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«Pronti a pagare qualsiasi prezzo per servire la Chiesa»: sermone di don Pagliarani alle consacrazioni episcopali di Econe

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Omelia di padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, pronunciata in occasione delle consacrazioni episcopali avvenute a Ecône il 1° luglio 2026.

 

 

Testo integrale del sermone

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

 

Miei Signori, cari fratelli, cari sorelle, cari fedeli,

 

Finalmente è arrivato il giorno. Che gioia vedere così tanti di voi, venuti da ogni angolo del mondo!

 

Innanzitutto, vorrei ringraziare per la generosità tutti coloro che hanno preparato questa giornata, tutti coloro che l’hanno resa possibile materialmente con dedizione, tutti i colleghi che hanno preparato i loro cuori, le loro menti e i loro intelletti per questa giornata, e tutti voi che avete fatto lo sforzo di venire qui come pellegrini, in questa giornata certamente storica.

 

Una dimostrazione di fede

Qual è esattamente il significato di questa giornata? Perché siamo qui? Come dovremmo interpretare queste consacrazioni?

 

Queste incoronazioni sono un evento che divide, un evento al quale è impossibile rimanere indifferenti. Cosa significa questo per noi?

 

Innanzitutto, questa cerimonia deve essere un’espressione di fede. Questo è molto importante.

 

Non siamo noi a scegliere in cosa credere o non credere; non possiamo cambiare, reinterpretare o riconsiderare; non ci è possibile. Abbiamo semplicemente il dovere di sostenere la fede che la Chiesa ha sempre insegnato; dobbiamo amarla, dobbiamo viverla e dobbiamo trasmetterla.

 

Se amiamo veramente il Signore, abbiamo il dovere di condividere le benedizioni che ci giungono, prima di tutto per mezzo della fede. Chi non ha questo desiderio di trasmettere la fede è segno che non vive più per fede. Quanto più la fede viene attaccata, tanto più scompare, tanto più pressante diventa questo dovere, perché senza fede è impossibile piacere a Dio, impossibile vivere bene, impossibile essere salvati. E oggi stiamo adottando misure eccezionali, proporzionate a questa necessità.

 

Un falso dilemma: la fede o la Chiesa

Quindi, alcuni potrebbero pensare che ci troviamo di fronte a un dilemma. Scegliamo la fede completa, ma ci separiamo dalla Chiesa. Dovremmo scegliere tra la fede e la Chiesa. Per conservare la fede, stiamo forse rompendo con la Chiesa?

 

Si tratta di un falso dilemma.

 

Apparteniamo alla Chiesa innanzitutto per mezzo della fede, per mezzo della piena professione di fede, per mezzo della piena professione della fede della Chiesa. Come apparteniamo a una nazione perché parliamo la stessa lingua, condividiamo la stessa identità, la stessa cultura; come apparteniamo a una famiglia perché portiamo lo stesso cognome, viviamo nella stessa casa; così apparteniamo alla Chiesa perché professiamo la stessa fede.

 

Si tratta dunque di un falso dilemma nel quale non possiamo entrare, perché non possiamo scegliere tra la fede e la Chiesa; nessuno può scegliere. Vogliamo la fede della Chiesa per rimanere nella Chiesa. Vogliamo la Chiesa attraverso la fede, nella fede.

 

È fondamentale comprenderlo, anche se chi sta dall’altra parte non vuole capirlo. Non si tratta di un’opinione, di una questione di preferenza o di un’opzione: è una necessità.

 

Siamo accusati di non amare il papa, di non rispettarlo. Ma è proprio perché amiamo il papa, sinceramente, come Vicario di Cristo, come capo della Chiesa, che non vogliamo più vederlo umiliato insieme a falsi pastori, rappresentanti di false religioni. Quante volte abbiamo assistito a tutto ciò in tutti questi anni?

 

È perché amiamo il Vicario di Cristo che non vogliamo più questa umiliazione per il papa, un’umiliazione che ricade su tutta la Chiesa, trattata sullo stesso piano delle false religioni.

 

Noi parliamo la lingua della fede

Ma abbiamo già spiegato tutto questo molte volte. Lo abbiamo spiegato in quasi tutte le lingue che esistono sulla faccia della terra.

 

Perché non veniamo compresi? Perché, fondamentalmente, parliamo lingue diverse?

 

Noi parliamo il linguaggio della fede; vogliamo la fede in tutta la sua semplicità, non è complicata. Il Credo non è complicato, la professione che i futuri vescovi hanno appena fatto non è complicata, tutti possono capirla.

 

Parliamo il linguaggio della fede, il linguaggio della Tradizione. E, dall’altra parte, abbiamo a che fare con un linguaggio che esiste su un altro livello, che parla di altre cose. È il linguaggio dell’inclusione, dell’ascolto, del dialogo, dell’accompagnamento.

 

Desideriamo la fede. E poi, con fede, accompagniamo le persone. Ascoltiamo le persone con fede, per condurle alla fede e convertirle.

