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Ambiente

Il papato eco-maoista è qui

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È accaduto domenica durante la Messa al Duomo di Torino. A celebrare c’era l’arcivescovo. I giornali ne hanno parlato, talvolta con un certo pudore.

 

Alcuni attivisti ambientalisti hanno interrotto la funzione religiose. Due attiviste sono salite sul pulpito per lanciare il loro messaggio sul Cambiamento Climatico.

 

Tuttavia, per un cortocircuito di senso reso possibile dalla deriva della neochiesa, non hanno fatto altro che leggere brani dell’enciclica Laudato si’ e dal suo seguito, la recente esortazione apostolica Laudate Deum. Le attiviste hanno operato «per portare l’attenzione dei fedeli sulle parole del Pontefice sulla crisi climatica».

 

Il gruppo ambientalista, di fatto, hanno interrotto la cerimonia in chiesa ma per leggere le parole del vertice della chiesa stessa. Un paradosso che poteva capitare solo durante questo papato dove la follia diviene ogni giorno più indicibile.

 

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Si tratta del gruppo Extinction Rebellion, di cui Renovatio 21 vi ha già parlato in passato, un gruppo ultra-ambientalista transnazionale che negli ultimi tempi l’interesse del mainstream. In Italia si è cominciato a parlarne dopo essere sbucato durante le «proteste» contro il G20 a Roma a fine 2021 tra le manifestazioni, ribelli davvero, dove si vedevano sfilare cartelli per la vaccinazione gratuita del Terzo Mondo. I rapporti con quelli di Last Generation (in italiano Ultima Generazione: quelli che bloccano il traffico e si attaccano alle opere d’arte) variano, per profondità e natura, da Paese a Paese.

 

È gustosa assai la reazione dell’arcivescovo della città della Sindone.

 

«Ho grande stima per chi si mobilita per la difesa del Creato e accoglie gli appelli di Papa Francesco, apprezzo l’impegno in questo senso delle attiviste di Extinction Rebellion, ma mi è dispiaciuto che abbiano ritenuto di prendere la parola in Duomo senza prima volermene parlare e chiedere se potevano intervenire» ha dichiarato l’arcivescovo Roberto Repole. «Avrei risposto che a Messa si prega spesso per la pace e per la salvaguardia del Creato [con la maiuscola, ndr], ma la celebrazione eucaristica non è un momento idoneo a ospitare interventi pubblici: ho inizialmente lasciato che le attiviste parlassero, poi ho chiesto che terminassero perché la Messa è un momento di preghiera e in quanto tale dev’essere rispettata, anche e soprattutto da coloro che dichiarano di voler operare nel rispetto di tutti».

 

L’imbarazzo del prelato è piuttosto tangibile. Il discendente degli Apostoli parte in lode di chi – inaudito – gli ha fermato il rito. Poi, come si vede nel video, sul posto aveva riconosciuto che si trattava proprio di parole di papa Francesco. Non è il caso di turbarsi più di tanto, quindi.

 

Né l’arcivescovo né i giornali che hanno parlato dell’accaduto sembrano ricordare che l’interruzione di funzione religiosa è un reato penale previsto nel nostro codice, e con punizioni neanche tanto lievi. Art. 405 C.P., «Turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione religiosa», anche detto Turbatio sacrorum: «chiunque impedisce o turba l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di una confessione religiosa, le quali si compiano con l’assistenza di un ministro del culto medesimo o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, è punito con la reclusione fino a due anni».

 

Non sappiamo se tra la folla dei fedeli in Duomo, o tra chi legge i giornali, potrebbe esserci qualche magistrato, che crediamo abbia, secondo l’art.112 della Costituzione della Repubblica Italiana, obbligo di azione penale.

 

Non abbiamo idea, quindi, se le attiviste verranno perseguite ai sensi della legge dello Stato. Tuttavia, spezziamo, anche noi, una lancia in loro favore.

 

Il vescovo Repole ha torto: la celebrazione religiosa cattolica dopo il Concilio, con l’orrido degrado della «messa nuova» è esattamente un «intervento pubblico», con il popolo che sale sul pulpito per far ripetere messaggi sociopolitici («per i migranti… ‘scoltaciossignore!») e l’omelia, e neanche solo quella, trasformata in un comizio.

