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Mons. Viganò: la Chiesa sostituita da un’entità di matrice massonica asservita all’Anticristo

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Viganò del 29 giugno 2026

 

Diligis me?

Omelia per la Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

 

Si diligis me, pasce oves meas. Non enim pascit oves qui non diligit Christum.

Mercenarius est qui non diligit, sed suum quærit, non quæ Jesu Christi.

 

Se mi ami, pasci le mie pecore. Infatti non pasce le pecore chi non ama Cristo.

È un mercenario chi non ama, ma cerca il proprio interesse, non quello di Gesù Cristo.

Sant’Agostino

 

Con la solennità odierna dei Santi Apostoli Pietro e Paolo la Santa Chiesa ci pone dinanzi al mistero tremendo del mandato affidato da Nostro Signore al Principe degli Apostoli. A riparazione del triplice rinnegamento nel Pretorio, Egli chiede a Simon Pietro una triplice professione di amore, dopo essere apparso ai discepoli sul lago di Tiberiade. Mi ami tu? Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore (Gv 21, 15-19). È su queste parole del Maestro — insieme a quelle pronunciate a Cesarea di Filippo, Tu sei Pietro (Mt 16, 17-18) — che si fonda il Papato cattolico.

 

Il Signore edifica la Sua Chiesa su Pietro, ordinandogli di pascere il Suo gregge, di amare il Suo Corpo Mistico e il suo Capo Divino dello stesso amore soprannaturale — la Carità — che è senza condizioni e che giunge a dare la vita per gli amici (Gv 15, 13). Un mandatum intrinsecamente eroico, che fa di Pietro e dei suoi Successori i legittimi Vicari di Cristo in terra; e che per le implicazioni che comporta nel governo della Chiesa e nella salvezza delle anime richiede, come imprescindibile condizione, l’unione coerente della Verità e della Carità. Tanto è il potere dato da Dio a un uomo, tanta la potestà regale e sacerdotale che Cristo riversa nel Papato. E quanto più il Sommo Pontefice si distingue per la propria individualità — il papa buono, il papa del sorriso, il papa globe-trotter, il papa teologo, il papa delle periferie — tanto meno echeggia la voce del Maestro nelle sue parole.

 

Oggi l’ordine che il divino Legislatore ha voluto dare al Papato Romano e alla Sua Chiesa è sovvertito proprio da chi siede ai vertici dell’istituzione. Il tradimento non è dissimulato, ma ostentato senza ritegno, nella folle convinzione di avere ormai raggiunto lo scopo, di essere a poca distanza dallo sciagurato traguardo della dissoluzione della Chiesa Cattolica, per sostituirla con un’entità di matrice massonica asservita all’Anticristo.

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Ubi sedes beatissimi Petri, et Cathedra veritatis ad lumen gentium constituta est — scriveva papa Leone XIII nel suo Esorcismo — ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suæ; ut, percusso pastore, et gregem disperdere valeant. Dove il Signore ha posto la sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della verità per illuminare i popoli, lì i Suoi nemici hanno posto il trono dell’abominazione e della loro empietà, perché dopo aver colpito il Pastore, possano disperdere il Gregge.

 

Le parole profetiche della visione di Leone XIII possono aver lasciato forse sgomenti e increduli i contemporanei di quel papa, e così è stato fino a Pio XII. Ma cent’anni dopo, esse si rivelano tanto inquietanti quanto precise, e completano il monito della Vergine Santissima a La Salette: Roma perderà la fede e diverrà la sede dell’Anticristo. E cos’è questa, se non l’abominazione della desolazione di cui parlano il Profeta Daniele (Dan 9, 27; 11, 31; 12, 11) e lo stesso Vangelo (Mt 24, 15 e Mc 13, 14)? Cos’è, se non la desolazione della Città santa (Ap 11,2) e la Grande Meretrice (Ap 17, 1-18), seduta sui sette colli, ubriaca del sangue dei Santi, che simboleggia ogni forma di apostasia e di falsa religione che si allea con il potere politico contro la Chiesa?