 

Per convertirli, dobbiamo smettere di parlare per il gusto di parlare; accompagnarli è sufficiente. Non è questo ciò di cui le persone hanno bisogno. Le persone hanno bisogno del Signore, e noi conosciamo il Signore; ci avviciniamo a Lui attraverso la fede, e attraverso la fede cattolica integrale – ce n’è una sola.

 

Ecco perché abbiamo questa difficoltà a capirci. Purtroppo parliamo lingue diverse, e lingue che, col tempo, si allontanano sempre più l’una dall’altra.

 

La legge suprema di Dio: la salvezza delle anime

Anche noi viviamo queste consacrazioni nella speranza.

 

Non viviamo queste consacrazioni nella controversia, nella tensione, nell’amarezza, nel risentimento. Le viviamo nella gioia e nella speranza.

 

Perché?

 

Nel 1988, coloro che condannavano la Fraternità ne predissero lo scioglimento. La Provvidenza aveva un altro piano. Perché la Provvidenza aveva un altro piano? La vostra presenza qui oggi lo dimostra. Dio non ci ha abbandonati e non ci abbandonerà. Tutti questi anni lo hanno dimostrato, e queste consacrazioni lo dimostrano ancora una volta.

 

Ma perché Dio non può abbandonarci?

 

La risposta è molto semplice. Dio ha un solo pensiero, un solo desiderio, una sola volontà: salvare le anime. Se qualcuno applica letteralmente il principio che la legge suprema è la salvezza delle anime, quello è Dio stesso. È la sua legge, e la applica letteralmente, sempre.

 

Per questo, contro ogni immaginazione e preveggenza umana, per salvare le anime, ha mandato suo Figlio. Ha chiesto a suo Figlio di incarnarsi e morire sulla croce.

 

Perché?

 

Perché la legge suprema, la legge di Dio, è la salvezza delle anime. Per questo Dio non ci ha abbandonati e non ci abbandonerà; ci fornirà sempre i mezzi necessari, in proporzione alle nostre necessità.

 

Sebbene l’opera di Redenzione possa incontrare ostacoli da parte degli uomini, non incontrerà mai ostacoli da parte di Dio. Ma più soffriamo, più lottiamo, più cerchiamo di essergli fedeli, più Lui è con noi, più ce lo rivela.

 

A volte vacilliamo, possiamo avere dubbi, possiamo sentirci scoraggiati. Ma le promesse del Signore sono tutte infallibili; Egli le mantiene sempre. E oggi ce ne dà la prova.

 

Se continuiamo a cercare la volontà di Dio, il bene delle anime, a qualunque costo, non ci mancherà mai nulla.

 

Servire la Chiesa come una madre

Ma soprattutto, queste consacrazioni vanno comprese e vissute in uno spirito di carità: carità verso le anime, e in particolare carità verso la Chiesa. Quanto più le anime sono smarrite e disorientate, tanto più dobbiamo cercarle e sostenerle.

 

Quanto più la Chiesa viene derisa, tanto più lo splendore della sua divinità viene oscurato, tanto più dobbiamo amarla, dobbiamo servirla ed essere pronti a pagare qualsiasi prezzo per servirla.

 

Il sacrificio più grande che Dio possa chiederci è di essere trattati come ribelli, quando desideriamo servire e amare la Chiesa come una madre. Che sacrificio ci chiede Dio, di essere trattati come ribelli, di essere visti come ribelli!

 

Vogliamo servirla come una madre. Una madre in difficoltà, sopraffatta, sofferente; una madre a volte anche tradita; una madre che ha bisogno, e merita, di essere aiutata, che si faccia qualcosa in nome di tutto ciò che ci ha dato.

 

Tutto ciò che abbiamo ricevuto, lo abbiamo ricevuto attraverso la Chiesa, nella Chiesa. La fede che vogliamo testimoniare oggi e con cui vogliamo vivere, ci viene dalla Chiesa.

 

È nel nome di ciò che abbiamo ricevuto da lei, e nel nome di ciò che lei è, la Sposa di Cristo, il suo Corpo Mistico, è nel nome di tutto questo che dobbiamo fare tutto il possibile, per quanto possibile, per aiutarla e sostenerla.

 

Potremmo rimanere indifferenti, senza fare nulla? «Non è un nostro problema»? Non è questo che ci viene chiesto. La Fraternità può rimanere indifferente? No. Sarebbe un tradimento della Chiesa, una mancanza di carità; non possiamo permettercelo.

 

Il Sangue Preziosissimo, un rimedio unico

Ci saranno domande, e la festa di oggi, la Festa del Preziosissimo Sangue, esprime provvidenzialmente e riassume perfettamente il significato di queste consacrazioni. Questa festa ci permette di ricondurre tutto a un unico punto: il Sangue di Nostro Signore, il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore.

 

Chi non conosce il Preziosissimo Sangue del Signore, chi non lo ama, chi non lo adora, non conosce il Signore, non conosce la Redenzione. E chi non conosce il Signore non conosce nulla, non ha compreso nulla.

 

Il Preziosissimo Sangue è l’unico, il solo, il primo e l’ultimo rimedio per tutti i mali che affliggono l’umanità.

