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«Pronti a pagare qualsiasi prezzo per servire la Chiesa»: sermone di don Pagliarani alle consacrazioni episcopali di Econe

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Omelia di padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, pronunciata in occasione delle consacrazioni episcopali avvenute a Ecône il 1° luglio 2026.

 

 

Testo integrale del sermone

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

 

Miei Signori, cari fratelli, cari sorelle, cari fedeli,

 

Finalmente è arrivato il giorno. Che gioia vedere così tanti di voi, venuti da ogni angolo del mondo!

 

Innanzitutto, vorrei ringraziare per la generosità tutti coloro che hanno preparato questa giornata, tutti coloro che l’hanno resa possibile materialmente con dedizione, tutti i colleghi che hanno preparato i loro cuori, le loro menti e i loro intelletti per questa giornata, e tutti voi che avete fatto lo sforzo di venire qui come pellegrini, in questa giornata certamente storica.

 

Una dimostrazione di fede

Qual è esattamente il significato di questa giornata? Perché siamo qui? Come dovremmo interpretare queste consacrazioni?

 

Queste incoronazioni sono un evento che divide, un evento al quale è impossibile rimanere indifferenti. Cosa significa questo per noi?

 

Innanzitutto, questa cerimonia deve essere un’espressione di fede. Questo è molto importante.

 

Non siamo noi a scegliere in cosa credere o non credere; non possiamo cambiare, reinterpretare o riconsiderare; non ci è possibile. Abbiamo semplicemente il dovere di sostenere la fede che la Chiesa ha sempre insegnato; dobbiamo amarla, dobbiamo viverla e dobbiamo trasmetterla.

 

Se amiamo veramente il Signore, abbiamo il dovere di condividere le benedizioni che ci giungono, prima di tutto per mezzo della fede. Chi non ha questo desiderio di trasmettere la fede è segno che non vive più per fede. Quanto più la fede viene attaccata, tanto più scompare, tanto più pressante diventa questo dovere, perché senza fede è impossibile piacere a Dio, impossibile vivere bene, impossibile essere salvati. E oggi stiamo adottando misure eccezionali, proporzionate a questa necessità.

 

Un falso dilemma: la fede o la Chiesa

Quindi, alcuni potrebbero pensare che ci troviamo di fronte a un dilemma. Scegliamo la fede completa, ma ci separiamo dalla Chiesa. Dovremmo scegliere tra la fede e la Chiesa. Per conservare la fede, stiamo forse rompendo con la Chiesa?

 

Si tratta di un falso dilemma.

 

Apparteniamo alla Chiesa innanzitutto per mezzo della fede, per mezzo della piena professione di fede, per mezzo della piena professione della fede della Chiesa. Come apparteniamo a una nazione perché parliamo la stessa lingua, condividiamo la stessa identità, la stessa cultura; come apparteniamo a una famiglia perché portiamo lo stesso cognome, viviamo nella stessa casa; così apparteniamo alla Chiesa perché professiamo la stessa fede.

 

Si tratta dunque di un falso dilemma nel quale non possiamo entrare, perché non possiamo scegliere tra la fede e la Chiesa; nessuno può scegliere. Vogliamo la fede della Chiesa per rimanere nella Chiesa. Vogliamo la Chiesa attraverso la fede, nella fede.

 

È fondamentale comprenderlo, anche se chi sta dall’altra parte non vuole capirlo. Non si tratta di un’opinione, di una questione di preferenza o di un’opzione: è una necessità.

 

Siamo accusati di non amare il papa, di non rispettarlo. Ma è proprio perché amiamo il papa, sinceramente, come Vicario di Cristo, come capo della Chiesa, che non vogliamo più vederlo umiliato insieme a falsi pastori, rappresentanti di false religioni. Quante volte abbiamo assistito a tutto ciò in tutti questi anni?

 

È perché amiamo il Vicario di Cristo che non vogliamo più questa umiliazione per il papa, un’umiliazione che ricade su tutta la Chiesa, trattata sullo stesso piano delle false religioni.

 

Noi parliamo la lingua della fede

Ma abbiamo già spiegato tutto questo molte volte. Lo abbiamo spiegato in quasi tutte le lingue che esistono sulla faccia della terra.

 

Perché non veniamo compresi? Perché, fondamentalmente, parliamo lingue diverse?

 

Noi parliamo il linguaggio della fede; vogliamo la fede in tutta la sua semplicità, non è complicata. Il Credo non è complicato, la professione che i futuri vescovi hanno appena fatto non è complicata, tutti possono capirla.

 

Parliamo il linguaggio della fede, il linguaggio della Tradizione. E, dall’altra parte, abbiamo a che fare con un linguaggio che esiste su un altro livello, che parla di altre cose. È il linguaggio dell’inclusione, dell’ascolto, del dialogo, dell’accompagnamento.

 

Desideriamo la fede. E poi, con fede, accompagniamo le persone. Ascoltiamo le persone con fede, per condurle alla fede e convertirle.

