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Immigrazione

Il pattern della strage di Modena: jihad, psicosi, anarco-tirannia

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Ci hanno messo un po’ a dirci che il responsabile sarebbe un nordafricano. Non solo in Italia: ma pure all’Estero, dove l’efferato episodio di violenza ha avuto eco, hanno fischiettato. Tipo il New York Times, che ha titolato «Macchina sulla folla». Cioè, capito, la macchina, tipo senza pilota, che si scaglia a 100 all’ora contro pedoni a caso. Eccerto: anche il NYT aderisce a suo modo alla Carta di Roma, il giornalista deve evitare finché può di dire che il protagonista del fatto di nera è un immigrato.

 

Poi, quando è divenuto impossibile tacere delle origini del sospettato, è partita la litania psichiatrica: è solo un caso di malato di mente, è uno spostato, ha problemi, non c’entra nulla col terrorismo islamico. Trapela che le forze dell’ordine che hanno perquisito la casa non avrebbero trovato traccia di estremismo.

 


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Insomma, circolare. Cioè, in senso metaforico: perché proprio nel non circolare, nella trasformazione del traffico in un’arma di insicurezza collettiva, si basa, a nostro dire, la strategia profonda dietro questo tipo di eventi.

 

Abbiamo, negli anni, preso qualche appunto. Al punto che è evidente a chiunque, per quanto lo si voglia negare, che c’è un pattern preciso, pure rivendicato, dietro questa modalità stragista.

 

20 giugno 2015, Graz, Austria: un uomo di 26 anni di origini bosniache, Alen R., lancia un SUV a tutta velocità nella zona pedonale della città, uccidendo 3 persone e ferendone 36. Le perizie riscontrano una grave psicosi paranoide e l’uomo viene dichiarato non imputabile ma internato in un ospedale psichiatrico.

 

14 luglio 2016, Nizza, Francia: Mohamed Lahouaiej-Bouhlel (un tunisino) guida un camion di 19 tonnellate per oltre 2 km sulla Promenade des Anglais durante i festeggiamenti del 14 luglio. 86 morti, oltre 430 feriti. Arriva la rivendicazione dell’ISIS.

 

9 dicembre 2016, Berlino, Germania: Anis Amri (un altro tunisino) ruba un camion e lo lancia contro il mercatino di Natale a Breitscheidplatz. 12 morti, 56 feriti. Rivendicato dall’ISIS anche questo.

 

17 agosto 2017, Barcellona, Spagna: il marocchino Younes Abouyaaqoub guida un furgone contro i pedoni sulle Ramblas.
16 morti, oltre 130 feriti. L’ISIS rivendica. Seguito da un altro attacco a Cambrils

 

22 marzo 2017, Londra, Gran Bretagna: Khalid Masood (un britannico convertito) lancia un’auto contro i pedoni sul Westminster Bridge, poi accoltella. 5 morti (4 sul ponte + 1 poliziotto). L’eccidio viene considerato attentato jihadista.

 

3 giugno 2017, Londra, Gran Bretagna: tre attentatori (inclusi Khuram Shazad Butt e Rachid Redouane) lanciano un furgone contro i pedoni sul London Bridge, poi accoltellano. 8 morti, 48 feriti. Rivendicazione ISIS

 

19 giugno 2017, Parigi, Francia: auto contro veicolo della polizia sui Champs-Élysées. L’attentatore viene ucciso.

 

31 ottobre 2017, Nuova York, Stati Unit d’America: l’uzbeco Sayfullo Saipov guida un pickup su una pista ciclabile.
8 morti, 11 feriti. Rivendicato dall’ISIS; Saipov ha gridato l’immancabile «Allahu Akbar».

 

20 dicembre 2024, Treviri, Germania: Taleb al-Abdulmohsen, uno psichiatra di 50 anni di origine saudita residente in Germania, lancia la sua BMW contro la folla a un mercatino di Natale a Magdeburgo uccidendo 5 persone. Le indagini hanno da subito iniziato a dire che l’uomo non era un estremista islamico, perché sui social criticava apertamente la religione, bensì un soggetto affetto da una grave forma di psicosi.

 

Pasqua 2026, un mese fa: un camion merci che procedeva ad alta velocità si è lanciato contro dei cattolici durante una funzione religiosa all’alba di Pasqua in Pakistan, causando un morto e 60 feriti.

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È una lista incompleta, perché vi sono molti altri casi. Questa testata ha spesso riportato gli allarmi, in tutta Europa, che ciclicamente giunge per i mercatini di Natale, obiettivo facile per le stragi automobilistico-jihadiste.

 

C’è da notare, da una parte, il pattern terrorista – l’uso dell’auto come arma, seguito, quando questa diviene non più utilizzabile per seminare la morte, dall’uso del coltello per colpire passanti a caso (esattamente come a Modena…) – , dall’altra, il pattern giornalistico: molto spesso viene invocata la questione psichiatrica, insomma gli stragisti so’ pazzi, e quindi non c’è nulla da farci, non è possibile prevenire il problema, ce lo dobbiamo tenere e basta, come un raffredore o un’emicrania.