 

Negli ultimi anni, riferisce chi ancora riesce ad entrare in una chiesa con una messa nuova, le prediche si sono trasformate, letteralmente, in pubblicità progresso per la raccolta differenziata, e propaganda dell’impronta carbonica, il nuovo peccato originale di cui siam tutti macchiati.

 

E quindi, se dobbiamo sentire una predica sull’ambiente (pardon, «il creato») è giusto che la sentiamo dalle fonti originali, dai movimenti a cui il papa gesuita ha conformato con veemenza l’intera chiesa. Tanto più che questi, dopo vari pizzicotti sulle gote e stropicciamenti di occhi (immaginatevi lo stupore degli eco-estremisti: «il papa ha davvero scritto questo?»), hanno il bon ton di citare direttamente documenti pontifici quando vanno in chiesa a fare la loro propaganda – che oggi assurge al ruolo di propaganda fidei.

 

Raccontiamo quindi brevemente chi sono quelli di Extinction Rebellion, definiti dal giornale di Travaglio (per una volta dimentico dei possibili reati coinvolti) «movimento che si batte contro l’inazione dei governi nel contrasto al cambiamento climatico». Il gruppo non è nuovo ad azioni che superano di gran lunga le trovate eclatanti di Greenpeace: negli scorsi anni ha bloccato il traffico delle auto e tentato pure di fermare gli aerei e pure il metrò di Londra.

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Renovatio 21 aveva raccontato già due anni fa il caso di Roger Hallam, il co-fondatore di Extinction Rebellion. L’uomo avrebbe scritto un opuscolo del 2019 in cui affermava che il cambiamento climatico – causato dagli esseri umani, ovvio – porterà allo stupro di gruppo di «tua madre, sorella e fidanzata».

 

Lo Hallam avrebbe scritto il pamphlet mentre era incarcerato nelle prigioni londinesi di Wormwood Scrubs. Verrebbe automatico alla memoria un parallelo con un altro battagliero libro scritto in carcere da un fondatore di un movimento poi tristemente specializzatosi in estinzioni, ma quivi non parliamo di un imbianchino che aveva fatto la Prima Guerra Mondiale, ma di un signore che nel curriculum ha al massimo l’attività da agricoltore biologico.

 

Il titolo del libretto è Advice to Young People, as you Face Annihilation («Consiglio ai giovani, mentre affrontate l’annientamento»): già da subito capiamo il tono. In esso si racconta che il caos ecologico avrebbe portato a una situazione in cui «una banda di ragazzi irromperà in casa tua chiedendo cibo», dopo di che «vedranno tua madre, tua sorella, la tua ragazza e le violenteranno di gruppo sul tavolo della cucina». Su quest’ultimo punto il capo ecologista è, per qualche ragione, prodigo di ulteriori dettagli, scrivendo che «ti costringeranno a guardare, ridendo di te. Alla fine ti accuseranno di divertirti».

 

Il film uscito dalla mente dell’attivista climatico continua con sorprendente precisione: «prenderanno una sigaretta e ti bruceranno gli occhi. Non potrai più vedere nulla. Questa è la realtà del cambiamento climatico».

 

Due anni fa, quando emerse l’esistenze del libello, il giornale britannico Spectator aveva efficacemente dato una sintesi del suo contenuto: «se non riduciamo le emissioni di carbonio, tua madre verrà violentata».

 

Le immagini di violenza e stupro di femmine parenti aveva colpito anche al di fuori della cerchia dei conservatori. E infatti si erano arrabbiate anche nel mondo di chi difende le donne. L’amministratore delegato di Women’s Aid aveva sentenziato che «la violenza contro le donne non dovrebbe essere usata come una minaccia».

 

Lui però nel testo fornisce passaggi logici al limite dell’infallibile: il cambiamento climatico, scrive, «distruggerà il tempo meteorologico» e «quindi la nostra capacità di coltivare cibo». E questo significa «il crollo della nostra società». «Questo significa guerra e violenza, massacro di giovani uomini e stupri di giovani donne su scala globale». Eccerto.

