Pensiero
Tradizione e cancellazione
Ho scattato questa foto domenica mattina scorsa. È tutto vero: non ci sono effetti speciali, la luce era quella, quest’immagine la stavano vedendo tutti i presenti con i loro occhi. Ora i fedeli se la stanno rimpallando su Whatsapp e Telegram.
Sembra una cartolina votiva dell’Ottocento, o un quadro barocco, sì. Invece è la realtà. Viene dalla Santa Messa che, nel mio piccolo, contribuisco ad organizzare (e aprire i portoni, lottare con le cimici cinesi, pulire, etc.) in una chiesetta vecchia di 800 e passa anni – confesso che talvolta, con una certa voluttà, arrotondo a mille quando ne parlo. È un oratorio che spunta da una collina, emergendo da un immensa rossa, da cui è cavato fuori, scolpito. Tutt’intorno, pareti di pietra e boschi, la dolcezza delle altre colline, la vastità della pianura che respira appena sotto.
Non ho fatto alcuno sforzo per ottenere un’immagine forte. Ho, tra le altre cose, un diploma di regia (ma credo di non averlo mai ritirato), e forse per questo mai sono stato un bravo fotografo – Fellini si vantava di non essere in grado nemmeno di scattare una fotografia su un suo set, e mi sono approfittato di quest’idea per alimentare la mia pigrizia riguardo gli scatti.
Per questa foto non ho cercato l’inquadratura, regolato l’esposizione, nemmeno ho usato inventi informatici moderni. È stata fatta con il mio telefonino, un iPhone vecchio di 5-6 anni, mentre, durante la consacrazione, era in ginocchio, una mano sul telefono, l’altra sulla spalla del mio bambino, che sta ancora imparando a stare a Messa, quando ci si alza, ci si siede, ci si segna, ci si inginocchia…
Eppure, tutti mi dicono, «che foto potente», «che bella», etc. Altri mi chiedono più sfacciatamente: «hai usato Photoshop?»
No, non ho usato nulla. Il raggio di luce che vedete, è tutto vero. Era visibile ad occhio nudo. Lo era anche poco prima dell’inizio della cerimonia, prima che vi fosse l’incenso. In realtà, ogni finestra della chiesetta emanava quei bagliori divini. Per tutta la durata della Santa Messa.
Semplicemente, quella luce non l’avevamo mai vista perché abbiamo ottenuto la Santa Messa al mattino invece che alla sera alle 18, come è accaduto negli ultimi 4 anni.
Con cui raggi, mi sono entrate nella mente tante illuminazioni.
Le foto che ho scattato domenica impressionano tanto non a causa mia, o del software del vecchio iPhone, né per questioni di scatti di fortuna.
Quella luce c’è perché è stata programmata. Studiata. Realizzata. C’è perché questa chiesa, che ha resistito per quasi tutto il II millennio dell’era cristiana, è stata costruita in un tempo in cui gli uomini ancora sapevano costruire: cioè, sapevano che erigere un edificio era molto più che un lavoro di muratura. Si costruivano le chiese pensando al contatto con Dio.
Non si tratta di speculazioni, ma di una verità materiale. Le chiese un tempo erano orientate. Erano cioè costruite affinché l’abside volgesse ad oriente, e il sacerdote e i fedeli pregassero nella medesima direzione.
Gli ebrei usavano pregare in direzione di Gerusalemme, cosa che dovrebbe essere rimasta nei riti delle sinagoghe. I primi cristiani non riconoscevano più la Gerusalemme terrena, ma quella Celeste, la città della seconda venuta di Cristo, quella che, nella gloria, il Risorto avrebbe costruito assieme al suo popolo. Il sole che sorge, dunque, poteva fungere da simbolo della Resurrezione, e quindi del ritorno di Nostro Signore.
Sta scritto: «verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge» (Luca, 1, 78)
Secondo gli studiosi, almeno dal quarto secolo la preghiera era quindi orientata: rivolta ad oriente. E con essa le chiese dei cristiani.
Nel Seicento, tuttavia, l’usanza di orientare le chiese già cominciava a venire meno. Poi giunse l’era oscura: ecco il Concilio Vaticano II e la riforma di Paolo VI. Ecco che il prete non celebra più dando le spalle ai fedeli – nella celebrazione che si dice, appunto, ad orientem – ma guardandoli, come se la Santa Messa fosse un comizio, un incontro, uno spettacolino.
Inutile cercare di non vedere come questa riforma liturgica abbia segnato per sempre l’orientamento delle nuove chiese, nella cui bruttezza architettonica non viene certo concepita la direzione verso il sole che risorge.
