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Storia

Netanyahu conferma – ancora una volta – che Israele non ha ucciso Charlie Kirk. E neanche San Simonino

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Il primo ministro israeliano Beniamino Netanyahu è nuovamente intervenuto pubblicamente in video per sfatare la teoria del complotto, molto diffusa sui social in queste ore, secondo cui Israele avrebbe assassinato Charlie Kirk.

 

Mercoledì sera Netanyahu ha iniziato la sua proclamazione di innocenza invocando i nazisti. In seguito, il premier israeliano ha confermato che lo Stato ebraico non è colpevole dell’assassinio del 10 settembre.

 

«Il ministro della propaganda nazista ha detto che ‘più grande è la bugia, più velocemente si diffonderà», ha detto Netanyahu. «Beh, qualcuno ha inventato una mostruosa bugia: che Israele abbia qualcosa a che fare con l’orribile omicidio di Charlie Kirk».

 

La comunicazione videomatica è postata direttamente sul canale X del primo ministro dello Stato Giudaico. Essa inanella una quantità di questioni politiche e storiche piuttosto cospicua.

 

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«È folle. È falso. È scandaloso», ha detto a proposito della teoria del complotto israeliano.

 

Il primo ministro ha affermato che, nonostante lui e Kirk avessero divergenze su alcune politiche, accoglieva con favore tale disaccordo. Netanyahu ha affermato che Kirk era turbato dal fatto che il sostegno degli Stati Uniti a Israele stesse diminuendo.

 

«Lui», cioè Charlie Kirk, «mi ha incoraggiato a spiegare direttamente al popolo americano quanto Israele sia vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti», ha affermato Netanyahu. «Lui mi ha detto “la Terra Santa è così importante per la mia vita, mi addolora vedere svanire il sostegno a Israele”». Quindi Netanyahu ha ripetuto, per l’ennesima volta in questi giorni, la questione dei fantomatici valori «giudeo-cristiani», termine inventato nel dopoguerra per indicare improbabili radici comuni tra le due tradizioni religiose e promuovere un dialogo interreligioso, concreato poi con il documento del Concilio Vaticano II Lumen Gentium.

 

Di fatto, il «giudeo-cristianismo», nominato persino da alcuni, come il vescovo Vicenzo Paglia, come «radice» dell’Europa, è uno strumento con il quale Israele tiene incollato a sé l’Occidente separandolo dall’Islam, e quindi giustificando le azioni di Israele contro i palestinesi e pure, quasi un quarto di secolo fa, le guerre americane (e italiane…) in Iraq e in Afghanistan…

 

«Ora c’è chi diffonde queste voci disgustose. Forse per ossessione, forse per i finanziamenti del Qatar», ha continuato il Netanyahu. I finanziamenti del Qatar, recentemente bombardato da Israele nel tentativo di uccidere i negoziatori di Hamas (e dunque, impedire ora un accordo di pace) sono oramai un’accusa ricorrente nel circo mediatico americano, un’infamia lanciata contro quei commentatori e giornalisti disallineati con la politica dello Stato Ebraico.

 

Netanyahu, accusato di crimini contro l’umanità, era intervenuto anche sul canale ultra-trumpiano NewsMax il giorno dopo il brutale assassinio e ha confermato che la teoria del complotto secondo cui Israele sarebbe stato coinvolto nell’assassinio è falsa.

 

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Durante la sua prima conferma di innocenza, Netanyahu aveva spiegato che nel terribile Medioevo gli ebrei venivano accusati di avvelenare i pozzi e di bere il sangue dei bambini cristiani. Tuttavia, la questione dell’avvelenamento dei pozzi ha un precedente storico non medievale, ma molto recente: il piano Nakam. Nel 1945, circa cinquanta superstiti dell’Olocausto cercarono di assassinare civili tedeschi come atto di rivalsa per lo sterminio di sei milioni di ebrei durante l’Olocausto tramite l’avvelenamento del sistema idrico.

 

Sul folle progetto di genocidio dei tedeschi per avvelenamento è stato fatto negli anni scorsi un film, Plan A (2021), realizzato da cineasti israeliani e basato sul libro della studiosa argentina-israeliana Dina Porat, capo-storica dello Yad Vashem e autrice di studi sul papa del Concilio Angelo Roncalli e gli ebrei, Vengeance and Retribution Are Mine (2019).

