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Geopolitica

La lobby israeliana ha spinto per la guerra tra Ucraina e Russia: parla il prof. Mearsheimer

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In un’intervista andata in onda la settimana scorsa, John Mearsheimer, professore all’Università di Chicago e importante studioso realista di relazioni internazionali, ha offerto una spiegazione schietta del perché molte delle stesse voci influenti che alimentano il confronto con l’Iran abbiano anche sostenuto un profondo coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto tra Ucraina e Russia.

 

Il professor Mearsheimer ha individuato due fattori chiave, ponendo particolare enfasi sul potere della lobby israeliana e sulla sua preferenza per un impegno militare americano a livello globale.

 

«L’influenza di Israele sull’establishment della politica estera americana non va sottovalutata, in gran parte a causa della lobby», ha dichiarato Mearsheimer a Tucker Carlson.

 

Israele e i suoi sostenitori, ha sostenuto, hanno un «profondo interesse a garantire il coinvolgimento militare degli Stati Uniti in tutto il mondo, perché desiderano un esercito americano pronto a intervenire qualora Israele si trovasse in difficoltà».

 

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L’accademico chicagoano ha illustrato questo punto facendo riferimento a un recente articolo del New York Times, pubblicato lo scorso fine settimana, che rivelava un’intensificazione dello spionaggio israeliano ai danni di alti funzionari statunitensi.

 

Secondo il rapporto, il Pentagono ha elevato Israele al livello di minaccia di controspionaggio «critico», la categoria più alta. L’Intelligence israeliana si sarebbe concentrata su figure come Steve Witkoff, inviato speciale del presidente Donald Trump coinvolto nei negoziati con l’Iran, ed Elbridge Colby, il più alto funzionario del Pentagono responsabile delle politiche, insieme al suo assistente senior Michael P. DiMino.

 

Carlson ha insistito sulle implicazioni: «Quindi possono spiare i cittadini americani, ma poi continuare a ricevere i nostri soldi delle tasse per finanziare lo spionaggio nei nostri confronti?». Mearsheimer ha risposto che storicamente è sempre stato così, nonostante la relazione speciale tra i governi dei due Paesi.

 

Il politologo ha sottolineato il motivo per cui Israele nutre un particolare interesse per il Colby, che è noto oppositore della guerra ucraina. «Il Times ha infatti affermato, alla fine dell’articolo, che probabilmente è perché è un fautore della moderazione. È interessato a una politica estera moderata. Colby non vuole combattere guerre ovunque. Una volta mi disse che era contrario alla guerra in Iraq già nel 2003».

 

Come riportato da Renovatio 21, il Colby è stato al centro di uno strano scandalo scoppiato sui giornali secondo cui avrebbe minacciato – citando la cattività dei papi ad Avignone – i diplomatici vaticani, storia che, abbiamo detto, non sappiamo se essere credibile o funzionale a qualche disegno di chi vuole spegnere ogni voce contraria alla politica bellica dello Stato Giudaico.

 

«Colby vuole concentrarsi sul contenimento della Cina, ma non è interessato a combattere in Ucraina. È un fautore della moderazione», ha affermato lo studioso. «E naturalmente, agli israeliani non piacciono i fautori della moderazione. Non apprezzano il Quincy Institute (…) Ogni volta che si parla di moderazione, come fa il Quincy Institute di Washington, questo fa infuriare la lobby».

 

Un potente esercito statunitense, costantemente affinato attraverso missioni all’estero, serve agli interessi di Israele come un affidabile «vigile del fuoco» per potenziali emergenze. «È necessario un corpo dei vigili del fuoco numeroso, addestrato per combattere guerre e vincerle, e questo è nell’interesse di Israele», ha affermato.

 

Un fattore secondario, ha osservato Mearsheimer, riguarda i legami etnici e familiari. «Ci sono molti americani, ebrei e non ebrei, che hanno radici in Ucraina. E queste persone credono fermamente che l’Ucraina debba essere uno Stato sovrano e che i russi siano i cattivi». L’esperto di relazioni internazionali citato un libro di prossima pubblicazione del giornalista Stephen Kinzer che descrive in dettaglio come le radici etniche dell’Europa orientale all’interno dell’establishment della politica estera plasmino atteggiamenti e politiche bellicose, a prescindere dalla loro mancanza di legittimi interessi americani.

