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«Il Signore della vita, che era morto, regna vivo»: omelia pasquale di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia nella Domenica di Resurrezione dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

SURREXIT VERE

Omelia nella Domenica di Resurrezione

 

 

Resurrexi, et adhuc tecum sum, alleluja.
Posuisti super me manum tuam, alleluja.
Mirabilis facta est scientia tua, alleluja, alleluja.

Intr. ad Missam in die Paschatis

 

Resurrexi, abbiamo cantato nell’Introito solenne di questo santissimo giorno. È la voce del Verbo Incarnato che si rivolge al Padre: Sono risorto e sono di nuovo con te; tu hai posto su di me la tua mano, la tua sapienza è degna di ammirazione.

 

Sono versetti del Salmo 138 della Vulgata, che fanno da controcanto al grido del Golgota, Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? Un grido lanciato non come voce di disperazione, ma come antifona del Sacrificio perfetto che il Sommo Sacerdote celebra sulla Croce offrendoSi come Vittima immacolata. Vi cogliamo il richiamo all’Introito della Notte di Natale: Dominus dixit ad me: filius meus es tu, ego hodie genui te (Salmo 2, 7), il Signore mi ha detto: tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato.

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Per questo il giorno di Pasqua è veramente dies, quam fecit Dominus, giorno che la Santissima Trinità ha preparato sin dalla fondazione del mondo in vista dell’Incarnazione e della Redenzione. Nella Lettera agli Ebrei (Eb 10, 5-10), San Paolo riprende il Salmo 39 e lo interpreta nel suo significato cristologico: Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà – la volontà del Padre, che chiede al proprio Figlio Unigenito di offrirSi per noi, pro nobis obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Fil 2, 8). Dinanzi all’obbedienza del Figlio, il Padre Lo ha esaltato e Gli ha dato un nome che è sopra ogni nome, affinché ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e sottoterra.

 

La Resurrezione dai morti di Nostro Signore Gesù Cristo è il tributo di gloria a Colui che siede alla destra del Padre, il Quale pone i Suoi nemici a sgabello dei Suoi piedi (Salmo 109, 1). 

 

Ipse verus est Agnus, qui abstuilit peccata mundi – intonerò tra poco al Prefazio – qui mortem nostram moriendo destruxit, et vitam resurgendo reparavit. Egli è l’Agnello che Si fa carico dei nostri peccati, Colui che morendo ha distrutto la morte, e risorgendo ha ripristinato la vita. Un grande combattimento si è svolto sul Calvario: Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitæ, mortuus, regnat vivus.

 

Il Signore della vita, che era morto, regna vivo. Agnus redemit oves, l’agnello ha redento le pecore, Cristo innocente ha riconciliato al Padre i peccatori.

 

Per questo, nel silenzio del Sabato Santo, il diacono prorompe nella triplice esclamazione dell’Exsultet: O inæstimabilis dilectio caritatis: ut servum redimeres, Filium tradidisti! O certe necessarium Adæ peccatum, quod Christi morte deletum est! O felix culpa, quæ talem ac tantum meruit habere Redemptorem! O amore di infinita carità: per redimere il servo, hai consegnato il Figlio! O certamente necessario peccato di Adamo, cancellato dalla morte di Cristo! O beata colpa, che ha meritato di avere tale e tanto grande Redentore! 

 

Quando la santa Liturgia ci fa cantare Surrexit Dominus vere, noi proclamiamo la Resurrezione di Cristo non come oggetto di Fede, ma come realtà storica che dà corpo e sostanza alla divina Rivelazione. Egli è risorto davvero, come aveva detto. È risorto nonostante le guardie poste a presidio del Sepolcro. È risorto ed è apparso a Sua Madre, alla Maddalena, agli Apostoli. Ha lasciato la Sindone quale prova scientifica inconfutabile della potenza divina. Surrexit Dominus vere.

 

Perché tutto quello che riguarda Dio è vero, giusto, buono, bello e gratuito; mentre ciò che viene da Satana è falso, ingiusto, cattivo, brutto e oggetto di commercio. Dio ci dona Suo Figlio per restituirci il destino di eternità beata che gratuitamente ci aveva concesso al principio.