 

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Il piano Nakam, sotto la guida di Abba Kovner, puntava a eliminare indiscriminatamente per vendetta vera sei milioni di tedeschi, adottando lo slogan «una nazione per una nazione» – o meglio, pensiamo noi, un genocidio per un genocidio. Il Kovner si recò di persona nella Palestina sotto mandato britannico per procurarsi grandi quantità di veleno, con l’intento di contaminare le condutture idriche e causare la morte di numerosi tedeschi; il piano prevedeva poi di introdurre il veleno nel sistema idrico di Norimberga. Tuttavia, al suo ritorno in Europa, Kovner fu arrestato dai britannici e costretto a disfarsi del veleno.

 

Riguardo al sangue dei bambini cristiani, Renovatio 21 ricorda il caso del professore di storia israeliano Ariel Toaff, figlio del rabbino capo di Roma Elio Toaff, che aveva indagato le basi storiche dell’assassinio di San Simonino da Trento nel libro Pasque di sangue (2007), uscito nei negozi ma subito dopo ritirato. L’analisi storica, pubblicata dalla rinomata casa editrice Il Mulino (nota per una certa inclinazione prodiana), esplora il contesto storico e culturale dell’ebraismo ashkenazita medievale in diaspora, dove emerse l’accusa contro gli ebrei di compiere omicidi rituali di bambini cristiani durante la Pasqua, impiegando il loro sangue per presunti rituali anticristiani.

 

Il caso è quello di San Simonino (1472-1475), bambino di due anni e mezzo trovato morto durante la Pasqua del 1475, venerato come beato dalla Chiesa cattolica sino al Concilio Vaticano II. A seguito del ritrovamento in una roggia del corpo, quindici giudei di Trento furono interrogati con la tortura, e confessarono. Furono messi a morte. Il culto di Simonino divenne nei secoli, e non solo per il mondo cattolico, la prova dell’esistenza dell’omicidio rituale ebraico, la cosiddetta «Accusa del sangue»: l’idea, diffusa dall’Inghilterra Medievale all’Europa rinascimentale alla Germania nazista al mondo arabo odierno, secondo cui gli ebrei consumano sangue umano, specialmente di bambini, durante la Pasqua ebraica (Pesach) per scopi magici o rituali.

 

Toaff, nella prima ora introvabile edizione del libro, scriveva non si può escludere che singoli individui, forse legati a gruppi estremisti ashkenaziti, possano aver compiuto pratiche magiche legate al sangue, come possono suggerire alcuni collegamenti con culti cabalistici presenti al tempo nell’Est-Europa.

 

In pratica, Toaff, a differeva di Netanyahu, sembrava ammettere la possibilità che l’omicidio rituale ebraico possa essere realtà.

 

Ma torniamo al presente e alle dichiarazioni del premier dello Stato Giudaico. Nello spezzone, il Netanyahu continuava invocando i nazisti, forse per effetto di quella che un antico adagio di internet definisce come legge di Godwin («a mano a mano che una discussione online si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler tende ad 1», una legge discorsiva valida in ispecie per i giudei), affermando che le false affermazioni secondo cui gli ebrei erano «portatori di parassiti» e «diffondevano malattie» sarebbero continuate fino all’Olocausto – dopo il quale, in effetti, non possiamo dire che gli ebrei non abbiamo assunto un certo comando del discorso culturale…

 

La realtà è che quella del Netanyahu suona come una grande excusatio non petita, che arriva proprio mentre i maggiorni commentatori critici di Israele stanno dicendo che al momento non vi è alcuna prova che Israele sia coinvolta nell’assassinio Kirk.

 

Tuttavia diverse rivelazioni fatte da giornalisti indipendenti hanno indicato il retroscena per cui Charlie Kirk sarebbe stato in procinto di divorziare ufficialmente dal filosionismo, nonostante la pressione dei suoi donatori, che contribuivano ad un bilancio annuo del suo movimento Turning Point USA di 80 milioni di euro l’anno.

 

Come riportato da Renovatio 21, secondo uno scoop del giornalista del sito di inchista The Grayzone Max Bluementhal, vi sarebbero state pressioni fortissime su Kirk dopo che ad un evento di TP USA in Florida aveva fatto parlare Tucker Carlson e il comico ebreo Dave Smith, entrambi forti critici del governo Netanyahu e del massacro di Gaza. Tucker ha raccontato che si era offerto di non salire sul palco di Kirk per non creargli problemi con i donatori sionisti, ma Charlie, che a quanto pare era un vero alfiere della libertà di parola, avrebbe rifiutato dicendo che invece doveva farlo.