 

Per convertirli, dobbiamo smettere di parlare per il gusto di parlare; accompagnarli è sufficiente. Non è questo ciò di cui le persone hanno bisogno. Le persone hanno bisogno del Signore, e noi conosciamo il Signore; ci avviciniamo a Lui attraverso la fede, e attraverso la fede cattolica integrale – ce n’è una sola.

 

Ecco perché abbiamo questa difficoltà a capirci. Purtroppo parliamo lingue diverse, e lingue che, col tempo, si allontanano sempre più l’una dall’altra.

 

La legge suprema di Dio: la salvezza delle anime

Anche noi viviamo queste consacrazioni nella speranza.

 

Non viviamo queste consacrazioni nella controversia, nella tensione, nell’amarezza, nel risentimento. Le viviamo nella gioia e nella speranza.

 

Perché?

 

Nel 1988, coloro che condannavano la Fraternità ne predissero lo scioglimento. La Provvidenza aveva un altro piano. Perché la Provvidenza aveva un altro piano? La vostra presenza qui oggi lo dimostra. Dio non ci ha abbandonati e non ci abbandonerà. Tutti questi anni lo hanno dimostrato, e queste consacrazioni lo dimostrano ancora una volta.

 

Ma perché Dio non può abbandonarci?

 

La risposta è molto semplice. Dio ha un solo pensiero, un solo desiderio, una sola volontà: salvare le anime. Se qualcuno applica letteralmente il principio che la legge suprema è la salvezza delle anime, quello è Dio stesso. È la sua legge, e la applica letteralmente, sempre.

 

Per questo, contro ogni immaginazione e preveggenza umana, per salvare le anime, ha mandato suo Figlio. Ha chiesto a suo Figlio di incarnarsi e morire sulla croce.

 

Perché?

 

Perché la legge suprema, la legge di Dio, è la salvezza delle anime. Per questo Dio non ci ha abbandonati e non ci abbandonerà; ci fornirà sempre i mezzi necessari, in proporzione alle nostre necessità.

 

Sebbene l’opera di Redenzione possa incontrare ostacoli da parte degli uomini, non incontrerà mai ostacoli da parte di Dio. Ma più soffriamo, più lottiamo, più cerchiamo di essergli fedeli, più Lui è con noi, più ce lo rivela.

 

A volte vacilliamo, possiamo avere dubbi, possiamo sentirci scoraggiati. Ma le promesse del Signore sono tutte infallibili; Egli le mantiene sempre. E oggi ce ne dà la prova.

 

Se continuiamo a cercare la volontà di Dio, il bene delle anime, a qualunque costo, non ci mancherà mai nulla.

 

Servire la Chiesa come una madre

Ma soprattutto, queste consacrazioni vanno comprese e vissute in uno spirito di carità: carità verso le anime, e in particolare carità verso la Chiesa. Quanto più le anime sono smarrite e disorientate, tanto più dobbiamo cercarle e sostenerle.

 

Quanto più la Chiesa viene derisa, tanto più lo splendore della sua divinità viene oscurato, tanto più dobbiamo amarla, dobbiamo servirla ed essere pronti a pagare qualsiasi prezzo per servirla.

 

Il sacrificio più grande che Dio possa chiederci è di essere trattati come ribelli, quando desideriamo servire e amare la Chiesa come una madre. Che sacrificio ci chiede Dio, di essere trattati come ribelli, di essere visti come ribelli!

 

Vogliamo servirla come una madre. Una madre in difficoltà, sopraffatta, sofferente; una madre a volte anche tradita; una madre che ha bisogno, e merita, di essere aiutata, che si faccia qualcosa in nome di tutto ciò che ci ha dato.

 

Tutto ciò che abbiamo ricevuto, lo abbiamo ricevuto attraverso la Chiesa, nella Chiesa. La fede che vogliamo testimoniare oggi e con cui vogliamo vivere, ci viene dalla Chiesa.

 

È nel nome di ciò che abbiamo ricevuto da lei, e nel nome di ciò che lei è, la Sposa di Cristo, il suo Corpo Mistico, è nel nome di tutto questo che dobbiamo fare tutto il possibile, per quanto possibile, per aiutarla e sostenerla.

 

Potremmo rimanere indifferenti, senza fare nulla? «Non è un nostro problema»? Non è questo che ci viene chiesto. La Fraternità può rimanere indifferente? No. Sarebbe un tradimento della Chiesa, una mancanza di carità; non possiamo permettercelo.

 

Il Sangue Preziosissimo, un rimedio unico

Ci saranno domande, e la festa di oggi, la Festa del Preziosissimo Sangue, esprime provvidenzialmente e riassume perfettamente il significato di queste consacrazioni. Questa festa ci permette di ricondurre tutto a un unico punto: il Sangue di Nostro Signore, il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore.

