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«Machismo» sistemico nella Chiesa: la nuova illusione del Sinodo

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Il compianto Cardinale George Pell descrisse il documento «Allarga lo spazio della tua tenda», prodotto da Roma durante una delle fasi del Sinodo sulla Sinodalità, come «un incubo tossico». Cosa direbbe del documento prodotto dal «Gruppo 5» per la fase di «attuazione» di questo stesso Sinodo? Un documento che denuncia il «machismo» sistemico nella Chiesa.

 

Contesto di questo Gruppo di Studio

Con una lettera del 17 febbraio 2024, papa Francesco aveva deciso di affidare alcuni temi evidenziati durante la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo a gruppi di studio assegnati ai dicasteri della Curia Romana. Il coordinamento sarebbe stato garantito dalla Segreteria del Sinodo dei Vescovi.

 

Il 22 febbraio, Francesco delineava dieci temi: 1) Rapporti con le Chiese Orientali; 2) Il grido dei poveri e degli emarginati; 3) La missione nell’era digitale; 4) Sacerdoti, formazione e relazioni; 5) Ministeri e ruolo delle donne; 6) Vita consacrata e movimenti ecclesiali; 7) Vescovi, figura e funzioni; 8) Il ruolo dei nunzi; 9) Temi «controversi»; 10) Dialogo ecumenico.

 

Nel documento intitolato «Percorsi per la fase di attuazione del Sinodo 2025-2028», pubblicato lunedì 7 luglio, con l’obiettivo di avviare una nuova fase sinodale, si afferma che papa Leone XIV ha istituito due nuovi gruppi di studio su «La liturgia in prospettiva sinodale» e su «Lo status delle Conferenze episcopali, delle Assemblee ecclesiali e dei Concili particolari».

 

A inizio marzo, la Segreteria del Sinodo ha pubblicato la relazione finale del Gruppo 3, sulla missione nell’ambiente digitale, e quella del Gruppo 4, sulla revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis da una prospettiva missionaria sinodale. Il 10 marzo è stata pubblicata la relazione finale del Gruppo 5.

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Valore di queste relazioni

La Segreteria Generale del Sinodo ha sottolineato in una nota che questi documenti «devono essere considerati documenti di lavoro» e non costituiscono legislazione né orientamenti magisteriali definitivi. Papa Leone XIV ne ha ordinato la pubblicazione e ha chiesto ai dicasteri competenti di presentargli proposte operative da valutare sulla base di tali documenti.

 

In altre parole, questi documenti sono di natura provvisoria, ma aprono un ampio dibattito teologico e canonico senza risolvere le questioni fondamentali, lasciando ai dicasteri competenti il ​​compito di tradurre i propri orientamenti in proposte concrete per papa Leone XIV. Ciononostante, la relazione del Gruppo 5 rimane sorprendente.

 

Struttura della relazione

La relazione finale del Gruppo 5 è strutturata in tre parti. La prima parte illustra il metodo di lavoro: «Il Dicastero si è basato principalmente sul contributo continuo dei suoi consulenti. (…) L’obiettivo era quello di attuare un processo di ascolto vivace e dinamico, di adottare un approccio ‘dal basso verso l’alto’ piuttosto che ‘dall’alto verso il basso’ (…) e di ricercare il consenso tra posizioni spesso in contrasto».

 

La seconda parte offre una sintesi dei temi emersi durante lo studio sinodale. Il rapporto evidenzia l’esistenza di strutture clericali che limitano la partecipazione delle donne alla vita della Chiesa e propone che la Chiesa evolva verso una concezione di tale partecipazione fondata sulla dignità del battesimo.

 

La terza parte comprende sei appendici: figure femminili nell’Antico e nel Nuovo Testamento, figure di spicco nella storia della Chiesa, testimonianze contemporanee di donne nel governo della Chiesa, i principi mariano e petrino, il potere ecclesiastico e i contributi dei papi Francesco e Leone XIV sul ruolo delle donne nella leadership della Chiesa.