 

Si tratta, crediamo, di una forma di manipolazione che la grande informazione dell’establishment, in accordo con lo Stato moderno (in Italia, ovunque) vuole infliggere alla popolazione che, di suo, potrebbe cominciare ad avere qualche dubbio sulle ramificazioni che l’immigrazione massiva degli ultimi tre lustri direttamente sulla nostra esistenza.

 

Questa malafede è sensibile per chi, all’altezza del Natale 2015 (cioè, a breve distanza dal Bataclan), ha cominciato a vedere moltiplicarsi ai bordi dei centri storici pedonali delle città italiane i simpatici «panettoni» di cemento per impedire l’ingresso alle auto, specie quelle di grossa taglia come furgoni, SUV etc. Il ministero degli Interni, e quindi le questure, qualcosa sapevano.

 

Perché il lettore di Renovatio 21 riconosce come dietro alle stragi con l’auto vi sia un pensiero preciso delineato apertis verbis dall’estremismo islamico organizzato. Infatti, la tattica è stata esplicitamente promossa espressamente nella rivista di Al-Qaeda (sì, Bin Laden era pure editore, come noi) Inspire. Lo stesso dicasi per l’ISIS, che parlò dei veicoli assassini nella sua rivista Dabiq nel 2016, specificando il fine di massimizzare le vittime con mezzi semplici.

 

Nel 2010, Inspire, la rivista online in lingua inglese prodotta da al-Qaeda nella Penisola Arabica, esortava i mujaheddini a scegliere luoghi «solo pedonali» e ad assicurarsi di prendere velocità prima di lanciare i loro veicoli contro la folla per «ottenere la massima strage». L’articolo si intitolava «The Ultimate Mowing Machine», cioè la«falciatrice definitiva», e mostrava un SUV dotato di lame.

 

Il fenomeno ha un nome preciso: vehicle-ramming attack, o VAW (vehicle as a Weapon, il veicolo come arma). Gli analisti dell’Intelligence ritengono si tratti di un’attraente alternativa, più economica e logisticamente semplice, del suicidio kamikaze, che invece richiede il contrabbando dell’esplosivo, la produzione della veste, etc.

 

Secondo l’FBI l’attacco con veicoli «offre ai terroristi con accesso limitato a esplosivi o armi l’opportunità di condurre un attacco sul territorio nazionale con una formazione o esperienza minima».

 

È noto come alcuni canali Telegram di radicalizzazione promuovevano attacchi con «camion, coltelli, bombe, qualsiasi cosa. È Tempo di vendetta», scrive il Combating Terrorism Center di West Point. Alcuni canali hanno inoltre diffuso «manuali operativi», basati su attacchi low-tech di successo realizzati in passato dai sostenitori dello Stato Islamico. Concepiti come guide didattiche per potenziali aggressori, questi manuali descrivono nei dettagli l’addestramento, la pianificazione e le strategie di attacco di autori come Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, che nel 2016 ha lanciato un camion merci contro la folla a Nizza, in Francia, uccidendo 86 persone e ferendone oltre 400.

 

Questi manuali rappresentano un nuovo tentativo non solo di glorificare gli aggressori e incoraggiare trame analoghe, ma anche di consentire ai potenziali autori di imparare dai successi e dai fallimenti degli operatori precedenti.

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È interessante ricordare anche la rivista Rumiyah (che significa «Roma» in arabo, in riferimento all’ambizione di conquistare l’Occidente) era la pubblicazione in inglese di propaganda dell’ISIS, uscita dal 2016 al 2017 come successore di Dabiq. Era più orientata verso i «lone wolf» ( i terroristi che agiscono singolarmente, i «lupi solitari») in Occidente rispetto a Dabiq, che era più ideologica e sullo Stato Islamico.

 

La sezione ricorrente più importante di Rumiyah era «Just Terror Tactics» («Tattiche di Terrore Giusto»), che dava istruzioni pratiche e dettagliate su come commettere attentati semplici con mezzi comuni. Qui si scriveva che «sebbene siano una parte essenziale della vita moderna, pochissimi comprendono realmente la capacità letale e distruttiva del veicolo a motore e la sua capacità di causare un gran numero di vittime se utilizzato in modo premeditato».

 

Veniva quindi definito come il veicolo ideale il camion da carico pesante, a doppio asse posteriore, per schiacciare meglio le vittime: grande peso, accelerazione ragionevole, telaio e paraurti leggermente rialzati (per salire sui marciapiedi e superare barriere). Erano dati preziosi suggerimenti per il massacro: riempire il serbatoio di carburante, pianificare il percorso (accelerare al massimo su strade con folla), rubare il veicolo «con la forza o con l’inganno» se necessario (noleggi, furti), portare armi aggiuntive (coltelli, armi da fuoco) per continuare l’attacco dopo lo schianto.