 

Chi se non la sede dell’Anticristo e il trono dell’abominazione fulminerebbe la scomunica a quei Vescovi che non intendono avvallare il tradimento di Roma e che denunciano la rivoluzione conciliare da oltre sessant’anni? Potremmo mai concepire, come Cattolici, che sia un Papa, un Vicario di Cristo, a comminare sanzioni canoniche a chi impugna le eresie del Vaticano II? E che l’intero Episcopato avvalli e incoraggi deviazioni dottrinali e morali, anziché contrastarle energicamente?

 

Una stolida miopia induce molti conservatori a rifugiarsi nella casistica di manuali scritti e pensati in tempi di normalità, cercandovi la soluzione ad una crisi unica, biblica, apocalittica, escatologica; e ad escludere categoricamente che un eretico non decada dal Papato, e che gli ci si possa appena resistere, riconoscendogli autorità e potestà. Essi non comprendono che la promessa del divino Redentore a San Pietro — Portæ inferi non prævalebunt — presuppone comunque un conflitto tremendo in cui la Sinagoga di Satana sembrerà prevalere, e la Chiesa Cattolica verrà data per morta. Presuppone un’apostasia generale che riguarda non solo gli agnelli — ossia i neofiti e i Cattolici fragili e insicuri — ma l’intero gregge, con i suoi pastori sostituiti dolosamente da mercenari e lupi feroci.

 

Ed è tremendamente vero: le potenze dell’inferno certamente non prevarranno contro la Chiesa di Cristo, ma dimostrano di aver già conquistato un’altra chiesa – anzi un’altra religione – che si vuole fondata non su Pietro, ma su una reinterpretazione ecumenica e sinodale del Papato alla luce del documento bergogliano «Il Vescovo di Roma. Primato e Sinodalità nei dialoghi ecumenici e nelle risposte all’enciclica Ut unum sint”».

 

Quando Simone fece la propria professione di fede – Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16) – il Signore gli rispose subito dopo: Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli (ibid., 17). La Verità appartiene a Dio, e solo chi pensa e agisce secondo Dio parla con le parole di Verità. Per questo Pietro è beato. Ma è anche homo peccator per sua stessa ammissione (Lc 5, 8), meritevole di essere trattato dal Signore come il tentatore nel deserto: Via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! (Mt 16, 23). E il primo modo di pensare secondo gli uomini è rifiutare la Croce: Signore, non ti accada mai una cosa del genere! (Ibid., 25).

 

Ma non è appunto «pensare secondo gli uomini» e contraddire la Croce e il Sacrificio redentore di Nostro Signore, affermare che tutte le religioni sono sentieri che conducono a Dio? Non è “pensare secondo gli uomini” affermare con Amoris Lætitia che la morale si deve adattare alle voglie degli uomini, e che con Fiducia Supplicans la Chiesa deve ratificare i vizi più turpi, anziché additare alle anime la via stretta che conduce al Cielo? Non è vanificare la Passione di Nostro Signore sostenere una fratellanza universale che prescinde dalla paternità divina in Cristo?

 

La Chiesa è santa e indefettibile, certamente. Santa e indefettibile è la Cattedra del Beatissimo Pietro. Ma l’indefettibilità di chi è investito del Supremo Pontificato non è una sorta di “pilota automatico” che costringe il Pontefice a fare e dire ciò che vuole Nostro Signore. Il libero arbitrio gli consente di rispondere ed assecondare l’azione della Grazia di stato, ma anche di sottrarsi ad essa, rifiutandosi di compiere la volontà di Dio e usurpando la Sua sacra autorità per lo scopo opposto a quello stabilito da Gesù Cristo. Ciò rende odiosa l’autorità dei Vescovi che pretendono dai fedeli un’obbedienza che è buona e legittima solo se chi la esercita è a sua volta sottomesso ed obbediente al Capo del Corpo Mistico, Nostro Signore Gesù Cristo.

 

Fare dell’obbedienza un idolo — trasformare cioè in fine un mezzo ordinato — rappresenta un abuso intollerabile da parte di chi pretende dai sudditi un assenso acritico e servile, proprio nel momento in cui si sottrae alla suprema autorità di Dio e si arroga il diritto di decidere cosa del Depositum fidei meriti di essere conservato e cosa possa essere modificato.