 

Perché?

 

Perché tutti i mali derivano dal peccato, e il rimedio per il peccato è il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore.

 

L’esaltazione dell’uomo

Tutti i mali derivano dal peccato, e in particolare da un peccato sul quale vorrei richiamare la vostra attenzione. Questo peccato è rimasto lo stesso fin dall’inizio dell’umanità: è l’esaltazione dell’uomo. Siamo pervasi, letteralmente pervasi, da questa esaltazione dell’uomo, ovunque.

 

L’uomo che è tutta meraviglia, l’uomo che è perfetto, l’uomo che è sbalorditivo, l’uomo che presumibilmente possiede una dignità infinita… Ebbene, tutto questo, in realtà, porta all’orgoglio. E, alla lunga, porta al disprezzo per Dio e all’apostasia, all’apostasia silenziosa. È da lì che nasce.

 

E più esaltiamo l’umanità in modo folle e fanatico, più la allontaniamo da Dio, dalla sua perfezione e dal suo vero bene: è un disastro. L’umanità, piena di diritti, piena di sé, è incapace di rivolgersi a Dio, incapace di riconoscere di essere ferita dal peccato e di aver bisogno della Redenzione. Ha bisogno del nostro Signore; ha bisogno del Suo Preziosissimo Sangue.

 

Questo è il grande male di oggi, di tutta la storia: il male che li abbraccia tutti. Questa piaga è un flagello, un’idea ossessiva che penetra, bisogna riconoscerlo, penetra persino in profondità nella Chiesa. Questa piaga acceca, paralizza le anime. Non è questo che riporta le anime a Dio.

 

Predicare la Sapienza della Croce

Ebbene, attraverso queste consacrazioni vogliamo fare qualcosa, vogliamo continuare a predicare il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore e vogliamo continuare, in un certo senso, a diffonderlo nelle anime.

 

È in questo Sangue che Nostro Signore fonda la sua Chiesa, la Nuova ed Eterna Alleanza; essa è unica. Chi pensa che ce ne siano due o tre, in realtà non crede più nell’infinito e unico valore del Sangue di Nostro Signore.

 

Parlando del valore del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, non possiamo dimenticare da dove proviene. Esso si è formato, prodotto e offerto nel purissimo sangue della Madonna; è la Madonna che dona al Verbo la sua piena umanità; è nel suo purissimo e immacolato sangue che il Sangue di Nostro Signore si forma al momento dell’Incarnazione; è lei che lo offre con Nostro Signore per la nostra redenzione.

 

È lei che la offre, è lei che per prima la vede sgorgare dalle ferite di Nostro Signore, è lei che la vede scorrere sotto il legno della Croce, è lei che la raccoglie ai piedi della Croce, è lei che ancora oggi la custodisce sull’altare, è lei che, durante la messa, effonde le grazie sulle anime, è lei che ne coglie appieno il valore, e sempre accanto a Nostro Signore.

 

Che mistero! Che mistero, questa associazione della Madonna con il suo divino Figlio, sempre al suo fianco!

 

Osservate come tutta la nostra fede, la nostra religione, il nostro amore ruotano attorno al Sangue di Nostro Signore, perché ogni cosa ruota attorno alla Croce.

 

Quindi, cari fratelli che tra pochi istanti sarete rivestiti della pienezza del sacerdozio, la pienezza del sacerdozio del Nostro Signore, ecco, in poche parole, ciò che dovremo difendere e predicare.

 

Che onore, e che responsabilità!

 

Predicare la Redenzione attraverso la parola e diffonderla attraverso i sacramenti, predicare la sapienza della Croce: scandalo per i Giudei e follia per i Gentili. Follia, soprattutto oggi, per un mondo apostata che non può comprendere, che non vuole comprendere.

 

Questa saggezza della Croce è l’unico antidoto all’umanesimo che conduce all’indifferenza e all’apostasia. Dovete sempre tenere presente questo umanesimo.

 

Come agnelli in mezzo ai lupi

E quali consigli possiamo darvi?

La tua missione, ciò che stai per fare, è così delicata, così importante, così grandiosa, che preferisco lasciare che sia Nostro Signore stesso a parlare, citando il Vangelo.

 

Quale consiglio ti dà oggi Nostro Signore? Quale consiglio diede Nostro Signore agli Apostoli quando li inviò a predicare?

 

«Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». L’agnello: una bellissima immagine di Nostro Signore, una bellissima immagine del vescovo.

 

Questo significa che dovete innanzitutto predicare a partire dall’innocenza della vostra vita; è l’innocenza, la purezza della vostra vita, della vostra morale, che conferirà autorità morale a tutto ciò che predicherete.

 

Essere un agnello significa anche, e soprattutto, perfetta docilità, perfetta sottomissione alla volontà di Dio. Come Nostro Signore è costantemente soggetto alla volontà del Padre suo, così anche voi, da oggi in poi in misura ancora maggiore, dovete sempre ricercare la sua volontà.

