naturale e non una perversione o una malattia umana». Ha inoltre insistito sul fatto che i cattolici che si identificano come LGBT «hanno il diritto» di partecipare pienamente alla vita ecclesiale e di «esercitare una guida della fede tra noi», concludendo: «Senza la comunità LGBT, la Chiesa non è completa».

 

Il vescovo ha inoltre esortato le comunità cattoliche ad accogliere senza esclusione le persone che si identificano come LGBT, sostenendo che la loro partecipazione non dovrebbe essere vista semplicemente come un atto di buona volontà, ma come un obbligo morale. Ha ribadito che l’orientamento sessuale è un aspetto intrinseco della persona umana e ha respinto l’idea che debba essere considerato una scelta volontaria o una condizione moralmente riprovevole.

 

Monsignor Vera López ha inoltre incoraggiato Red Catolica Arcoiris Meéxico a continuare a rafforzare il proprio lavoro come comunità di fede composta da persone che si identificano come LGBT e dai loro sostenitori, affermando che la testimonianza del gruppo dovrebbe contribuire a quella che ha definito una Chiesa più aperta e una società caratterizzata da rispetto, unità e inclusione.

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Le dichiarazioni del vescovo hanno suscitato polemiche in Messico. Dopo le critiche, monsignor Vera Lopez ha pubblicato una dichiarazione sul suo account Facebook ringraziando coloro che gli hanno espresso sostegno, ma deplorando quelle che ha definito critiche e calunnie dirette contro di lui perché si considera «fratello, pastore e amico» di coloro che si identificano come LGBT.

 

«Coloro che spesso condannano una persona per le sue inclinazioni sessuali sono persone che hanno bisogno non solo di educazione e aggiornamento, poiché sono rimaste ancorate alla tradizione del II secolo, ma anche di un cuore nuovo, come scrive il profeta Ezechiele», ha scritto monsignor Vera Lopez nel suo post su Facebook dopo aver ribadito la sua tesi centrale secondo cui «l’omosessualità non è un peccato».

 

All’incontro, a sostegno dei diritti LGBT, hanno partecipato delegati provenienti da diverse regioni del Messico. Le attività hanno incluso workshop, riunioni, l’elezione di una nuova dirigenza nazionale per l’organizzazione e un discorso di apertura tenuto dal padre gesuita James Martin tramite Zoom.

 

Il vescovo Vera Lopez è da tempo impegnato in iniziative a favore delle comunità LGBT all’interno della Chiesa cattolica messicana. Nel 2014 ha battezzato una bambina di 16 mesi cresciuta da una coppia di lesbiche. L’evento ha suscitato scalpore a causa del sostegno di lunga data del vescovo alle cause LGBT, inclusa la sua precedente affiliazione a un gruppo che promuoveva lo stile di vita omosessuale.

 

Inoltre, nel 2011, il Vera Lopezzo era a capo di due organizzazioni per i «diritti umani» che hanno firmato numerosi documenti a favore della depenalizzazione dell’aborto. Sebbene il vescovo abbia negato di essere «a favore dell’aborto», le sue organizzazioni hanno appoggiato dichiarazioni a sostegno dell’accesso all’aborto e contrarie agli emendamenti costituzionali pro-vita.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2025, la «pastora» anglicana lesbica Emilie Teresa Smith, unita in matrimonio con una persona dello stesso sesso, ha partecipato a una messa a Saltillo, in Messico, insieme al monsignor Vera Lopez, apparentemente «concelebrando» sussurrando le parole della consacrazione, elevando il calice, leggendo il Vangelo, pronunciando un’omelia e ricevendo in seguito l’Eucaristia – molte delle quali sono vietate dal diritto canonico cattolico ai non cattolici e ai laici. Il vescovo ha difeso la sua presenza, presentandola come un atto di ecumenismo e inclusione.

