Pensiero
Stato, popolazione e industria nell’Italia del 2025: intervista al professor Pagliaro
Renovatio 21 torna ad intervistare il professor Mario Pagliaro per una panoramica della politica energetica di questo 2025. «Lo Stato tornerà protagonista dell’economia» ci aveva detto quasi 3 anni fa. Commentando poi la necessità del ritorno dell’IRI, lo scorso marzo aveva aggiunto: «il cambiamento, è già iniziato».
Sono passati quasi 6 mesi, e lo Stato – che aveva già riacquisito il controllo di Autostrade, e quello della ex SIP (poi TIM) – ha comperato la divisione veicoli militari Iveco dagli eredi Agnelli, e si appresta a nazionalizzare la ex Ilva. Dirigente di ricerca del CNR, fra i pionieri dello sviluppo dell’energia solare quando, alla metà del primo decennio dei 2000, non ci credeva nessuno, il professor Pagliaro ha dato a Renovatio 21 numerose interviste sui temi dell’energia, dell’industria e anche della sua Sicilia.
Sono appena stati varati pesanti dazi sulle esportazioni negli Stati Uniti. Mese dopo mese, la produzione industriale italiana continua a calare da oltre due anni. Con i dazi imposti dagli USA sulle importazioni, e il costo dell’energia radicalmente aumentato a causa della fine delle importazioni in Europa di gas e petrolio dalla Russia, la Germania vede venir meno l’interesse a utilizzare l’euro al posto del marco. Convinti che l’Italia sia attesa nei prossimi mesi sia attesa da profondi cambiamenti, siamo dunque tornati a sentire l’accademico europeo.
Le risposte del professor Pagliaro hanno al solito un carattere di antiveggenza che tornerà utile a tutti i lettori della nostra testata.
Professor Pagliaro, lei aveva previsto un ritorno dello Stato nell’economia quando, nella cosiddetta Seconda Repubblica, è stata solo una gara fra i cosiddetti «Centrodestra» e «Centrosinistra» a vendere e liquidare il più rapidamente possibile tutte le aziende e le banche pubbliche.
La verità in economia come in politica è ciò che è ineludibile, e non ciò che è dimostrabile. L’Italia negli oltre 20 anni dell’euro è stata costretta a deflazionare i salari per massimizzare le esportazioni, e a comprimere in ogni modo la domanda interna per minimizzare le importazioni, in modo da realizzare ogni anno un forte avanzo primario per avere i soldi con cui comprare risorse energetiche e materie prime di cui manca.
Ci sono anche altre ragioni, ma restando ai numeri è sufficiente osservare come fra il 1991 e il 2024, l’Italia abbia registrato un forte avanzo primario quasi ogni ogni anno: con le sole eccezioni del 2009 successivo alla grande crisi finanziaria iniziata nel settembre 2008, e del quadriennio 2020-2023 dovuto ai vari lockdown e al forte incremento della spesa pubblica assistenziale a sostegno di famiglie e imprese. Questo però rende l’Italia un Paese dove nessun giovane vorrebbe aprire un’azienda, men che mai un’azienda manifatturiera.
Bastano due numeri per comprenderlo: per pagare a un lavoratore uno stipendio di 3 mila euro al mese (36 mila euro l’anno) un’azienda deve spenderne ben oltre il doppio a causa dell’elevata pressione fiscale e contributiva sul lavoro. In queste condizioni, il Paese è rapidamente deindustrializzato.
Così, quando si è trattato di scegliere se seguire l’ideologia del liberismo economico egemone durante il ventennio dell’euro, oppure salvare alcune imprese strategiche, e anche una grande banca, lo Stato è tornato ad investire direttamente acquisendone il controllo.
La questione si ripropone adesso con la produzione di acciaio dal minerale ferroso: se l’Italia non vorrà perderla dovrà ricostituire l’Ilva nazionalizzando gli impianti, che peraltro fu proprio lo Stato a costruire.
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Più volte Renovatio 21 ha registrato le sue predizioni sul ruolo che giocherà nella rinascita italiana la grande diaspora degli italiani all’estero. Quanti sono gli italiani che hanno lasciato l’Italia dal 2002, anno dell’introduzione dell’euro?
I numeri sono disvelatori. La nuova diaspora italiana è fatta di molti milioni di persone: molti di più di quelli stimati ufficialmente in base alle cancellazioni anagrafiche nei Comuni. Chi si trasferisce all’estero sarebbe infatti obbligato a iscriversi all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), venendo cancellato dalle anagrafi comunali, ma l’obbligo viene largamente disatteso.