 

L’Agnello di Dio e il Leone di Giuda

Ma non dimenticate una cosa: il nostro Signore, che è l’Agnello di Dio, è anche il Leone di Giuda.

 

Come si può essere contemporaneamente agnello e leone?

 

Il fatto è che Nostro Signore, per quanto docile alla volontà del Padre, non cede mai allo spirito del mondo. Nel servire perfettamente il Padre, si scontra necessariamente con lo spirito del mondo, con lo spirito del principe di questo mondo.

 

E lo stesso vale per il vescovo: per quanto docile sia alla volontà di Dio, egli rivendica costantemente davanti al mondo i diritti di Nostro Signore, e non i diritti dell’uomo.

 

E un leone non fugge mai, un leone non si ritira mai, e soprattutto, un leone non cede mai. Non inchinarti mai a questo spirito mondano, non muoverti, non indietreggiare; la consacrazione ti darà una forza irresistibile.

 

Da oggi in poi, in tutto il mondo, ci sono persone che ti guardano e ti ascoltano. Tra trenta, quarant’anni, potranno dire:

 

«Non si sono inchinati. Non hanno piegato le ginocchia davanti a questo spirito del mondo. Hanno piegato le ginocchia soltanto davanti al nostro Signore Re».

 

Questa è la cosa più bella che si possa dire di te quando muori, il ricordo più bello che tu possa lasciare.

 

La cautela del serpente

E Nostro Signore vi dà un altro consiglio:

 

«Siate innocenti come colombe e astuti come serpenti».

 

Perché dobbiamo essere come serpenti? Perché un vescovo deve essere come un serpente?

 

Si tratta di discernere, comprendere e cogliere la doppiezza, l’ambiguità e l’astuzia che esistono nel mondo e tra i nemici della Croce. I vostri peggiori nemici non vi attaccheranno frontalmente; cercheranno di condurvi gradualmente verso una comprensione più moderna della fede, della vita cristiana e del rapporto con il mondo: dovete esserne consapevoli.

 

Quando percepisci questo pericolo, fai un passo indietro, prega, osserva, chiedi consiglio, valuta la situazione e rimani immobile prima di reagire, come un serpente. Quando reagisci, quando lo Spirito Santo ti dà la guida necessaria per agire, fallo e non voltarti mai indietro.

 

Ecco cosa significa essere come un serpente: comprendere la doppiezza, l’ambiguità e l’astuzia che sono nel mondo, e parlare e predicare come colombe: con semplicità, senza doppiezza né paura, senza equivoci né ambiguità. La doppiezza che dovete discernere negli altri non deve mai essere la vostra.

 

La spada della fede

Cos’altro dice Gesù? Cosa dice il nostro Signore?

 

«Il fratello tradirà il fratello, e il padre il figlio, e sarete odiati da tutti a causa mia e del mio nome. Non temete tutto questo, perché non c’è nulla di nascosto che non sarà rivelato, né di segreto che non sarà reso pubblico».

 

«Non temete tutto questo», ci dice Nostro Signore. «Lasciate che me ne occupi io, lasciate che giudichi io, interverrò io stesso quando necessario».

 

Ha un solo problema. Qual è?

«Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli».

 

Chiunque riconoscerà i miei diritti, la mia divinità, la mia Chiesa, la mia fede.

 

«Non pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra, ma una spada».

 

Queste sono le parole che Nostro Signore rivolge in particolare a voi.

 

Tra pochi istanti, quando il vescovo consacrante vi consegnerà il pastorale, Nostro Signore vi donerà una spada: la sua spada, la spada del Vangelo, la spada della fede. È per fede, e solo per fede, che si può vincere il mondo, e il mondo è già vinto dalla fede.

 

Da oggi in poi, questa spada ti appartiene in modo speciale, e Dio ti darà una forza speciale per brandirla, per usarla al momento giusto e al di fuori di esso.

 

«I nemici dell’uomo saranno i membri della sua stessa casa».

 

Non puoi essere capito da tutti, non puoi essere d’accordo con tutti.

 

È una tragedia? È qualcosa di incomprensibile? No. È la legge del Vangelo, è la legge della Croce.

 

Questi sono i consigli che Nostro Signore, attraverso il Vangelo, ti offre oggi.

 

San Cirillo e l’arcivescovo Lefebvre

E, prima di concludere, non possiamo dimenticare oggi di raccomandarvi a tutte le migliaia di santi vescovi che vi hanno preceduto nella storia della Chiesa.

 

Esamineremo due di queste: una che appartiene all’antichità cristiana e una che è molto più vicina a noi.

 

Il primo è San Cirillo, San Cirillo di Alessandria.

 

La liturgia dice di lui la cosa più bella che si possa dire di un vescovo: zelus fidei sollicitus . Aveva una sola preoccupazione: la purezza della fede. Che splendido programma di vita per un vescovo! Ed è passato alla storia come il grande difensore della maternità divina, odiato dagli eretici.

 

La liturgia aggiunge: propter fidem multa perpessus est . E per questo, per la sua devozione alla fede, soffrì molto. Preparatevi a questo: non si può difendere pienamente la fede senza soffrire.