 

La podcasterra Candace Owens, che era stata amica e collaboratrice di Kirk, ha rincarato la dose, confermando di avere le testimonianze di una riunione in una prestigiosa magione degli Hamptons (il luogo al mare dei newyorkesi, probabilmente la località turistica più cara della Terra) convocata dal miliardario degli Hedge Fund Bill Ackman, noto per essere divenuto fiamcheggiatore MAGA nel 2024, un uomo che molti accusano essere in diretto contatto con Bibi Netanyahu.

 

Durante la riunione è stato detto chiaramente a Charlie che non poteva avere quei tipi di ospiti, con una lobbyista israelo-britannica che gli avrebbe pure urlato. Secondo quanto è dato di capire, è durante l’episodio degli Hamptons che gli ospiti avrebbero chiamato Netanyahu in persona.

 

Secondo quanto detto in rete da attivisti come Nick Fuentes, un tempo acerrimo rivale di Kirk e ora forse autore del più bel necrologio assieme a quello di Candace, Netanyahu avrebbe offerto a Kirk un’infusione di capitali per TP USA di 150 milioni di dollari, in pratica il doppio dell’attuale bilancio. Charlie avrebbe rifiutato. A quel punto, il premier israeliano avrebbe offerto un tour in Israele – in pratica, una sessuone in situ di rieducazione – ma Kirk avrebbe rifiutato pure quella.

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Fuentes sostiene, come moltissimi altri personaggi della rete americana non allineata a Tel Aviv (Alex Jones, Tucker Carlson, Dave Smith), che non vi siano prove di coinvolgimento israeliano. Tuttavia egli nota la coincidenza per cui la taglia da un milione di dollari piazzata dallo stesso miliardario sionista Ackman su chi avesse dato informazioni utili per prendere l’assassino di Kirk potrebbe essere riscossa dallo stesso padre del sospettato Tyler Robinson.

 

Sul quale stanno uscendo ogni sorta di indiscrezioni: omosessuale, o forse solo amante di un ragazzino transessuale, con interessi nel «furry», la perversione di coloro che si travestono da pelouche giganti.

 

L’FBI ha dichiarato di star indagando su almeno altre 20 persone che potevano aver contezza del progetto di morte. Per alcuni, si tratterebbe di un atto terroristico compiuto dal milieu detto trantifa, cioè di antifa transessuali, che hanno un’ideologia aggressiva e già alle spalle, pur nella sciatteria di come conducono i loro crimini, una scia di morti.

 

L’idea che le motivazioni dell’attentatore vadano trovati nella cultura trantifa non è ancora apparsa pienamente nei media dell’establishment USA, che da giorni ripetono che non c’è idea di quale possa essere il movente.

 

L’amministrazione Trump, nel frattempo, si sta muovendo per dichiarare gli antifa come una organizzazione terrorista.

 

Anche se saltassero fuori ulteriori elementi su trans e goscisti dietro all’omicidio, non siamo certi, tuttavia, che Netanyahu non rivendicherà l’innocenza di Israele ancora una volta.