 

La sinodalità — così come formulata da Prevost nei suoi molteplici interventi — crea la base dottrinale alla rivoluzione permanente che porterà il Vaticano II alle sue estreme conseguenze, ovvero alla dissoluzione dell’edificio cattolico per come lo conosciamo — l’ennesima battaglia vinta dalle porte degli Inferi, in una guerra in cui alla fine esse non prevarranno, in cui alla fine il Cuore Immacolato trionferà, in cui alla fine l’Anticristo sarà ucciso da San Michele Arcangelo, in cui alla fine Nostro Signore precipiterà Satana nell’abisso. Alla fine. E nel frattempo, mentre i codardi consegnano le armi e si arrendono al nemico, altri conseguono la vittoria finale sotto le insegne di Cristo Re.

 

Chi non deplorerebbe un generale che, avendo le armi e le truppe per sconfiggere l’avversario, deliberatamente ne impedisse l’uso, abbandonasse a se stessi i soldati e lasciasse saccheggiare e devastare la fortezza dopo averne spalancato le porte altrimenti inviolabili? Come lo si potrebbe considerare legittimo rappresentante di un sovrano, che ha tradito in tutto al quale nega i titoli regali per compiacere i suoi nemici?

 

Riconoscere legittimità a chi usurpa il Papato per demolirlo e distruggere con esso la Chiesa, trasforma il Pontificato in un monstrum autoreferenziale, lo trasforma nel trono dell’abominazione e di ogni empietà – secondo le parole di Leone XIII. E contraddice la Sacra Scrittura, dal momento che Nostro Signore stesso, per riammettere Pietro nel ruolo che con il rinnegamento aveva perduto, gli ha chiesto una triplice professione di Fede e di Carità. Se l’apostasia dei lapsi in tempi di persecuzione poteva comportare la loro esclusione dal corpo ecclesiale e una severa penitenza a vita, quale penitenza dovrebbe essere imposta a Papi e Vescovi che e tradiscono il Mandato ricevuto apostatano dalla Fede Cattolica?

 

La Fraternità San Pio X fa benissimo ad appellarsi allo stato di necessità per conferire le Consacrazioni episcopali senza il mandato papale. E se oggi il loro venerato Fondatore fosse ancora tra noi, di sicuro egli considererebbe queste Consacrazioni come indispensabili non solo alla sopravvivenza della Fraternità, ma anche e soprattutto alla difesa – per tutta la Chiesa – del Depositum Fidei, del Sacerdozio e della Messa Cattolica, garantendo una Successione Apostolica non inficiata da riti dubbi e da dottrine ereticali. Sarebbe infatti ben poco cattolico avere maggior sollecitudine per il proprio Istituto che non per l’intero corpo ecclesiale; e lo stato di necessità invocato per il bene delle anime perderebbe legittimità, se dovesse riguardare solo la salus Fraternitatis.

 

Se già all’epoca di Giovanni Paolo II l’arcivescovo Lefebvre denunciava le deviazioni conciliari, oggi egli non potrebbe non denunciare con maggior forza l’apostasia sinodale. Cedere alle minacce o alle lusinghe di Roma si è già dimostrata una scelta rovinosa e perdente: lo sanno bene i transfughi della Fraternità San Pietro, per i quali le promesse fatte prima che abbandonassero Ecône sono state in gran parte disattese.

 

Dopo Traditionis Custodes — tuttora in pieno vigore — sarebbe ancor più sconsiderato dar seguito all’invito che il cardinale Müller ha lanciato al Concistoro di questi giorni: replicare il meccanismo ricattatorio del Motu Proprio Ecclesia Dei che concede libertà liturgica in cambio dell’addomesticamento dottrinale e morale al Vaticano II e alla sua versione sinodale.

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Ancora una volta la quinta colonna del neomodernismo rappresentata dal conservatorismo ratzingeriano di alcuni ben noti Porporati impone l’accettazione del Concilio e della Messa montiniana come condicio sine qua non della comunione ecclesiastica, facendo eco a Leone che proprio pochi giorni fa ha riconosciuto come la minacciata scomunica alla Fraternità San Pio X non sia motivata da una questione canonica, quanto da una ragione dottrinale non negoziabile: l’accettazione del Vaticano II e della via sinodale. Tutto questo ti darò, se prostrato accetterai il Vaticano II e il Novus Ordo.

