Geopolitica
Vance annulla improvvisamente la visita in Israele mentre l’esercito ebraico espande le operazioni a Gaza
Il vicepresidente J.D. Vance ha annullato un viaggio ufficiale programmato in Israele a causa dell’espansione delle operazioni militari israeliane a Gaza. Lo riporta la testata Axios, che cita un alto funzionario statunitense.
Si tratta di un ulteriore segnale delle sempre crescenti tensioni tra lo Stato Ebraico e Stati Uniti.
L’articolo scrive che «il funzionario statunitense ha affermato che Vance ha preso questa decisione perché non voleva che il suo viaggio suggerisse che l’amministrazione Trump approvasse la decisione israeliana di lanciare un’operazione su larga scala in un momento in cui gli Stati Uniti stanno spingendo per un cessate il fuoco e un accordo sugli ostaggi».
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Tuttavia, Vance ha cercato di minimizzare la questione, definendola una mera mossa di pressione politica o un forte segnale a Israele, affermando che si tratta di questioni «logistiche».
«Dal punto di vista logistico, è stato un po’ troppo difficile per questioni basilari come: chi diavolo si prenderà cura dei nostri figli se ci prendiamo un altro paio di giorni all’estero?», ha detto lunedì in risposta a una domanda sul viaggio. «Sono sicuro che visiteremo Israele in futuro, ma non oggi», ha aggiunto Vance, che era a Roma per la messa di insediamento di papa Leone XIV – il quale, ricordiamo en passant, aveva attaccato Vance riguardo al concetto agostiniano dell’ordo amoris relativo al dibattito sull’immigrazione massiva.
La risposta del vicepresidente, che dice di non poter far visita ai vertici dello Stato Giudaico per mancanza di baby-sitter, non sembra seria. La reazione, tuttavia, coincide con nuovi movimenti militari israeliani nell’énclave palestinese.
A partire da venerdì, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno annunciato un’estesa mobilitazione di truppe per l’operazione «Carri di Gedeone». Si prevede che circa due milioni di palestinesi saranno costretti a rifugiarsi in una «zona umanitaria», mentre la maggior parte dell’enclave verrà distrutta e rasa al suolo.
Questa politica contraddice in qualche modo il messaggio principale lanciato da Trump durante il suo tour nel Golfo della scorsa settimana, in cui ha sottolineato l’importanza della pace attraverso la conclusione di accordi e non del «caos» nel Medio Oriente dilaniato dalla guerra.
«Il presidente si sta muovendo il più rapidamente possibile e sta lavorando senza sosta per porre fine a questi conflitti sia in Israele che a Gaza, e anche alla guerra tra Russia e Ucraina», ha detto la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. «Il presidente ha detto chiaramente ad Hamas che voleva il rilascio di tutti gli ostaggi».
Diversi fonti di stampa all’inizio di questo mese hanno evidenziato una forte tensione nei rapporti tra Trump e Netanyahu; tuttavia, il presidente degli Stati Uniti ha cercato di minimizzare la situazione. Eppure, l’improvvisa cancellazione del viaggio in Israele da parte di Vance è certamente indicativa di tensioni tra Washington e Tel Aviv.
Come riportato da Renovatio 21, a gennaio il Netanyahu aveva annullato il viaggio per la cerimonia di insediamento di Trump.
Tre settimane fa si era parlato di un «incontro teso» tra l’inviato dell’allora presidente eletto Trump, Steve Witkoff, e Netanyahu, a cui è seguita la tregua.
Due settimane fa il giornale israeliano Haaretz aveva scritto, destando una certa sorpresa, che ora Gaza è sotto il controllo di Donald Trump. Ora la prospettiva è più chiara, ed è difficile pensare che si tratti di un puro cedimento al Netanyahu.
Come riportato da Renovatio 21, in passato Trump aveva attaccato Netanyahu arrivando a chiederne la sostituzione e ad ipotizzare tagli agli aiuti ad Israele.
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Nel contesto di questi commenti aveva rivelato anche dettagli sull’assassinio del generale dei servizi iraniani Qassem Soleimani, suggerendo che fu indotto ad ordinarne la morte dagli israeliani, che poi però si tirarono indietro.
Il rapporto fra The Donald e Netanyahu è assurto a colori grotteschi ed inquietanti quando il premier israeliano in visita alla Casa Bianca ha portato in dono un cercapersone di quelli utilizzati per fare strage in Libano. Secondo alcuni una mossa che, più che di cattivo gusto, sa di avvertimento, segnale di boriosa prepotenza.