 

Chi non conosce il Preziosissimo Sangue del Signore, chi non lo ama, chi non lo adora, non conosce il Signore, non conosce la Redenzione. E chi non conosce il Signore non conosce nulla, non ha compreso nulla.

 

Il Preziosissimo Sangue è l’unico, il solo, il primo e l’ultimo rimedio per tutti i mali che affliggono l’umanità.

 

Perché?

 

Perché tutti i mali derivano dal peccato, e il rimedio per il peccato è il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore.

 

L’esaltazione dell’uomo

Tutti i mali derivano dal peccato, e in particolare da un peccato sul quale vorrei richiamare la vostra attenzione. Questo peccato è rimasto lo stesso fin dall’inizio dell’umanità: è l’esaltazione dell’uomo. Siamo pervasi, letteralmente pervasi, da questa esaltazione dell’uomo, ovunque.

 

L’uomo che è tutta meraviglia, l’uomo che è perfetto, l’uomo che è sbalorditivo, l’uomo che presumibilmente possiede una dignità infinita… Ebbene, tutto questo, in realtà, porta all’orgoglio. E, alla lunga, porta al disprezzo per Dio e all’apostasia, all’apostasia silenziosa. È da lì che nasce.

 

E più esaltiamo l’umanità in modo folle e fanatico, più la allontaniamo da Dio, dalla sua perfezione e dal suo vero bene: è un disastro. L’umanità, piena di diritti, piena di sé, è incapace di rivolgersi a Dio, incapace di riconoscere di essere ferita dal peccato e di aver bisogno della Redenzione. Ha bisogno del nostro Signore; ha bisogno del Suo Preziosissimo Sangue.

 

Questo è il grande male di oggi, di tutta la storia: il male che li abbraccia tutti. Questa piaga è un flagello, un’idea ossessiva che penetra, bisogna riconoscerlo, penetra persino in profondità nella Chiesa. Questa piaga acceca, paralizza le anime. Non è questo che riporta le anime a Dio.

 

Predicare la Sapienza della Croce

Ebbene, attraverso queste consacrazioni vogliamo fare qualcosa, vogliamo continuare a predicare il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore e vogliamo continuare, in un certo senso, a diffonderlo nelle anime.

 

È in questo Sangue che Nostro Signore fonda la sua Chiesa, la Nuova ed Eterna Alleanza; essa è unica. Chi pensa che ce ne siano due o tre, in realtà non crede più nell’infinito e unico valore del Sangue di Nostro Signore.

 

Parlando del valore del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, non possiamo dimenticare da dove proviene. Esso si è formato, prodotto e offerto nel purissimo sangue della Madonna; è la Madonna che dona al Verbo la sua piena umanità; è nel suo purissimo e immacolato sangue che il Sangue di Nostro Signore si forma al momento dell’Incarnazione; è lei che lo offre con Nostro Signore per la nostra redenzione.

 

È lei che la offre, è lei che per prima la vede sgorgare dalle ferite di Nostro Signore, è lei che la vede scorrere sotto il legno della Croce, è lei che la raccoglie ai piedi della Croce, è lei che ancora oggi la custodisce sull’altare, è lei che, durante la messa, effonde le grazie sulle anime, è lei che ne coglie appieno il valore, e sempre accanto a Nostro Signore.

 

Che mistero! Che mistero, questa associazione della Madonna con il suo divino Figlio, sempre al suo fianco!

 

Osservate come tutta la nostra fede, la nostra religione, il nostro amore ruotano attorno al Sangue di Nostro Signore, perché ogni cosa ruota attorno alla Croce.

 

Quindi, cari fratelli che tra pochi istanti sarete rivestiti della pienezza del sacerdozio, la pienezza del sacerdozio del Nostro Signore, ecco, in poche parole, ciò che dovremo difendere e predicare.

 

Che onore, e che responsabilità!

 

Predicare la Redenzione attraverso la parola e diffonderla attraverso i sacramenti, predicare la sapienza della Croce: scandalo per i Giudei e follia per i Gentili. Follia, soprattutto oggi, per un mondo apostata che non può comprendere, che non vuole comprendere.

 

Questa saggezza della Croce è l’unico antidoto all’umanesimo che conduce all’indifferenza e all’apostasia. Dovete sempre tenere presente questo umanesimo.

 

Come agnelli in mezzo ai lupi

E quali consigli possiamo darvi?

La tua missione, ciò che stai per fare, è così delicata, così importante, così grandiosa, che preferisco lasciare che sia Nostro Signore stesso a parlare, citando il Vangelo.

 

Quale consiglio ti dà oggi Nostro Signore? Quale consiglio diede Nostro Signore agli Apostoli quando li inviò a predicare?

 

«Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». L’agnello: una bellissima immagine di Nostro Signore, una bellissima immagine del vescovo.

 

Questo significa che dovete innanzitutto predicare a partire dall’innocenza della vostra vita; è l’innocenza, la purezza della vostra vita, della vostra morale, che conferirà autorità morale a tutto ciò che predicherete.