 

Sant’Agostino così commenta le parole del Vangelo: Si diligis me, pasce oves meas. Non dixit: Pasce tuas, sed meas. Pasce ergo meas, si me diligis: non sicut tuas, sed sicut meas. Quære in eis gloriam meam, non tuam; dominium meum non tuum; lucra mea, non tua. Se mi ami, pasci le mie pecore. Non ha detto: Pasci le tue, ma le mie. Pasci dunque le mie, se mi ami: non come se le considerassi tue, ma come mie. Cerca in esse la mia gloria, non la tua, la mia signoria, non il tuo dominio; le anime che ho riscattato, non il tuo vantaggio personale.

 

Preghiamo, fratelli carissimi, per la Santa Chiesa. Preghiamo e prepariamoci a combattere per lei, affrontando i nemici che vi si sono infiltrati e che oggi ne tengono il timone dirigendo la Barca di Pietro verso gli scogli. Sosteniamo pubblicamente quanti conducono questa battaglia con coraggio, spesso venendone perseguitati e ostracizzati. Non smettiamo di proclamare il Vangelo nella sua interezza, perché il silenzio di tanti, troppi pavidi finisce con l’essere complicità e non suona molto diverso dal rinnegamento di Pietro: Non lo conosco.

 

Ci accompagnino in questo tempo di prova e di disvelamento i Principi degli Apostoli, in onore dei quali offriamo alla Maestà divina la Vittima immacolata. Sancti Apostoli Petrus et Paulus, de quorum potestate et auctoritate confidimus, ipsi intercedant pro nobis ad Dominum.

 

Amen.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo 

 

Viterbo, 29 Giugno MMXXVI 

Ss.rum Petri et Pauli Apostolorum

 

 

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Immagine: Guido Reni (1575–1642), Pietro e Paolo (circa 1605), Pinacoteca di Brera, Milao.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Risposta del vescovo de Castro-Mayer all’inchiesta segreta della Santa Sede sulla Messa

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Resoconto della Santa Messa celebrata nella diocesi di Campos (Brasile) dopo il Concilio Vaticano II. Risposta alle domande poste da Sua Eminenza il Cardinale Knox, Prefetto della Congregazione Romana per la Liturgia, nella sua lettera del 15 giugno 1980, riferimento 1197/80.   Sua Eminenza desidera sapere:   Prima di tutto :   a) se nella diocesi di Campos si celebrano messe in latino,   b) se la richiesta della lingua latina nella liturgia della Messa rimane costante, aumenta o diminuisce.   In secondo luogo, ci sono individui o gruppi nella diocesi che insistono per celebrare la Messa secondo l’antico rito (Messa tridentina)? Quanto sono influenti questi gruppi? Cosa li spinge a sostenere tali posizioni e ad avanzare tali richieste?

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1) Riguardo alla prima domanda

In conformità con le costituzioni conciliari sulla liturgia, nn. 54 e 36, i sacerdoti della diocesi di Campos mantengono la consuetudine di celebrare il Santo Sacrificio della Messa in latino. Tuttavia, a causa della concessione indicata negli stessi numeri della costituzione, alcuni sacerdoti hanno introdotto il volgare nelle parti della Messa comunemente chiamate «Messa dei Catecumeni», che si estendono dall’inizio all’offertorio; recitano anche il Padre Nostro e le preghiere per la Comunione dei fedeli in volgare.   Questo continuo utilizzo del latino nella Messa soddisfa pienamente i fedeli. Ad esempio, abbiamo recentemente constatato una partecipazione straordinaria alla Messa del Santo Salvatore, celebrata interamente in latino.   Inoltre, la Messa in latino li protegge dagli abusi desacralizzanti (che arrivano persino alla profanazione) introdotti in alcune chiese contemporaneamente alla nuova Messa interamente in lingua volgare. Ad esempio, le donne che si avvicinano all’altare per recitare il Padre Nostro con le mani giunte a quelle del celebrante; i laici che ricevono la comunione dall’ostia che prendono loro stessi dal ciborio; insomma, tutto ciò che contribuisce a offuscare la distinzione tra il sacerdozio ministeriale del sacerdote e il sacerdozio comune dei fedeli.   Nella stessa categoria va inserito il palese individualismo dei sacerdoti che adottano la lingua volgare e la nuova Messa: essi rifiutano tutte le direttive delle autorità che contraddicono le loro preferenze. Lo si osserva nella diocesi nel loro rifiuto di dare la comunione ai fedeli sulla lingua, in ginocchio.   Ciò dimostra che, nella diocesi, nonostante i buoni frutti della conservazione del latino liturgico, questa pratica non è stata generalizzata.   Tutti gli ordini religiosi e parte del clero secolare introdussero la Messa celebrata interamente in portoghese, sulla base di concessioni fatte dalla conferenza episcopale. Fu solo dopo questa rottura consuetudinaria con la lingua ufficiale del rito latino (costituzione conciliare sulla liturgia, n. 36) che iniziarono a manifestarsi gli abusi di cui abbiamo appena parlato.