 

Accusato di ogni sorta di crimine, anche dopo la morte non si vergognò di Nostro Signore, non si vergognò della Madonna.

 

Un altro vescovo, vostro modello, a noi più vicino, non ancora canonizzato: il vescovo Lefebvre, certamente.

 

Anche di lui possiamo dire: zelus fidei sollicitus et multa perpessus. Aveva una sola preoccupazione: la fede, e per questo soffrì molto.

 

Egli comprese chiaramente come questa fede si riassuma nella Santa Messa, nella difesa della Santa Messa, del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore. Che saggezza!

 

Come ha potuto, tanti anni fa, cogliere le cause della crisi con tanta chiarezza, tanta lungimiranza, tanta forza?

 

Questa è la sapienza della Croce; la croce che portò fu la fonte della sua sapienza. Oggi, più che mai, il suo spirito è in mezzo a noi, ci incoraggia, prega per noi, prega in particolare per te, mostrandoci la via da seguire, guidati da questa sapienza della Croce.

 

«Ma il discepolo non è superiore al maestro; è sufficiente che il discepolo sia trattato come il maestro».

 

Queste sono ancora le parole di Nostro Signore. Eppure, trentotto anni fa, condannarono un santo.

 

Gioite e saltate di gioia!

Dobbiamo aspettarci qualcosa di diverso? Dobbiamo avere paura? Dobbiamo farci prendere dal panico?

 

La questione è talmente importante che lascerò ancora una volta che sia Nostro Signore stesso a parlare; è lui che vi risponderà:

 

«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi a causa mia, del mio regno, dei miei diritti, della mia legge, della mia fede, dei miei comandamenti».

 

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

E così sia.

 

Don Davide Pagliarani

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Pensiero

Ecône e il vero ordine mondiale

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Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.   La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.   Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.

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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.   Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.     Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.   È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.   Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.   «On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.   La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.  

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.     Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.   Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.   Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?   In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.   A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.   La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.   «Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»   Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.   Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».   I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.

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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».   Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.   A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).   Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.     «Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».   La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.   Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.   In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.

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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.   Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.   Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.   E così sia.   Roberto Dal Bosco

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Spirito

L’allenatore della Spagna è cattolico e prega ogni giorno

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Luis de la Fuente, allenatore della nazionale di calcio spagnola, è un cattolico devoto.

 

Il mister spagnuolo ha dichiarato lunedì, al termine di una conferenza stampa il giorno prima della vittoria contro la Francia che ha garantito l’accesso alla finale dei Mondiali FIFA 2026, di pregare ogni giorno in segno di ringraziamento e per chiedere l’aiuto di Dio, ma non per la vittoria sugli avversari.

 

Durante una conferenza stampa del 13 luglio, un giornalista ha accennato alla fede dell’allenatore e gli ha chiesto per cosa stesse pregando in vista della semifinale contro la Francia. De la Fuente ha sottolineato di pregare ogni giorno, non per ottenere aiuto nella vittoria contro gli avversari ai Mondiali, ma per ringraziare di avere un altro giorno da vivere, per la salute e per altre ragioni non legate al calcio.

 

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«Prego ogni giorno, ma non perché sono a un Mondiale o perché sto cercando di ottenere un determinato risultato», ha detto l’allenatore. «Lo ringrazio ogni giorno, ogni giorno quando mi sveglio, per il fatto che sto bene. Per il fatto che posso guardarmi allo specchio e dire: «Un altro giorno in cui posso godermi la vita». Sono grato per queste piccole cose».

 

«E prego ogni giorno, non per chiedere ulteriore aiuto… sarebbe ingiusto chiedergli di aiutare me e non il mio avversario», ha aggiunto. «Chiedo altre cose, soprattutto buona salute, e qualsiasi altra cosa mi dia la possibilità di continuare a combattere».

 

Martedì la Spagna ha battuto la Francia per 2-0, qualificandosi per la finale dei Mondiali contro l’Argentina, in programma domenica 19 luglio. La nazionale spagnola, allenata da De la Fuente, aveva già vinto il campionato europeo UEFA del 2024.

 

De la Fuente ha professato apertamente la sua fede cattolica in numerose occasioni. Nel 2024, durante gli Europei, l’allenatore ha dichiarato che la sua decisione di farsi il segno della croce prima di ogni partita «non è superstizione, è fede».

 

Nel corso di un’intervista rilasciata nel 2023 al quotidiano spagnolo El Mundo, De la Fuente ha approfondito ulteriormente la sua fede, affermando che ci sono «mille ragioni per credere in Dio» e che senza di Lui «nulla nella vita ha senso».