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Le operazioni di Intelligence israeliane contro gli Stati Uniti non sono certo una novità. Come ha osservato l’ex analista della CIA Larry Johnson, «Israele spia gli Stati Uniti da 70 anni», citando il caso di Jonathan Pollard come esempio lampante. Secondo l’esperienza personale dell’ex funzionario del Dipartimento di Stato Matt Hoh, per decenni i briefing del controspionaggio statunitense hanno incluso Israele tra le principali minacce, insieme alla Cina.

 

Episodi come il ritrovamento nel 2019 di dispositivi di tipo StingRay riconducibili a Israele vicino alla Casa Bianca e il fondato sospetto di Boris Johnson che Benjamin Netanyahu stesso abbia piazzato un dispositivo di intercettazione nel bagno privato del primo ministro britannico illustrano un lungo schema di spionaggio sfacciato contro gli «alleati» da parte di Israele.

 

Il reportage del New York Times citato sopra ha confermato altri episodi: nel 2021, ufficiali dell’intelligence militare israeliana sono stati sorpresi a piazzare dispositivi di intercettazione presso il quartier generale dell’Agenzia di intelligence della difesa; e l’anno scorso, ufficiali dello Shin Bet avrebbero tentato di installare un dispositivo in un veicolo di pronto intervento dei servizi segreti.

 

L’ex CIA Larry Johnson ha osservato che le fughe di notizie che hanno reso possibile la pubblicazione dell’articolo provenivano dall’interno dell’amministrazione Trump, «almeno dal Dipartimento della Guerra», a testimonianza di uno sforzo interno per «spezzare la morsa sionista» sulla politica estera.

 

In un’intervista rilasciata lunedì al giudice Andrew Napolitano per il suo programma YouTube, un altro grande nome dell’accademia americana, il professore di economia Jeffrey Sachs ha sottolineato lo stesso punto: l’articolo era «chiaramente una notizia diffusa ad arte dal governo statunitense», che citava come bersaglio personaggi come Colby e altri vicini a Trump. La vera notizia, ha sostenuto Sachs, è che alti funzionari stiano ora riconoscendo pubblicamente e contrastando le attività illegali di Israele, e questa è la vera «notizia».

 

«In altre parole, l’intera premessa israeliana secondo cui Israele controlla la nostra politica sta crollando» a causa delle mutevoli dinamiche politiche, ha affermato Sachs. Ciò è dovuto principalmente alle atrocità commesse da Israele nella guerra genocida contro Gaza, alla continua pulizia etnica in Libano e Cisgiordania, nonché al ruolo centrale che Israele ha svolto nell’indirizzare gli Stati Uniti verso la loro impopolare guerra contro l’Iran.

 

A causa di questi numerosi fattori, «il popolo americano si è schierato nettamente contro Israele, e questo vale praticamente per ogni paese del mondo», ha affermato Sachs. «È questo che sta cambiando la nostra politica in questo momento».

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Geopolitica

L’UE respinge il Canada come membro «associato»