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2) Sul secondo punto, relativo alla Messa tradizionale («Messa tridentina»)

1) Viene celebrata in modo generale nelle parrocchie della diocesi (ma non in tutte), in virtù del n. 4 della costituzione sulla liturgia, dove il Concilio dichiara che la santa Chiesa desidera che tutti i riti legittimamente riconosciuti siano conservati e favoriti in ogni modo in futuro, e raccomanda che la revisione dei riti, quando necessaria, sia fatta con prudenza e in conformità alla tradizione.   2) Per quanto riguarda i fedeli, la maggioranza predilige la Messa tradizionale in latino. Si è inoltre osservato che nelle parrocchie in cui si mantiene la Messa tradizionale in latino, la devozione è maggiore. Questo fatto è confermato anche da persone provenienti da fuori della diocesi che visitano Campos. In queste parrocchie non si sono verificati gli abusi di desacralizzazione menzionati in precedenza.   3) Le ragioni di questa incrollabile adesione alla Messa tridentina sono di varia natura:   a) gli scandali evidenti nelle nuove masse popolari;   b) Per quanto riguarda il rito stesso della nuova messa, colpisce molto l’assenza di una chiara affermazione che la messa sia un vero sacrificio, nel senso stretto del termine, avente carattere propiziatorio; le affermazioni inequivocabili della messa tradizionale, come l’offertorio, sono state soppresse.   Si tratta di una questione molto delicata per la nostra popolazione, dato che convivono numerose confessioni protestanti. Tra queste, i cambiamenti liturgici della Chiesa cattolica vengono presentati come prova del fatto che essa confessi il proprio errore e riconosca che, in effetti, la Messa non è un sacrificio nel senso stretto del termine, e ancor meno un sacrificio propiziatorio.   Questa analoga argomentazione dei protestanti è, almeno in apparenza, confermata dalle molteplici modifiche introdotte nella nuova messa; modifiche che coincidono con quelle introdotte da Lutero e dagli altri leader protestanti, quando si proposero di trasformare la messa cattolica, un vero sacrificio, in una mera cena commemorativa di quella che Gesù celebrò con i suoi apostoli prima della sua Passione.   Negli esempi che sto per presentare, vediamo talvolta una desacralizzazione, talvolta una confusione tra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune dei fedeli, e talvolta un allontanamento dalla chiara affermazione dei dogmi fondamentali relativi alla Santa Eucaristia:  
  • Tra i luterani, la Santissima Trinità viene invocata solo sei volte. Nella nuova Messa, anche l’invocazione trinitaria è stata ridotta a sei. Un semplice parallelismo, ma che rafforza gli altri.
 
  • Nel Confiteor, Lutero eliminò ogni riferimento alla Beata Vergine Maria, agli angeli e ai santi, così come all’assoluzione dei peccati. Inoltre, trasformò il Confiteor in una preghiera comune del sacerdote e dell’assemblea. Nella nuova Messa, il Confiteor subì analoghe soppressioni. Solo una debole traccia della Beata Vergine Maria, degli angeli e dei santi rimase nella sua seconda parte; l’assoluzione impartita dal sacerdote dopo la recita del Confiteor da parte del popolo fu eliminata, e il Confiteor divenne una preghiera comunitaria di tutto il popolo con il sacerdote. Citerò qui le parole di un pastore luterano, in un’opera relativamente recente, che indicano il significato dogmatico dei cambiamenti apportati da Lutero al Confiteor: «Riconoscendo il principio del sacerdozio universale dei fedeli, la Confessione (Confiteor) divenne un atto dell’assemblea e non solo del sacerdote». » Luther D. Reed: The Lutheran Liturgy, Fortress Press, Philadelphia. 1947 pag. 255/6.
 