 

Satana ci vende con la frode l’inganno di un effimero presente di piaceri fuggevoli, a prezzo della nostra anima che condanniamo alla dannazione. Con la Croce questo rapporto mercantile viene rovesciato, e torna ad affermarsi prepotentemente la razionale follia della divina Carità, perché laddove è abbondato il peccato, lì ha sovrabbondato la grazia (Rom 5, 20).

 

Il mondo non accetta la gloria della Resurrezione come fatto storico ancor prima che come miracolo, per due motivi.

 

Il primo è che solo Dio può resuscitare i morti: la Resurrezione è dunque un evento straordinario di origine incontestabilmente divina che rende non solo credibile, ma credenda – da credersi – la Rivelazione cristiana e la Santa Chiesa che ne è custode.

 

Il secondo è che la Resurrezione è premio per la Passione e Morte, affrontate in obbedienza alla Volontà del Padre per ripristinare il κόσμος divino infranto dal peccato.

 

 

Accettare la Resurrezione significa dunque accettare la necessità di un’espiazione, di una redenzione per noi, figli dell’ira assoggettati a Satana. Significa riconoscere che il Figlio di Dio ha dato la vita per noi, che il Creatore ha pagato per la creatura, che il padrone si è offerto per il servo. Solo chi è da Dio riesce a intuire l’abisso di Carità infinita che muove la Santissima Trinità a salvarci; mentre chi non è da Dio si ribella non solo alla Giustizia della punizione che egli merita per aver infranto gli ordini divini, ma ancora di più alla Misericordia della redenzione che non potrebbe nemmeno lontanamente sperare, ottenuta con l’Incarnazione di Dio e con la Sua Passione e Morte. 

 

Accettare la Resurrezione significa quindi riconoscerci bisognosi di perdono per una colpa, la cui gravità è infinita a causa dell’infinita offesa alla Maestà divina.

 

Accettare la Resurrezione significa riconoscere un ordine superiore – talmente superiore da essere necessariamente soprannaturale – che non nega la necessaria Giustizia divina, ma afferma la gratuità della sovrabbondante divina Misericordia, mossa da quello stesso Amore che procede dal Padre e dal Figlio.

 

Significa riconoscerci nel nostro nulla dinanzi al tutto di Dio, lasciandoci salvare non per i nostri meriti, ma per la Sua infinita bontà. Significa essere umili nell’accogliere con riconoscente stupore la magnificenza del Signore, generoso oltre ogni immaginazione: un Signore che ci invita al banchetto nonostante siamo storpi, zoppi e mendicanti, ci dona anche la veste nuziale della Grazia dopo che abbiamo insudiciato quella che Egli ci aveva dato in justitia et sanctitate veritatis. 

 

Vi è qualcosa di assurdo e sciagurato nel volersi sottrarre alla Redenzione, e questo tratto di follia suicida è ciò che strappa tante anime alla beatitudine eterna.

 

L’orrore del peccato non consiste solo nell’essere la causa dei patimenti di Nostro Signore, ma nell’accecare la nostra vista spirituale rendendola incapace di lasciarsi sopraffare dalla Misericordia divina. Orgoglio, maledetto orgoglio.

 

Mentre Dio ci dà la vita materiale e spirituale per renderci partecipi della Sua gloria, Satana ci dà la morte portandoci a violare i Comandamenti e a rifiutare la salvezza che Dio ci offre nel Sacrificio di Cristo. Pecchiamo per orgoglio, e per orgoglio siamo indotti a rimanere nell’inimicizia con Dio.

 

Celebriamo degnamente la Santa Pasqua, cari fratelli. Celebriamola con la serena adesione di intelletto e volontà ai piani ineffabili del Signore, consapevoli che è proprio nella inæstimabilis dilectio caritatis che ruota tutta l’economia della salvezza; una salvezza che è vanificata non tanto e non solo dal peccato, ma anche e soprattutto dall’orgoglio che quel peccato rende inespiabile perché lo sottrae all’impetuoso torrente di Grazie infinite che sgorga dal Costato di Cristo. 