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La società atea come quadro teologico attraverso i «segni dei tempi»

Ciò che colpisce dalla lettura è la considerazione data all’evoluzione della società – una società decristianizzata – come fonte di ispirazione dottrinale o disciplinare, anche se il testo lo nega esplicitamente: «È altresì necessario assicurarsi che la questione della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa non sia ridotta a una prospettiva puramente sociologica, culturale, filosofica o storica, avulsa da un quadro teologico complessivo» (n. 12).

 

Così, il testo osserva che «l’ingresso delle donne nella vita pubblica (…) è un fenomeno che continua a interessare sia la società civile che la Chiesa. Più di sessant’anni fa, san Giovanni XXIII poteva già descrivere questo fatto come un “segno dei tempi”» (n. 1).

 

Questo fenomeno sociale ha generato una «consapevolezza» che «ha creato un disagio specifico in molte donne riguardo alla loro partecipazione alla vita delle comunità a cui appartengono, soprattutto se confrontat la realtà ecclesiastic con relazioni sociali con la società civile in molti dei paesi in cui vivono» (n. 3).

 

Il testo invita quindi a «riflettere sul fatto che un numero crescente di donne, di tutte le età e provenienti da diverse parti del mondo, non si sentono più ‘a casa’ nella casa del Signore, fino al punto di abbandonarla completamente». E chiede alla Chiesa di non «subire le trasformazioni sociali», ma di «diventare un agente proattivo del proprio cambiamento» (n. 10).

 

La Chiesa «non può quindi rimanere indifferente alle preoccupazioni – che provengono anche dalla società civile – che esprimono un’autentica ricerca di significato alla quale la Chiesa è chiamata a rispondere» (n. 9), e cita la questione dell’accesso al sacramento dell’Ordine sacro, la possibilità di istituire nuovi ministeri, la possibilità di pronunciare l’omelia nelle celebrazioni comunitarie e il governo di una comunità o di alcuni uffici diocesani (n. 3).

 

La parte centrale del documento presenta considerazioni «frutto del processo di ascolto» che favoriscono «un approccio dal basso verso l’alto». Si ispirano «al principio che “la realtà è più importante delle idee”» (n. 7).

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Clericalismo e maschilismo «sistemici»

Una delle caratteristiche più evidenti di questo rapporto del Gruppo 5 è l’affermazione secondo cui «nella mentalità ecclesiale contemporanea» si è riscontrato un modello di pensiero e di comportamento identificabile come «clericalismo» o «machismo» (n. 4). Queste due accuse provengono direttamente da papa Francesco.

 

Il clericalismo è definito dal testo come «la tendenza a trasferire automaticamente l’autorità e il ruolo peculiare che spettano propriamente al sacerdote nella celebrazione dell’Eucaristia a tutti gli altri ambiti della vita comunitaria» (ibid.). Il maschilismo è discriminazione di genere.

 

Queste deviazioni sono descritte come «sistemiche» nell’Allegato VI: «Alcuni hanno riferito di esperienze di esclusione dalle opportunità e di sottovalutazione sistemica, sia per il genere, nel caso del maschilismo, sia per la non appartenenza allo stato clericale, nel caso del clericalismo» (n. 32).

 

Il potere dell’Ordine sacro e il potere di governo

In questo contesto, il documento cerca di ripensare il sacramento dell’Ordine sacro andando oltre «una logica puramente funzionale o sostitutiva, riconoscendo invece che le donne hanno diritto [al governo della Chiesa] in quanto battezzate e portatrici di carismi» (n. 14). È proprio da qui che emerge la questione del potere di governo e della partecipazione delle donne ad esso.

 

Il ruolo di papa Francesco

Il ruolo svolto dal defunto papa è considerevole in questa evoluzione. In primo luogo, i termini clericalismo e machismo sono apparsi nel discorso papale solo negli scritti del papa argentino. Tutti i riferimenti magisteriani su cui si basa il documento risalgono a lui, a parte qualche accenno ai suoi immediati predecessori.