  • Lutero eliminò l’Offertorio perché esprimeva in modo inequivocabile il carattere sacrificale e propiziatorio della Santa Messa. Nella nuova Messa, l’Offertorio perde queste caratteristiche e diventa semplicemente una preparazione alle offerte.
 
  • La nuova Messa ha reintrodotto la «Preghiera dei Fedeli», che fa parte della liturgia luterana. La Preghiera dei Fedeli, spiega Reed, «è uno degli elementi importanti della liturgia e probabilmente quello che meglio esprime la partecipazione attiva dell’assemblea alle sue funzioni come azione sacerdotale dei fedeli» (pagina 313).
 
  • L’uso delle lingue vernacolari e l’ampliamento delle letture bibliche avvicinano ulteriormente la nuova messa alla liturgia protestante.

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In sintesi, ecco come L. Reed (op.cit., p. 234) interpreta il movimento liturgico universale della Chiesa cattolica:   «La Chiesa medievale distrusse l’unità originaria e il senso di culto comunitario dando eccessiva importanza alla classe sacerdotale ed esentando i laici dalla loro partecipazione attiva. La Riforma corresse questa deviazione attribuendo al sacerdozio dei fedeli e al carattere comunitario del culto l’importanza che era loro dovuta. Le Messe senza comunione furono proibite e fu istituita la comunione frequente per il popolo. L’uso del volgare, così come la moltiplicazione di inni e sermoni per i fedeli, giocarono un ruolo importante in questo processo. Il movimento liturgico di carattere universale che si sta attualmente svolgendo nella Chiesa cattolica romana costituisce uno sforzo tardivo per promuovere una partecipazione attiva e consapevole dei laici alla Messa, in modo che tutti i fedeli possano considerarsi “concelebranti” con il sacerdote». (Corsivo aggiunto)   L’introduzione all’Institutio generalis Missalis Romani, all’articolo 7, suggerisce che l’attenzione dedicata nell’Ordo Missae di San Pio V ai dogmi eucaristici della Presenza Reale, della transustanziazione e del sacerdozio ministeriale fosse dovuta agli attacchi che questi dogmi subivano in quel periodo. Da qui la conclusione implicita che oggi non vi sia più bisogno di tale attenzione, poiché questi dogmi non sono più oggetto di attacchi.   Una simile insinuazione è sorprendente, visto che Paolo VI, nell’enciclica Mysterium Fidei, espresse preoccupazione per gli errori che attaccano proprio questi dogmi.   La conclusione logica della preoccupazione espressa dal Santo Padre sarebbe nella direzione di preservare le barriere contrarie agli errori anti-eucaristici presenti nell’Ordo Missae tradizionale , e non nella direzione dell’assenza di preoccupazione proclamata dagli autori dell’introduzione alla nuova Messa.   Questi sono, in breve, alcuni dei motivi per cui i fedeli di Campos rimangono legati alla Messa tradizionale, chiamata «Messa Tridentina». Si tratta di garantire la purezza della fede e l’integrità della Rivelazione.   Antonio de Castro-Mayer Vescovo di Campos   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Leggere le Sacre Scritture

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È un testo che rimane sempre presente; ci comunica i pensieri di Dio che ama le nostre anime come un Padre.

 

Le raccomandazioni dei papi

Per leggere la Sacra Scrittura, è necessario seguire le raccomandazioni dei Papi: trovare una versione riconosciuta dalla Santa Chiesa, corredata da commentari approvati anche dall’autorità diocesana. Poiché la Sacra Scrittura non è la fonte primaria della rivelazione, essendoci stata trasmessa dall’autorità della Chiesa come proveniente da Dio stesso, attraverso la Tradizione, fonte primaria della rivelazione, è la Chiesa che ci dona i testi della Sacra Scrittura, garantendo la versione e la traduzione nella nostra lingua contro ogni errore o inesattezza.

 

Per entrare in contatto con la mente di Dio

Per l’anima che anela a un incontro vivo con il Dio che si rivela, è del tutto sincero e comprensibile il desiderio di ricevere questa parola senza alcuna alterazione. Pertanto, si dovrebbero privilegiare le traduzioni letterali (quelle che seguono il testo «alla lettera») e, se possibile, quelle di autori con una profonda conoscenza dell’ebraico e del greco. È così che san Girolamo divenne un traduttore così ammirevole: realizzò la prima versione latina della Bibbia, chiamata «Vulgata» (da «vulgus», che significa comune, usuale).