 

Hallam aveva destato stupore ed imbarazzo, e susseguente sdegno, altre volte. Nel 2019, secondo Die Zeit, aveva dichiarato che non c’era nulla di «unico» nell’uccisione di 6 milioni di ebrei durante il cosiddetto Olocausto. «I belgi sono venuti in Congo alla fine del XIX secolo e l’hanno decimato». Quindi, «a voler essere onesti (…) si potrebbe dire che è un evento quasi normale (…) solo un’altra stronzata nella storia dell’umanità». Il paragone tra Olocausto e l’ecatombe inflitta agli africani da Leopoldo II del Belgio non è piaciuta, soprattutto in Germania, dove una casa editrice ha cancellato l’uscita del suo libro Common Sense – The Nonviolent Rebellion against Catastrophe and for the Survival of Humanity («Senso comune. La ribellione non violenta contro la catastrofe per la sopravvivenza dell’umanità») prevista per martedì 26 novembre.

 

L’uomo, che ha cofondato anche il movimento Just Stop Oil e il partito politico Burning Pink, è stato arrestato durante un raid in casa sua lo scorso 13 ottobre. La contiguità ideale di questo personaggio con quello del romano pontefice potrebbe mandare la mente in cortocircuito. Ma possiamo tentare qui una spiegazione.

 

Possiamo dire che questa situazione incredibile, dove i rivoltosi antisistema parlano secondo le parole stesse del vertice del potere, ha un precedente storico evidente – e tragicamente catastrofico: il maoismo.

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Mao Tse-Tung (1893-1976), il padre della Cina moderna, quella con cui Bergoglio fa i suoi accordi segreti che costano il sangue dei cristiani.

 

Mao Zedong (potete scriverlo anche così, in pinyin, la traslitterazione del mandarino Repubblica Popolare ora dominante internazionalmente), il «Grande Timoniere»), il «quattro volte grande»: wěidà dǎoshī, wěidà lǐngxiù, wěidà tǒngshuài, wěidà duòshǒu: Grande maestro, grande capo, grande condottiero, il Grande Timoniere.

 

Mao fu il creatore di una delle operazioni politiche del Novecento, la wénhuà dà gémìng, «Grande Rivoluzione Culturale», che in realtà non fu «culturale», e forse nemmeno fu una rivoluzione. Fu una enorme manovra di palazzo che costò milioni di vite umane.

 

La Rivoluzione Culturale di Mao, secondo alcuni, nacque dal suo fallimento: pur potendo rimanere il volto visibile del potere sinocomunista, nel 1966 il Mao aveva perduto ogni incarico di rilievo dentro il sistema pechinese. Il motivo poteva essere il suo insuccesso principale, il dàyuèjìn, il «grande balzo avanti», la riforma economica che in pochi anni avrebbe dovuto portare la Cina a produrre tanto acciaio quanto la Gran Bretagna. I risultati furono di rovina apocalittica: in Cina li chiamano sān nián zì rán zāi hài, «tre anni di disastri naturali», un eufemismo per riferirsi all’infernale carestia del 1960.

 

Non c’erano solo i milioni di morti a pesare su Mao. Ancora peggiore forse era il fatto che anche ideologicamente sembrava che la situazione si stesse compromettendo: l’invasione dei tank sovietici a Budapest segnava per il Comunismo internazionale la prova del proprio scacco, e la relazione di Pechino con Mosca andava sempre più deteriorandosi sino a raggiungere la paranoia nucleare che scatenò la costruzione di un’intera città-rifugio sotterranea sotto la capitale (ancora oggi in parte visitabile).

 

La reazione di Mao, oramai piegato, marginalizzato, negato dalla Storia fin dentro i suoi ideali, fu semplice: scatenare i demoni. Non è un caso che l’unica figura folklorica che venne salvata dalla riforma del pensiero della Rivoluzione Culturale maoista fu quella dello scimmiotto Sun Wukong, forse il massimo esempio orientale della figura del trickster, entità che porta lo sconvolgimento dell’ordine naturale. Nella leggenda, la scimmia invincibile, prima di compiere il suo viaggio verso l’Ovest, si ribellava contro il Cielo – cioè il Paradiso. 

 

Stregone del profondo, Mao cominciò a trafficare con questi spiriti, manipolando gli umori più bassi del popolo cinese. I giovani, i loro desideri, la naturale propensione della gioventù a mettere sotto accusa l’ordine degli adulti, specie quello eterno e immobile prodotto dallo spirito confuciano.