 

La possibilità «che una donna possa ricoprire la carica di capo di un dicastero o di altro ufficio vaticano» si fonda sulla costituzione Praedicate evangelium e sulla particolare dottrina che essa sviluppa in materia di potere giurisdizionale, la quale, a dir poco, non trova le sue radici nella Tradizione.

 

Inoltre, a parte alcuni paragrafi riguardanti papa Leone XIV, l’unica fonte si trova negli insegnamenti e negli atti amministrativi riguardanti le donne – in particolare le nomine alla Curia – del papa proveniente dal Sud America.

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Conclusione

Questa relazione finale del Gruppo 5 è un vero e proprio manifesto femminista che, utilizzando un metodo rivoluzionario – come fa la teologia della liberazione – svela le tendenze di una società che ha rifiutato Dio per due secoli, nel tentativo di introdurle nella dottrina cattolica.

 

Come sottolinea InfoCatolica, il documento «eleva il “disagio” sociologico di alcune donne occidentali al rango di segno dei tempi in senso fortemente teologico (n. 10: “è anche lo Spirito Santo che parla attraverso di lui”)». Il discernimento tra verità ed errore è del tutto assente. In questo senso, il documento si limita a seguire il percorso tracciato dal Cammino sinodale tedesco.

 

La questione del potere di governo, fondata sul sacramento del battesimo, ignora la dottrina bimillenaria della tradizione ecclesiale, che rende coloro che detengono il potere dell’ordine soggetti ordinari di tale potere di governo. In altre parole, il documento opera una dissezione, basata su una particolare idea di papa Francesco, il quale, per inciso, si oppone al Concilio Vaticano II.

 

E per citare InfoCatholica: «espressioni come “la realtà è superiore all’idea” (n. 7, citando Evangelii Gaudium 233) o il costante ricorso alle “esperienze concrete” come punto di partenza teologico, evidenziano un capovolgimento metodologico».

 

Mentre la teologia e il Magistero tradizionale interpretano i dati dell’esperienza alla luce della dottrina rivelata, il metodo che «parte dal basso», secondo la dottrina modernista, richiede che tale esperienza venga incorporata nella dottrina rivelata. Ciò porta ad un attacco al sacramento dell’Ordine sacro, istituito da Gesù Cristo, affibbiandogli prima epiteti infamanti.

 

Cosa farà papa Leone XIV con questo manifesto femminista prodotto dal Dicastero per la Dottrina della Fede? Questo è un punto che dovrà essere esaminato attentamente.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Yakov Fedorov via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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La preghiera della Marcia per la Vita di Tokyo 2026

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Si è svolta, come ogni anno la Marcia per la Vita di Tokyo. Come d’abitudineRenovatio 21 – che, grazie al nostro corrispondente Taro Negishi, è praticamente l’unico organo di stampa al mondo che meticolosamente dà notizia di ciò che accade nel mondo cattolico tradizionalista giapponeselo riporta con immagini e parole degli stessi partecipanti.   L’evento, arrivato alla 13ª edizione, si è svolto lo scorso 20 luglio.   L’iniziativa è portata avanti dalla comunità del priorato edochiano (cioè, di Tokyo) della Fraternità Sacerdotale San Pio X guidati dall’inossidabile don Tommaso Onoda, il primo, e al momento unico, sacerdote giapponese ordinato giapponese FSSPX, la cui figura e il cui lavoro sono visibili anche nel secondo capitolo del recente documentario Traditio.    