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Immagine di Junta de Andalucía via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Spirito

«Il concilio è rivoluzione»: omelia della prima messa pontificale del vescovo Michel de Sivry

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Data l’11 luglio 2026 nella chiesa di San Giuseppe a Bruxelles.   Carissimi fratelli nel sacerdozio, venerabili fratelli, care sorelle, cari fedeli,   È una grande gioia celebrare oggi questa prima messa pontificale in questa chiesa di San Giuseppe, patrono della Chiesa universale.   Siamo colmi di gratitudine dopo queste consacrazioni episcopali, che non sono altro che un atto di fedeltà alla Santa Chiesa Cattolica e alla Tradizione Cattolica. Un pensiero speciale va al nostro caro fondatore, Sua Eccellenza l’Arcivescovo Lefebvre, il cui coraggio, la cui prudenza e la cui fede sono ora per noi un esempio.   Ringrazio i miei cari colleghi per la loro presenza e la loro amicizia sacerdotale. Alcuni sono venuti da lontano per partecipare a questa prima Messa. Vorrei ringraziare i nostri fratelli, le nostre sorelle e voi, miei cari fratelli, per questa ondata di fede e carità che ci ha accompagnato alle consacrazioni.   Sappiate che tutte queste preghiere e questi sacrifici ci hanno sostenuto grandemente e ci danno tanto entusiasmo per intraprendere questo ministero episcopale. Siamo lieti di accogliere la vostra richiesta di ricevere i sacramenti secondo la tradizione della Chiesa.   Continuiamo dunque quanto delineato per la Santa Chiesa da papa San Pio X all’inizio del XX secolo: Omnia instaurare in Christo, «Restaurare ogni cosa in Cristo». Questa è la nostra missione particolare e provvidenziale, che dobbiamo proseguire.

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Sacramenti per custodire intatto il deposito della fede

Miei cari fratelli, queste consacrazioni episcopali non sono in alcun modo un atto «della natura» o un atto veramente «scismatico». Queste consacrazioni sono tutt’altro che «scismatiche». I nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X non hanno giurisdizione territoriale.   Non siamo scismatici perché riconosciamo che papa Leone XIV è effettivamente il capo visibile della Chiesa. E preghiamo per lui ogni giorno, e continueremo a pregare per lui ogni giorno al momento del Santo Sacrificio della Messa.   Non siamo scismatici perché crediamo con tutto il cuore in tutte le verità che la Chiesa ha insegnato, in tutte le verità che il nostro Signore Gesù Cristo ci ha trasmesso. E siamo pronti a suggellarle con il nostro sangue.   Non siamo scismatici perché accettiamo, professiamo e riceviamo i sette sacramenti che Nostro Signore Gesù Cristo ci ha donato per santificarci e andare in Paradiso.   Miei cari fratelli, come sapete, dobbiamo tutti andare in Cielo. Questo è il nostro scopo qui sulla terra. Tutto il nostro essere, la nostra anima, il nostro corpo, ogni cosa ci chiama al Cielo. Siamo fatti per il Cielo. È nostro dovere. È nostro dovere lavorare ogni giorno alla nostra santificazione, alla nostra santità. È nostro dovere!   Ma se abbiamo questo dovere, abbiamo anche dei diritti: il diritto di ricevere i mezzi appropriati per raggiungere il nostro scopo. Questi mezzi sono la fede, i sacramenti, la disciplina e la legge della Chiesa. Questi sono mezzi ordinari e sufficienti per santificarci e diventare santi.   E questi metodi sono stati usati per duemila anni di Tradizione, dagli apostoli, dai martiri, dai confessori, dalle vergini. Ebbene, noi vogliamo conservarli. Vogliamo conservare questa fede degli apostoli. Vogliamo conservare questi stessi sacramenti. Vogliamo conservare questa stessa disciplina.

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Concilio Vaticano II: La rottura nel cuore della crisi