 

Gli obiettivi consigliati erano i grandi raduni all’aperto: mercati, festival, parate, celebrazioni, convention, strade pedonali affollate, eventi politici e qualsiasi attrazione esterna che attiri grandi folle, specialmente con poca sicurezza, massimizzando morti e feriti schiacciando e travolgendo le persone, ricordando ai «crociati» (cioè gli occidentali) il terrore che l’Islam può infliggere loro.

 

L’articolo sulla rivista ISIS includeva immagini di camion a noleggio e della parata del Giorno del Ringraziamento di Macy’s a New York come esempio di obiettivo di morte.

 

Nel numero 9 (maggio 2017) di Rumiyah, la rubrica «Just Terror Tactics: Truck Attacks» («Tattiche del Terrore Giusto: attacchi con i camion») conteneva un’infografica con consigli su selezione del veicolo, acquisizione e target (festival, mercati, raduni). Riprendeva e raffinava i consigli precedenti. La rivista jihadista quindi lodava gli attacchi riusciti (Nizza 2016, Berlino 2016) definendoli «operazioni di terrore giusto» compiute da «soldati del Califfato».

 

Ciò che non è perfettamente compreso è come l’ISIS abbia creato una sorta di «globalizzazione degli spostati»: qualsiasi persona più o meno disturbata, o semplicemente adirata con il sistema, poteva commettere una strage e poi «donarla» allo Stato Islamico, che rivendicava. In pratica, è una sorta di franchising della psicosi assassina.

 

Non solo l’islamismo ultra-wahabita dell’IS gode di questa capacità: altri gruppi molto meno organizzati, come gli Incel o certo suprematismo bianco e sicuramente i transessuali armati, può incappare nello stesso meccanismo: il pazzo fa la strage, in seguito viene esaltato, vivo o morto, da forum internet (non solo nel Dark Web) di suoi simili. Ciò è vero persino per chi, come gli school shooter americani, fa la strage solo per il gusto di farlo, forse solo perché annebbiati dagli psicofarmaci SSRI: gli assassini, si è scoperto, hanno un profondo seguito online fatto da ragazzi e ragazze che vogliono emulare.

 

L’ISIS è solo più organizzata di questi gruppi, e ciò è riconosciuto dall’affiliazione indiretta ma esibita di tanti movimenti di terroristi di tutta l’Africa, che scelgono volentieri il brand della massima realtà jihadista.

 

Di fatto, lo Stato Islamico è un culto della morte che è riuscito a sussumere gli impulsi della gioventù islamica mondiale, in ispecie quella di seconda o terza generazione immigrata in Occidente – ciò era chiaro quando, una dozzina di anni fa, comparivano in rete i meme di propaganda ISIS tarati proprio sulla generazione giovanissima: «This is our Call of Duty. And we respawn in Jannah», diceva un’immagine circolante in rete che prendeva spunto dal famoso videogioco: «Questa alla nostra chiamata al servizio. E ci rigeneriamo (cioè, quando nei videogame si reinizia dopo essere stati uccisi) in paradiso».

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Ora ha poca importanza che pure il ministero dell’Interno continui a spiegarci che si tratta di «problemi psichiatrici».
No, questa è la psicosi stragista che giocoforza si genera con l’immigrazione di massa, e sulla quale il terrore organizzato programma lo sfruttamento.

 

«Allahu Akbar» gridato o meno, è evidente che gli effetti – la macchina assassina, i coltelli, la strage – sono i medesimi. Tragedie che esistono solo in funzione dell’immigrazione.

 

Se poi uno si chiede se c’è un motivo profondo, al di là dell’intenzione di morte degli attentatori immigrati, rispondiamo con semplicità: è l’anarco-tirannia. È il caricamento di uno Stato tirannico per il cittadino ma anarchico per l’immigrato, la cui funzione diviene quella di terrorizzare il cittadino, e levargli dalla testa altre aspirazioni (la famiglia, il salario, la salute) che non siano la sua stretta sopravvivenza.

 

Perché, poco più in là, c’è la proposta della biosorveglianza assoluta: per evitare che succedano queste cose, accetta di sottoporti al totalitarismo elettronico totale, il riconoscimento facciale, l’auto che può essere spenta da remoto.

 

Quindi, visto che la barzelletta secondo cui ci pagano le pensioni non è più possibile, diciamo la verità: l’importazione di milioni di immigrati giovani e criminali (criminali nell’atto stesso di immigrazione clandestina) serve da volano per lo Stato della sorveglianza totalista, di cui abbiamo avuto un assaggio col green pass.

 

Abbiamo scritto, in passato, che il futuro ruolo degli immigrati fatti entrare in massa poteva essere quello dei nostri guardiani durante la prossima emergenza: in realtà, la nostra sottomissione la stanno producendo già oggi comportandosi da assassini.

 

Il nostro domani, e in realtà già il nostro presente, ha due principali ingredienti: massacro e controllo. L’anarco-tirannia non è un concetto, ma è ciò che impatterà materialmente sulla vostra esistenza rendendola un inferno.