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Storia

La banca delle guerre dell’Oppio

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Il 3 marzo 1865 al numero 1 di Queen’s Road a Hong Kong aprì i battenti una banca nuova. L’aveva voluta Thomas Sutherland (1834-1922), un giovane scozzese che dirigeva in Asia la compagnia di navigazione P&O, per finanziare il commercio tra Europa, India e Cina. Il prospetto non lo diceva ma la merce più redditizia di quel commercio era l’oppio.   Nel comitato che fondò la banca sedeva infatti la Dent & Co, la casa di Lancelot Dent (1799-1853), il trafficante che il commissario Lin Zexu (1785-1850) aveva preteso di arrestare a Canton nel 1839. In cinese quella banca si chiama ancora oggi Wayfoong, cioè concentrazione di ricchezza. È la HSBC, che in anni recenti è stata accusata di riciclare il denaro dei narcos messicani.   Nasceva all’indomani di due guerre dell’oppio (1839-1842 e 1856-1860), combattute dalle cannoniere di Lord Palmerston (1784-1865) per imporre alla Cina il succo del papavero coltivato in India: la prima si chiuse con il Trattato di Nanchino e la cessione di Hong Kong, la seconda con il Palazzo d’Estate dato alle fiamme. Chi incassò i profitti di quel traffico e che cosa lasciò al mondo è una storia che porta lontano dalla Cina: nei salotti di Londra e di New York, negli studi legali di Wall Street, nelle leggi americane sull’immigrazione, fino alle convenzioni che ancora oggi regolano la morfina negli ospedali. La casa più potente del traffico fu la Jardine, Matheson & Co., fondata il 1° luglio 1832 dagli scozzesi William Jardine (1784-1843) e James Matheson (1796-1878). I loro uomini sostenevano sui giornali di Canton le ragioni dei mercanti dell’oppio. Jardine tornò a Londra per consigliare di persona Palmerston sulla spedizione navale. Matheson rientrò in patria con una fortuna tale da succedere al socio in Parlamento e da acquistare un’isola delle Ebridi. La società esiste ancora: tra il 2013 e il 2020 il suo direttore esecutivo è stato Lord James Sassoon (1955), già sottosegretario al Tesoro britannico. Il suo archivio storico si trova a Cambridge ma la consultazione è a discrezione della stessa azienda.   Il cognome di quel direttore non è un caso. David Sassoon (1792-1864), notabile della comunità ebraica di Baghdad, si stabilì a Bombay nel 1832 e fece fortuna con l’oppio. Durante la prima guerra si schierò con la Corona e dopo Nanchino mandò i figli a Hong Kong e a Shanghai: la famiglia contribuì a fondare la HSBC e la società britannica finì per chiamarla i Rothschild d’Oriente. Il soprannome divenne parentela nel 1887, quando Edward Albert Sassoon (1856-1912) sposò Aline Caroline de Rothschild (1867-1909). Nel 1929 il nipote Victor Sassoon (1881-1961) inaugurò sul Bund il Cathay Hotel, simbolo della Shanghai coloniale.   Non furono solo britannici. Samuel Russell (1789-1862) aveva fondato a Canton la Russell & Co., la più grande casa americana in Cina. Dal 1840 la guidava Warren Delano (1809-1898): era il primo trafficante americano di oppio e il terzo in assoluto nel commercio dell’oppio indiano. Alle critiche dei missionari Delano rispondeva che per un mercante quello era un commercio equo, onorevole e legittimo. Rovinato dal panico finanziario del 1857 tornò in Cina nel 1860 per ricostruire il patrimonio con il tè e con l’oppio. Sua figlia Sara Delano (1854-1941) fu la madre di Franklin Delano Roosevelt (1882-1945). Quando il giornalista Westbrook Pegler (1894-1969) accusò il presidente di vivere di quella ricchezza la Casa Bianca tacque. Fu Eleanor Roosevelt (1884-1962), in visita a Hong Kong nel 1953, ad ammettere a malincuore che i Delano e i Forbes avevano trasportato anche oppio.   A Boston Thomas Handasyd Perkins (1764-1854) aveva commerciato schiavi da una base ad Haiti prima di passare all’oppio: secondo lo storico Dael Norwood fu proprio il capitale della tratta a finanziare il commercio con la Cina. Con i profitti dell’oppio nacquero il Massachusetts General Hospital, la Perkins School for the Blind e il Boston Athenaeum.   I mercanti ripetevano che l’oppio era comunque meglio degli schiavi. Eppure molti erano antischiavisti: il nipote John Murray Forbes (1813-1898) investì la fortuna cinese nelle ferrovie americane gestendo perfino i capitali del mercante cantonese Howqua. Durante la guerra civile sostenne la parità di paga per i soldati neri.   Su quelle ferrovie si formò la generazione successiva del potere americano. I robber barons, da Henry Villard (1835-1900) a John Pierpont Morgan (1837-1913), trasformarono il capitale dei mercanti in trust e monopoli, protetti da studi legali come la Sullivan & Cromwell che più tardi avrebbe allevato John Foster Dulles (1888-1959) e Allen Dulles (1893-1969).   A Londra l’ipocrisia fu istituzionale. L’oppio esportato in Cina arrivò a coprire un settimo delle entrate dell’India britannica. Nel 1874 nacque la Società per la soppressione del commercio dell’oppio e la sua pressione costrinse il governo a nominare una Commissione reale. Nel 1895 i commissari conclusero che vietare il traffico non serviva perché l’uso moderato dell’oppio in India andava considerato come quello dell’alcol in Inghilterra.   Le conseguenze più durature si videro però in Occidente. Milioni di contadini cinesi emigrarono come manodopera a basso costo e con loro viaggiarono le fumerie. Nel novembre 1875 San Francisco approvò un’ordinanza contro le fumerie: fu la prima legge antidroga degli Stati Uniti. Non colpiva l’oppio venduto in farmacia né la morfina, ma solo l’abitudine dei cinesi. Sette anni dopo il Chinese Exclusion Act fu la prima legge americana a chiudere le frontiere a un’intera nazionalità.   I giornali di William Randolph Hearst (1863-1951) agitarono il pericolo giallo raccontando di donne bianche sedotte nelle fumerie. La letteratura fece il resto, dal Mistero di Edwin Drood di Charles Dickens (1812-1870) al Fu Manchu di Sax Rohmer (1883-1959). I cinesi, prima avvelenati con la forza, divennero il capro espiatorio del veleno che avevano subito. Il paradosso si chiuse con un altro Roosevelt. Su sollecitazione del vescovo episcopaliano Charles Brent (1862-1929) Theodore Roosevelt (1858-1919) promosse nel febbraio 1909 la Commissione internazionale dell’oppio di Shanghai con tredici Paesi partecipanti. Tre anni dopo all’Aia fu firmata la prima Convenzione internazionale sull’oppio, l’embrione del sistema che ancora oggi limita gli stupefacenti agli usi medici e scientifici. Le stesse potenze che avevano imposto l’oppio alla Cina diventavano paladine del proibizionismo. Perfino la Giornata internazionale contro la droga del 26 giugno ricorda la distruzione dell’oppio ordinata da Lin Zexu a Humen.   In Cina l’oppio sopravvisse agli inglesi. Nella Shanghai degli anni Trenta il padrone del traffico era Du Yuesheng (1888-1951), capo della Banda Verde, che aveva aiutato Chiang Kai-shek (1887-1975) a massacrare i comunisti nel 1927. Attraverso l’Ufficio per la soppressione dell’oppio il regime proteggeva le raffinerie e partecipava al contrabbando. Dopo il 1949 i nazionalisti in fuga portarono il commercio nel Triangolo d’oro, dove gli aerei di una compagnia della CIA lo trasportavano fino a Bangkok, con la regia finanziaria di uomini come Paul Helliwell (1915-1976).   Sul continente Mao Zedong (1893-1976) vietò l’oppio nel febbraio 1950 e nel 1952 lanciò una campagna di massa con migliaia di arresti e condanne a morte. In tre anni il traffico era quasi scomparso.   Oggi la storia si ripete a parti invertite. Nel febbraio 2025 il segretario di Stato americano Marco Rubio (1971) ha insinuato che Pechino conducesse con il fentanil una guerra dell’oppio al contrario. Il ministero degli Esteri cinese ha risposto che il fentanil è un problema americano le cui radici stanno negli Stati Uniti. Già nel 2022 l’ambasciatore Qin Gang (1966) aveva ricordato che nell’Ottocento la Gran Bretagna si era arricchita contrabbandando oppio in Cina.   Come mostra la storica Julia Lovell in The Opium War, quel conflitto divenne l’episodio fondante del nazionalismo cinese.   Marco Dolcetta Capuzzo  