 

 

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L’arcivescovo di Vienna nominato da Leone XIII appoggia l’ordinazione delle donne

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L’arcivescovo di Vienna Josef Grünwidl ha dichiarato di volere l’«ordinazione delle donne», ma ritiene che al momento non sia «realistica». Lo riporta LifeSiteNews.   In un’intervista alla radio pubblica austriaca Ö1, il nuovo arcivescovo di Vienna ha affrontato un’ampia gamma di temi, tra cui l’ordinazione femminile, il celibato sacerdotale obbligatorio e l’eutanasia.   Monsignor Grünwidl ha osservato che le donne sono già impegnate in molti ambiti della vita ecclesiale, comprese posizioni di leadership.   «Ho incluso anche le donne nel Consiglio dei Vescovi, che è l’organo consultivo più vicino al vescovo e uno dei più importanti», ha affermato. «Certamente auspicherei l’ordinazione delle donne, ma mi rendo conto che al momento questa sarebbe una decisione da prendere a livello della Chiesa universale, da parte di un concilio. Attualmente non vedo alcuna prospettiva realistica che tale decisione possa essere presa in tal senso». Il prelato austriaco ha affermato che i vescovi austriaci intendono modificare lo statuto in modo che in futuro qualsiasi laico possa essere eletto segretario generale della Conferenza episcopale. Tuttavia prevede che il prossimo segretario generale sarà un sacerdote, poiché l’attuale segretario, padre Peter Schipka, si è recentemente dimesso, e la modifica dello statuto richiederà l’approvazione del Vaticano, il che potrebbe richiedere del tempo.   La proposta dell’arcivescovo, secondo cui un futuro concilio ecumenico potrebbe consentire alle donne di ricevere gli Ordini sacri ed essere ordinate sacerdotesse o diaconesse, contraddice l’insegnamento infallibile della Chiesa, secondo il quale solo gli uomini sono idonei a ricevere gli Ordini sacri.   Papa Giovanni Paolo II ha ribadito tale insegnamento nella sua lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis del 22 maggio 1994: «dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa» ha scritto il papa polacco.   Il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ribadì in una Responsum ad Dubium del 1995 che l’insegnamento esposto nell’Ordinatio Sacerdotalis deve essere «in modo definitivo (…) da considerarsi appartenente al deposito della fede».   «Questa dottrina esige un assenso definitivo poiché, fondata nella Parola di Dio scritta e costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa fin dall’inizio, è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale (cfr. Conc. Vaticano II, cost. dogm. Lumen Gentium, 25, 2)», scrisse il cardinale Ratzinger.   L’opinione di monsignor Grünwidl, secondo cui l’insegnamento sull’ordinazione delle donne potrebbe essere modificato, suggerisce una concezione modernista della dottrina, come se questioni di fede e di morale infallibilmente dichiarate dalla Chiesa potessero cambiare a seconda dello spirito del tempo.   Sebbene l’arcivescovo considerasse l’ordinazione delle donne possibile ma irrealistica, riteneva che ci fossero maggiori possibilità di abolire il celibato sacerdotale obbligatorio. Affermava che si trattava semplicemente di una disposizione del diritto canonico «che non ha nulla a che vedere con la nostra fede, con le verità della fede o con il dogma».   «Spero vivamente che coloro che desiderano apportare cambiamenti in questo ambito creino reti di contatti più efficaci, in modo che le loro voci vengano ascoltate con maggiore chiarezza in Vaticano», ha affermato il prelato viennese.   Monsigno Grünwidlo giustamente sottolinea che il celibato sacerdotale non è una dottrina, bensì una disciplina della Chiesa latina. Tuttavia, affermare che non abbia «nulla a che fare con la nostra fede» e suggerire che si tratti di una regola arbitraria o meramente pratica è fuorviante. La pratica del celibato sacerdotale si fonda sull’esempio di Gesù Cristo, che fu celibe. Allo stesso modo, gli apostoli erano celibi, come San Paolo, o praticavano la continenza dopo il matrimonio, come San Pietro. Nostro Signore disse: «Perchè vi son degli eunuchi che sono nati così dal seno della madre, e vi son degli eunuchi che furon fatti tali dagli uomini, e ve ne son di quelli che si son fatti eunuchi da sè in vista del regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda» (Mt 19,12). San Paolo spiegò nella sua prima lettera ai Corinzi che il celibato è una vocazione più elevata rispetto alla vita matrimoniale, affermando che l’uomo non sposato si preoccupa maggiormente «delle cose del Signore».   Interrogato sul suicidio assistito, legale in Austria dal 2022, il Grünwidl ha affermato: «chiederei a chi non vuole più vivere: cosa dovrebbe cambiare perché tu voglia continuare a vivere?». Ha citato il cardinale Franz König, ex arcivescovo di Vienna, il quale preferiva che «le persone morissero tenendo la mano di qualcuno, e non per mano di qualcuno». L’arcivescovo ha poi aggiunto: «Una società si giudica anche da come tratta i malati e i morenti».   «In definitiva, dobbiamo rispettare una decisione di coscienza», ha aggiunto. «Se una persona, nonostante tutto l’aiuto che possiamo offrire, giunge alla conclusione di voler ricorrere al suicidio assistito, allora tale decisione deve essere rispettata. Mi rattrista profondamente quando si arriva a questo punto».   Monsignor Grünwidl è stato nominato arcivescovo di Vienna nell’ottobre del 2025. La sua posizione eterodossa sull’ordinazione delle donne, sul celibato sacerdotale e sulla somministrazione della Santa Comunione ai cattolici divorziati e risposati civilmente era già ampiamente nota prima della sua nomina.