La chiesa ha perso l’Oriente, e il risultato è che il mondo è stato disorientato. Letteralmente. Questo lo andiamo ripetendo da tanto: il Concilio è stato forse la più grande catastrofe mai affrontata dall’umanità, perché ne ha scombinato il sistema operativo, ne ha alterato il codice sorgente, rendendo possibile ogni sorta di errore di sistema. Se pensiamo alle legalizzazioni degli aborti procurati in tutti i Paesi del mondo (anche teoricamente di matrice cattolica) venute poco dopo, sappiamo che il prezzo del Concilio si calcola col sangue di milioni, forse miliardi di innocenti.
Ma se il mondo moderno e la chiesa moderna hanno perso la direzione, questo mica vale per tutti. Una Santa Messa in rito antico, una Messa di sempre, celebrata ad orientem in una chiesa rivolta verso oriente ce lo dimostra plasticamente materializzando la luce del Cielo.
Chi ha costruito la nostra chiesetta lo sapeva. Sapeva perfettamente come fare per permettere alla luce di baciare l’altare e tutto lo spazio sacro. Sapeva che la chiesa andava costruita così, perché essa era un mezzo di contatto con Dio, e ad esso doveva conformarsi, secondo la legge naturale, di cui la negazione era impensabile, secondo cui Iddio sta sopra, e l’uomo sta sotto, e la grazia, come la luce, scende verso gli esseri umani secondo la bontà divina, e i canali predisposti dall’uomo.
Nessun palazzo moderno può offrire questa bellezza, semplicemente perché non crede. Non crede a Dio, non crede alla legge naturale, non crede alla grazia – e non crede nemmeno alla bellezza.
La chiesetta che vede in foto è stata pensata per portare avanti la Tradizione: cioè, etimologicamente, per essere tramandata. Per durare nei secoli (e lo ha fatto). Da Dio all’uomo. Dall’uomo ai suoi figli.
Ogni cosa moderna, dai palazzi alla filosofia, dagli abiti alla politica, è fatta per durare nulla: soddisfare un qualche impulso a breve termine, un impulso personale che muore con il suo consumo, non qualcosa che viene trasmesso ad altri, ai figli, ai posteri. Il mondo moderno è, in pratica, pensato per portare avanti la cancellazione.
Cancellare, bloccare, far sparire. Se ci pensate, tutto sembra creato per estinguere l’umanità, per annullarne l’esistenza, il ricordo, la vita.
Le città pensate per cose e funzioni prima che per gli esseri umani – le smart cities, magari arricchite da architetture decostruzioniste pensate per essere inabitabili.
La contraccezione – che blocca la prima tradizione naturale possibile, la trasmissione della vita.
La moda – che rende tutti più brutti e malati, e non dura niente.
La droga – anche, soprattutto, quella legalizzata degli psicofarmaci, che cancellano personalità e pensiero.
L’aborto – che annulla la vita quando sta per nascere.
L’eutanasia – che sopprime la dignità della vecchiaia, cioè di tutto l’arco esistenziale di una persona.
Il sacrificio umano – che distrugge l’uomo per innalzare la violenza, tentando di cancellare, ed invertire il sacrificio di Dio per l’uomo.
La bomba atomica – che cancella direttamente la civiltà, e le città, e l’umanità tutta: la cancellazione ultima che incombe su di voi mentre leggete queste righe.
È possibile opporsi alla cancellazione a cui vi vogliono destinare. È possibile opporsi alla Necrocultura, a ciò che vuole distruggere la vita per sostituirla con morte.
È possibile farsi, ora, soldati del Primato dell’Essere. Divenire propagatori non più del mondo che cancella, ma del popolo che custodisce e continua – che vive. E che continua a vivere, anche dopo la morte, grazie alla propria discendenza: i figli, i loro figli, e poi oltre, tutti a portare un qualche pezzo di noi, fisico o spirituale, genetico o morale che sia.
Essere non più il frutto del Niente, ma la continuazione dell’Essere. Perché l’Essere continua, non si ferma, viene trasmesso. Generazioni di millenni di uomini si sono propagati come i raggi del sole, e ci hanno portato qui. E, per quanto provino a renderla una cosa reversibile, non c’è modo di uscire da questo: voi ci siete, e ci sarete, per sempre – ci sarete anche quando non ci sarete più.
Non avete molta scelta dinanzi a voi: Tradizione o cancellazione.
Noi di dubbi non ne abbiamo, e in realtà non dovreste nemmeno voi: ogni singola cellula del corpo è stata creata per tramandare ciò che ha ricevuto. Tradidi quod et accepi, ha detto il Signore della vita. «Vi ho trasmesso semplicemente ciò che ho ricevuto».
Sì, questo è l’orientamento della vita. È la direzione in cui, se ci disponiamo, su di noi arriva la luce.
Di questo ne ho certezza. Anzi, adesso ci ho pure la foto.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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