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Droga

Storia geopolitica dell’oppio

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Il 26 giugno 2026 le Nazioni Unite hanno presentato il loro rapporto annuale sulla droga: nel 2024 avrebbero fatto uso di stupefacenti circa 331 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni. Di queste circa 63 milioni consumano oppioidi, la seconda famiglia di droghe più diffusa al mondo dopo la cannabis. Dietro queste cifre si nasconde una storia lunga più di cinquemila anni in cui un fiore ha accompagnato riti religiosi, cure mediche, imperi commerciali, guerre coloniali e operazioni dei servizi segreti.

 

Nella bassa Mesopotamia i Sumeri coltivavano il papavero già intorno al 3000 a.C. chiamandolo hul gil, cioè pianta della gioia. Da lì la pianta passa agli Assiri, ai Babilonesi e agli Egizi, poi ai Greci e ai Romani. Omero ne celebra le virtù nell’Odissea mentre i medici dell’antichità la usano per indurre il sonno e calmare il dolore.

 

Il papiro di Ebers, uno dei più antichi trattati medici egizi, ne raccomanda l’uso perfino per calmare i bambini che piangono. Per millenni però l’oppio resta legato soprattutto alla medicina e alla religione: un consumo ristretto di cui non esiste alcuna misura.

 

La svolta arriva nel Seicento quando in India e in Persia si comincia a mangiare e bere oppio a scopo ricreativo. In Cina il consumo esplode dopo che il fumo dell’oppio prende il posto del tabacco appena messo al bando: nascono le fumerie che più tardi si diffonderanno in mezzo mondo.

 

È a questo punto che il papavero diventa un affare di Stato. Nel 1729 l’imperatore Yongzheng (1678-1735) ne vieta il fumo. In quell’anno le importazioni nell’impero sono di circa 200 casse da 63,5 chili ciascuna: poco più di dodici tonnellate. Poi entra in scena la Compagnia britannica delle Indie Orientali e le casse diventano circa 1.000 nel 1767. Nemmeno i divieti ribaditi dall’imperatore Jiaqing (1760-1820) nel 1796 e nel 1800 fermano la crescita: le casse arrivano a 10.000 l’anno tra il 1820 e il 1830 fino alle 40.000 del 1838, secondo i dati dell’Enciclopedia Britannica.