 

Celebriamo la Santa Pasqua nell’umiltà, ossia rimettendo tutte le cose al loro posto, nella loro originaria gerarchia. E in quell’ordine metafisico già di per sé perfetto impariamo a scorgere con umiltà la gratuità della Redenzione, la necessità di corrispondervi con tutto il nostro essere, l’assoluta urgenza di predicare Cristo, e Cristo crocifisso, che il Padre ha glorificato dopo l’ignominia del Golgota facendoLo resuscitare dai morti. 

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Il mondo odia e si ribella alla Signoria universale di Cristo non perché esso non voglia riconoscere e servire un sovrano – Non habemus regem, nisi Cæsarem, gridava la turba deicida davanti al Pretorio – ma perché Egli ha cinto la corona regale sul trono della Croce, sconfiggendo una volta per tutte il regno di tenebre del peccato e della morte.

 

Facciamo nostre le parole dell’Apostolo che abbiamo cantato Giovedì Santo: Nos autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Jesu Christi, in quo est salus, vita et resurrectio nostra, per quem salvati et liberati sumus (Gal 6, 14).

 

Sia al nostro fianco, in quest’ora di vittoria e di trionfo, come nostra Madre e Signora, Colei che rimase ai piedi della Croce, la Regina Crucis.

 

E così sia. 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

20 Aprile MMXXV
Dominica Resurrectionis

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Immagine: Andrea Mantegna (1431–1506), Resurrezione di Gesù (14571459), Musée des Beaux-Arts, Tours.

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Una nuova mappa mondiale dei centri per la Santa Messa FSSPX

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Trovare una Messa, le coordinate di una cappella o gli orari di un priorato ora è più facile. La Fraternità Sacerdotale di San Pio X sta lanciando online un nuovo servizio globale, pensato per raccogliere in un unico luogo informazioni utili per i fedeli.   Accessibile all’indirizzo map.fsspx.org, questa mappa interattiva è destinata a sostituire quella attualmente offerta sul sito internazionale.   La ricerca può essere effettuata direttamente per città o per località, ma anche navigando sul planisfero. Le località possono essere consultate anche per paese o distretto.

Orari e informazioni pratiche

Ogni località ha una propria scheda, con, a seconda dei dati disponibili, gli orari delle messe domenicali e feriali, l’indirizzo, i recapiti, il sito web o il priorato di appartenenza.   L’accesso diretto al percorso facilita anche gli spostamenti. L’origine degli orari e le date del loro ultimo aggiornamento sono indicate affinché i fedeli possano conoscere la provenienza delle informazioni pubblicate.   Sono inoltre visibili i diversi legami tra le case: dal fascicolo di un priorato, è quindi possibile individuare le cappelle e i luoghi di culto che dipendono da esso.   In caso di errore o modifica, un sistema di reporting aiuta a mantenere aggiornate queste informazioni.  

Anche le scuole sono elencate

Il servizio non riguarda solo chiese, cappelle, priorati e missioni. Una sezione è dedicata alle scuole legate alla Fraternità Sacerdotale San Pio X o alle comunità amiche della Società.   Diversi filtri facilitano la ricerca in base al paese, al livello di istruzione, al tipo di istituto o alla presenza di un convitto.   Disponibile in francese, inglese, tedesco, spagnolo e italiano, map.fsspx.org riunisce in un’unica interfaccia informazioni finora distribuite su siti diversi.   Sia che siate vicino a casa, durante le vacanze o in occasione di un viaggio, trovare un luogo per la Messa e consultare immediatamente informazioni pratiche diventa più semplice.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Mons. Schneider: «Un’occupazione ostile» all’interno della Chiesa

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La crisi nella Chiesa non si gioca soltanto sul piano dei dibattiti dottrinali: secondo monsignor Athanasius Schneider, essa investe persino le sue strutture di governo. In occasione della Catholic Identity Conference, tenutasi a Pittsburgh (Stati Uniti) il 3 ottobre 2026 e organizzata dal giornale The Remnant, il presule ha paragonato tale situazione alle grandi prove della storia cattolica, durante le quali i semplici fedeli si sono talvolta trovati a dover difendere la fede contro i propri stessi pastori.