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«La Marcia per la Vita di Tokyo 2026 porta preghiere, riparazione e testimonianza pro-vita in Giappone» scrive una nota fatta avere a Renovatio 21 da padre Onoda. «Nostro Signore disse a Suor Lucia di Fatima di aver affidato la grazia della pace a Sua Madre. La Madonna di Fatima affermò di poter fermare la guerra e donarci la pace. I partecipanti alla marcia di Tokyo si sono rivolti alla Madre di Dio e molti passanti hanno osservato la marcia con curiosità ma rispetto».   «La tredicesima edizione della marcia annuale pro-vita si è svolta lunedì 20 luglio, Giornata del Mare (una festività nazionale giapponese). Alle 16:00, 40 cattolici, tra cui tre sacerdoti, hanno dato inizio alla marcia per le trafficate strade di Tokyo, pregando per una cultura della vita, con lo spirito di riparazione dei peccati di aborto in Giappone e nel mondo» racconta il sacedote tradizionita nipponico.   «La Chiesa Cattolica ha il dovere di testimoniare con fermezza la verità sull’origine della vita umana, sul suo inizio e sulla sua dignità, e sul crimine dell’aborto. Il Giappone ha una triste storia di depenalizzazione dell’aborto», ricorda don Onoda. «La Legge sulla Protezione Eugenetica fu approvata il 13 luglio 1948 ed entrò in vigore il 13 settembre dello stesso anno. Da allora, 78 anni di pratica dell’aborto hanno visto oltre 40 milioni di storie strazianti di bambini e madri. Questo numero rappresenta dodici volte il numero di vittime giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale».   «Medici e infermieri, incaricati di proteggere la vita di innocenti, hanno distrutto esseri umani indifesi nel loro luogo più sicuro. È stata intrapresa una guerra contro il futuro e la speranza della nazione» tuona il sacerdote edochiano.   «Ispirati dalla Marcia per la Vita statunitense, un protestante e un cattolico hanno organizzato la prima Marcia per la Vita con trenta persone il 13 luglio 2014. Il primo passo della Marcia per la Vita è stato segnato. Da allora, ogni anno, sotto il sole splendente di luglio, i partecipanti alla Marcia per la Vita sfilano a Tokyo. Dal 2017, ogni anno, la statua della Madonna di Fatima ha accompagnato la marcia».   Viene ricordato anche l’eroismo della dissidenza nipponica, di cui Renovatio 21 ha parlato molto. Infatti, ci dice padre Onoda, «la marcia si è svolta anche nei giorni del COVID, persino durante il rinvio delle Olimpiadi di Tokyo per motivi sanitari».

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«La Madre di Dio era sempre lì, camminando, a rappresentare centinaia di migliaia di madri che hanno sofferto e continuano a soffrire» continua don Onoda. Di fatto la Marcia vede portata in strada una statua della Vergine Maria, rendendo la marcia simile ad una processione.     «Quest’anno è stata la decima volta che ha marciato, dispensando benedizioni. I cattolici nascosti hanno cercato la loro madre, Santa Maria-sama [massimo suffisso onorifico della lingua giapponese, ndr], sottoposta a pesanti persecuzioni per 250 anni e sette generazioni» dice il sacerdote, ricordando la mostruosa e mai del tutto divulgata storia di persecuzione dei cristiani nel Sol Levante.   «La cercano sempre, la madre che ci ha donato il vero Salvatore, la madre che dona speranza, amore, pace e coraggio a tutte le madri e ai bambini che verranno. La madre che ha promesso la fine della guerra e il trionfo del suo Cuore Immacolato».   La nota si chiude con una preghiera alle Vergini delle apparizioni, compresa l’ultima, terrificante apparizione mariana approvata da Roma, quella avuta dalla suora giapponese Agnese Sasegawa, morta due anni fa nel giorno dell’Assunta.   «Nostra Signora di Fatima, prega per noi! Nostra Signora di Akita, prega per noi!»  

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 Immagini fornite da padre Onoda  
 
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Vescovo tedesco prende di mira la FSSPX limitando i sacramenti tradizionali nella diocesi

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Il vescovo Heiner Wilmer ha esortato i fedeli a non partecipare ad alcun evento organizzato dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), affermando che i matrimoni celebrati dalla FSSPX sono considerati «invalidi».

 

Nell’ultimo numero del bollettino diocesano, il vescovo di Monaco di Vestfalia (che per qualche ragione ora anche gli italiani chiamano Münster) e presidente della Conferenza episcopale tedesca ha dichiarato che «il clero della Fraternità Sacerdotale San Pio X non esercita alcun ministero ufficiale nella diocesi di Monaco di Vestfalia».