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Immagine Erzdiözese Wien/Schönlaub via Wikimedia Commons riprodotta secondo indicazioni
 
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Candace Owens esonerata dalla causa in cui si affermava che «Brigitte Macron è un uomo»

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Un magistrato ha archiviato integralmente le accuse mosse personalmente contro la podcaster Candace Owens nella causa per diffamazione avviata dal presidente francese Emmanuel Macron e dalla moglie Brigitte, pur permettendo che il procedimento prosegua nei confronti di due società da lei registrate nel Delaware.

 

Come noto, la coppia è stata oggetto di continue speculazioni pure riguardo al sesso di nascita della première dame, accuse che hanno ripetutamente negato e contro cui hanno intrapreso azioni legali anche in Francia. Anche qui, sono piovute le smentite più categoriche dell’Eliseo.

 

Martedì il giudice Sheldon Rennie della Corte Superiore del Delaware ha dichiarato che la corte non disponeva di giurisdizione personale su Owens, residente nel Tennessee. «Il semplice fatto che la signora Owens abbia creato le entità per pubblicare commenti politici e giornalismo investigativo – l’ampia categoria di attività che ha dato origine a questa controversia – non è sufficiente», ha scritto il giudice.

 

La decisione implica che la Owens non risponderebbe personalmente di un eventuale esito favorevole ai Macron; qualsiasi risarcimento resterebbe limitato alle sue società, Candace Owens LLC e GeorgeTom Inc.

 

Su X la Owens ha commentato poco dopo la sentenza.

«Sono stato appena prosciolta personalmente dalla causa intentata contro di me da Macron nel Delaware. Questo caso rappresenta uno dei più gravi abusi legali commessi da un leader di governo straniero nella storia dell’umanità: il tentativo di un Presidente in carica di mandare in bancarotta un singolo podcaster proveniente da fuori della nazione che governa (…) E per ribadirlo formalmente, visto che molti giornalisti hanno deliberatamente mentito su questo dettaglio importantissimo: NON sono MAI stata citata in giudizio per aver affermato che Brigitte Macron è nata maschio. Sono stata invece citata in giudizio per aver parlato di MK Ultra e per aver presumibilmente accusato la “First Lady” di furto ai danni di sua sorella».

 

In un successivo intervento, pubblicato tre ore dopo, ha manifestato sollievo: «Sono di ottimo umore per la destituzione di Macron. È come se un anno e mezzo in cui la mia famiglia ha dovuto sopportare bugie deliranti riguardanti fallimenti imminenti, conti segreti e piani per fuggire dal paese, fosse finalmente giunto al termine».