 

«Siamo testimoni di una crisi senza precedenti nella Chiesa, di una presa di controllo ostile delle strutture amministrative strategiche della Chiesa cattolica». Il tono è dato fin dall’apertura della conferenza di mons. Schneider, intitolata La vittoria di Cristo sulla presa di controllo ostile all’interno della Chiesa. Il prelato denuncia il propagarsi «non soltanto di ambiguità dottrinali avvelenate, ma persino di eresie apertamente professate nei ranghi dell’alto clero», fenomeno che, in certi casi, «rasenta l’apostasia».

 

Per comprendere questa situazione, egli torna all’avvertimento di Cristo: «Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). Questo mondo, spiega, designa una società e una cultura che si organizzano indipendentemente da Dio, fino a diventare ostili alla Rivelazione e alla regalità di Cristo. Ora, nel corso degli ultimi sessant’anni, questo spirito del mondo è penetrato progressivamente nelle strutture ecclesiastiche, al punto da occuparne i posti amministrativi strategici.

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Il Vaticano II e l’ingresso del «fumo di Satana»

Mons. Schneider si interroga sul cambiamento di prospettiva intervenuto alla vigilia del Concilio Vaticano II. Per venti secoli la Chiesa aveva attinto la propria vitalità alle fonti della Scrittura e della Tradizione, dei sacramenti e dell’esempio dei suoi innumerevoli santi. Perché avrebbe improvvisamente avuto bisogno di aprire le finestre per ricevere l’aria fresca del mondo moderno? E di quale mondo si trattava? Di un mondo segnato dal materialismo consumista, dallo spirito della Rivoluzione francese e dalle filosofie moderne.

 

Dal Vaticano II, afferma, le conseguenze di questa apertura sono diventate manifeste. Egli ricorda le parole di Paolo VI, il 29 giugno 1972: «Da qualche fessura il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio». Il vescovo cita poi una testimonianza meno nota, quella di mons. Manoel Pestana, vescovo di Anápolis, in Brasile, dal 1979 al 2004, che fu suo professore e lo ordinò sacerdote.

 

Soprannominato «Atanasio del Brasile», questo prelato dichiarava nel 1988: «Non è soltanto il fumo di Satana a essere entrato nella Chiesa da un’apertura nascosta, come aveva detto Paolo VI. È piuttosto dalle porte principali che il diavolo è entrato trionfalmente, fin nelle più alte sfere della Chiesa, per mezzo dei suoi fedeli servitori».

 

Mons. Pestana arrivava a chiedere, nella prefazione a un libro del celebre esorcista Gabriele Amorth, chi avrebbe scacciato i demoni dai seminari, dalle residenze episcopali, dalle conferenze episcopali e persino dai palazzi pontifici.

 

Per mons. Schneider, la crisi attuale supera per estensione quella dell’arianesimo del IV secolo. Quest’ultima riguardava principalmente la divinità di Cristo. Oggi i disordini toccano simultaneamente la dottrina, la morale, la liturgia e la disciplina. «È come un corpo colpito da una malattia che non tocca soltanto un organo, ma tutti gli organi».

 

Tuttavia questa malattia non potrà essere mortale: la Chiesa è indistruttibile, perché è di istituzione divina. Cristo resta il suo capo, lo Spirito Santo la assiste e la Santa Vergine è sua Madre. La verità può essere oscurata e deturpata, ma solo per un tempo.

Sant’Atanasio: le chiese occupate, la fede conservata

Per illuminare la situazione presente, mons. Schneider ricorre a sant’Atanasio, che nel IV secolo conobbe la persecuzione dei difensori della fede cattolica da parte degli ariani. Mentre gli eretici occupavano gli edifici religiosi e le sedi episcopali, il grande dottore della Chiesa incoraggiava i fedeli rimasti attaccati alla fede apostolica: «Possono occupare le nostre chiese, ma si trovano al di fuori della vera fede. Voi restate fuori dai luoghi di culto, ma la fede rimane in voi».

 

Poi questa domanda: «Chi ha perso e chi ha vinto in questa lotta? Colui che detiene la sede o colui che mantiene la fede?». Gli edifici e le cariche ecclesiastiche, ricorda sant’Atanasio, sono cose buone quando servono a trasmettere la fede degli Apostoli. Ma non possono sostituirla. «Anche se i cattolici fedeli alla Tradizione fossero ridotti a un semplice pugno, sarebbero la vera Chiesa di Gesù Cristo».