 

Essere un agnello significa anche, e soprattutto, perfetta docilità, perfetta sottomissione alla volontà di Dio. Come Nostro Signore è costantemente soggetto alla volontà del Padre suo, così anche voi, da oggi in poi in misura ancora maggiore, dovete sempre ricercare la sua volontà.

 

L’Agnello di Dio e il Leone di Giuda

Ma non dimenticate una cosa: il nostro Signore, che è l’Agnello di Dio, è anche il Leone di Giuda.

 

Come si può essere contemporaneamente agnello e leone?

 

Il fatto è che Nostro Signore, per quanto docile alla volontà del Padre, non cede mai allo spirito del mondo. Nel servire perfettamente il Padre, si scontra necessariamente con lo spirito del mondo, con lo spirito del principe di questo mondo.

 

E lo stesso vale per il vescovo: per quanto docile sia alla volontà di Dio, egli rivendica costantemente davanti al mondo i diritti di Nostro Signore, e non i diritti dell’uomo.

 

E un leone non fugge mai, un leone non si ritira mai, e soprattutto, un leone non cede mai. Non inchinarti mai a questo spirito mondano, non muoverti, non indietreggiare; la consacrazione ti darà una forza irresistibile.

 

Da oggi in poi, in tutto il mondo, ci sono persone che ti guardano e ti ascoltano. Tra trenta, quarant’anni, potranno dire:

 

«Non si sono inchinati. Non hanno piegato le ginocchia davanti a questo spirito del mondo. Hanno piegato le ginocchia soltanto davanti al nostro Signore Re».

 

Questa è la cosa più bella che si possa dire di te quando muori, il ricordo più bello che tu possa lasciare.

 

La cautela del serpente

E Nostro Signore vi dà un altro consiglio:

 

«Siate innocenti come colombe e astuti come serpenti».

 

Perché dobbiamo essere come serpenti? Perché un vescovo deve essere come un serpente?

 

Si tratta di discernere, comprendere e cogliere la doppiezza, l’ambiguità e l’astuzia che esistono nel mondo e tra i nemici della Croce. I vostri peggiori nemici non vi attaccheranno frontalmente; cercheranno di condurvi gradualmente verso una comprensione più moderna della fede, della vita cristiana e del rapporto con il mondo: dovete esserne consapevoli.

 

Quando percepisci questo pericolo, fai un passo indietro, prega, osserva, chiedi consiglio, valuta la situazione e rimani immobile prima di reagire, come un serpente. Quando reagisci, quando lo Spirito Santo ti dà la guida necessaria per agire, fallo e non voltarti mai indietro.

 

Ecco cosa significa essere come un serpente: comprendere la doppiezza, l’ambiguità e l’astuzia che sono nel mondo, e parlare e predicare come colombe: con semplicità, senza doppiezza né paura, senza equivoci né ambiguità. La doppiezza che dovete discernere negli altri non deve mai essere la vostra.

 

La spada della fede

Cos’altro dice Gesù? Cosa dice il nostro Signore?

 

«Il fratello tradirà il fratello, e il padre il figlio, e sarete odiati da tutti a causa mia e del mio nome. Non temete tutto questo, perché non c’è nulla di nascosto che non sarà rivelato, né di segreto che non sarà reso pubblico».

 

«Non temete tutto questo», ci dice Nostro Signore. «Lasciate che me ne occupi io, lasciate che giudichi io, interverrò io stesso quando necessario».

 

Ha un solo problema. Qual è?

«Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli».

 

Chiunque riconoscerà i miei diritti, la mia divinità, la mia Chiesa, la mia fede.

 

«Non pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra, ma una spada».

 

Queste sono le parole che Nostro Signore rivolge in particolare a voi.

 

Tra pochi istanti, quando il vescovo consacrante vi consegnerà il pastorale, Nostro Signore vi donerà una spada: la sua spada, la spada del Vangelo, la spada della fede. È per fede, e solo per fede, che si può vincere il mondo, e il mondo è già vinto dalla fede.

 

Da oggi in poi, questa spada ti appartiene in modo speciale, e Dio ti darà una forza speciale per brandirla, per usarla al momento giusto e al di fuori di esso.

 

«I nemici dell’uomo saranno i membri della sua stessa casa».

 

Non puoi essere capito da tutti, non puoi essere d’accordo con tutti.

 

È una tragedia? È qualcosa di incomprensibile? No. È la legge del Vangelo, è la legge della Croce.

 

Questi sono i consigli che Nostro Signore, attraverso il Vangelo, ti offre oggi.

 

San Cirillo e l’arcivescovo Lefebvre

E, prima di concludere, non possiamo dimenticare oggi di raccomandarvi a tutte le migliaia di santi vescovi che vi hanno preceduto nella storia della Chiesa.

 

Esamineremo due di queste: una che appartiene all’antichità cristiana e una che è molto più vicina a noi.