Ad esempio, secondo i dati ISTAT, tra il 2002 e il 2021 gli italiani trasferiritisi all’estero sarebbero circa 1,4 milioni. Secondo il CNEL, le cifre reali sono tre volte più grandi di quelle ufficiali. Inoltre, la nuova emigrazione italiana è completamente diversa da quella del passato: le partenze riguardano primariamente le regioni più ricche. Ad andarsene sono persone molto istruite, cioè essenzialmente tecnici altamente specializzati e giovani laureati, che nel 2022 erano la metà (48%) degli emigrati con età compresa fra 18 e 34 anni. Su 10 giovani espatriati, 5 partono dal Nord Italia e 3 dal Mezzogiorno.
Chi resta, inoltre, non fa più figli: con sole 370mila nascite nel 2024, la natalità in Italia è ai minimi storici dall’Unità. Emigrano, e non tornano, i giovani italiani qualificati non solo perché i salari all’estero sono molto più alti. Ma soprattutto perché le opportunità di lavoro sono migliori: è migliore, di più elevata qualità, la tipologia di lavoro qualificato offerto all’estero.
I giovani italiani emigrano così nei Paesi europei più sviluppati e negli Stati Uniti. Di fatto, oggi, anche nei Paesi arabi del Golfo Persico per le opportunità di lavoro in ricerca, alta formazione accademica e sanità.
E in che modo questi giovani che non vogliono tornare potrebbero contribuire, concretamente, alla rinascita dell’Italia?
Nel caso auspicabile, e a nostro avviso ineludibile, del ritorno allo sviluppo economico e industriale guidato dallo Stato, l’Italia vedrebbe un diffuso ricambio di tutte le sue classi dirigenti. A guidare tanto le aziende pubbliche che molte amministrazioni dello Stato sarebbero proprio molti ex giovani italiani emigrati dal 2002, poi divenuti grandi manager, imprenditori, docenti universitari, ricercatori, informatici, finanzieri, esperti di comunicazione, etc.
C’è una grande differenza infatti fra l’emigrazione italiana e quella di altri popoli. Gli italiani mantengono un profondo legame con il loro Paese, che dura persino attraverso le generazioni, come mostra ad esempio il caso della grande comunità di origine italiana negli Stati Uniti o in Canada.
In breve, molti dei giovani ed ex giovani italiani che hanno lasciato l’Italia a partire dal 2002 tornerebbero in Italia per amore del loro Paese, in un contesto completamente nuovo in cui al posto della deflazione salariale e della deindustrializzazione, torneranno tanto una forte crescita dei salari che della domanda interna accompagnati e sostenuti da un grande piano di reindustrializzazione del Paese.
In questo contesto, aiuterà assumere una visione di lungo periodo, che guardi ai tratti essenziali dello sviluppo italiano, tanto quello dovuto alle Partecipazioni statali, che alla capacità imprenditoriale degli italiani.
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Assumendo questa prospettiva, qual’è appunto il tratto essenziale di questa capacità imprenditoriale?
Il tratto essenziale dell’imprenditorialità italiana è la sua capacità di creare sviluppo «dappertutto e rasoterra» per usare le parole di chi l’ha descritta in oltre 60 anni di studio sociale ed economico come il fondatore del Censis, Giuseppe De Rita. Nel 2006, lo invitai al CNR a Palermo per parlare proprio della vicenda delle Partecipazioni statali, in cui lui era stato coinvolto direttamente dai vertici della Svimez dove lavorava.
Il professor De Rita in Sicilia spiegò chiaramente come tutta la programmazione italiana, dal Piano Vanoni al Piano Giolitti fra il ’54 e il ’64, sia stata opera dell’Ufficio studi IRI e di loro giovani economisti e sociologi in servizio allo Svimez. Pur avendo preso parte direttamente alla pianificazione industriale ed economica, sarà proprio De Rita con il Censis a raccontare lo sviluppo diffuso delle piccole imprese italiane a partire dai primi anni Settanta.
Uno sviluppo che il grande sociologo ha descritto come esplosione della soggettività italiana: con la nascita dell’economia sommersa con la banca pubblica locale che ne finanziava lo sviluppo. Fino alla nascita dei distretti industriali. Nel censimento del 1981 le imprese industriali italiane erano passate ad oltre 1 milione dalle 480mila di dieci anni prima.