 

La Owens ha osservato che i Macron avevano indicato due entità commerciali e «hanno ammesso durante l’udienza di non essere sicuri se una o entrambe queste entità ospitassero il podcast», sostenendo che una di esse «non ha assolutamente nulla a che fare con il podcast in alcun modo».

 

La corte ha inoltre accolto l’argomentazione di Owens secondo cui il diritto francese dovrebbe regolare i termini di prescrizione. In Francia le azioni per diffamazione devono generalmente essere proposte entro tre mesi, termine che può estendersi a un anno nei casi che riguardano sesso, orientamento sessuale o genere.

 

Owens ha riferito che il proprio team ha sostenuto che i Macron stavano «cercando intenzionalmente il foro più conveniente perché, essendo vincolati al termine di prescrizione francese di 3 mesi, le loro pretese sarebbero naturalmente scadute». Il giudice ha disposto ulteriori memorie per determinare quale termine di prescrizione francese si applichi prima di decidere sulle restanti domande della società.

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«Credo sia opportuno ribadire che la coppia NON ha mai citato in giudizio nessuno per questioni relative al sesso, all’orientamento sessuale o al genere (nonostante le intenzionali distorsioni mediatiche), bensì per diffamazione in relazione ad affermazioni riguardanti il progetto MK Ultra e il furto» ha dichiarato la podcasterra cattolica, riferendosi al programma di controllo mentale condotto nei decenni del dopoguerra dalla CIA.

 

Gli avvocati dei Macron si sono detti soddisfatti che la causa contro le aziende sia andata a buon fine e hanno affermato che prenderanno in considerazione «altri modi» per ritenere la Owens personalmente responsabile.

 

«Cosa intende esattamente l’avvocato di Macron quando afferma che prenderanno in considerazione “altri modi” per ritenermi personalmente responsabile nonostante la sentenza? Il suo cliente è il presidente in carica di un Paese straniero attualmente in fiamme. Forse dovrebbe riflettere e valutare come assumersi le proprie responsabilità nei confronti dei suoi connazionali» ha dichiarato la Owens,

 

Le parti presenteranno ora ulteriori memorie difensive basate sul diritto francese prima che il giudice decida il destino delle richieste di risarcimento contro le società della Owensa.

 

La battaglia tra i Macron e la Owens nasconde in realtà una guerra tellurica, profondissima, nell’anima della Francia e dell’Occidente tutto: lo scontro metapolitico tra la Francia cattolica e quella rivoluzionaria, una questione vecchia di secoli che perdura ancora oggi, e i cui effetti sono nelle nostre vite di sudditi dello Stato moderno «laico» introdotto con il sangue della Rivoluzione massonica.

 

Come riportato da Renovatio 21, Candace si è convertita al cattolicesimo, la religione del marito, il devotissimo e coltissimo (e bellissimo) teologo George Farmer, figlio di Lord Michael Farmer, miliardario già ministro britannico – George e Candace hanno praticamente fatto quattro figli in quattro anni di matrimonio – la conversione giocoforza doveva arrivare, e l’ha celebrata a Londra, presumibilmente in ambienti cattolici molto conservatori se non apertamente tradizionisti.

 

In un evento pubblico in cui raccontava ad un pubblico cattolico la sua conversione, alla domanda su quale santo prediligesse, lei disse, alla faccia del marito inglese, che ad ispirarla era Santa Giovanna d’Arco, la patrona di Francia. Non è impossibile, pensiamo a questo punto, che sia imbeccata da determinati milieu tradizionalisti e monarchici, ostili alla Macronie (chiamano così il regno di Macron) come mai prima.

Come ha già scritto Renovatio 21: «ora è chiaro che quello che è in atto, nello scontro tra la Owens e i Macron, è più di quello che sembra: la Francia antica, la Francia cattolicissima, la Francia dei re – una Francia che si pensa sia morta e sepolta, ma con evidenza non è così – ha trovato incredibilmente un’eroina in una ragazza nera americana, contro la Francia rivoluzionaria, la Francia che odiava, odia e odierà per sempre trono e altare, la Francia che uccide e i re e, ancora oggi, incendia le chiese».

