Spirito
Mons. De Sivry ai frati: «Siate fieri della vostra vocazione»
A Flavigny-sur-Ozerain, la festa di San Michele è stata celebrata il 29 settembre con le vestizioni, cinque prime professioni e una professione perpetua. Nel presidere la cerimonia, il vescovo Michel Poinsinet de Sivry ha dedicato la sua omelia alla specifica vocazione dei frati: religiosi consacrati a Dio, a immagine degli angeli, nella castità consacrata e nel discreto servizio del sacerdozio.
Reverendo Rettore, cari confratelli sacerdoti, cari fratelli, carissime sorelle, carissime famiglie, e soprattutto cari frati, che tra pochi istanti riceverete l’abito, pronuncerete i vostri voti per la prima volta, li rinnoverete e uno di voi li pronuncerà definitivamente;
sono davvero molto felice di poter presiedere questa cerimonia pontificale, la mia prima in questo splendido seminario di Flavigny, il seminario dove è iniziata la mia formazione sacerdotale. E sono ovviamente molto felice che questa cerimonia sia dedicata ai nostri cari frati, che si dedicano al sacerdozio attraverso il servizio del Santo Sacrificio della Messa e attraverso il servizio reso ai nostri sacerdoti.
Ringrazio il nostro caro fondatore, mons. Lefebvre, per aver donato alla Santa Chiesa Cattolica, per aver donato alla nostra Fraternità, dei veri angeli custodi, che prendono a modello l’Arcangelo San Michele.
Cari frati, siate fieri della vostra vocazione. Questo è ciò che dice mons. Lefebvre. Egli vi chiama alla fierezza e vi chiede di non avere nostalgia di una vita contemplativa o sacerdotale. Perché il nostro caro fondatore vede in questa vocazione di frate una via per assimilarvi allo spirito di Nostro Signore Gesù Cristo.
Ed è proprio a questo che ci invita san Paolo nella sua Epistola ai Filippesi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti», dice, «di cui fu rivestito Cristo Gesù». Abbiate gli stessi sentimenti.
Ebbene, la vocazione di frate vi permette di assumere la stessa mentalità che animava l’anima di Nostro Signore Gesù Cristo.
Perché cos’è stata la vita di Nostro Signore Gesù Cristo? È stata innanzitutto un’opera di separazione. Questo è ciò che san Paolo ci rivela nella sua Epistola agli Ebrei. Ci rivela le prime parole pronunciate da Nostro Signore Gesù Cristo entrando nel mondo: «Tu non hai voluto», disse al Padre suo, «olocausto o sacrificio, ma tu mi hai dato un corpo. Ed eccomi, Padre, per fare la tua volontà».
Fin dai primissimi istanti della sua esistenza, Nostro Signore Gesù Cristo è separato dal mondo e consacrato a Dio. Da quel momento in poi, tutta la sua esistenza consisterà nel compiere la volontà del Padre sulla terra.
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«Il frate piange lo spirito del mondo»
In effetti, la vocazione dei frati è innanzitutto un’opera di separazione. Questo è ciò che significherà, tra poco, la vestizione. Il frate è separato dal mondo, e questa separazione è segnata da questa veste nera, abito di lutto. Il frate piange lo spirito del mondo.
Questa separazione non è un vuoto. Al contrario, permette ai frati di essere ricolmi dello Spirito di Dio, lo Spirito di Nostro Signore Gesù Cristo.
E questa separazione conduce quasi naturalmente all’oblazione. Come l’offertorio, durante il Santo Sacrificio della Messa, conduce alla consacrazione, all’oblazione di Nostro Signore Gesù Cristo sull’altare, così anche questa separazione conduce a questa oblazione.
E questa oblazione è simboleggiata dai voti che i frati pronunciano: il voto di povertà, il voto di castità e il voto di obbedienza.
Attraverso il voto di obbedienza, il frate vive ora sotto la guida della volontà di Dio, come espressa negli statuti dei frati e attraverso i loro superiori.
Attraverso il voto di castità, di verginità, il frate si consacra interamente a Dio. E forse è proprio questo che vorrei sottolineare stamattina: questo voto di verginità, di verginità consacrata.
San Gregorio di Nissa disse queste parole: «Come l’anima è al di sopra del corpo, come i vasti cieli sono al di sopra dei pianeti, come l’esistenza dei beati, la loro stabilità, è al di sopra della nostra fugace esistenza, come Dio è al di sopra dell’uomo, così anche», disse, «la verginità è al di sopra del matrimonio».
Sant’Ambrogio disse: «Il matrimonio cristiano è santo solo perché permette alla Chiesa di avere al suo interno generazioni pure di vergini». Ecco perché il matrimonio è santo.