 

Mons. Schneider vede in queste parole una consolazione particolare per i cattolici attaccati alla Tradizione, oggi emarginati o perseguitati nella stessa Chiesa. Egli ricorda tuttavia, con sant’Agostino, che la Chiesa terrena resta un corpo misto di buoni e di cattivi, a immagine del campo in cui crescono insieme il buon grano e la zizzania. Questa realtà riguarda tanto l’alto clero quanto i semplici fedeli. Il giudizio definitivo spetta a Dio.

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Un bambino martire di fronte a un vescovo apostata

Il vescovo ausiliare di Astana si sofferma poi su un episodio sconvolgente delle persecuzioni romane: il martirio dei cristiani di Abitene, nell’Africa del Nord, all’inizio del IV secolo.

 

Una domenica, il sacerdote Saturnino celebrava clandestinamente la messa con i suoi parrocchiani, nonostante il divieto imperiale. Le autorità fecero irruzione e arrestarono l’assemblea, nella quale si trovavano i figli del sacerdote, nati prima della sua ordinazione sacerdotale. Uno di loro, Ilarione, aveva appena sei anni. Condotti davanti al tribunale, i cristiani incontrarono il proprio vescovo, Fundano, che aveva appena commesso un atto di apostasia offrendo incenso a un idolo.

 

Il contrasto era sconvolgente: mentre il vescovo aveva rinnegato la fede per salvarsi la vita, i suoi fedeli, fino ai più giovani, accettavano di morire per Cristo.

 

Interrogato dal giudice, il piccolo Ilarione rispose: «Sono cristiano. Ho partecipato all’assemblea. Ci sono andato di mia spontanea volontà. Nessuno mi ci ha costretto». Il magistrato tentò di spaventarlo minacciando di tagliargli il naso e le orecchie. Il bambino non cedette: «Potete farlo, ma qualunque cosa accada, io sono cristiano». Quando la sentenza fu pronunciata, i martiri esclamarono: «Deo gratias!»

 

Per mons. Schneider, questi cristiani compirono con il loro martirio una vera riparazione per l’apostasia del loro vescovo. La storia mostra così che Dio permette talvolta che i semplici fedeli possiedano più forza e fedeltà di alcuni membri dell’alto clero.

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Quando i fedeli costrinsero un papa a condannare l’errore

Un altro esempio, ancora più inatteso: un episodio del pontificato di Eugenio I, nel VII secolo, in piena crisi del monotelismo. Eletto nel 654, il papa inviò dei legati a Costantinopoli. Essi tornarono con una richiesta dell’imperatore: il pontefice doveva riconoscere il patriarca eretico di Costantinopoli e approvare una lettera le cui formulazioni erano, se non apertamente eretiche, almeno dottrinalmente ambigue.

 

Questa lettera fu esaminata pubblicamente nella basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. Il clero e i fedeli furono talmente scandalizzati da queste ambiguità che rifiutarono di lasciare che il papa iniziasse la celebrazione della messa prima che avesse promesso pubblicamente di non riconoscere il patriarca e di condannarne la lettera.

 

Mons. Schneider non manca di rilevare il carattere particolarmente attuale di questo episodio. «Che cosa accadrebbe se i laici, in certe assemblee cosiddette sinodali della nostra epoca, chiedessero al papa e ai vescovi di condannare le eresie e le ambiguità più diffuse nella dottrina e nella pratica all’interno della Chiesa?». E aggiunge: «Ecco che cosa sarebbe un metodo sinodale veramente cattolico!».

 

Perché il papa e i vescovi «non sono i padroni né gli autori della fede, ma devono esserne i custodi, i difensori e gli innamorati fedeli e scrupolosi».

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Il papa «portato» dalle preghiere di una religiosa

La conferenza assume poi una dimensione più spirituale. Mons. Schneider ricorda che i membri della gerarchia, malgrado la loro autorità, sono essi stessi sostenuti dalle preghiere e dai sacrifici dei più umili membri della Chiesa.

 

A tale proposito riferisce una visione attribuita al cardinale Niccolò Cusano, nel XV secolo. In una piccola chiesa antica, il cardinale scorge più di mille religiose in preghiera. Tutte stanno in piedi, con le braccia aperte e i palmi rivolti al cielo. Nelle loro mani portano misteriosamente uomini, donne, re, imperatori, città e interi Paesi.