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La maggior parte dei membri dell’Unione Europea (UE) ha respinto la proposta del Primo Ministro canadese Mark Carney di rendere il Canada un membro «associato», ma sembra che una qualche forma di «alleanza» sia ancora in fase di elaborazione.   Una bozza di accordo mostra che Germania, Italia, Grecia, Francia e altri paesi hanno guidato l’opposizione all’ottenimento da parte del Canada di un nuovo tipo di status speciale nell’UE. Questa bozza è stata presentata prima del vertice UE-Canada conclusosi il 30 ottobre a Montreal.   Invece di un’adesione associata, il Canada avrà un «legame sempre più stretto» con l’UE, ha affermato il Carney. All’inizio dell’anno, il Carney aveva affermato di voler instaurare un rapporto più stretto con l’UE, dichiarando: «Non puntiamo a diventare membri dell’Unione Europea. Quello che cerchiamo e a cui adotteremo è un’alleanza unica tra il Canada e l’Unione Europea».   Tale annuncio è stato duramente criticato dal leader del Partito Conservatore del Canada, Pierre Poilievre, il quale ha affermato che una cosa del genere «non accadrà mai».   Al termine del vertice di due giorni di Montreal, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato: «Vogliamo definire insieme un numero maggiore di politiche, con un allineamento molto più stretto». «Vogliamo consultarci a vicenda in tutte le fasi, dall’ideazione all’attuazione», ha aggiunto l’Ursula.   È importante sottolineare che il governo Carney intende allinearsi alle politiche e alla sicurezza climatica ed energetica dell’UE. La Von der Leyen ha affermato che «il concetto di membro associato è un territorio inesplorato, ma abbiamo l’ambizione, la fiducia e la creatività per plasmarlo insieme e, per essere chiari, questa è una partnership non contro nessuno, ma per la nostra forza comune».   Carney ha dichiarato ai giornalisti che il nuovo rapporto con l’UE è una «collaborazione positiva» che creerà un «nucleo per una più ampia alleanza positiva per il futuro, che genererà opportunità e metterà in comune le risorse per ottenere risultati migliori».   Le ambizioni di Carney in merito all’adesione all’UE si manifestano in un momento in cui gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, hanno raddoppiato la dose imponendo dazi doganali severi al Canada.   Per quanto riguarda i legami di Carney con l’UE, non sorprendono, viste le sue posizioni a favore dei diritti LGBT, le sue conoscenze personali e i suoi legami con i movimenti mondialisti, tanto che il Poilievre lo definisce il «golden boy» del World Economic Forum. Il primo ministro di Ottawa ha anche ammesso di essere un «elitario» e un «globalista».   Il Carney appoggia pienamente la cosiddetta identità «multiculturale» del paese, che in realtà spesso minimizza l’eredità cristiana europea di coloro che hanno fondato ospedali, scuole e infrastrutture. Ciò ha portato anche in Canada ad un’immigrazione di massa a livelli insostenibili.   Come riportato da Renovatio 21, quando Carney è stato nel fulcro finanziario statale di Londra, la Bank of England, è stato pioniere della questione della CBDC, la moneta elettronica emessa da banca centrale. Nel 2019, prima di pandemia, dedollarizzazione superinflazione e crash bancari che stiamo vedendo, l’allora governatore della Banca d’Inghilterra Carney ne aveva parlato all’annuale incontro dei banchieri centrali di Jackson Hole, nel Wyoming nel 2019. Il Carney, sedicente cattolico, l’anno scorso aveva dichiarato che «dobbiamo unirci tutti» ai valori musulmani.   A Davos lo scorso gennaio il Carney aveva tenuto un discorso di tenore antitrumpiano sostenendo che, se mai è esistito, l’«ordine basato sulle regole» è finito e ci troviamo ora in un era di fantasia geopolitica imperiale. Trump aveva risposto attaccando il recente abboccamento di Ottawa con Pechino, preconizzando che la Cina «divorerà» il Canada., e rivendicando le sue mire sulla Groenlandia.   Tre mesi fa il Carney, intervenendo prima dell’avvio del vertice del G7, aveva dichiarato che nessun Paese o istituzione potrebbe essere escluso o opporsi a un «nuovo ordine mondiale» che inizierà dall’Europa.   Come riportato da Renovatio 21, solo cinque mesi fa Carney aveva menzionato ancora una volta il «nuovo ordine mondiale» durante un viaggio nella Repubblica Popolare Cinese, la cui partnership con il Canada egli ha elogiato.  

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Trump in contatto con Netanyahu: paura di altre ostilità con l’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato al telefono con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sabato mattina, per fare il punto sui preparativi per possibili attacchi contro l’Iran,. Lo riporta il Wall Street Journal, che cita fonti a conoscenza della conversazione.

 

Secondo il WSJ, Trump aveva precedentemente tenuto un altro incontro con alti comandanti militari alla Casa Bianca per discutere le opzioni per la ripresa di importanti operazioni di combattimento. Nelle scorse settimane, diverse testate giornalistiche hanno riportato che gli Stati Uniti potrebbero riprendere gli attacchi contro l’Iran dopo le elezioni di medio termine del 3 novembre.

 

Trump ha ripetutamente minacciato di bombardare l’Iran, avvertendo di «un’altra piccola Furia Epica», dal nome dell’operazione precedente, qualora Teheran non rispetterà le sue condizioni di pace. Secondo quanto riferito, funzionari statunitensi avrebbero avvertito gli alleati arabi che ospitano basi militari americane di prepararsi a un’operazione breve ma intensa.

 

Interrogato sabato sera durante una festa di Halloween a Mar-a-Lago, in Florida, sulla possibilità di «tornare in guerra con l’Iran» nelle prossime settimane, Trump ha risposto: «Supponiamo che lo facessi, ve lo direi? Non posso dirvelo».

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Secondo quanto riferito, il Pentagono avrebbe presentato a Trump potenziali obiettivi che vanno dagli impianti nucleari e siti militari sotterranei iraniani all’isola di Kharg, un importante snodo per l’esportazione di petrolio nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti hanno inoltre inviato ulteriori intercettori missilistici nella regione e trasferito truppe da basi vulnerabili.