 

In quest’opera della Vulgata, iniziata nel 386 su richiesta di papa san Damaso (366-384), egli mise a frutto «il suo immenso talento, costituito da genio letterario, profonda conoscenza delle lingue ebraica e greca, straordinaria capacità di lavoro e spirito di contemplazione che raggiungeva le vette della vita spirituale». (1)

 

Questa edizione della Vulgata fu canonizzata dal Concilio di Trento: «la vecchia edizione della Vulgata, approvata nella Chiesa dal lungo uso di tanti secoli, deve essere considerata ufficiale nelle lezioni pubbliche, nelle discussioni, nelle prediche e nelle spiegazioni, e nessuno dovrebbe avere l’audacia o la presunzione di rifiutarla con qualsiasi pretesto». (2)

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L’ammirevole semplicità delle Scritture

Per chi parla francese, le traduzioni più vicine e fedeli al testo della Vulgata sono quelle di padre J.B. Glaire o di padre L.C. Fillion. Ecco i vantaggi di queste traduzioni. In primo luogo, la Bibbia conserva meglio la sua ammirevole semplicità, la sua nobile concisione, la ricchezza delle sue immagini e la vividezza dei colori e dei sentimenti espressi.

 

In secondo luogo, è questo sistema di letteralità che la Chiesa ha seguito nella sua versione della Vulgata, preservando così alcune oscurità del testo originale per salvaguardare il mistero di Dio; infine, il rispetto dovuto alla parola di Dio stesso richiede che il traduttore non si esponga ad attribuire agli autori sacri idee che non sono loro.

 

Ad esempio, riguardo alla traduzione di Sacy, che era di impeccabile purezza classica ma sacrificava il pensiero di Dio all’eloquenza umana, Bossuet scrisse: «la traduzione di Sacy avrebbe avuto qualcosa di più venerabile e più in linea con la gravità dell’originale, se fosse stata resa un po’ più semplice e se i traduttori avessero meno mescolato la loro operosità e la naturale eleganza della loro mente con la parola di Dio». (3)

 

Frutti per le nostre anime

Che cosa ricaveremo dalla lettura delle Sacre Scritture? È un testo sempre vivo; ci comunica i pensieri di Dio che ama le nostre anime come un Padre; in esso scopriamo anche i modi divini in cui il Dio buono giudica le azioni degli uomini e agisce nei loro confronti.

 

Iniziamo la nostra lettura con il Vangelo: «Filippo, chi ha visto me ha visto anche il Padre!». Poi ci rivolgeremo agli Atti degli Apostoli per scoprire l’azione di Dio nella Chiesa e attraverso la predicazione degli apostoli; infine, le Epistole di San Giovanni ci condurranno nell’intimità del Cuore di Gesù.

 

Potremo quindi studiare alcuni libri dell’Antico Testamento; Genesi, Esodo e Deuteronomio ci introdurranno alle prove del Popolo Eletto; il libro di Tobia ci insegnerà mirabilmente le virtù familiari così vicine al Vangelo, già praticate all’epoca dell’esilio babilonese (750 a.C.).

 

Infine, trarremo fruttuosamente lo spirito di preghiera dai Salmi, la conoscenza del fedele amore di Dio per l’anima giusta dalle profezie di Isaia («il quinto evangelista«) e la saggezza eterna dal Libro della Sapienza.

 

Possa questa assidua e fedele lettura delle Sacre Scritture durante l’estate farci crescere nella conoscenza e nell’amore di Nostro Signore Gesù Cristo, Verbo Eterno e Redentore delle nostre anime.

 

Abate Louis-Edouard Meugniot, FSSPX

 

NOTE

1) Laurent Morlier, prefazione all’edizione francese della Vulgata, DFT, 2002.

2) Concilio di Trento, Decreto sull’edizione della Vulgata, IV sessione, 8 aprile 1546.

3) Bossuet, Lettera al maresciallo di Bellefonds , vol. XXVI, pag. 76, edizione di Versailles, 1818.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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 Immagine: Bibbia di Borso d’Este, vol. 1 foglio 5, dettaglio, Biblioteca Estense di Modena.