 

Il primo è San Cirillo, San Cirillo di Alessandria.

 

La liturgia dice di lui la cosa più bella che si possa dire di un vescovo: zelus fidei sollicitus . Aveva una sola preoccupazione: la purezza della fede. Che splendido programma di vita per un vescovo! Ed è passato alla storia come il grande difensore della maternità divina, odiato dagli eretici.

 

La liturgia aggiunge: propter fidem multa perpessus est . E per questo, per la sua devozione alla fede, soffrì molto. Preparatevi a questo: non si può difendere pienamente la fede senza soffrire.

 

Accusato di ogni sorta di crimine, anche dopo la morte non si vergognò di Nostro Signore, non si vergognò della Madonna.

 

Un altro vescovo, vostro modello, a noi più vicino, non ancora canonizzato: il vescovo Lefebvre, certamente.

 

Anche di lui possiamo dire: zelus fidei sollicitus et multa perpessus. Aveva una sola preoccupazione: la fede, e per questo soffrì molto.

 

Egli comprese chiaramente come questa fede si riassuma nella Santa Messa, nella difesa della Santa Messa, del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore. Che saggezza!

 

Come ha potuto, tanti anni fa, cogliere le cause della crisi con tanta chiarezza, tanta lungimiranza, tanta forza?

 

Questa è la sapienza della Croce; la croce che portò fu la fonte della sua sapienza. Oggi, più che mai, il suo spirito è in mezzo a noi, ci incoraggia, prega per noi, prega in particolare per te, mostrandoci la via da seguire, guidati da questa sapienza della Croce.

 

«Ma il discepolo non è superiore al maestro; è sufficiente che il discepolo sia trattato come il maestro».

 

Queste sono ancora le parole di Nostro Signore. Eppure, trentotto anni fa, condannarono un santo.

 

Gioite e saltate di gioia!

Dobbiamo aspettarci qualcosa di diverso? Dobbiamo avere paura? Dobbiamo farci prendere dal panico?

 

La questione è talmente importante che lascerò ancora una volta che sia Nostro Signore stesso a parlare; è lui che vi risponderà:

 

«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi a causa mia, del mio regno, dei miei diritti, della mia legge, della mia fede, dei miei comandamenti».

 

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

E così sia.

 

Don Davide Pagliarani

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Spirito

«Assunzione, rigenerazione, garanzia della nostra stessa risurrezione»: Omelia di mons. Viganò nella festa dell’Assunta

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa dell’Assunzione della Vergine Maria

 

TU HONORIFICENTIA POPULI NOSTRI

Omelia nell’Assunzione della Beatissima Vergine Maria

   

Signum magnum apparuit in cælo:

mulier amicta sole, et luna sub pedibus ejus.

Un segno grande apparve nel cielo:

una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi.

Ap 12, 1

In questo giorno santo in cui la Chiesa — quella di sempre, non quella schiava del mondo, che ha creduto di poter riscrivere anche la lode dovuta alla Madre di Dio — innalza il suo canto dinanzi al mistero dell’Assunzione, permettetemi di condurvi non a una pia commozione passeggera, ma a quella roccia di dottrina sicura su cui i Padri, i Dottori e i Sommi Pontefici hanno edificato, per secoli, la nostra certezza.
 
Non fu un sentimento pio, non fu un’immaginazione consolatoria a generare questa festa che l’Oriente conosceva già come Dormizione fin dal V secolo, e che Roma stessa solennizzò per mano dei Pontefici Sergio I e Leone IV. Fu la logica stessa della Fede, quella logica che San Giovanni Damasceno seppe esprimere con vigore ineguagliato:
 
«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza corruzione il suo corpo dopo la morte». (1)
 
Oportebat: era necessario, era conveniente. Non capriccio della pietà, ma necessità della ragione illuminata dalla Fede, la medesima che oggi taluni, gonfi di scienza e vuoti di sapienza, vorrebbero degradare a mito o a simbolo.

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A questa voce si uniscono, concordi attraverso i secoli, San Germano di Costantinopoli e l’antica tradizione attribuita a San Modesto di Gerusalemme; e poi, nel pieno della Scolastica, Sant’Alberto Magno nel suo Mariale, e l’Angelico Dottore stesso, San Tommaso, che nel commento alle Sentenze non esita ad applicare alla Θεοτόκος quello stesso principio di convenienza teologica che i Modernisti, innamorati del dubbio più che della certezza, hanno voluto bandire dalla teologia come se fosse un’onta e non, invece, un dono della grazia alla ragione.
 
San Bonaventura, San Bernardino da Siena, San Roberto Bellarmino, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: una catena ininterrotta di santità e di dottrina, che nessun Concilio pastorale, nessuna riforma liturgica, nessuna «nuova» teologia potrà mai spezzare, perché non è opera di uomini, ma custodia dello Spirito Santo sopra la sua Chiesa.
 