Con la nascita di oltre 20 distretti industriali che avevano diffuso l’industria al di fuori del «triangolo industriale» Torino-Genova-Milano. Giustamente, De Rita fa notare come in 10 anni gli italiani avessero creato lo stock di industrie create nei 100 anni precedenti, in pratica dall’Unità d’Itala.
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Esiste ancora, fra i giovani italiani, questa capacità di fare impresa?
Certo che esiste. Solo che non essendo più conveniente economicamente fare impresa in Italia, vanno a farla all’estero. Guardi allo sviluppo delle aziende delle cosiddette criptovalute, e vi scorgerà fin dagli albori informatici, manager e imprenditori italiani. Italiano è uno dei maggiori manager del noto colosso del commercio via Internet. Ma la lista è lunghissima: giovani italiani hanno creato e portato al successo in Europa, in Nordamerica, Medio Oriente e persino negli ex Paesi comunisti imprese di ogni natura.
La capacità di intraprendere è tratto essenziale dell’italianità: come tale, non può essere perduto. Non è possibile prevedere il futuro: ma l’Italia, a mio avviso, trarrà grandi benefici dalla ricomposizione dell’ordine economico e politico in corso in Europa e nel mondo.
Sostenere questa possibile evoluzione richiede anche la capacità di conoscere meglio, e più da vicino, molti aspetti della storia economica e sociale dell’Italia. Come dice il mio amico Giuseppe De Rita, «economia e cultura in Italia si ignorano». Per risolvere questa storica separazione occorre che un supplemento di impegno anche da parte di chi è impegnato nella formazione e nella ricerca.
Al quale spero possano contribuire anche i nostri periodici dialoghi.
Grazie professore. Alla prossima.
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Immagine di Andrea Donato via Flickr pubblicata su licenza CC BY-ND 2.0
Pensiero
Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
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Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
Avevamo visto, pochi giorni fa, il clamore per la decisione dello Stato del Massachusetts, che ha di fatto autorizzato – come tanti altri Stati, non solo americani… – l’aborto sino alla nascita.
Avevamo spiegato: un feto è considerato «a termine a sette mesi», quindi ucciderlo a nove è uccidere un bambino, non è ancora un aborto post-natale, ma la differenza qual è? Avevamo quindi parlato del solito pendìo scivoloso: è chiaro che stiamo andando incontro al figlicidio vero e proprio. Non ci piove: tempo qualche anno, ed uccidere bambini già belli cresciuti sarà ritenuto legittimo (lo è già con l’eutanasia infantile, partita in Canada e nel Benelux, partendo magari dai bambini autistici).
La realtà ci ha superati nel giro di poche ore: l’America è rovesciata dal caso Lindsay Clancy la madre che ha ucciso tutti e tre i suoi figli, e sembra essere diventata l’eroina della porzione progressista della popolazione non solo statunitense. Abbiamo mandato su Renovatio 21 le immagini pazzesche della folla di donne rosavestite che accolgono la sua macchina fuori dal tribunale dove sta venendo giudicata. Ora vi sarebbe già un caso copycat, una madre che ha emulato uccidendo i suoi piccoli.
È incredibile ma una fetta gigante del popolo USA, quello intossicato dal femminismo e dal progressismo oltranzista, radicalizzato dagli algoritmi dei social media, ritiene la donna innocente. Eppure la dinamica sembra proprio quella non di un omicidio appetitivo diretto dalla rabbia o dalla follia, ma quello di una strage assai pianificata. La donna aveva chiesto al marito Patrick di uscire di casa per ritirare una cena da asporto e acquistare dei medicinali (ancora…), cosa che lui ha prontamente fatto. Rimasta sola, la donna ha aggredito i tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi). Lindsay Clancy ha ucciso i suoi tre figli strangolandoli con delle fasce elastiche per l’allenamento.
Cora e Dawson sono morti sul colpo per asfissia, mentre il piccolo Callan è deceduto qualche giorno dopo in ospedale per le complicazioni. Subito dopo aver commesso il triplice infanticidio, Lindsay Clancy si è tagliata i polsi e si è gettata da una finestra del secondo piano della casa. È rimasta paralizzata: davanti al giudice compare in sedia a rotelle, elemento che forse contribuisce alla visione dell’assassina come inerme.