Il meccanismo era semplice: la Compagnia pagava in argento il tè, la seta e le porcellane cinesi per poi riequilibrare i conti esportando a Canton l’oppio coltivato nel Bengala. Nel 1839 il commissario imperiale Lin Zexu (1785-1850) fa sequestrare ai mercanti stranieri oltre mille tonnellate di oppio che distrugge in pubblico. Lord Palmerston (1784-1865) manda la flotta a difendere gli interessi dei trafficanti: è la Prima guerra dell’oppio che William Gladstone (1809-1898) definirà «la guerra più ingiusta di cui avesse mai sentito parlare».

 

Con il trattato di Nanchino del 1842 la Cina cede Hong Kong ma soprattutto paga un’indennità di cui sei milioni di dollari d’argento servono a risarcire i trafficanti per l’oppio distrutto. Lin Zexu invece viene destituito ed esiliato. Pochi anni dopo i ribelli Taiping inseriranno nel loro programma il divieto di oppio, alcol e prostituzione.

 

La sconfitta cinese non chiude la partita. Dopo la Seconda guerra dell’oppio le importazioni toccano nel 1858 le 70.000 casse e il commercio viene legalizzato, come annotano i documenti dell’amministrazione coloniale britannica di Hong Kong: circa 4.500 tonnellate. In 130 anni il flusso verso la Cina si è moltiplicato per 350.

 

Intanto anche l’Europa si scopre consumatrice. Nel 1821 Thomas De Quincey (1785-1859) pubblica le Confessioni di un mangiatore d’oppio in cui racconta il consumo quotidiano di laudano, all’epoca un antidolorifico venduto legalmente in farmacia. La chimica fa il resto. Nel 1804 il farmacista tedesco Friedrich Sertürner (1783-1841) isola la morfina, dieci volte più potente dell’oppio.

 

Con l’invenzione della siringa la morfina entra negli ospedali da campo: durante la guerra civile americana si stima che circa 400.000 soldati ne siano diventati dipendenti.

 

Nel 1898 la Bayer mette in commercio l’eroina presentandola come un sostituto della morfina privo di rischi di dipendenza oltre che come rimedio per la tosse. Il successo è immediato: la produzione passa dai 45 chili del primo anno ai 970 del 1913. Più di venti volte tanto in quindici anni. Eppure già nel 1899 un medico ne denunciava la pericolosità in un articolo scientifico.

 

Il picco storico arriva all’inizio del Novecento. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga nel 1906-07 la produzione mondiale di oppio è stimata in circa 41.600 tonnellate, quasi cinque volte quella illecita di un secolo dopo. In Cina quasi un quarto degli uomini consuma oppio mentre circa il 5% dell’intera popolazione ne è dipendente.

 

Il primo importatore mondiale è la Cina con 3.300 tonnellate mentre il maggiore importatore europeo è il Regno Unito con 386 tonnellate, in gran parte riesportate. È da qui che nasce il proibizionismo moderno: la Commissione internazionale di Shanghai del 1909 apre la strada alla Convenzione dell’Aia del 1912 cioè al primo trattato internazionale sulle droghe. Il trattato limita oppio, morfina e cocaina all’uso medico: dopo il 1919 entra nei trattati di pace della Grande guerra diventando di fatto globale mentre il consumo non medico passa dalle farmacie al mercato nero.

La produzione legale crolla ma il mercato non scompare: cambia padroni. Lo storico Alfred McCoy lo ha documentato nel libro Politics of Heroin che la CIA cercò di vedere prima della pubblicazione. In Laos il traffico del nord-est era controllato dal generale Vang Pao (1929-2011), il comandante dei mercenari sostenuti dall’agenzia, mentre gli aerei e gli elicotteri della Air America affittati dalla CIA trasportavano regolarmente oppio.

 

Negli anni Ottanta in Afghanistan la guerra segreta contro i sovietici fa esplodere la produzione al confine con il Pakistan. Dopo l’invasione americana del 2001 la parabola si ripete: la produzione afghana di oppio passa da circa 180 tonnellate nel 2001 a oltre 8.000 nel 2007. Nel 2009 il Paese arriva a produrre il 92% dell’oppio mondiale fino al record di 9.000 tonnellate del 2017. Sotto l’occupazione occidentale la produzione si moltiplica per cinquanta.