Quando, il 1 Novembre 1950, il Venerabile Pio XII pronunciò la definizione dogmatica con la Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, egli non inventò una dottrina nuova: raccolse, come in un’urna preziosa, ciò che la Tradizione aveva custodito da sempre, e lo consegnò solennemente, con l’autorità che Nostro Signore ha posto nel Successore di Pietro, alla Fede irrevocabile di tutti i secoli a venire. Fu, quello, uno degli ultimi grandi atti di un Magistero che ancora sapeva insegnare senza tremare, definire senza negoziare, custodire senza disperdere — prima che la tempesta, che già covava nelle stanze romane, si abbattesse sulla vigna del Signore.
 
La Santa Chiesa, secondo la liturgia promulgata da Pio XII, pone oggi sulle labbra dei suoi ministri le parole che l’antico Israele rivolse a Giuditta, figura anticipatrice della Vergine vincitrice, dopo che ella ebbe schiacciato la testa del nemico del popolo di Dio.
 
«Il Signore ti ha benedetta con la sua potenza, perché per mezzo tuo ha ridotto al nulla i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo, più di tutte le donne sulla terra. Benedetto il Signore che ha creato il cielo e la terra, che ti ha guidata a colpire la testa del capo dei nostri nemici; perché oggi ha reso il tuo nome così glorioso, che la tua lode non si allontanerà dalla bocca degli uomini… Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la letizia d’Israele, tu l’onore del nostro popolo». (2)
 
Non sfugge la profondità di questa scelta da parte della Chiesa: Giuditta che recide il capo di Oloferne è figura di Colei che, Immacolata fin dal primo istante, schiaccia sotto il suo piede la testa dell’antico serpente; e come a Giuditta fu detto che il suo nome non sarebbe mai più uscito dalla bocca degli uomini, così il nome di Maria è benedetto in ogni generazione, ed è gloria di Gerusalemme, letizia d’Israele, onore del popolo cristiano.

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Chi oggi vorrebbe espungere queste tipologie dalla pubblica preghiera della Chiesa, giudicandole troppo «guerriere» o troppo «medievali» per un culto reso timido e accomodante, tradisce il senso stesso della battaglia soprannaturale in cui la Santa Chiesa è tuttora impegnata.
 
Il Padre Garrigou-Lagrange, fra gli ultimi grandi maestri della Scuola romana prima che i modernisti si impadronissero delle cattedre, insegnò che l’Assunzione non è privilegio isolato, ma frutto necessario dell’Immacolata Concezione e della Maternità divina: Colei che fu preservata dal peccato doveva esserlo anche dalla corruzione che del peccato è retaggio. Vi è in questo una coerenza che sfida ogni relativismo teologico: Dio non fa nulla a metà, e la grazia concessa a Maria al principio della sua esistenza doveva necessariamente fiorire e compiersi, al termine del suo pellegrinaggio terreno, nella gloria piena del corpo risorto.
 
Il grande domenicano confessava che il teologo attraversa, dinanzi alle più alte verità mariane, tre stagioni dell’anima: dapprima l’adesione della pietà filiale, poi il turbamento dinanzi alle obiezioni che il mondo solleva, infine — se Dio concede il tempo e la grazia di approfondire — il ritorno alla medesima certezza iniziale, non più per solo sentimento, ma per scienza: perché le cose di Dio, e in particolare le grazie concesse a Maria Santissima, sono sempre più ricche di quanto la pigrizia dell’intelletto osi supporre.
 
Non fu forse questo il cammino che tanti fedeli, e tanti pastori, avrebbero dovuto percorrere in questi decenni di smarrimento, invece di abbandonarsi, dinanzi alla prima obiezione del mondo, a un silenzio colpevole sulle verità più alte della Fede?
 
Il medesimo Padre Garrigou-Lagrange insegnò ancora che la mediazione universale di Maria e la sua Regalità sui cuori non sono ornamenti retorici, ma conseguenze rigorose della sua Maternità divina: se Ella è Madre del Capo, è Madre anche delle membra; se coopera alla nostra rigenerazione nell’ordine della grazia, tanto più la sua Assunzione gloriosa è primizia e garanzia di quella medesima rigenerazione estesa, un giorno, ai corpi di tutti i redenti.
 
Cari fedeli, in un’epoca che ha smarrito il senso del corpo — che lo idolatra e insieme lo profana, che lo manipola e lo dissolve in ideologie estranee al disegno del Creatore — la festa odierna ci ricorda che il corpo dell’uomo non è un accidente da cui l’anima anelerebbe liberarsi, ma parte costitutiva di quella persona che Cristo è venuto a redimere integralmente, mediante la propria Incarnazione.

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Maria assunta in cielo, anima e corpo, è la primizia e la garanzia della nostra stessa risurrezione: pegno che nessuna filosofia moderna, nessuna teologia evanescente, nessuna nota di impresentabili porporati potrà mai cancellare dal Credo che professiamo.
 