Purtroppo, come abbiamo visto dal Concilio Vaticano II in poi, questa fede, questi sacramenti, questa disciplina sono stati annacquati e profondamente alterati. A tal punto che, tristemente, ci distolgono dal nostro scopo e ci impediscono di essere santificati come i membri della Chiesa sono sempre stati santificati attraverso duemila anni di Tradizione.   Come sapete, il cardinale Suenens, che conosciamo bene, disse del Concilio: «Il Concilio è il 1789 nella Chiesa». In altre parole, questo Concilio è una rivoluzione. È una rivoluzione. Yves Congar, il teologo, in particolare esperto di libertà religiosa, disse che il Concilio è la Rivoluzione d’Ottobre nella Chiesa. La Chiesa ha avuto la sua Rivoluzione d’Ottobre con il Concilio Vaticano II.   E in effetti, quando esaminiamo questi testi in modo sintetico, non possiamo fare a meno di notare che essi sono in contrasto con il costante insegnamento della Chiesa.   La Gaudium et Spes, ad esempio, la costituzione che regola i rapporti tra la Chiesa e il mondo: il cardinale Ratzinger definì questo testo un «contro-sillabo». Il Sillabo , scritto nel 1864 da papa Pio IX, era un catalogo che condannava gli errori moderni: liberalismo, naturalismo, separazione tra Chiesa e Stato e secolarismo. Definendo la Gaudium et Spes un contro-sillabo, il cardinale Ratzinger affermò una rottura con gli insegnamenti di Pio IX e, con essi, con l’intera Tradizione.   Dignitatis Humanae, libertà religiosa. Questo testo conciliare ci dice che per legge naturale, per volontà di Dio, nessuno può essere impedito dallo Stato di confessare, di manifestare la propria fede o religione, qualunque essa sia, non solo in privato ma anche in pubblico. In altre parole, la Chiesa dice allo Stato che deve accettare l’errore anche al suo interno.   E così, paesi come l’Italia, la Spagna e la Colombia sono stati costretti da Roma a rimuovere il termine «cattolico» dalle loro costituzioni. Ai capi di Stato cattolici è stato chiesto di rimuovere il termine «cattolico» dalle loro costituzioni per essere coerenti con questa libertà religiosa. Questo testo, Dignitatis Humanae, rappresenta una netta rottura con Mirari Vos di Gregorio XVI , Libertas di Leone XIII e Quas Primas di papa Pio XI . C’è una rottura. La Chiesa ha sostenuto la secolarizzazione degli Stati.   Abbiamo anche Unitatis Redintegratio e Nostra Aetate, riguardanti l’ecumenismo, che insegnano che in ogni religione, qualunque essa sia, vi sono elementi di santificazione che, nella misura in cui vi aderiamo sinceramente, conducono alla salvezza. Tutte le religioni, quindi, attraverso questi elementi di santificazione, possono condurre alla salvezza. Perciò non possiamo più condannare queste false religioni perché contengono elementi di salvezza. Ci impegneremo nel dialogo per arricchirci a vicenda. Non parliamo più di conversione, ma di dialogo.   Ebbene, questo testo contraddice l’insegnamento di papa Pio XI nella sua enciclica Mortalium Animos. Pio XI afferma esattamente il contrario, e con lui, l’intera Tradizione Cattolica. Un esempio recente di ecumenismo è la dichiarazione di papa Francesco sulla fraternità umana ad Abu Dhabi, in cui afferma che le false religioni sono state volute da Dio.   Infine, abbiamo la Lumen Gentium, al capitolo 3, che afferma che nella Chiesa ci sono due soggetti di potere universale: il papa e il collegio episcopale, unito al papa. Ma il papa, in quest’ultimo caso, è solo primum inter pares, un’autorità morale. Questo testo è chiaramente in contrasto con la Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I.   E poiché il potere può essere condiviso, oggi stiamo vivendo questa sinodalità, questo cammino sinodale, in cui ci viene insegnato che il popolo di Dio è un’entità teologica, il che significa che di solito può essere illuminato dallo Spirito Santo, e che l’autorità deve ascoltare questo popolo di Dio ed esserne portavoce. E poiché il popolo di Dio evolve nel suo pensiero, nel suo comportamento e nella sua moralità, l’autorità deve adattarsi. Così, la verità si evolve. Abbiamo questo cammino sinodale tedesco, ad esempio, che sostiene l’ordinazione delle donne al diaconato, il matrimonio dei sacerdoti ed è estremamente aperto al matrimonio tra persone dello stesso sesso.   Infine, di recente, il cardinale Fernandez, nella Mater Populi Fidelis, minimizza significativamente la mediazione universale di Maria e chiede alla Chiesa di non usare mai più il termine «corredentrice» per riferirsi a Maria, sebbene papa San Pio X abbia autorizzato questo termine e Pio XI lo usi esplicitamente. Benedetto XV ha spiegato questa corredenzione, l’ha insegnata, e ora ci viene chiesto di smettere di usarla.   Cari fratelli, ci troviamo dunque di fronte a una questione di coscienza, come disse l’arcivescovo Lefebvre. Chi dobbiamo seguire? Dobbiamo seguire questi nuovi sviluppi, questa rottura, oppure dobbiamo, con prudenza, seguire ciò che la Santa Chiesa Cattolica ha sempre creduto, insegnato e praticato? Noi scegliamo questa prudenza, la fedeltà alla Tradizione Cattolica.

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Perché la Fraternità non si definisce scismatica

Certo, purtroppo, siamo stati scomunicati, come sapete, con un decreto del 2 luglio. Ma, in realtà, miei cari fratelli, non sono stati scomunicati i singoli individui, bensì la Tradizione cattolica, ciò che insegniamo. Siamo stati scomunicati da uomini di Chiesa le cui idee sono state condannate – e continuano ad essere condannate – da duemila anni di Tradizione.   Inoltre, questa scomunica non è legalmente giustificata. La legge non può essere ignorata. Il Codice di Diritto Canonico del 1983 stabilisce, al canone 1323 § 4, che una persona che agisce per necessità non può incorrere in sanzioni canoniche. Questo canone afferma inoltre che se tale stato di necessità non esiste oggettivamente, ma la persona che ha agito credeva veramente di trovarsi in uno stato di necessità, allora non possono essere imposte sanzioni. Ora, miei cari fratelli, come abbiamo detto, è lo stato di necessità che ci obbliga a ricevere i sacramenti. È per la salvezza delle nostre anime. È per la salvezza delle vostre anime. Perché desiderate ricevere – e questo è legittimo, è un vostro diritto – tutto ciò che hanno ricevuto i vostri padri, tutto ciò che hanno ricevuto gli apostoli, tutto ciò che hanno ricevuto i confessori e le vergini, voi desiderate riceverlo. E avete il diritto di farlo. Avete tutto il diritto di farlo.   Naturalmente, questa sanzione ci ferisce profondamente perché siamo cattolici, perché siamo devoti al Santo Padre, perché siamo devoti ai vescovi, perché siamo devoti ai sacerdoti. Siamo toccati nel nostro cuore di bambini da queste sanzioni. Ma le sopportiamo. Le sopportiamo come una croce per la Santa Chiesa Cattolica.   Miei cari fratelli, soprattutto, non nutrite rancore. Al contrario, custodite questa profonda carità nei vostri cuori e, soprattutto, rimanete in pace. Dobbiamo rimanere in pace. Ne abbiamo il diritto. Siamo obbligati a compiere un atto grave e straordinario perché siamo costretti a farlo. Non abbiamo scelta.