Gli inviti alla moderazione ad Israele e gli attacchi diretti a Netanyahu possono costare a Trump una grossa parte dell’elettorato evangelico USA, portato su posizioni sioniste negli scorsi decenni da una teologia apocalittica che intende accelerare la venuta dell’anticristo e quindi il ritorno di Gesù Cristo.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
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Geopolitica
Il governo israeliano triplica la spesa per le campagne di influenza negli Stati Uniti
«Israele sta perdendo consensi negli Stati Uniti e sta investendo decine di milioni di dollari nel tentativo di cambiare la situazione». Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz.
La spesa del governo israeliano per riconquistare i sostenitori repubblicani cristiani è ora tre volte superiore al budget iniziale e supera i 40 milioni di dollari. Nell’ambito della campagna è stata creata una rete di siti di propaganda anti-palestinesi e filo-israeliani, presentati come neutrali, per influenzare i risultati dei motori di ricerca e dei chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
Nonostante questi sforzi, Haaretz rileva che il sostegno a Israele tra la destra americana è ulteriormente peggiorato, soprattutto tra i giovani repubblicani dopo la guerra contro l’Iran.
Secondo un sondaggio Pew Research Center, il 41% dei repubblicani e il 57% dei giovani sotto i 50 anni hanno un’opinione negativa di Israele. Complessivamente, circa il 60% degli americani vede Israele in modo negativo.
L’obiettivo attuale della propaganda è difendere la guerra contro l’Iran, «svelando la verità sull’Iran» e negando che Israele abbia trascinato gli Stati Uniti nel conflitto.
Le pratiche di influenza di Israele sull’ecosistema mediatico statunitense hanno subito una profonda evoluzione digitale, come confermato dalle dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu. Durante un incontro a Nuova York con diversi creatori di contenuti americani, il primo ministro ha esplicitamente definito i social media come l’arma più importante nella guerra informativa contemporanea per blindare il consenso negli Stati Uniti.
Nello specifico, il Netanyahu ha descritto il passaggio di TikTok sotto il controllo di un consorzio statunitense guidato da figure e investitori vicini a Israele, tra cui il fondatore di Oracle Larry Ellison, ebreo sionista, come l’acquisizione geopolitica più rilevante del momento, in grado di alterare la moderazione algoritmica e arginare i trend pro-palestinesi tra i giovani americani.
Ellison, tra i primi uomini più ricchi del pianeta e grande finanziatore delle forze israeliane, ha guidato un consorzio per rilevare il social media cinese, popolarissimo tra i giovani, negli USA tramite Oracle, con il probabile obiettivo, neanche tanto occultato, di controllare l’algoritmo di TikTok e limitare il dissenso pro-Palestina.
Tale scalata al colosso informatico straniero si unisce alle mosse della sua famiglia: il figlio David ha infatti acquisito Paramount Global (che controlla il canale televisibi CBS), espandendo l’influenza degli Ellison dall’intrattenimento televisivo ai flussi informativi dei social network americani. A capo della CBS Ellison ha messo la giovane giornalista lesbo-sionista Bari Weiss, da moltissimi considerata senza alcuna esperienza per tale lavoro, ma la cui fede nella causa dello Stato Giudaico è totale.
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Documenti depositati presso il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA) hanno svelato l’esistenza del progetto segreto denominato Progetto Esther. Attraviso questa operazione finanziata dal ministero degli Esteri israeliano e mediata da agenzie di pubbliche relazioni come Havas, lo Stato Ebraico ha stanziato ingenti budget per remunerare influencer americani con compensi fino a settemila dollari a post, con l’obiettivo di orientare la narrazione sul conflitto di Gaza.
Questa strategia aperta si affianca a campagne clandestine tracciate da società di sicurezza informatica, caratterizzate dall’uso di reti di profili falsi e bot basati sull’intelligenza artificiale per condizionare deputati ed elettori del Partito Democratico. [
Il ministero degli Esteri israeliano ha inoltre finanziato una massiccia operazione di sorveglianza e tracciamento digitale nelle chiese degli Stati Uniti. Attraverso l’agenzia Show Faith by Works, registrata ai sensi del FARA, lo Stato degli ebrei ha stanziato oltre tre milioni di dollari per applicare un sistema di geofencing: si tratta di barriere virtuali basate sulla geolocalizzazione dei telefoni inserite intorno a centinaia di megachiese e campus protestanti ed evangelici in California, Arizona, Nevada e Colorado.
Il piano punta a contrastare il calo di consenso verso Israele riscontrato tra i giovani cristiani americani. Rilevando i dispositivi mobili dei fedeli riuniti per il culto domenicale, il sistema raccoglie i dati di tracciamento per inondarli di annunci digitali mirati, video e messaggi personalizzati sulla guerra a Gaza.
La campagna acquisisce l’identità dei presenti per continuare a bersagliarli con propagande pro-Israele e anti-palestinesi, trasformando i luoghi di culto in un bacino di raccolta dati geopolitici.
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Immagine di Ted Eytan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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