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La Clancy era sotto una quantità di psicofarmaci impressionante, tuttavia non è questo il motivo per cui le piccole fan scatenate ne chiedono la liberazione – anzi, a questo tipo di persona non sfiora nemmeno il dubbio che le droghe psichiatriche, pensate per alterare il pensiero e il comportamento, alterino davvero il pensiero e il comportamento, magari in senso omicidiario e suicidario, come del resto scritto nel Black Box Warning, il testo bene evidenziato per legge nel bugiardino.
È chiaro che, in fondo, dietro all’improvvisa causa della «psicosi post-partum» abbracciata dalla massa democratico-femminoide, c’è l’idea che la strage figlicida, se non un ancora diritto, sia al momento, una debolezza sulla quale chiudere un occhio.
È il ribaltamento infernale: il carnefice diventa vittima. È, sul serio, il Regno Sociale di Satana.
Proprio pensando all’Inferno, o meglio, letteralmente all’Ade, che ci viene in mente la figura che può risolvere la dissonanza cognitiva che ci provoca la visione delle donne che celebrano non solo l’uccisione dei bambini, ma dei propri figli.
Ecco che pensiamo a Medea. Il suo nome, in greco Μήδεια, significa esattamente «la pianificatrice».
Secondo la tragedia di Euripide Medea uccide i figli per vendicarsi del marito Giasone, che, arrampicatore sociale, vuole sposare Glauce, figlia del re, e quindi ereditare il potere sulla città di Corinto.
Medea, che veniva dalle barbare terre della Colchide (il Caucaso tra la Georgia, l’Armenia, la Turchia attuali) e che aveva aiutato Giasone a recuperare il Vello d’Oro innamorandosene al punto da tradire la sua stessa famiglia, procede con la vendetta più mostruosa: con un maleficio, brucia Glauce facendole indossare una corona e un abito da sposa che di colpo sprigionano una fiamma che consuma le carni della rivale come pure del padre re di Corinto accorso ad aiutarla.
Poi, l’atto ancora più centrale del suo piano: uccide due figli avuti da Giasone, Mermero e Fere, e fugge a bordo del mitico carro solare trainato da draghi alati. La vendetta è compiuta: il suo uomo non avrà più discendenza. Lei invece, rifugiata ad Atene, sposa il re Egeo dandogli un figlio, Medo.
Il mito, ho sempre pensato, ci racconta di qualcosa di cui abbiamo contezza nel corso della nostra esistenza: la capacità estremamente distruttiva dell’energia femminile, che è in grado di trasformare una madre nel suo opposto, la «madre terribile».
C’è questo aspetto ctonio e terrifico che vive nel femminile. Nel saggio L’archetipo della Madre (1938), Carlo Gustavo Jung descrive l’archetipo del femminile con un elenco di qualità opposte e ambivalenti: accanto a saggezza e protezione, vi è il segreto, l’occulto e il tenebroso, l’abisso e il mondo dei morti, ciò che divora, seduce e intossica, ciò che genera angoscia e ineluttabilità.
Il punto centrale in Jung è proprio questa ambivalenza strutturale: la Grande Madre non è mai solo nutrice, ma sempre anche «madre terribile». E cioè – pensate alla favola di Hansel e Gretel, diviene una strega.
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Per quanto nelle trasposizioni contemporanee, tra teatro e film, la questione sia sorvolata, ricordiamo che Medea , nella mitologia greca, è considerata una strega (φαρμακίς, pharmakís, maga, avvelenatrice) per eccellenza. Medea è nipote di Elios (il Sole) e nipote della maga Circe, sorella di suo padre Eete, re della Colchide. Appartiene quindi a una stirpe direttamente connessa alla stregoneria: è sacerdotessa di Ecate.
Ecate, per la mitologia greca, è la dea della magia, della notte, degli incroci e degli Inferi, protettrice dei passaggi e delle soglie.
La continuità dell’archetipo della figlicida con il mondo delle streghe è dichiarata. Di qui possiamo interrogarci sull’appropriazione che le femministe ancora negli anni della contestazione fecero della questione – «Maschi / Tremate / Le streghe son tornate» – facendo percolare la simpatia per le maghe nel sentire pubblico, per cui, oggi, è impensabile dire pubblicamente qualcosa di diverso da: «le streghe erano solo delle povere donne perseguitate dalla Chiesa e dal patriarcato per la loro libertà, sono vittime di persecuzione bigotta e maschilista, etc.»