 

Roberto Dal Bosco

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Gender

Migranti LGBT deportati da Trump in Paesi «ostili»

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I migranti LGBT sono stati deportati dall’amministrazione Trump verso Paesi terzi «ostili». Lo riporta l’agenzia Reuters.   Almeno 40 migranti LGBT sono stati rimandati in Paesi africani che criminalizzano le relazioni omosessuali o che il Dipartimento di Stato americano ha definito «ostili» a tali relazioni.   «Reuters ha seguito il destino di tutte e 40 le persone, provenienti da tutta l’Africa, nonché da Iraq, Giamaica e Russia, intervistando una dozzina di deportati e avvocati specializzati in immigrazione e analizzando centinaia di pagine di documenti legali», riporta l’agenzia.   «Sedici di loro si trovano ancora nei paesi in cui sono stati deportati e alcuni sono tuttora detenuti. Altri sedici (…) sono stati rimpatriati nei loro Paesi d’origine contro la loro volontà. Nove si nascondono in Paesi terzi. Un uomo ghanese non è più in contatto con i suoi avvocati o parenti», hanno affermato.   I Paesi indicati come ostili sono la Sierra Leone, la Guinea Equatoriale, il Camerun, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo e l’Eswatini, in precedenza Swaziland.

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Le espulsioni verso Paesi terzi, cioè i casi in cui una persona viene rimpatriata in un Paese diverso da quello di residenza, erano rare durante la prima amministrazione Trump, ma sono diventate una delle politiche migratorie centrali della seconda. La misura, adottata dal Dipartimento per la Sicurezza Interna nel marzo 2025, consente ai funzionari di espellere cittadini stranieri in sole sei ore.   L’amministrazione Trump ha accordi con diverse decine di Paesi per accogliere deportati che non sono loro cittadini. In Africa figurano Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Swaziland, Guinea Equatoriale, Ghana, Ruanda e Uganda. In America Latina hanno accettato di accogliere migranti di Paesi terzi anche Costa Rica, Guatemala, El Salvador e Honduras.   Reuters afferma che almeno 40.000 persone sono state deportate in Paesi terzi, di cui circa 900 in Africa.   A metà settembre una corte d’appello ha bloccato la politica, sostenendo che l’amministrazione non permetteva ai migranti di esprimere le proprie preoccupazioni sui maltrattamenti prima di essere deportati.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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Immigrazione

Catastrofe immigrata a Vicenza. L’anarco-tirannia maranza espugna un’altra città

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L’anarco-tirannia immigrata ha dato una prova ulteriore di forza, conquistando di fatto un’altra città italiana. Il significato epocale dell’accaduto, tuttavia, sembra non essere chiaro a tutti i politici che, da destra o sinistra, ora lamentano l’accaduto. Né ai giornali dell’establishment, che non riescono nemmeno a parlare di quanto successo come di una questione legata all’immigrazione.

 

In verità siamo dinanzi ad un momento storico, il cui senso, per il destino delle nostre città e della società stesso, va compreso fino in fondo.

 

I fatti: sabato pomeriggio a Vicenza, Campo Marzo, l’area verde davanti alla stazione. Un migliaio di giovani immigrati hanno risposto all’appello social di Hamza Messaf, influencer noto come «Ilvucumprà», che, con barbetta che può ricordare altri tipi di predicatori, su Instagram e TikTok aveva convocato i suoi follower per il «battle aura tour»: nel gergo delle nuove generazioni, avere aura significa avere carisma. Si tratta di una disfida di pose, balletti a favore di smartphone la cui cifra narcisistica è autoevidente.

 

Secondo quanto riportato, l’«evento» vedeva in palio vestiti da distribuire gratis ai partecipanti. Si è presentata una marea di immigrati tra i 15 e i 18 anni, ma anche, dicono le cronache, di 10-11, alcuni con i genitori (che immaginiamo siano immigrati che approvano l’ambiente). In pratica, un’immane orda maranza radunatasi a viale Roma, il tratto di strada costeggiato dal verde di Campo Marzo che congiunge la stazione ferroviara al centro storico palladiano.

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Il Messaf vucumprà (nome che ascoltiamo perfino con una certa nostalgia) aveva avvisato le forze dell’ordine, e il viale era presidiato da questura, carabinieri e polizia locale. Alla notizia del suo arrivo la folla si è spostata in viale Roma, all’ex Caffè Moresco (un locale bello e antico, costruito nel 1838 in stile neomoresco, ma che non trova pace: continua a cambiare gestione senza trovare stabilità a causa della percezione del degrado circostante) e infine al Park Verdi, inseguendo l’influencer assediato dai fan.

 

I giornali scrivono che quindi la situazione sarebbe «degenerata». Si parla di un’aggressione all’influencer, non confermata dalla questura. Nel parcheggio sono state divelte una sbarra e la porta dell’ascensore per l’interrato, mentre il furgone di Messaf ha perso un finestrino nell’allontanarsi. Qualcuno è rimasto ferito, con sangue sul marciapiede.