E in effetti, questa verginità fu consacrata da Nostro Signore Gesù Cristo. Questo è ciò che leggiamo nel Vangelo di Matteo. Dopo aver restituito al matrimonio la sua dignità originaria, Nostro Signore Gesù Cristo disse alla folla che lo circondava: «Alcuni si faranno eunuchi per il regno di Dio. Chi può comprendere, comprenda».
E in effetti, queste parole scossero moltitudini. Suscitarono generazioni di Lucia, Caterina, Francesco e Domenico. Queste parole suscitarono un esercito di vergini.
Questa verginità consacrata non è altro che il culmine, la fioritura di un’anima, un’anima che ha ricevuto il battesimo, che ha ricevuto la grazia di Nostro Signore Gesù Cristo. Attraverso il battesimo, l’anima ha ricevuto questa vita divina, questo carattere, questa potenza passiva con cui ha ottenuto il diritto di partecipare all’esercizio del bene comune.
L’anima consacrata, al momento della professione di fede, è sotto l’autorità del sacerdote. Attraverso questo battesimo, l’anima è totalmente consacrata a Dio. Tutte le sue facoltà sono ordinate a Dio.
Ora, il consacrato dedica non solo l’anima, ma anche il corpo. Il corpo seguirà questo impulso dell’anima e sarà così totalmente consacrato a Dio. Questo corpo sarà quindi un’ostia pura, un’ostia immacolata, un’ostia senza macchia. Questo è ciò che leggiamo nel Canone della Messa.
Ora, cari fratelli, quando partecipate alla Messa, rinnovate questo bellissimo voto di verginità consacrata. Rinnovatelo insieme a queste parole di Nostro Signore Gesù Cristo, che offre se stesso al Padre, che offre quest’ostia, quest’ostia immacolata.
Questa verginità consacrata glorifica Dio Padre sulla terra. Perché non c’è prova d’amore più grande, dice Nostro Signore, che dare la propria vita per coloro che si amano. Ebbene, questa consacrazione è l’autentica manifestazione, la prova dell’amore che abbiamo per Nostro Signore Gesù Cristo, per la Santa Chiesa Cattolica. Ci doniamo corpo e anima.
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«Dietro il sacerdozio, ci sono sempre i frati»
Questa verginità consacrata ci rende simili agli angeli. Perché gli angeli, i buoni angeli, sono presenti nel momento del Santo Sacrificio della Messa. E contemplano ciò che san Tommaso d’Aquino chiama il Panis angelicus, il pane degli angeli. Gli angeli si nutrono di questa contemplazione di Nostro Signore Gesù Cristo, di questa visione di Nostro Signore Gesù Cristo nel momento del Santo Sacrificio della Messa. E questa visione li nutre, nutre il loro spirito.
Cari frati, ogni volta che partecipate al Santo Sacrificio della Messa, imitate gli angeli nella loro contemplazione. Trovate in questa contemplazione un nutrimento solido e santo che vi rinnovi, che vi permetta di perfezionare e accrescere in voi questa carità per Nostro Signore Gesù Cristo.
Gesù Cristo vi ha amato per primo, e voi Gli rispondete con questo voto di verginità. Rinnovate, rinnovate costantemente questa consacrazione.
E poi gli angeli, nel momento del Santo Sacrificio della Messa, servono l’altare in modo misterioso e invisibile. Leggiamo nel Canone, nell’Offertorio, che l’angelo porta le nostre preghiere a Dio. Il servizio degli angeli è un servizio estremamente discreto, ma quanto è straordinario, quanto è efficace!
Ebbene, cari fratelli, questo è ciò che ci chiede mons. Lefebvre: imitare gli angeli nel servizio del sacerdozio. Servire il sacerdozio con umiltà e discrezione.
Cari fratelli, quando vedete il sacerdote all’altare, quando lo vedete prendersi del tempo nel confessionale, quando partecipate a queste conferenze spirituali che vi nutrono, quando il sacerdote porta la comunione agli ammalati, ricordatevi che tutto ciò è possibile perché, dietro questo servizio sacerdotale, c’è il servizio del frate, che permette al sacerdote di liberarsi dai fardelli materiali per poter esercitare pienamente il suo sacerdozio.
Dietro il sacerdozio ci sono sempre i frati, c’è l’opera dei frati.
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«La verginità è ciò che rende possibili le vittorie»
La verginità ci permette di elevare il livello morale della nazione, della patria, della società civile. E oggi abbiamo bisogno di queste anime vergini che elevano il livello morale della nazione, che sono testimoni autentiche, appagate e felici, e che affermano che questa castità è possibile, che questa santità è raggiungibile, poiché la incarnano ogni giorno attraverso la loro vocazione.
La verginità prega per coloro che non pregano. Essa espia. Rende grazie per coloro che non rendono grazie. La verginità è ciò che attira la misericordia di Dio nel mondo. Le anime vergini pregano per il mondo, espiano per il mondo.