 

«È la Francia che (…) rese le Olimpiadi uno spettacolo sadico – nel senso letterale di relativo De Sade, pornografo della violenza crudele che fu ispiratore della Rivoluzione, celebrata in ogni modo nella cerimonia di apertura, con – oltre al Cristo-Dioniso-Shiva circondato da trans – la regina Maria Antonietta decapitata tra cascate di sangue che dal palazzo della sua prigionia si riversavano in istrada».

 

«Per il lettore di Renovatio 21 è tutto molto chiaro. La Francia della Corona e della Croce, la Francia di Santa Giovanna, contro la Francia del 1789, la Francia di De Sade e Robespierre, non ancora paga delle catastrofi umane che ha cagionato.

 

Di base, il conflitto è questo: è qualcosa di metapolitico, è metastoria francese. Per questo il processo che scaturirà dalla denuncia avrà molta più importanza di quanto i giornali internazionali daranno a vedere.

 

E l’esito di questa battaglia metafisica avrà effetto ben al di là di Parigi».

 

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 Immagine di Cabinet Secretariat via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

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Il campione Enes Kanter buttato fuori dalla lega di pallacanestro femminile

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Enes Kanter Freedom, ex giocatore NBA diventato un acceso oppositore della partecipazione degli atleti transgender agli sport femminili, ha dichiarato di essere stato allontanato dalla State Farm Arena durante Gara 3 delle finali WNBA dopo essersi rifiutato di utilizzare la suite privata che le Atlanta Dream gli avevano assegnato per motivi di sicurezza. Lo riporta Yahoo! News.   Il Kanter ha fatto questa affermazione in un video pubblicato su X mercoledì, poche ore dopo che le Dream avevano rilasciato una dichiarazione in cui affermavano che Freedom aveva contattato le forze dell’ordine federali, statali e locali, nonché i funzionari della lega, prima della partita per esprimere preoccupazione per la sua incolumità dopo aver annunciato la sua intenzione di partecipare.   Il trasferimento in una suite era «destinato a rispondere alle sue preoccupazioni in materia di sicurezza e a contribuire a offrire un’esperienza sicura e positiva a lui e agli altri ospiti», si legge nella dichiarazione delle Dream.   Ulteriori agenti della sicurezza dell’arena sono stati assegnati alla suite e, su richiesta di Freedom, anche la polizia statale ha incaricato un agente di proteggerlo.   Tuttavia, nel video pubblicato sul suo account X, si vede Freedom che chiede di sedersi nei posti che aveva acquistato. Nel video, Freedom, affiancato da agenti di polizia, si avvicina a un ingresso della State Farm Arena e viene fermato da un membro dello staff, che gli dice: «Prima di entrare, devi accettare di andare nella suite». Freedom risponde di aver acquistato i biglietti e di voler «sedersi al suo posto».   Dopo un breve scambio di battute, il video passa a una clip in cui un agente elenca diverse zone in cui Freedom potrebbe andare, per poi dire: «Non può stare qui». Freedom lascia quindi l’arena, allarga le braccia e dice alla telecamera: «Mi hanno cacciato dalla partita per aver difeso le donne».   Un portavoce delle Dream ha dichiarato che a Freedom è stata offerta la possibilità di tornare all’arena in qualsiasi momento, a condizione che fosse disposto a rimanere nella suite, in base alle sue preoccupazioni per la sicurezza.   «Sono appena stata cacciata da una partita della @WNBA per la seconda volta di fila per aver sostenuto le DONNE!» ha scritto Freedom sul post di X che mostrava il video. «Pensateci bene, AMERICA!»   L’opposizione agli atleti transgender è diventata una causa celebre per Freedom, che ha giocato 748 partite in 11 stagioni nella NBA e ha disputato la sua ultima partita nel 2022.   Quattro giorni prima di Gara 3, Freedom ha annunciato che sarebbe stato tra il pubblico e ha menzionato la pivot delle Dream Angel Reese e l’ala delle Golden State Valkyries Gabby Williams in un post sui social media.   In precedenza, ad agosto, aveva assistito a una partita delle Chicago Sky indossando una maglietta con la scritta «WOMAN sostantivo adulto umano femmina» ed era stato allontanato dal suo posto a bordo campo dopo un acceso scambio verbale con la guardia delle Sky, Natasha Cloud. Le Sky hanno vietato a Freedom l’accesso alla loro arena dopo l’episodio, e Freedom ha intentato una causa contro la franchigia, sostenendo che i suoi diritti sanciti dal Primo Emendamento erano stati violati.   Freedom ha iniziato a pubblicare post sulle minacce ricevute dopo aver annunciato la sua intenzione di assistere alla partita di mercoledì.   Nei giorni precedenti la partita, né la WNBA né le Dream hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla presenza di Freedom, sebbene fosse previsto un significativo rafforzamento delle misure di sicurezza. Le Dream hanno diffuso il comunicato relativo alla disposizione dei posti a sedere di Freedom circa 40 minuti prima dell’inizio di Gara 3.   «La sicurezza dei nostri ospiti e dei membri del nostro team è la nostra massima priorità», si legge nella dichiarazione delle Dream.   Prima della partita, le squadre hanno evitato in gran parte di commentare la questione della libertà. «Ovviamente, i media hanno una responsabilità nella scelta degli argomenti da trattare», ha detto Williams prima del riscaldamento.   L’allenatore di Atlanta, Karl Smesko, ha dichiarato: «Tutti sono qui per assistere a una grande partita di basket tra due grandi squadre, con alcuni dei migliori giocatori al mondo. Noi siamo concentrati su questo».   Come riportato da Renovatio 21, Kanter Freedom, alto 2,08 metri e con undici stagioni alle spalle (Utah Jazz, Oklahoma City Thunder, New York Knicks, Portland Trail Blazers e Boston Celtics), aveva il mese scorso annunciato di volersi candidare al draft (l‘evento annuale in cui le squadre scelgono i nuovi giocatori giovani provenienti dai college o da altre nazioni) del campionato di pallacanestro femminile WNBA del 2027.