 

Attenzione: il Park Verdi, cosa che non sembra interessare le testate che ne parlano, è un parcheggio sotterraneo. Non è chiaro se l’intenzione sia stata quella di spostare il tutto sottoterra, ma vi sono immagini circolanti della massa che sale dall’uscita (dove sono state distrutte le sbarre), più ci sono le voci dell’ascensore danneggiato. Il Park Verdi è il luogo dove, avendoci i soldi – perché è ovviamente caro – uno mette la macchina per averla comoda e custodita in sicurezza. Anche questa piccola certezza svanisce grazie all’invasione maranza: in un’ulteriore infrazione della logica pubblica e civile, chi ha sborsato di più si è ritrovato con il bene dell’auto esposto alla barbarie.

 

I disordini anche in piazzale Giusti (che, con una genialata dell’assessorato, è stato reso a senso unico, intasando il traffico dell’area), corso San Felice (dove è stato messo il traffico a due sensi, contestatissimo dai locali), via Napoli (sede di call-center e delle attività delo sottobosco immigrato) e viale Milano, vera casbah cittadina dove in molti hanno paura a camminare anche di giorno, di notte nemmeno a parlarne.

 

Secondo quanto riportato, alcune ragazze avrebbero riferito di molestie: immancabili in queste occasioni, dove certamente non si può fare a meno della grande tradizione della taharrush gamea, la molestia di massa araba.

 

La zona è da anni al centro delle polemiche cittadine. Il Campo Marzo è luogo non solo di bivacco di balordi immigrati, ma anche di spaccio all’aperto (fenomeno impensabile in città solo pochi decenni fa) e pure di accoltellamenti. Chi scrive può testimoniare che, provando ad attraversarlo di sera per puro esperimento, il luogo si è trasformato chiaramente in una no-go zone.

 

Una cancellata eretta per escludere una parte del parco ha avuto esiti tristi e grotteschi, come l’imprigionamento della statua di Antonio Pigafetta, il letterato vicentino diarista di Magellano. Ne avevamo scritto in un articolo su Renovatio 21: nel tratto di strada dove vi era un grande cinema, un eccezionale negozio di musica, una banca, un rinomato commercio di giocattoli, una libreria tramite la quale lo scrivente da giovanissimo aveva potuto leggersi Shakespeare, Nietzsche, Proust, Schopenhauer a 1000 lire al colpo, tutto è stato sostituito da molteplici kebab e, novità che fa comprendere la portata dell’immigrazione dell’Africa nera, rivendite di pollo fritto, tutte l’una accanto all’altra.

 

Lo avevamo definito come il fenomeno delle nostre città ridisegnate dagli immigrati. I sonori schiamazzi maranza udibili in piazza De Gasperi, l’esedra con cui termina viale Roma, dimostrano che il dominio immigrato del territorio è incontrastato. Tali osservazioni, tuttavia, paiono sfuggire del tutto al potere costituito.

 

In un’ulteriore mossa urbanistica che ha dell’incredibile, il comune ha di fatto ristretto enormemente le carreggiate in viale Roma per ampliare parossisticamente il marciapiede – cioè dove stanno gli immigrati – disassando al contempo la prospettiva di chi arriva verso la città, che si trova ridicolmente fuori asse rispetto alla porta del Giardino Salvi che si scorge alla fine del viale.

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Qui è sensibile tutta l’insipienza dello Stato moderno: i grandi viali non solo danno il giusto respiro di bellezza e di potenza di una città, ma consentono alle autorità di portare rapidamente truppe per sedare disordini. È la lezione del barone Georges-Eugène Barone Haussmann, che abbattendo edifizi a favore di grandi boulevard trasformò radicalmente il volto di Parigi tra il 1852 e il 1870, su incarico di Napoleone III. Poco dopo anche la Roma post-papalina decide di hausmanizzare l’urbe creando via Nazionale, Corso Vittorio Emanuele II, via Cavour.

 

Ora, nel momento del caos maranza, si può capire quanto tale semplice principio urbanistico sia attuale – oltre che esteticamente giusto.

 

Parliamo proprio di Hausmann perché la realtà della situazione, a quanto pare ancora non compresa dal potere cittadino né da quello romano, è quella di un problema militare. Non si tratta di una questione sociale, o addirittura educativa, come ha pazzescamente dichiarato il sindaco di sinistra.

 

E non si tratta nemmeno di ordine pubblico: no, quello che stiamo vedendo è, a tutti gli effetti, un’invasione del territorio nazionale. Non stiamo parlando in linguaggio figurato. La volontà stessa della massa immigrata è annunciata da essa apertis verbis. Non solo nei video circolanti sui social giovanili, ma pure in slogan scanditi al momento della conquista: i giornali, per pudore da Carta di Roma immaginiamo, non riportano alcun virgolettato di quanto cantato dagli stranieri a Vicenza sabato scorso. Arriva solo una parafrasi: dicono che inneggiavano al cambiamento del Paese.