A Lei, dunque, Regina assunta in cielo, affidiamo oggi la Chiesa che tanto soffre; a Lei chiediamo che, come schiacciò fin dal principio la testa del serpente antico, così voglia schiacciare anche l’apostasia che oggi insidia il gregge di suo Figlio.
 
Che Ella, Arca della Nuova Alleanza assunta nel santuario del Cielo, ottenga a questa povera Chiesa pellegrinante la grazia di ritornare, senza più tentennamenti, alla pienezza della Fede e del culto che i Padri ci hanno trasmesso.
 
E così sia.
 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 15 Agosto MMXXVI
In Assumptione Beatæ Mariæ Virginis

    NOTE
1) Oportebat eam, quae in partu illaesam servaverat virginitatem, suum corpus sine ulla corruptione etiam post mortem conservare. S. Joannes Damascenus, Encomium in Dormitionem Dei Genitricis semperque Virginis Mariæ, hom. II, 14 (citato in Pio XII, Munificentissimus Deus, 1950). 2) Benedixit te Dominus in virtute sua, quia per te ad nihilum redegit inimicos nostros. Benedicta es tu, filia, a Domino Deo excelso, prae omnibus mulieribus super terram. Benedictus Dominus qui creavit cælum et terram, qui te direxit in vulnera capitis principis inimicorum nostrorum; quia hodie nomen tuum ita magnificavit, ut non recedat laus tua de ore hominum… Tu gloria Jerusalem, tu lætitia Israël, tu honorificentia populi nostri. Idt 13, 22-25; 15, 10 — Epistola della Messa dell’Assunzione

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Immagine: Guercino (1591-1666), Assunzione della Vergine (1650), Detroit Museum of Arts, Detroit. Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata  
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Spirito

La Reja: 12 seminaristi FSSPX hanno preso la tonaca

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Nella festa dell’Assunzione, il 15 agosto 2026, dodici seminaristi del Seminario Internazionale di Nostra Signora Corredentrice di La Reja, in Argentina, hanno ricevuto la tonaca da padre de Lassus, direttore del seminario. Provenienti da dieci paesi diversi, hanno così compiuto un passo significativo nel loro percorso di formazione al sacerdozio.

 

Oggi, 15 agosto, festa dell’Assunzione della Vergine Maria, il seminario La Reja è stato pervaso dalla gioia. In primo luogo per la festa che stavamo celebrando, ma anche, in stretta connessione con il mistero dell’Assunzione, in occasione dell’investitura di dodici seminaristi dell’anno di spiritualità, provenienti da diverse parti del mondo.

 

Un cileno, un peruviano, un colombiano, due messicani, tre brasiliani, un filippino, un argentino, un ecuadoriano e un cubano hanno ricevuto l’abito ecclesiastico dalle mani del reverendo padre de Lassus, direttore del seminario.

 

Questa cerimonia, che segna in modo chiaro, significativo e profondo ogni seminarista durante gli anni di formazione, manifesta e chiede a Dio la grazia di abbandonare il mondo e donarsi interamente al Signore. Come la talare ricopre tutto il corpo, così l’intera persona deve essere avvolta da Cristo per rivestirsi della vita di grazia, simboleggiata dalla cotta bianca che il seminarista indosserà sopra l’abito clericale nero.

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Questi seminaristi hanno ricevuto oggi un dono molto speciale, ma anche una grande responsabilità. Ovunque andranno, saranno d’ora in poi ambasciatori di Colui che hanno scelto. Non si tratta di un’investitura volta a mettere in risalto meriti personali o onori individuali: tutto è ordinato al Signore, alla Sua gloria e al Suo regno in mezzo al popolo. Questi seminaristi ricevono la missione di manifestare pubblicamente la loro offerta alla divina Volontà, come rivelata nella Rivelazione e nella Tradizione trasmesse dagli Apostoli.

 

Sono stati indetti tre giorni di ritiro spirituale per preparare le loro anime a ricevere questo dono; è stato un vero e proprio tempo di grazia. Santa Messa, adorazione eucaristica, preghiera liturgica e personale, silenzio, meditazione e riflessione su questa fase della loro vita da seminaristi hanno scandito questi giorni. Durante questo periodo, ciascuno ha anche beneficiato della guida e del sostegno dei professori. Infine, come grazia speciale, l’ultima conferenza è stata tenuta dal priore del priorato di Buenos Aires, padre Luiz Camargo.

 

Oggi, Nostro Signore, che si è degnato di rivestirsi della nostra umanità, ha benedetto, per mano del direttore del seminario, le tonache con cui questi seminaristi sono stati rivestiti: affinché si rivestano di povertà, innocenza e rinuncia, e muoiano a tutto ciò che si oppone al regno di Nostro Signore; affinché, con la santità della loro vita, gli uomini siano spinti a cercare le cose del Cielo e, con le loro azioni, glorifichino la grandezza, la giustizia e la bontà di Dio.