 

Secondo un articolo del Jerusalem Post pubblicato sabato, Stati Uniti e Israele hanno già elaborato piani per una rinnovata azione militare, ma è improbabile che Trump ordini attacchi prima del voto di martedì, a meno che i servizi segreti non indichino preparativi per un attacco a sorpresa.

 

Una ripresa delle ostilità giungerebbe in un momento delicato per Netanyahu, il cui blocco di destra non è riuscito a ottenere la maggioranza parlamentare alle elezioni della scorsa settimana. Rimarrà in carica mentre proseguono i negoziati per la formazione di una coalizione.

 

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato sabato che Trump non ha ancora deciso se lanciare nuovi attacchi contro l’Iran, ma preferisce una soluzione diplomatica. Le sue dichiarazioni sono giunte mentre i negoziatori iraniani incontravano i mediatori del Qatar a Doha, dopo oltre 12 ore di colloqui a Teheran venerdì. Una fonte a conoscenza dei colloqui ha riferito a Reuters che la diplomazia viene coordinata attraverso contatti regolari con Washington.

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran ha esaminato una lettera del vicepresidente statunitense JD Vance volta a riaprire i negoziati, definendo l’iniziativa un «passo positivo».

 

Nel frattempo, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha ordinato alle forze armate di prepararsi a «una risposta immediata ed efficace, senza limitazioni geografiche» qualora il Paese venisse attaccato di nuovo, secondo quanto riportato in una dichiarazione diffusa sabato dal suo ufficio.

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Geopolitica

Lavrov: l’Europa ha perso l’occasione di mediare nel conflitto ucraino

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I Paesi europei hanno più volte disatteso gli accordi volti a risolvere il conflitto tra Russia e Ucraina, compromettendo così la loro credibilità come potenziali garanti di pace. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergejy Lavrov.   Mosca aveva già dichiarato che i funzionari europei non avrebbero preso parte ai prossimi colloqui di pace mediati dagli Stati Uniti ad Abu Dhabi.   Nel corso di una conferenza stampa a margine del vertice del G20 ad Atlanta, in Georgia, venerdì, Lavrov ha dichiarato che «gli europei vogliono inserirsi nel processo negoziale».   «Ciò che conta non è quello che vogliono gli europei, ma il valore aggiunto che possono effettivamente apportare». Lavrov ha accusato i governi europei di non aver rispettato gli accordi volti a risolvere la crisi, a cominciare da quello del febbraio 2014 tra l’allora presidente ucraino Viktor Yanukovich e i leader dell’opposizione. Francia, Germania e Polonia contribuirono a mediare l’accordo, che avrebbe dovuto porre fine a mesi di proteste e scontri mortali a Kiev. Yanukovich fu deposto poco dopo, un evento che, secondo Mosca, spinse la Crimea a separarsi dall’Ucraina e ad unirsi alla Russia, scatenando al contempo una rivolta nel Donbass, regione a maggioranza russofona.   Secondo Lavrov, Francia e Germania non sono riuscite a garantire che l’Ucraina attuasse le riforme politiche e concedesse uno status speciale al Donbass in base agli accordi di Minsk del 2014-2015, che avevano contribuito a negoziare.   La presenza di Lavrov al vertice del G20 negli Stati Uniti ha suscitato l’ira dei diplomatici europei, molti dei quali avrebbero minacciato di boicottare la foto di gruppo. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul si era opposto a essere fotografato accanto a Lavrov, ma alla fine è stato immortalato nella stessa foto.   Lavrov è arrivato ad Atlanta, in Georgia, venerdì per l’incontro di due giorni che precede il vertice dei leader del G20 previsto per metà dicembre in Florida.   Il presidente statunitense Donald Trump ha espresso la speranza che il presidente russo Vladimir Putin partecipi al vertice, sebbene Mosca non abbia ancora deciso se accettare l’invito, stando a quanto riferito dal Cremlino.   La presenza di Lavrov alla riunione ministeriale si è rivelata particolarmente controversa per diverse delegazioni europee, che si sono opposte alla decisione di Washington di invitare funzionari russi.   «Non ci sarà nessuna foto di gruppo che ritragga i nostri partner europei insieme al signor Lavrov», ha dichiarato il Wadephul ai giornalisti, insistendo sul fatto che «dobbiamo evitare di inviare segnali visivi sbagliati». Secondo diverse fonti mediatiche, il Segretario di Stato americano Marco Rubio avrebbe infine rinunciato alla tradizionale foto di gruppo dopo che i ministri degli esteri europei si sarebbero rifiutati di posare accanto a Lavrov e avrebbero minacciato di abbandonare la sala. Tuttavia, il ministro tedesco non è riuscito a evitare di apparire nella stessa inquadratura del suo omologo russo.   Una fotografia della prima sessione plenaria del G20, pubblicata venerdì su X dal corrispondente di DW Benjamin Alvarez, mostra Wadephul che lancia un’occhiata di sottecchi a Lavrov. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha colto al volo l’occasione, suggerendo in un post su Telegram che i giornalisti occidentali avessero ignorato le obiezioni del diplomatico tedesco fotografando i due ministri insieme. La Zakharova ha inoltre sottolineato che il Wadephullo stesso aveva richiesto un incontro dell’ultimo minuto con Lavrov a margine dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite appena un mese prima.   L’incontro è stato il primo tra i due dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. Lavrov ha poi definito la discussione deludente, affermando che la sua controparte tedesca si è limitata a ripetere le solite posizioni anti-russe di Berlino.   La controversia di Atlanta fa seguito alle precedenti obiezioni europee alla decisione di Washington di ripristinare la partecipazione della Russia ai vertici del G20. Quando il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha partecipato ai colloqui del G20 alla fine di agosto, diventando il primo ministro delle Finanze russo a farlo dal 2022, Trump ha difeso l’approccio della sua amministrazione.   «Ci piace andare d’accordo con tutti. Uno dei motivi del mio successo è che vado d’accordo con tutti», disse all’epoca il presidente degli Stati Uniti.   Lavrov ha partecipato per l’ultima volta a una riunione ministeriale del G20 nel settembre 2025, a margine dell’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Nonostante gli sforzi occidentali per isolare diplomaticamente Mosca, ha mantenuto un’agenda internazionale fitta di impegni, tra cui visite ufficiali in diversi paesi africani e asiatici.   L’ultimo incontro si svolge inoltre in vista del quarto round di negoziati trilaterali mediati dagli Stati Uniti, che coinvolgeranno Russia, Ucraina e Stati Uniti e che dovrebbe tenersi il mese prossimo.