 

Sui social invece qualcuno insinua che sarebbe stato detto «Avete visto cosa è successo in Francia? Questi vogliono cambiare questo fottuto Paese» oppure «bruciamo l’Italia come la Francia», con riferimento ai belluini fatti d’Oltralpe di questi giorni.

 

In pratica, non solo un chiaro intento eversivo (per il quale vi è nel Codice Penale l’intera categoria dei delitti contro la personalità dello Stato, oltre ai più generici delitti contro l’ordine pubblico), ma il tentativo riuscito di espugnare una parte del territorio italiano per farne qualcos’altro – forse quella cosa che nei centri sociali degli anni Novanta si chiamava T.A.Z., zona temporaneamente autonoma, come nell’idea del teorico anarco-pedofilo Hakim Bey.

 

Erano T.A.Z. la Genova devastata durante il G8 del 2001, dove i manifestanti «aprivano» negozi e pompe di benzina abolendo le leggi sociali. Sono T.A.Z. i rave illegali dove, con l’occupazione non autorizzata di suolo pubblico o privato, i raver possono riempirsi di droghe sintetiche e fare qualsiasi cosa vogliano. Sono T.A.Z., ma questo è più difficile ammetterlo, anche perché il carattere di temporaneità si perde, le no-go zone islamiche di Finsbury Park a Londra, Saint–Denis a Parigi, Molenbeek a Bruxelles, Malmö in Svezia e in Italia, con episodi di disordine assicurato a capodanno, San Siro a Milano. È solo una manciatina di esempi eclatanti: un report recente stima che esistano tra le 900 e le 1.000 aree urbane con caratteristiche riconducibili a no-go zone.

 

Per il lettore di Renovatio 21 si tratta di un déjà vu. Questo fenomeno lo avevamo visto, e analizzato in tutta la sua portata epocale, ancora quattro anni fa, quando un’intera cittadina fu di fatto sottratta al controllo dello Stato italiano: Peschiera del Garda, quando una torma di ragazzini africani – forse duemila elementi – si impossessò degli spazi urbani, urlando e vandalizzando con il fine, esplicitato in vari messaggi sui social, di rendere il paese lacustre non più Italia, ma Africa.

 

In pratica, non si trattava di una festa – o di un rave, come aveva scritto qualche giornalista eunuco – ma di una vera, enorme manifestazione identitaria: individui nati e cresciuti in Italia ma che si sentono parte di una supposta identità pan-africana (dove i maghrebini possono convivere con i subsahariani: nell’Africa vera non è così facile….). Tale sentimento rappresenta una lieve foglia di fico per l’odio che essi nutrono verso il Paese dove stanno. Un disprezzo che è slatentizzato, disinibito, tracotante – e impunito.

 

Il lettore di Renovatio 21 può vedere la continuità totale fra i due eventi: come a Peschiera, anche a Vicenza il raduno è lanciato sui social, i ragazzini immigrati si riprendono con il telefonino in danze ebeti e pose di narcisismo imbecille, gli slogan si basano sull’antinazionalismo sfrontato, i danni alle proprietà vengono inflitti automaticamente.

 

In ambo le situazioni il cittadino assiste all’impotenza delle forze dell’ordine. Erano semplicemente allucinanti le scene di Peschiera dove la carica dei celerini veniva derisa dagli astanti, perché colpiva, se riusciva ad acchiapparli, solo pochi ragazzini immigrati, con gli altri che sghizzavano e riprendevano tutt’intorno, magari saliti sopra il tetto di un’automobile. È la rappresentazione plastica dell’impotenza dello Stato, della vittoria del programma di conquista immigrato, che i giovani hanno l’impudenza di dichiararci in faccia, e per questo bisogna esser loro grati.

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Infine osserviamo come in questi accadimenti arrivano sempre le storie di molestie alle donne, rammentando che per le ragazzine italiane aggredite sul treno che da Peschiera andava a Milano (erano state a Gardaland, sul vagone prima degli abusi è stato detto loro che quel vagone non era per le italiane) l’inchiesta è stata archiviata, perché le telecamere dei treni non erano in funzione. Del significato sociopolitico e strategico dello stupro sistemico, nel contesto di invasione in corso, abbiamo parlato in un altro articolo.

Dobbiamo comprendere che queste scene, questi delitti diffusi, sono solo l’anteprima di ciò che ci aspetta – e non solo nelle banlieues alla parigina, ma, come visibile, nel cuore storico stesso delle nostre città. Una società riformulata secondo la barbarie continua, un mondo dove ogni logica umana di sicurezza, e di giustizia, viene cancellato.

 

Abbiamo usato per questa situazione il termine coniato negli anni Novanta dallo scrittore «paleoconservatore» Samuel T. Francis (1947-2005), «anarco-tirannia». L’anarco-tirannia descrive uno Stato che resta potente e funzionante in molti ambiti, come tasse, burocrazia e regolamentazione, ma che non svolge o rifiuta di svolgere le sue funzioni protettive fondamentali. Il risultato è una combinazione di due cose: L’anarchia, perché i criminali veri non vengono perseguiti o vengono tollerati; la tirannia, perché il potere dello Stato si abbatte invece sui cittadini onesti e rispettosi della legge.