Anche qui, guardiamo l’inversione: il carnefice diventa vittima. Perché che le streghe fossero cattive, come nelle favole, era chiaro a tutti. Chi ha parenti non urbanizzati che hanno vissuto il primo Novecento (fino, praticamente, al boom e al disastro sociale conseguente) può confermare che storie sulle streghe di Paese ancora circolavano.
E cosa fanno queste streghe? Malefici, sussurrano, sacrifici animali, forse peggio. Invidiano, maledicono altre donne, altre famiglie. Agiscono la magia (le ligature, si chiamano ancora da qualche parte in Italia) di conseguenza. Ma non solo questo.
È il momento in cui tiriamo fuori il Malleus Maleficarum, il «martello delle streghe», il manuale pubblicato in Germania dall’inquisitore Heinrich Krämer nel 1486, poco prima che lì esplodesse la peste luterana. Leggiamo la Quaestio XI del Malleus, che recita: «quod obstetrices malefice conceptus in utero diversis modis interimunt aborsum procurant et ubi hoc non faciunt demonibus natos infantes offerunt». E cioè: «Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell’utero i concepiti, provocano l’aborto, e se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati».
Ebbene, le streghe uccidevano bambini. Erano mammane, e non solo facevano aborti, ma uccidevano i bambini appena nati. Sì, esattamente come succedere per legge o coram populo, ora. Negli anni abbiamo descritto altri sorprendenti parallelismi con il mondo moderno, in ispecie riguardo ai vaccini: il Malleus parla anche di pedofagia stregonesca, i bambini venivano uccisi e mangiati – proprio come nelle favole. I sieri, tra cui quelli anti-COVID, fatti con feti abortiti sono delle pozioni fatte con pezzi di questi bambini sacrificati e resi indegno cibo, inflitto a tutta l’umanità in quello che sappiamo essere un progetto infernale.
Rendere Medea, la mater terribilis, come paradigma della maternità – con lanci pubblici di coriandoli di menadi che inneggiano alla stragista figlicida – significa, più in profondo, cambiare il mondo pure nella sua visione umana. Se anche l’essere che esprime l’amore più puro e gratuito, la madre, diviene mostruosa e assassina, il mondo diventa solo sofferenza e sacrificio al più forte, diventa orrore e piena accettazione del Male inevitabile, divinamente programmato. Ecco la «Natura matrigna» di Leopardi, fatta imparare ai nostri figli da una scuola il cui canone letterario è stato creato ad arte dai massoni.
Il bambino, ragazzo uomo che studia per alla «Natura matrigna» è una creatura pronta a farsi sacrificare, alla madre terribile o a qualsiasi altro dio – incluso il dio vaccino.
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Osannare la madre che uccide i figli è un attacco atto a demolire la legge naturale. È proclamare che l’essere umano, pure nella sua fase più innocente, non è al sicuro mai. Notate: in tutti i casi in cui accade, da Medea alla Clancy e alle sue copycat, il padre, guardiano della sua famiglia, è allontanato per procedere all’assassinio dei bambini. Il padre, il protettore, è escluso per il tempo necessario a eliminare la sua discendenza: il maschio, privato del suo ruolo primigenio di difensore, è punito e umiliato. Anche fuori dalle storie di sangue, lettore può pensare da solo come il divorzio giochi dentro questo disegno malvagio.
Siamo quindi davanti al tratto finale della lotta femminista. Come per Medea, come per le streghe, è il patriarcato ad essere colpito la cuore. E quindi, quello che stiamo vedendo emergere qui, nei fiumi di sangue dei figli uccisi, è un primo assaggio del ritorno del Matriarcato, con la sua violenza crudele ed inspiegabile, la violenza femminile tellurica, la violenza infernale di Ecate. Lasciata libera di scorrere senza più il contrasto del principio maschile, l’energia femminile diviene massacro.
Dovrebbe essere chiaro: se il mondo non torna in sé, quello che stiamo vedendo con il caso Clancy e con gli epigoni non è cronaca nera, è una sbirciata nel futuro mostruoso che ci aspetta.
È l’Umwertung aller Werte, la «trasmutazione di tutti i valori» di cui parlava Nietzsche, chissà perché anche quello fatto studiare nelle nostre aule. Tutto è invertito, persino l’amore materno.
Nel mondo della Necrocultura, le mamme divengono quindi streghe assassine. E non è una metafora, né una fiaba, né un mito. È la nostra realtà.
Roberto Dal Bosco
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Immagine:
Eugène Delacroix (1798–1863), Medea (1838), Palais des Beaux-Arts, Lille
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata
Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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