La verginità è ciò che rende possibili le vittorie. E conosciamo le vittorie di Santa Genoveffa, quelle di Santa Giovanna d’Arco: anime vergini che hanno ottenuto vittorie, che hanno vinto battaglie.
Questo è ciò che ci aspettiamo dai nostri frati e suore: che, attraverso di loro, in questa crisi della Chiesa, possiamo ottenere vittorie per l’onore di Nostro Signore Gesù Cristo, per l’onore della Beata Vergine Maria.
La verginità guarisce. Si dedica alla cura degli infermi. La verginità insegna. Insegna nelle nostre scuole. Si dedica alla formazione delle anime. La verginità costruisce. Costruisce chiese, costruisce cattedrali. La verginità è ciò che ha plasmato la nostra civiltà cristiana, e ne siamo molto orgogliosi.
Cari frati, questa verginità è purtroppo sottoposta a intensi attacchi, a volte anche molto feroci. Cari frati, state attenti a questo mondo digitale, che deve rimanere uno strumento e che purtroppo può danneggiare questa bella verginità consacrata. Questo mondo digitale ci inonda di notizie e, a poco a poco, se non stiamo attenti, ci dà uno spirito mondano e ci impedisce di praticare la contemplazione.
Questo mondo digitale, se non stiamo attenti può danneggiare, distruggere la nostra offerta, la nostra consacrazione. Cari fratelli, un modo efficace per contrastare questa battaglia è il voto di obbedienza. L’obbedienza è il modo più efficace per comprendere appieno questo mondo digitale.
Infine, questa verginità è feconda, come quella della Beata Vergine Maria, come quella di San Giuseppe. Questa verginità, attraverso la preghiera e le buone opere, è estremamente feconda.
Perciò, questa mattina, chiediamo specialmente per voi, cari frati, che la vostra vocazione sia feconda, che vi salvi e, dopo di voi, salvi centinaia di anime, al servizio di Dio e per la gloria di Nostro Signore Gesù Cristo.
+ Michel Poinsinet de Sivry
Vescovo
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Spirito
«L’Europa consegna i suoi Paesi ad una nuova invasione». Mons. Viganò, messaggio per Lepanto
Il 7 ottobre 1571, mentre la flotta della Lega Santa affrontava a Lepanto un nemico che pareva invincibile, San Pio V e il popolo cristiano pregavano il Rosario. Vinse allora ciò che aveva vinto con Gedeone: “ne glorietur contra me Israel, et dicat: Meis viribus liberatus sum.” Il Signore tolse al suo condottiero ventinovemila uomini e gliene lasciò trecento, perché nessuno attribuisse alle proprie forze una vittoria che era Sua.
Oggi i governanti d’Europa, dimentichi dell’identità dei loro popoli forgiata dal Cattolicesimo Romano, consegnano inermi i propri Paesi a una nuova invasione. E la gerarchia sedicente cattolica, che dovrebbe chiamare a raccolta i fedeli, incoraggia la sostituzione etnica, benedice chi la promuove e chiama «dialogo» la propria vile e abbietta diserzione. Ma i primi nemici dei popoli europei non sono coloro che violano i nostri confini: sono quanti, servi dei potentati finanziari che pretendono di governare le nazioni, se ne servono per scardinare la Religione e l’ordine sociale, e imporre così la propria tirannide tecnocratica. Alle genti che arrivano la Chiesa Cattolica deve la carità e l’annuncio di Cristo; ai loro strumentalizzatori, la coraggiosa denuncia e la resistenza. Un’Europa apostata dalla Fede e pervertita nella Morale non ha più galee, perché non ha più Rosari. Ma la Vergine è la stessa, e Dio non ha mutato il suo giudizio sui numeri: gli bastano trecento uomini, purché siano in ginocchio. “Cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo.” Torniamo ai piedi dell’altare. Torniamo al Rosario quotidiano. — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) October 7, 2026
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Spirito
Domani, l’Anticristo? Quando la teologia fa luce sulla geopolitica
Nel numero 700 del Courrier de Rome (settembre 2026), padre Jean-Michel Gleize si interroga sulla possibilità di spiegare il sostegno americano a Israele unicamente con motivazioni geopolitiche e rintraccia le radici religiose e messianiche di questa alleanza fino alla questione dell’Anticristo. Padre Philippe Bourrat, dal canto suo, ripercorre l’intervento di San Clemente di Roma nella crisi della Chiesa di Corinto.
Israele, il Tempio e l’Anticristo
«Domani, l’Anticristo?”: Dietro questo titolo interrogativo, padre Jean-Michel Gleize inizia ponendo una questione metodologica. La scienza, nel senso moderno del termine, cerca le cause immediate e osservabili dei fenomeni. La «saggezza» va più indietro, alle loro cause profonde. Che dire allora della geopolitica? Può spiegare pienamente gli eventi che osserva, o dobbiamo, in certi casi, guardare più in profondità?