 

Chi ricorda l’epoca COVID ha potuto testimoniare con quale pugno di ferro lo Stato moderno distruggeva i diritti fondamentali, persino i suoi stessi principi costituzionali, per reprimere il cittadino: al contempo, in lockdown era possibile vedere sgherri immigrati continuare nel loro bivacco pubblico, che proseguiva beato in assenza di green pass. Scendendo più nel quotidiano, lo stesso può dirsi delle multe, del bollo alto, e via dicendo: ambiti dove lo Stato moderno mostra, solo col cittadino autoctono contribuente, un’inflessibilità assoluta.

 

«Questa condizione, che in alcuni dei miei articoli ho definito “anarco-tirannia”, è essenzialmente una sorta di sintesi hegeliana di quelli che sembrano essere opposti dialettici: la combinazione di un potere governativo oppressivo contro gli innocenti e i cittadini rispettosi della legge e, simultaneamente, una grottesca paralisi della capacità o della volontà di usare tale potere per svolgere doveri pubblici fondamentali come la protezione o la sicurezza pubblica» scriveva Francis nel saggio Anarcho-Tyranny, U.S.A. (una conferenza del 1993, il cui testo è stato pubblicato su Chronicles nel luglio 1994). «Ed è caratteristico dell’anarco-tirannia non solo non punire i criminali e non far rispettare l’ordine legittimo, ma anche criminalizzare gli innocenti».

 

Nel 2005, nell’articolo Synthesizing Tyranny, Francis ribadiva: «Ciò che abbiamo oggi in questo paese, dunque, è sia anarchia (l’incapacità dello Stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato a fini oppressivi; la criminalizzazione dei cittadini onesti e innocenti attraverso una tassazione esorbitante, una regolamentazione burocratica, l’invasione della privacy e la manipolazione delle istituzioni sociali, come la famiglia e le scuole locali; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso “corsi di sensibilizzazione” e programmi di studio multiculturali, leggi sui “crimini d’odio”, leggi sul controllo delle armi che puniscono o disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge, ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti che si procurano armi illegalmente, e un vasto labirinto di altre misure. In una parola, anarchia-tirannia».

 

La questione è, come sempre, che se il sistema produce l’anarco-tirannia, allora significa che quello è lo scopo: secondo la celebre definizione, il punto di ogni sistema è ciò che fa. Secondo Francis, «lo Stato non “omette” di far rispettare le altre leggi; non ha alcuna intenzione di farle rispettare né alcun desiderio di farlo. L’anarchia-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello Stato, da uno Stato impegnato a proteggere i cittadini rispettosi della legge a uno Stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nella migliore delle ipotesi, una patologia sociale e, nella peggiore, un nemico».

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Francis considerava il concetto di anarco-tirannia come un addendo alla critica dello «Stato manageriale» del filosofo e politologo conservatore James Burnham (1905-1987), che aveva previsto che l’oligarcato avrebbe sostituito i grandi capitalisti con una classe di tecnocrati. Secondo Francis il fenomeno del disordine è incorporato nel sistema stesso e non si risolve combattendo la corruzione o cambiando i governanti. Citava l’esempio dei commercianti coreani arrestati o ostacolati durante i disordini di Los Angeles del 1992, dove avevano costituito un formidabile servizio d’ordine armato per difendere le loro proprietà ed attività dalle razzie della comunità nera in rivolta per l’assoluzione dei poliziotti che avevano pestato il tale Rodney King.

 

«In un regime anarchico, il crimine è permesso e i criminali non vengono arrestati né puniti. Sotto una tirannia, i cittadini innocenti vengono puniti. La maggior parte delle società del passato ha ceduto all’una o all’altra, ma per quanto ne so mai a entrambe contemporaneamente» scriveva Francis. «Il risultato dell’anarchia-tirannia è che il governo accresce il proprio potere, i criminali non vengono controllati e i cittadini rispettosi della legge finiscono per essere repressi dallo stato e attaccati da teppisti».

 

Se vi chiedete perché il potere stia attivando un tale programma, rispondetevi guardando le vostre vite: una volta impauriti, spinti alla base della piramide di Maslow (in cerca di sicurezza, e forse più avanti, di cibo) dai branchi barbari, avrete ancora voglia di chiedere che i vostri diritti, le vostre esistenza, siano rispettate?

 

Una volta schiacciati dalla paura della jungla urbana, avrete ancora l’energia per chiedere dignità per il lavoro, un futuro per i figli, il rispetto della vostra vita biologica?

 

La risposta è, chiaramente, sempre no. Traiamo, quindi, le vere conseguenze. Quello che abbiamo visto a Vicenza (e Peschiera, e in Francia, e ovunque) non è un incidente. È un atto deliberato di ingegneria sociale.