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Subito dopo era arrivata la dichiarazione di Royce White, altro ex NBA (pochi minuti di gioco nella sua carriera) e oggi candidato repubblicano al Senato. Lo White, che è nero, ha affermato di identificarsi «a volte come donna ai fini del basket professionistico» e di voler inseguire una carriera in WNBA.   Il Kanter Freedom aveva già nel 2023 ironizzato: «Dato che sono stato ostracizzato dalla NBA, dovrei mettermi una parrucca, identificarmi come donna e dominare la WNBA?». L’obiettivo dichiarato è evidenziare l’ambiguità delle regole.   Enes ha giocato per varie squadre NBA, tra cui gli Utah Jazz di Salt Lake City, dove il direttore di Renovatio 21 ha avuto modo di vederlo e forse pure, ma si ricorda non benissimo, stringergli la mano in un ascensore quando glielo presentò un amico comune.   L’attivismo politico non è una novità per il personaggio, che ha aggiunto legalmente il cognome Freedom (libertà in inglese) nel novembre 2021, in occasione del ottenimento della cittadinanza statunitenseper simboleggiare la sua lotta per i diritti umani e la libertà di espressione, dopo essere diventato un esiliato politico ed essere perseguito dal governo turco d’Erdogan a causa delle sue forti critiche.   Nel corso di questi anni, il cestista ha criticato apertamente le violazioni dei diritti umani in Cina, in particolare il trattamento degli uiguri e l’uso del lavoro forzato. Si è espresso anche su Turchia, Russia, Iran, Corea del Nord e Venezuela. Il governo di Ankara lo aveva reso apolide e oggetto di mandati di cattura internazionali: va ricordato che a partire dalla seconda elementare, Kanter ha frequentato scuole affiliate a Hizmet, parte del movimento di Fetullah Gulen, prima alleato poi acerrimo nemico di Erdogan. Anche la stella calcistica dell’Inter Hakan Sukur, gulenista che pure ebbe l’Erdogano (e il Guleno) alle sue nozze, si trova in una situazione non dissimile, e farebbe ora il tassista in Silicon Valley.  

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Immagine di Erik Drost via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
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