 

Negli stessi anni in cui l’eroina afghana inonda i mercati gli oppioidi tornano dove erano nati nell’Ottocento: in farmacia. Protagonista è la Purdue Pharma, acquistata nel 1952 dai fratelli Arthur (1913-1987), Mortimer (1916-2010) e Raymond Sackler (1920-2017), una famiglia celebre per le donazioni a musei e università. Nel 1996 l’azienda lancia l’OxyContin, un antidolorifico a base di ossicodone presentato come poco rischioso grazie al rilascio lento: bastava però frantumare la compressa per ottenere tutta la dose in un colpo.

 

Le vendite passano dai 45 milioni di dollari del primo anno ai 3,1 miliardi del 2010. La crisi degli oppioidi che ne è seguita avrebbe causato circa 700.000 vittime in due decenni. L’azienda si è dichiarata colpevole di frode per il marketing del farmaco per poi chiudere con i Sackler un accordo da 7,4 miliardi di dollari. La famiglia non ha mai ammesso di aver commesso illeciti. Nel 2010 la Purdue cambia la formula per renderla difficile da frantumare. Molti consumatori ormai dipendenti passano allora all’eroina di strada più economica e poi al fentanyl prodotto nei laboratori clandestini.

 

Oggi la mappa del papavero è stata ridisegnata. Dopo il divieto talebano del 2022 la produzione afghana è crollata mentre il Myanmar è passato da 420 tonnellate nel 2021 a oltre 1.000 nel 2025 senza però compensare le oltre 6.000 prodotte dall’Afghanistan nel 2022, come riferiscono i rapporti ONU. Le stesse Nazioni Unite parlano di una svolta nel mercato con la diffusione di oppioidi sintetici come fentanili e nitazeni. Il conto si paga in vite: secondo le stesse Nazioni Unite nel 2023 le morti per overdose sono state 172.000, in gran parte causate da oppioidi.

 

Se si guarda soltanto al papavero la parabola sembra chiudersi: dalle dodici tonnellate entrate in Cina nel 1729 alle oltre 41.000 prodotte nel mondo nel 1906 fino alle poche migliaia di oggi. È un’illusione. La morfina è dieci volte più forte dell’oppio mentre il fentanyl lo è fino a cento volte più della morfina.

 

Il mondo coltiva una piccola frazione del papavero di un secolo fa ma consuma una potenza farmacologica che nessun fumatore cinese dell’Ottocento poteva immaginare. Sono cambiati i padroni del commercio: la Compagnia delle Indie, poi i servizi segreti della guerra fredda, infine una famiglia di industriali farmaceutici e i laboratori clandestini dei cartelli. Cartelli che oggi sono vere imprese: in Messico contano circa 175.000 affiliati che ne fanno il quinto datore di lavoro del Paese.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

 

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Immagine di George Chernilevsky via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

 