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L’Immacolata Concezione, un modello di fedeltà nelle avversità

Carissimi fratelli, oggi vi ho chiesto di celebrare la Messa dell’Immacolata Concezione, perché mi sembra che la Beata Vergine Maria riassuma in sé questa vittoria di Nostro Signore Gesù Cristo sul mondo, su Satana e sul peccato.   E proprio questo mistero dell’Immacolata Concezione dovrebbe custodire le nostre anime in questa ferma speranza, in una grande gioia interiore. Maria, come sappiamo, ha vinto il peccato perché è immacolata. Papa San Pio X disse: «O Vergine, immacolata nel corpo e nell’anima». La Vergine Maria è immacolata nell’anima perché, come sappiamo, non ha mai contratto il peccato originale, né alcuna imperfezione.   La Vergine Maria possiede questa pienezza di sovrabbondanza attraverso la quale è mediatrice di tutte le grazie. Maria è santa nel suo corpo, vergine nel suo corpo. Il suo corpo è veramente il Tempio dello Spirito Santo, la nuova Arca dell’Alleanza che racchiude in sé nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo fatto carne.   Maria, per ciò che è e per le sue opere, ha vinto il peccato. E poi San Pio X aggiunge che Maria è vergine nella fede, immacolata nella fede. La Vergine Maria ha avuto una vita difficile. Tuttavia, nonostante le circostanze avverse in cui ha vissuto, Maria non ha mai dubitato per un solo istante della divinità, dell’umanità e della regalità di suo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo.   Fin dal momento dell’Annunciazione – e sua cugina Elisabetta lo avrebbe poi proclamato – credette alle parole dell’Angelo. Credette di essere stata concepita immacolata. Credette che il Verbo fosse il Figlio di Dio. Credette che anche suo figlio sarebbe stato Re. La Vergine Maria credette. Credette per tutta la vita nella divinità di nostro Signore Gesù Cristo.   Ai piedi della croce, la Beata Vergine Maria non dubitò mai, nemmeno per un istante, che questa fosse la via per compiere l’opera della Redenzione. E questa fede della Vergine Maria la sostenne, permettendole di rimanere in grande pace interiore. Imitiamo la Beata Vergine Maria nella nostra fede, affinché questa fede ci mantenga saldi e in pace interiore, perché ne abbiamo bisogno.   E poi, la Vergine Maria è immacolata nel suo cuore, nel suo amore, dice San Pio X. Maria ha amato Dio tre volte Santo. Ha amato Dio Padre perché è una creatura così santa e bella. Ha amato Dio Padre con tutto il suo cuore come una creatura. Ha amato Dio Figlio, Dio suo Figlio, come una madre. Ha amato suo figlio con una perfezione di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra madre, poiché nulla ha ostacolato l’amore che provava per suo figlio, vero Dio, vero uomo. E poi ha amato Dio Spirito Santo perché era la sua sposa. La Beata Vergine Maria ha mantenuto questa grande serenità attraverso la sua santità.   In conclusione, ascoltiamo ciò che ci dice san Pietro nella sua seconda epistola: «Coloro che vi calunniano, i pagani, vedendo le vostre buone opere, glorifichino Dio che è nei cieli».   La migliore risposta che possiamo dare a questa difficile situazione, allo shock delle sanzioni, sarà quella di rispondere con la santità della nostra vita, imitando la Beata Vergine Maria. La santità della nostra vita sarà la migliore testimonianza della vitalità e della verità della Tradizione Cattolica. E così, quando il Santo Padre deciderà di ristabilire ogni cosa in Cristo, potremo umilmente affidargli questa Tradizione che abbiamo scelto di preservare.   Perché questa Tradizione è il rimedio, la risposta ai mali moderni. Ebbene, la conserviamo per il Santo Padre. La conserviamo per la Santa Chiesa Cattolica. Custodiamola nei nostri cuori affinché un giorno possiamo far parte di quelle schiere di confessori e forse di martiri. Chiediamo questa grazia alla Beata Vergine Maria Immacolata e al nostro caro fondatore, l’Arcivescovo Lefebvre. Amen.   Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.   Amen.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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