 

I sacramenti da loro amministrati sono «amministrati senza autorizzazione», ha continuato il prelato germanico, aggiungendo che le confessioni ascoltate e i matrimoni celebrati dal clero della Fraternità Sacerdotale San Pio X sarebbero «invalidi». Inoltre, il Wilmerro ha proibito alla Fraternità l’uso di «edifici ecclesiastici, chiese, cappelle, sale parrocchiali o altri locali ecclesiastici» diocesani.

 

Il vescovo ha osservato che per i fedeli della sua diocesi che desiderano partecipare alla Santa Messa «secondo la liturgia del Vetus Ordo», le uniche opzioni disponibili sono la chiesa di Sant’Egidio nel centro di Monaco di Vestfalia, la Cappella delle Candele della parrocchia di Santa Maria a Kevelaer e la chiesa e la cappella della Fraternità di San Pietro (FSSP) a Recklinghausen. Al di fuori di questi luoghi, il parroco e il vicario generale competenti devono approvare una «Messa tradizionale».

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Resta consentito per un sacerdote celebrare una Messa tradizionale in latino ( in privato. Tuttavia, ciò non deve essere annunciato pubblicamente o ai fedeli, in modo che non «assuma il carattere di una celebrazione pubblica o comunitaria, né nella realtà né nell’apparenza esteriore».

 

Riguardo al Sacramento del Matrimonio secondo il rito tradizionale, monsignor Wilmer ha annunciato le seguenti regole per la Diocesi di Monaco di Vestfalia: le celebrazioni possono avvenire solo nei luoghi designati e devono essere approvate dal vicario generale episcopale. Il vescovo ha sottolineato che «non esiste un diritto automatico» all’approvazione per il sacramento del matrimonio secondo il rito antico e che le decisioni vengono prese «caso per caso». Almeno uno dei coniugi deve essere registrato come residente principale o secondario nella Diocesi di Monaco di Vestfalia. Il sacerdote officiante deve essere autorizzato a celebrare la Messa secondo il rito tradizionale e deve essere incardinato nella Diocesi di Monaco di Vestfalia.

 

Wilmer è noto come prelato eterodosso e sostenitore del Cammino sinodale tedesco, considerato eretico. Votava regolarmente con la maggioranza dei vescovi e dell’Assemblea sinodale a favore di documenti che miravano a modificare la dottrina della Chiesa.

 

Nello specifico, monsignor Wilmer ha votato a favore di una proposta del Cammino Sinodale che prevede la «benedizione» delle unioni omosessuali, approvando un documento intitolato «Rivalutazione magisteriale dell’omosessualità» che auspicava una modifica della dottrina perenne della Chiesa e ha votato «sì» a un testo che prevede l’ordinazione sacramentale delle «diaconesse».

 

Renovatio 21 ha contezza che simili iniziative di sabotaggio della comunità dei fedeli lefebvriani, accompagnati talvolta da lettere ai proprietari delle cappelle dove si svolgono le messe FSSPX, si sono avuti anche in Italia. In particolare, sappiamo di omelie domenicali, nelle parrocchie, in cui si minaccia di scomunica i fedeli che assistono alle celebrazioni della Fraternità, del tipo «se andate lì siete scomunicati».

 

Un caso esploso subito è quello di Corato, nel barese, dove la Fraternità è proprietaria di una piccola chiesa antica, quella della Madonna di San Giovanni. L’arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie, monsignor Leonardo D’Ascenzo ha lanciato un monito ai fedeli dicendo che «chi aderisca alla Fraternità sacerdotale San Pio X rischia la scomunica e i sacramenti celebrati dai suoi sacerdoti sono, in alcuni casi, invalidi».

 

La chiesa, che per anni era rimasta in abbandono, è stata recuperata,con lavori di restauro che hanno confermato che l’edificio risale a fine Seicento e che, nel corso del tempo, è stato utilizzato anche come ricovero per i malati durante l’epidemia di colera del 1908-1909. Ora è luogo della celebrazione della Santa Messa tradizionale due volte al mese: ciò non è tollerabile per l’autorità ecclesiastica della neochiesa che forse, come abbiamo visto in altri situazioni, sembra preferire l’abbandono degli edifizi sacri invece che l’uso per dire delle messe anche novus ordo, agendo come vero liquidatore immobiliare del tesoro urbanistico, architettonico, artistico accumulato da millenni di fede cattolica.