 

Una giovane religiosa, fragile e quasi bambina, porta il papa. Il carico sembra molto pesante per lei, ma il suo volto risplende di gioia. Il cardinale scopre poi la propria persona nelle mani di una religiosa anziana. Distingue le colpe della sua anima e della sua vita. La sua guida gli spiega che queste preghiere sostengono i peccatori che, malgrado le loro debolezze, non hanno smesso di amare Dio.

 

Ma che ne è di coloro che non amano più? Condotto nella cripta, il cardinale scorge altre religiose che portano questa volta le anime non nelle mani, ma nel cuore. Alcune ritrovano l’amore di Dio grazie a questi sacrifici; altre dovranno rispondere davanti al Giudice divino delle grazie offerte per loro. «Ogni sacrificio porta frutto», conclude il racconto.

 

Con questa immagine, mons. Schneider sottolinea la potenza nascosta della vita contemplativa e dei sacrifici offerti per la Chiesa, compresi i suoi pastori infedeli.

«Dobbiamo svegliare il Signore»

La crisi attuale non deve condurre i cattolici alla disperazione. Per mostrarlo, mons. Schneider torna all’immagine evangelica della barca degli Apostoli, sballottata dai flutti, mentre Cristo dorme. Il Signore sembra assente, ma è presente. Si leverà e comanderà alla tempesta, come fece sul lago di Tiberiade.

 

Il vescovo racconta un ritiro predicato dal cardinale Robert Sarah a diversi vescovi in Polonia. Evocando proprio questa scena evangelica, il cardinale aveva dichiarato: «Dobbiamo svegliare il Signore!». Un altro vescovo gli aveva allora risposto: «Eminenza, se dormiamo anche noi, chi sveglierà allora il Signore?».

 

Come svegliare oggi il Signore? Con una vera tempesta di preghiere, con l’offerta di sacrifici e con atti di riparazione, risponde mons. Schneider.

 

Riferisce anche un aneddoto del cardinale Joseph Zen, grande difensore della Chiesa in Cina e innamorato della liturgia tradizionale. Interrogato sul suo canto gregoriano preferito, il cardinale aveva scelto l’introito della domenica di Sessagesima: Exsurge, quare obdormis, Domine? Exsurge, Domine, adjuva nos et libera nos. (Alzati, Signore! Perché dormi? Alzati, Signore, aiutaci e liberaci!).

 

Il cardinale Zen raccontò di aver cantato un giorno questo introito davanti a un cardinale romano che restava sordo alle sue spiegazioni riguardo a una questione importante per la Chiesa. Exsurge! – «Svegliati!».

La Croce, le famiglie e i giovani sacerdoti: i segni della ripresa

Mons. Schneider ricorda che la Croce resta il segno distintivo dei cristiani. Non è una semplice decorazione, ma lo strumento della nostra salvezza. Ave crux, spes unica: «Salve, o Croce, nostra unica speranza!». Le sofferenze sopportate per la fedeltà alla fede non sono inutili quando sono unite al sacrificio di Cristo. Un giorno, afferma, i cattolici ringrazieranno Dio persino per le prove attraversate in mezzo a questa terribile tempesta.

 

Egli scorge già gli strumenti del rinnovamento della Chiesa nelle grandi famiglie cattoliche, nelle religiose contemplative, negli eremiti, nei giovani fedeli, nei seminaristi e nei sacerdoti che amano la fede e la liturgia tradizionali. «Dio ama proprio servirsi dei piccoli per compiere le sue opere onnipotenti».

 

Il prelato ricorda anche le parole di mons. Fulton Sheen, rivolte nel 1972 ai Cavalieri di Colombo: «Chi salverà la nostra Chiesa? Non saranno i nostri vescovi. Non saranno i nostri sacerdoti. Non saranno i religiosi. Tocca a voi, fedeli, farlo». Non si tratta per i laici di sostituirsi alla gerarchia, ma di vigilare affinché i sacerdoti agiscano da sacerdoti, i vescovi da vescovi e i religiosi da religiosi.