L’autore applica questa questione alle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Dal riconoscimento dello Stato ebraico al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme sotto la presidenza di Donald Trump, passando per l’entità degli aiuti concessi a Israele, egli osserva una convergenza che sembra difficile da spiegare unicamente con interessi economici, finanziari o strategici. «È possibile che considerazioni teologico-politiche prevalgano in questo caso sulla geopolitica?», si chiede.
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Fu allora che emerse il sionismo cristiano, una branca del protestantesimo evangelico per la quale la creazione dello Stato di Israele era vista come il compimento delle profezie dell’Antico Testamento. Il raduno degli ebrei in Terra Santa e la ricostruzione del Terzo Tempio erano, in quest’ottica, finalizzati a preparare il ritorno di Cristo e la conversione di Israele. L’abate Gleize individua dunque, dietro alcune scelte della politica americana, una motivazione religiosa che trascende la mera geopolitica.
Ma questa convergenza cela una profonda divergenza. L’autore esamina l’aspettativa messianica ebraica, basandosi in particolare sull’opera di Elijah Benamozegh: il Messia atteso deve instaurare un ordine universale incentrato su Gerusalemme e sul suo Tempio. La ricostruzione del Tempio assume quindi un significato messianico per entrambe le parti, ma non conduce allo stesso Messia.
È a questo punto che lo studio si allinea al suo titolo. Padre Gleize mette a confronto questa aspettativa con i principi della teologia cattolica, in particolare quelli di San Paolo, Sant’Ireneo e San Tommaso d’Aquino. Il falso Messia che apparirà alla fine dei tempi e sarà accolto come tale è l’Anticristo; Sant’Ireneo lo descrive mentre instaura il suo regno a Gerusalemme e siede nel Tempio. La convergenza tra il sionismo evangelico americano e la causa israeliana appare quindi come una temporanea «coincidenza di interessi».
La conclusione ritorna dunque al problema posto nelle righe iniziali. La geopolitica, «lasciata a se stessa», rimane, per l’abate Gleize, «incapace di fornirci una vera comprensione degli eventi che si svolgono sotto i nostri occhi». La loro profonda spiegazione richiede il ricorso a «dati religiosi, biblici e teologici» e, in ultima analisi, alla «Saggezza dall’alto».
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Una sedizione a Corinto, Roma interviene
Con padre Philippe Bourrat, questo numero ci trasporta alla fine del I secolo. Intorno all’anno 98, scoppiò una sedizione nella Chiesa di Corinto: diversi sacerdoti, fino ad allora irreprensibili nel loro ministero, furono destituiti. Il terzo successore di San Pietro intervenne quindi per ristabilire l’ordine tra i Corinzi.
Il significato di questa epistola, tuttavia, va ben oltre l’episodio che l’ha ispirata. San Clemente riconduce i disordini visibili alle loro cause morali: gelosia, superbia e insubordinazione. Al contrario, esorta i fedeli a riscoprire l’umiltà e l’obbedienza che avevano caratterizzato la loro comunità: «vi siete tutti dimostrati umili, senza vantarvi, più inclini all’obbedienza che al comando».
L’epistola dispiega dunque un intero insegnamento della vita cristiana: penitenza, timore del giudizio di Dio, speranza della risurrezione, imitazione dell’umiltà di Cristo e sottomissione all’ordine stabilito da Dio. «Fratelli, impegniamoci con tutto il nostro zelo, sotto il comando di questo irreprensibile condottiero», esorta san Clemente prima di ricordare la distinzione e la gerarchia delle funzioni nella Chiesa.
L’abate Bourrat sottolinea in particolare ciò che questo intervento rivela sull’autorità romana in un’epoca molto vicina a quella degli Apostoli. Il vescovo di Roma interviene in un’altra Chiesa, condanna la sedizione, esige che i suoi decreti siano osservati e invia legati per riferire sul ristabilimento della concordia. San Clemente può quindi scrivere: «ci darete gioia e letizia se obbedirete a ciò che vi abbiamo scritto per mezzo dello Spirito Santo».
Le pagine conclusive mettono a confronto questa interpretazione con quella proposta nel recente manuale Alla scoperta dei Padri della Chiesa . L’abate Bourrat la critica in particolare per aver spostato l’enfasi su un presunto «eccesso di zelo» che sfocia nel fanatismo, mentre il testo di San Clemente denuncia esplicitamente la superbia, la gelosia e l’insubordinazione dei sediziosi.
Secondo l’autore, è proprio questo che rende questa lettera, vecchia di quasi duemila anni, così attuale: gli stessi disordini producono gli stessi risultati quando si perde lo spirito di Cristo. «Gli insegnamenti di questo venerabile testo sono ancora validi oggi», conclude.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Godot13 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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