 

Come riportato da Renovatio 21, don Giovanni Caruso Spinelli, del priorato di Albano Laziale, ha pubblicato una densa lettera al vescovo di Velletri-Segni e Frascati riguardo una nota da lui disposta per tutte le chiesi della diocesi, notando inoltre che la persecuzione ora si starebbe allargando perfino alle suore vicine alla FSSPX.

 

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 Immagine di Kadellar via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

 

 

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Mons. Schneider: «nulla è più pericoloso per la religione» dell’«interferenza» liturgica

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Il vescovo Athanasius Schneider ha avvertito in un sermone di questo fine settimana che «nulla è più pericoloso per una religione» dell’«interferenza con la liturgia». Lo riporta LifeSite.   Il vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha difeso l’importanza di preservare la sacra tradizione della Chiesa, inclusa la sua liturgia tradizionale, durante una visita all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote a Limerick, in Irlanda.   Ha sottolineato che è un precetto perpetuo della Chiesa cattolica rimanere fedele alla propria tradizione, sia «dottrinalmente che liturgicamente», come riportato dal Catholic Herald.   «La vera pietà non ammette altra regola se non quella che solo ciò che è stato (fedelmente) ricevuto dai nostri padri, quello stesso deve essere (fedelmente) trasmesso ai nostri figli», ha dichiarato mons. Schneider. «È nostro dovere non imporre la religione ovunque vogliamo, ma piuttosto seguirla dove essa ci conduce, ed è la via della modestia cristiana non tramandare le nostre credenze o pratiche», ha continuato. Dobbiamo «conservare e custodire ciò che abbiamo ricevuto da coloro che ci hanno preceduto».   Apparentemente commentando le attuali «guerre liturgiche», Schneider ha affermato che «il culto pubblico è intrinsecamente tradizionale», sottolineando che ciò implica la preghiera della liturgia così come esiste «secondo le norme già stabilite dall’autorità divina e tramandate dagli antenati».

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Il prelato kazako ha citato il liturgista Dom Prosper Guéranger, il quale affermò che «ogni eretico o settario che desideri introdurre una nuova dottrina si trova inevitabilmente di fronte alla liturgia tradizionale, perché la liturgia è tradizione, e la tradizione più forte e migliore è quella che esiste».   Il vescovo ha contestato coloro che sostengono che l’adesione alla Messa tradizionale sia in realtà una questione di preferenza per profumi e campane «superficiali».   Al contrario, afferma monsignore, coloro che «sostengono che la Chiesa non sia un museo e che l’uomo veramente pio sia indifferente a questi elementi accidentali della liturgia tradizionale dimostrano soltanto di essere ciechi al grande ruolo svolto dalla bella espressione».   In un ulteriore commento sulla continua soppressione della Santa Messa Tridentina, resa possibile dalla Traditionis Custodes di papa Francesco e proseguita ora con l’avallo di Papa Leone XIV, il vescovo centrasiatico ha affermato: «la storia ha dimostrato mille volte che non c’è nulla di più pericoloso per una religione, nulla che abbia maggiori probabilità di generare malcontento, incertezza, divisione e apostasia, dell’interferenza con la liturgia e, di conseguenza, con la sensibilità religiosa».   «Preservare il prezioso tesoro della liturgia tradizionale significa preservare il depositum fidei», ha proseguito, aggiungendo che la Chiesa per secoli si è adoperata affinché «l’antichità fosse conservata e la novità respinta – questa è la regola apostolica».   Schneider aveva precedentemente denunciato Traditionis Custodes come «una persecuzione di una parte dei fedeli e anche un rifiuto dell’intera tradizione della liturgia della Chiesa».   Il vescovo ha dichiarato a Limerick che «la liturgia è la Tradizione nella sua forma più potente e solenne. Solo la Chiesa cattolica può dire: “Vi ho trasmesso ciò che ho ricevuto dal Signore”».  

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