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Yuri Ushakov, collaboratore del Cremlino, ha dichiarato mercoledì che i rappresentanti europei saranno esclusi dai colloqui, nonostante i loro sforzi per ottenere un posto al tavolo negoziale.   L’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e l’ex presidente francese François Hollande hanno riconosciuto, in interviste separate rilasciate nel dicembre 2022, che gli accordi avevano dato all’Ucraina il tempo di rafforzare le proprie forze armate. Mosca ha citato le loro dichiarazioni come prova del fatto che i governi occidentali non avevano mai avuto intenzione di attuare gli accordi in buona fede.   Lavrov ha anche citato il vertice di Parigi del dicembre 2019, dove i leader di Russia, Ucraina, Francia e Germania hanno ribadito il loro impegno ad attuare gli accordi di Minsk. Il processo diplomatico, tuttavia, non è riuscito a produrre una soluzione duratura.   «Negli ultimi 12 anni hanno avuto più che sufficienti opportunità. Con i loro fatti, hanno dimostrato che il loro curriculum non può essere ignorato la prossima volta che cercheranno di agire come ‘garanti’», ha affermato Lavrov.   Le sue dichiarazioni sono seguite a una rara conversazione telefonica avvenuta martedì tra il presidente russo Vladimir Putin, il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store. La telefonata di 90 minuti, incentrata sul conflitto in Ucraina e sui prossimi negoziati di pace, ha suscitato critiche da parte di diversi leader europei. La prima ministra danese Mette Frederiksen ha affermato che l’iniziativa non era stata coordinata con gli altri paesi europei; il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha dichiarato di non essere stato informato in anticipo.

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Putin ha accolto con favore il contatto, descrivendolo come un passo verso l’instaurazione di «una sorta di dialogo costruttivo».   Lavrov ha partecipato alla riunione dei ministri degli Esteri del G20 ad Atlanta su invito degli Stati Uniti, nonostante le obiezioni di alcuni governi europei alla partecipazione della Russia. Anche il presidente statunitense Donald Trump ha invitato Putin al vertice dei leader del G20 previsto per dicembre a Miami.   L’opposizione europea alla partecipazione della Russia è stata evidente venerdì, quando la tradizionale foto di gruppo del G20 è stata annullata dopo che diversi diplomatici europei si sono opposti a posare accanto a Lavrov.  

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 
 
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