 

Le nostre città, le nostre società, stanno venendo trasformate sotto i nostri occhi – ci stanno venendo sottratte, assieme ai nostri diritti fondamentali, perfino il diritto di esistere.

 

Quello che succederà non lo sappiamo: crediamo però che se prima del collasso un reazione vi sarà, essa si manifesterà in una terrificante, infausta «purga» che assumere tutti i crismi di una guerra civile, o meglio, di una guerra internazionale però combattuta dentro il cuore stesso dei Paesi europei.

 

Quale di questi Paesi europei partirà per primo a reagire non sappiamo dirlo. Tanto è insostenibile la situazione quanto è imprevedibile l’esito – che sarà, giocoforza, una riprogettazione sistemica, con la defenestrazione dell’élite al potere.

 

L’alternativa, e le immagini sono sempre più chiare, sarà l’inferno sulla nostra terra.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immigrazione

Studente francese usa il lanciafiamme contro la prof

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La polizia francese ha arrestato un adolescente accusato di aver indirizzato, con una bomboletta spray, un getto di fiamme sul volto di una donna nel corso delle «proteste» studentesche che stanno interessando il Paese.   Mentre i giornali parlano di «studenti», agli osservatori è chiaro che si tratta di giovani immigrati, che esprimono la loro «protesta» devastando e saccheggiando, con negozi di griffe sportive espugnati.   L’episodio è stato ripreso giovedì a Marsiglia, dove i manifestanti hanno preso di mira i mezzi pubblici, dando fuoco ad almeno un autobus e a un’autopompa.   La vittima, un’assistente sociale, ha raccontato a BFM TV di trovarsi in attesa dell’autobus quando un gruppo di giovani si è avvicinato e ha cominciato a vandalizzare la fermata. Ha spiegato di aver tentato di intervenire, e che uno dei ragazzi ha allora usato una bomboletta spray come lanciafiamme di fortuna.    

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«Non mi aspettavo tanta violenza. Pensavo che mi avrebbero spintonata… Non mi aspettavo che i ragazzi fossero così violenti», ha detto la donna. «Per fortuna, il mio viso non ha riportato ferite gravi come le immagini potrebbero far pensare», ha aggiunto.   Secondo Le Parisien, la donna ha subito ustioni di primo grado al volto. La polizia ha identificato il sospettato in un ragazzo di 15 anni, il cui nome non è stato diffuso.   Le manifestazioni sono partite a fine settembre per «protestare» contro la mancanza di insegnanti in un liceo di Créteil, alle porte di Parigi, e si sono poi estese in tutto il Paese. Gli studenti chiedono condizioni di studio migliori, tra cui più docenti, classi meno affollate e la riparazione degli edifici fatiscenti, oltre a maggiori finanziamenti per la scuola pubblica.   Questa settimana sono state coinvolte più di 1.200 scuole e oltre 5.000 persone sono state arrestate, mentre le «proteste» sono degenerate in violenze. La portavoce della Polizia nazionale, Agathe Foucault, ha dichiarato sabato che oltre 600 agenti di polizia e gendarmi sono rimasti feriti. Il prefetto di polizia di Parigi, Patrice Faure, ha definito i disordini «fuori controllo».   Il ministro dell’Istruzione Edouard Geffray ha detto venerdì che, dall’inizio delle «proteste», sono rimasti feriti 65 membri del personale scolastico, di cui 40 presidi. Ha inoltre segnalato danni gravi in oltre 100 scuole.   Il ministro della Giustizia Gerald Darmanin ha chiesto una risposta ferma della giustizia penale e, ove opportuno, che i genitori siano ritenuti civilmente responsabili dei danni provocati dai figli.   Il governo ha inoltre attribuito le violenze al partito di sinistra La France Insoumise e alle sue «filiali di estrema sinistra». Il partito ha respinto l’accusa e ha invitato gli studenti a non ricorrere alla violenza.

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Le associazioni studentesche hanno preso le distanze dagli scontri, ma hanno indetto ulteriori manifestazioni per il 6 ottobre, sostenendo che il governo non ha ancora messo sul tavolo misure concrete per le loro richieste.   Louise Paternoster, rappresentante sindacale del settore istruzione della CGT nella regione di Seine-Saint-Denis, ha ricondotto la carenza di personale ai tagli del governo, che nel 2026 hanno soppresso 3.256 posti di insegnamento a livello nazionale.   Il bilancio proposto dall’esecutivo per il 2027, presentato giovedì, prevede un aumento di 1,2 miliardi di euro per l’istruzione, e allo stesso tempo l’eliminazione di altri 1.588 posti di insegnamento. Geffray ha difeso i tagli annunciati, richiamando il calo del numero di studenti.   Le «proteste» studentesche si sovrappongono a un più ampio movimento sindacale in tutta la Francia: i sindacati stanno organizzando scioperi e cortei contro i salari, la spesa pubblica e i piani di bilancio del governo.

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