Immagine di Cesar Ojeda via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

 

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L’uomo non può salvare se stesso

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Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in più parti. Questa quinta parte rievoca la realtà del peccato originale e la profonda ferita che esso ha inflitto alla natura umana. Afferma, in opposizione al naturalismo moderno, che né il progresso, né la scienza, né la cultura possono salvare l’umanità: abbiamo bisogno della Redenzione e della grazia di Cristo.  

IV. Il peccato originale e la condizione umana

29. Credo che i nostri progenitori siano stati creati da Dio in uno stato di giustizia e santità originarie, e dotati dei doni di integrità, impassibilità e immortalità. Per una grazia speciale di Dio, possedevano non solo l’integrità della propria natura, ma anche i doni soprannaturali che li ordinavano alla vita stessa di Dio. Adamo, capostipite e principio dell’umanità, ricevette anche il dono della conoscenza.   30.Io affermo che, con la sua disobbedienza, Adamo commise veramente il peccato originale, che si trasmette a tutta l’umanità di generazione in generazione. Questo peccato è un peccato di natura per tutti, che li condanna alla morte, alla sofferenza, all’ignoranza e alla lussuria. Essendo stati privati ​​della grazia santificante e dei doni soprannaturali, che non possono più trasmettere ai loro discendenti, Adamo ed Eva furono cacciati dal paradiso terrestre.   31. In Adamo, tuttavia, la natura umana non fu distrutta, ma solo ferita: il suo intelletto, sebbene offuscato, rimase capace di conoscere la verità; il suo libero arbitrio, sebbene indebolito, rimase capace di volere e amare il bene naturale. Per questo motivo respingo tutte le dottrine che, in un pessimismo disperato, giudicano l’umanità irrimediabilmente corrotta e incapace di qualsiasi bene.

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32. Tuttavia, respingo allo stesso modo tutte le dottrine che, in un ingenuo ottimismo, minimizzano il peccato originale, esaltano ingenuamente la bontà innata del genere umano o pretendono di fondare la pace universale unicamente sul progresso morale, tecnico, politico o culturale dell’umanità. Le tragedie della storia, i disordini delle società e le tenebre del cuore umano si spiegano fondamentalmente, prima di tutto, con la profonda ferita del peccato.   33. Affermo che l’umanità ha bisogno di essere salvata mediante una redenzione che la liberi sia dal peccato originale sia da tutti i suoi peccati personali. Questa redenzione – o riscatto – richiede il dono della grazia di Dio in Cristo: senza di essa, l’umanità non può salvarsi da sola attraverso le proprie opere naturali, la cultura, la scienza o la sincerità religiosa. Senza la grazia santificante di Cristo, rimane incapace di raggiungere il suo fine soprannaturale.   34. Rifiuto pertanto il naturalismo moderno, sia esso teorico (in filosofia o teologia) o pratico (in morale, politica o pastorale). Qualsiasi dottrina che parli di fraternità, pace, dignità o progresso senza riconoscere il peccato, la Croce o la necessità della grazia, si fonda su basi illusorie e, in definitiva, inganna le anime che pretende di servire.   35. Affermo al contempo che la gravità del peccato non dovrebbe mai condurre alla disperazione, perché Dio, nella sua misericordia, non ha abbandonato l’uomo dopo la sua caduta, ma fin dall’inizio gli ha promesso un Salvatore nato da Donna, la cui venuta ha gradualmente preparato attraverso la storia della salvezza.   36. In tutto ciò, affermo che i fatti riportati dal libro della Genesi riguardanti i fondamenti della religione cattolica vanno intesi in senso storico letterale: ad esempio, la creazione di tutte le cose da parte di Dio all’inizio dei tempi; la creazione particolare dell’uomo; la formazione della prima donna dal primo uomo; l’unità del genere umano; la felicità originaria dei progenitori nello stato di giustizia, integrità e immortalità; il comandamento dato da Dio all’uomo per mettere alla prova la sua obbedienza; la trasgressione del precetto divino, su istigazione del diavolo sotto forma di serpente; la caduta dei progenitori da questo stato primitivo di innocenza; nonché la promessa del Redentore futuro.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine: Francesco Bissolo (1470–1554), Cristo Salvatore (circa 1610-1620), collezione privata Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
 
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