 

Nessun cattolico ben formato può negare i tempi bui che stiamo vivendo. Perciò affidiamo alle vostre preghiere la perseveranza di ciascuno dei seminaristi della nostra casa di formazione sacerdotale, e in particolare di coloro che oggi hanno compiuto questo importante primo passo. Possano rimanere sempre fedeli e trovare la loro gloria nella Croce del nostro Redentore.

 

«Mihi autem absit gloria in cruce Domini nostri Iesu Christi, per quem mihi mundus crucifixus est et ego mundo».

 

«Quanto a me, quanto a me, non sia mai che io mi vanti se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato crocifisso per me e io per il mondo» (Galati 6,14).

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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 Immagine fa FSSPX.News

 

 

 

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Mons. Viganò contro il rito della Pachamama in Perù prima dell’arrivo del papa

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha reagito alla notizia di un rito di idolatria della Pachamama svoltosi in Perù alla presenza di alti funzionari vaticani prima dell’arrivo di Leone XIV.   «A Cusco, nei giorni scorsi, in preparazione al prossimo viaggio di Leone in Perù, alti prelati della chiesa sinodale hanno preso parte — non come spettatori distratti, ma come partecipanti attivi — a un rito pagano di invocazione all’idolo infernale della Pachamama».   «È lo stesso culto idolatrico con il quale Bergoglio ha violato il Primo Comandamento e profanato i giardini vaticani e la Basilica di San Pietro, e che Robert Prevost aveva già praticato come giovane agostiniano. Il seme fu gettato ad Assisi, il 27 ottobre 1986; il raccolto lo vediamo oggi, quando un officiale del Dicastero per la Dottrina della Fede e un vescovo ausiliare offrono, con visibile devozione, foglie di coca a un immondo idolo andino, al quale vengono ancor oggi offerti sacrifici umani» scrive l’arcivescovo.  

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«A chi ancora si domanda se vi siano ”segni di cattolicità” residui in questa struttura che porta il nome di Chiesa Cattolica ma ne ha tradito la sostanza, chiedo: come giudicherebbero i Martiri della Fede questa apostasia del clero e dei vertici della chiesa conciliare-sinodale?» tuona monsignore.   Come divenuto noto pochi mesi fa, nel 1995, quando era ancora un sacerdote agostiniano, l’allora padre Robert Prevost partecipò a un simposio teologico ufficiale a San Paolo, in Brasile, il cui programma includeva un rituale dedicato a Pachamama, la «Madre Terra». Vi sono foto del futuro papa inginocchiato durante il rito idolatrico della Pachamama.  
Nell’omelia della passata festa del Corpus Domini, Viganò aveva lamentato: «Non è chi non veda quanto grottesco e rivelatore appaia il comportamento di Pastori indegni, per i quali ogni scusa è valida se consente di negare gli onori divini al Santissimo Sacramento. Ci si prostra davanti alla Pachamama, ma guai a piegare il ginocchio — veneremur cernui — al Pane degli Angeli».   Due anni fa il prelato aveva commentato la notizia dell’inizio della «fase sperimentale» della messa in «rito amazzonico» decisa dai vertici del Sacro Palazzo dichiarando che «il “rito amazzonico” partorito dalla mente di Bergoglio rappresenta un ulteriore passo verso il culto della “madre terra” inaugurato con l’idolo della Pachamama» ha scritto il prelato.
  Il 4 ottobre 2019, durante una cerimonia tenutasi nei Giardini Vaticani prima dell’apertura del Sinodo amazzonico, Bergoglio ha benedetto l’effigie della dea pagana andino-amazzonica detta «Pachamama», un idolo pagano di divinità femminile presente nelle tremende religioni precolombiane.

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In seguito un fedele austriaco gettò nel Tevere le statue della Pachamama tenute nella chiesa della Traspontina in via della Conciliazione. Seguì il ritrovamento pressoché immediato (incredibile) da parte delle forze dell’ordine italiane, la reinstallazione degli idoli pagani nell’edificio sacro ai bordi del Vaticano e l’ancora più incredibile richiesta di perdono da parte del papa per le effigi della dea buttate nel Tevere.   Come riportato da Renovatio 21, curiosamente al World Economic Forum di Davos 2024 si è avuto un momento inquietante quando sul palco è stata chiamata a «benedire» i potenti globali lì riunitisi uno sciamano-donna dell’Amazzonia.   Nel frattempo, parallelamente al rito amazzonico che si sta sviluppando in sordina, il Vaticano sta riflettendo su un altro rito inculturato, legato al paganesimo: si tratta del rito Maya, Maya proposto dai vescovi cattolici del Messico è ora all’esame del Dicastero per il Culto Divino.   Ci troviamo ancora una volta dinanzi a quello che Renovatio 21 a più riprese ha definito catto-paganesimo papaleadulterazione idolatrica se non demoniaca del rito spinta dallo stesso vertice del papato.  

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