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Storia

Archeologo afferma di aver trovato il luogo di Battesimo di Gesù Cristo

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Un archeologo dell’Università Hashemita della Giordania ha pubblicato uno studio in cui sostiene che gli scavi ad Al-Maghtas, storicamente nota come Betania oltre il Giordano, hanno identificato il luogo preciso in cui Giovanni Battista battezzò il Signore Gesù Cristo. Lo riporta LifeSite.   Mohammad Waheeb sostiene che il sito sulla sponda orientale del fiume, a circa otto chilometri a Nord del Mar Morto, corrisponda meglio sia ai riferimenti biblici sia ai resoconti dei primi viaggiatori rispetto alle alternative, più accreditate, sulla sponda occidentale.   Nell’articolo pubblicato a giugno sulla rivista Egyptian Journal of Archaeological and Restoration Studies, Waheeb ha scritto che il suo lavoro affronta un dibattito accademico secolare.   «Questo studio indaga Betania oltre il Giordano, attualmente riconosciuta come il luogo del battesimo di Gesù, e analizza il dibattito accademico sulla precisa ubicazione del battesimo, dall’inizio dell’epoca romana fino alla tarda epoca bizantina», si legge nell’abstract del paper. «Le testimonianze storiche dei primi pellegrini e viaggiatori identificano costantemente Betania oltre il Giordano come il luogo tradizionale del battesimo», ha spiegato lo scienziato giordano nel paperro. Tuttavia, «recenti scavi archeologici in quest’area e nei suoi dintorni hanno portato alla luce nuove e importanti prove, tra cui i resti di chiese e strutture religiose associate, offrendo una visione più approfondita del suo significato storico».   Dal 1996 al 2002, il Waheeb e il suo team hanno condotto ricerche sul campo, portando alla luce chiese, vasche battesimali, sale di preghiera, mosaici e sistemi idrici risalenti al periodo romano, bizantino e al primo periodo islamico.   In quel periodo, il Washington Post aveva riportato che il Waheeb, «un musulmano devoto, leggeva la Bibbia per due o tre ore al giorno da quando aveva iniziato gli scavi del sito… Era diventato così esperto delle Scritture che i suoi assistenti avevano iniziato a chiamarlo “Padre Maometto”».   Nella conclusione del recente articolo, Waheeb ha affermato che «intensi scavi archeologici condotti a Betania oltre il Giordano tra il 1996 e il 2002 hanno rivelato il vero luogo in cui Gesù fu battezzato da Giovanni Battista sulla riva orientale del fiume Giordano». Inoltre, «la scoperta di chiese, vasche battesimali, sale di preghiera, mosaici e sistemi di approvvigionamento idrico di epoca romano-bizantina dimostra che questo luogo, e non Betabara, è la Betania oltre il Giordano menzionata nel Vangelo secondo Giovanni (1,28)».   Un punto centrale della sua argomentazione riguarda la confusione testuale introdotta dallo studioso cristiano Origene. Il Waheeb ha spiegato che lo scrittore del III secolo, non essendo riuscito a localizzare un insediamento fluviale chiamato Betania, «concluse che il testo di (Gv 1,28) dovesse riportare Betabara invece di Betania, un luogo che gli era stato indicato sulla riva occidentale del fiume Giordano».   Sebbene «la lezione “Betania” si trovi in quasi tutti i manoscritti», Origene «è convinto che la lezione corretta sia Betabara», in parte perché l’unica Betania che conosceva era il villaggio di Maria, Marta e Lazzaro vicino a Gerusalemme.   Il Waheeb sostenne che ciò indusse Origene sia a cambiare il nome sia a spostare il sito dalla riva orientale a quella occidentale. Tuttavia, la conferma geografica del sito di Betania proviene anche dai primi pellegrini cristiani.   «Sia il Pellegrino di Bordeaux (333) che Teodosio (530) sono espliciti e concordi nell’individuare in un punto preciso lungo il fiume il luogo del Battesimo di Gesù. Entrambi indicano che il luogo dista cinque miglia dalla riva del Mar Morto», scrisse l’archeologo, citando Teodosio, «dal luogo in cui il Signore fu battezzato al luogo in cui il fiume Giordano sfocia nel Mar Morto, ci sono cinque miglia».   Resoconti successivi, tra cui il Pellegrino di Piacenza del 570 d.C., descrivono un grande monastero di San Giovanni con ostelli per i pellegrini nei pressi dello stesso luogo.   Lo studioso giordano esamina anche la mappa a mosaico di Madaba, risalente al V o VI secolo, che a suo dire raffigura etichette separate per le località situate sulle rive orientale e occidentale del Giordano, supportando così la distinzione tra Betania oltre il Giordano e Betabara, osservando inoltre che l’area scavata vicino a Tell Mar Elyas (Collina di Elia) nella valle di Wadi al-Kharrar si trova in vista di Gerico ed è alimentata da sorgenti che creano un’oasi, in accordo con le descrizioni antiche. Sebbene l’articolo sostenesse che l’insieme delle prove archeologiche, geografiche e testuali identificasse le rovine sulla riva orientale come il sito menzionato nel Vangelo di Giovanni, il Waheeb distingue gli insediamenti del primo secolo dagli edifici religiosi successivi, che dimostrano un utilizzo cristiano continuativo.   Al-Maghtas è stata iscritta nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nel 2015 ed è da tempo riconosciuta da diverse confessioni cristiane come luogo tradizionale di battesimo, sebbene il dibattito sulla sua ubicazione precisa sia ancora in corso.   Lo studio del Waheeb presenta gli scavi del periodo 1996-2002 e il loro allineamento con le fonti più antiche come un nuovo e decisivo supporto per questa identificazione orientale.   Al termine del suo articolo, l’archeologo conclude affermando che «i risultati ottenuti» dallo studio «sono coerenti con i resoconti degli antichi pellegrini, con la mappa di Madaba e con le Sacre Scritture». Si raccomanda pertanto di «preservare i monumenti scoperti e di proseguire gli studi in quest’area».  

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Immagine: Joachim Patinir (circa 1480–1524), Il Battesimo di Cristo (1510-1520), Kunsthistorische Museum, Vienna. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
 
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