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La visione di una basilica di San Pietro restaurata

Per concludere il suo intervento, mons. Schneider evoca una visione della beata Anna Katharina Emmerick, avuta durante l’ottava di Natale del 1819. La mistica tedesca vide la basilica di San Pietro a Roma in corso di demolizione. Dei membri del clero partecipavano alla sua distruzione.

 

Una donna maestosa apparve allora sopra la cupola e distese sulla basilica un manto luminoso, simile all’oro. I demolitori non poterono più avvicinarsi. Dall’altra parte, uomini anziani, malati o dimenticati, numerosi giovani, donne, bambini, chierici e laici si misero a ricostruire l’edificio. La basilica fu presto restaurata.

 

Apparve poi un nuovo papa, più giovane e più austero del suo predecessore. Allontanò diversi membri del suo entourage, compresi alcuni ecclesiastici di alto rango, e si circondò di altri collaboratori, chierici e laici. Una grande solennità fu allora celebrata nella basilica restaurata. Mons. Schneider vede in questa visione un’immagine confortante della futura restaurazione della Chiesa.

 

Termina invitando i cattolici a chiedere senza sosta santi papi, che non temano i potenti di questo mondo, non scendano a compromessi con lo spirito del tempo, difendano la fede fino al sangue e trasmettano fedelmente la venerabile liturgia romana. La Santa Sede deve tornare a risplendere come cattedra di verità per il mondo intero.

 

Nonostante la profondità della crisi, il prelato resta certo dell’esito del combattimento: «Crediamo e speriamo nella vittoria di Cristo sull’occupazione ostile all’interno della Chiesa. Christus vincit!».

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Nuvola a forma di Croce sopra Lourdes

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Una stupenda nuvola cruciforme è apparsa al tramonto sul cielo di Lourdes. Il racconto, e le foto, ci arrivano da un lettore, che è fedele della FSSPX e che si trovava a Lourdes con sacerdoti e altri fedeli della Fraternità.   Interrogato da Renovatio 21 sulla situazione, ci ha risposto che la nuvola si è palesata dopo il Santo Rosario recitato con don Chad Kinney, FSSPX nella spianata del santuario di Lourdes. «Mi trovavo con un’amica, e prima di tornare all’albergo, ci siamo attardati un pò per visitare la basilica sotterranea di San Pio X» scrive il fedele. «All’uscita, poco dopo le 18 abbiamo notato l’immagine del Crocifisso in cielo e l’abbiamo fotografata. Questo è tutto!»   Di fatto, la faccenda è davvero semplice: un segno di purezza, di bellezza, di giustizia – in una parola, di sacro – che appare in cielo. Solo nel mondo secolarizzato, cioè massonizzato e satanizzato, ciò stupisce.   Nel frattempo, la persecuzione delle autorità di Lourdes verso la FSSPX continua.   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa il vescovo di Tarbes e Lourdes monsignor Jean-Marc Micas aveva ritirato alla Fraternità il permesso di celebrare la Santa Messa, i sacramenenti e di dire preghiere pubbliche. È lo stesso prelato che poche settimane fa aveva favorito un pellegrinaggio «islamico-cristiano» fin dentro i luoghi dell’apparizione mariana.   Come riportato da Renovatio 21, la FSSPX aveva mantenuto il progetto di pellegrinaggio, ed è proprio questo con la nuvoletta a vegliare sui fedeli.   Infovaticana ad inizio settimana aveva informato che le «autorità francesi hanno vietato le due processioni religiose che la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) aveva previsto per i giorni 24 e 25 ottobre a Lourdes, adducendo la minaccia terroristica e la mancanza di personale di polizia per garantire la sicurezza dei partecipanti».   Si tratta del combinato disposto della chiesa e dello Stato francesi, da decadi nemici acerrimi della FSSPX nel Paese un tempo cristianissimo. C’è da dire che – realtà in vera espansione – in Francia la Fraternità Sacerdotale San Pio X conta 46 priorati, 186 cappelle, 63 scuole di vario ordine e grado, 3 centri di ritiro spirituale. Tutti sempre pieni: a differenza delle chiese conciliari, che nel Paese vengono incendiate o abbattute.   Rimane, tuttavia, questo bel segno celeste del pellegrinaggio proibito dei FSSPX a Lourdes. Davvero incontrovertibile.

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