 

Questo commercio con l’inferno funzionò.

 

La radicalizzazione delle giovani masse – tra eventi di popolo, urla, marce, messa alla gogna dei «reazionari» – diede a Mao la legittimità di riacquistare il potere, spedire il ministro dell’economia Bo Yibo in galera e l’arcinemico Deng Xiaoping a fare l’impiegato nella lontana provincia di confine dello Xinjiang. Epurazioni a go-go, quando non omicidi.

 

Il timone del partito, e della Terra di Mezzo tutta, era tornato nelle mani di Mao, i cui attivisti principali, le Hóng Wèi Bīng (le famose Guardie Rosse) erano radicalizzati sino alla disumanizzazione definitiva, con episodi di cannibalismo, infanticidio e atrocità di ogni sorta – quel tipo di immagini di cui abbiamo letto sopra, insomma.

 

Sulla mistica isterica della Rivoluzione Culturale ha scritto pagine molto dense lo psichiatra americano Robert Jay Lifton, che nel saggio Revolutionary Immortality (1976) ha studiato la trasformazione del Presidente Mao in idolo assoluto, oggetto metafisico, concetto religioso che permea tutta la società e rende possibili le più infime nefandezze. «L’essenza della “lotta per il potere” che ha luogo in Cina» teorizzava Lifton riguardo la Rivoluzione Culturale «come di tutte queste “lotte per il potere” è il potere sulla morte». Il simbolo dell’immortalità che collega Mao agli agenti di rivolta di massa è la Rivoluzione, che diviene una sorta di processo magico, di deificazione del vertice che irradia la base esaltata.

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Nella sua negromanzia politica, Mao aveva compreso che per scatenare i demoni del popolo, e riacquistare il potere in un balzo di consenso super-legittimante, doveva procedere affinché si attivasse non un culto della personalità, ma l’idolatria di se stesso – e insufflarsi nelle masse giovani, anche di due generazioni dopo, cavalcando la loro suscettibilità e inquietudine, rendendo il loro ardore di giovinezza come la base di una manipolazione radicale.

 

Bergoglio ha compiuto un percorso non dissimile. Lo ricordiamo, appena eletto al Soglio nel 2013, nel suo viaggio in Brasile, dove, tra immagini di folla festante, parlò ai giovani per dire loro di, testuale, «hacer lio», «fare casino». Ricorderete che a fine di quel viaggio, in aereo, venne evocato il risveglio di un’altra tipologia di «guardie rosse» che da allora difendono a spada tratta il papato del gesuita: fu allora che disse, a domanda precisa della giornalista Ilze Scamparini su un monsignore accusato da un settimanale italiano di essere «il prelato della Lobby Gay», rispose «chi sono io per giudicare», scatenando il favore degli LGBT e della stampa internazionale e dei padroni di entrambi, nonché quella del Vaticano gay (il cardinale McCarrick doveva ancora trovare lo scandalo per cui sarebbe stato, infine, molto infine, allontanato e sberrettato).

 

Poco oltre, Bergoglio procedette ad evocare altri demoni, quelli della Terra: ecco la Pachamama, ecco Gaia, il pianeta reso ente senziente superiore, divinizzato, deificato. Ecco che si aprono altri fronti di sostegno, altre Guardie Rosse – Guardie Verdi – si palesano esaltate dal pensiero papale.

 

Così, gli ecologisti, anche estremisti, sono finiti per divenire pretoriani del papa-Mao, che esattamente come il cinese durante la Rivoluzione ha deciso, dal primo giorno, di bombardare il quartier generale, e vivere sugli spiriti che riesce ad evocare sulle masse superficiali – magari partendo con il lavaggio del cervello dei bambini piccoli, come visto pochi giorni fa in Aula Paolo VI, quando il gesuita argentino ha condotto una sessione di indottrinamento ecofascista su bimbi piccoli da tutto il mondo.

 

Attaccare il quartier generale: distruggere la dottrina, minare le basi stesse del Sacro Palazzo, eliminare gli avversari (Strickland, Burke) mantenendo un potere sempre più assoluto – e il plauso delle orde titillate dagli spiriti evocati su di esse.

 

Ecco perché non ci stupiamo se Extinction Rebellion vuole leggere nel Duomo della Sindone le parole del papa: sono prodotti di un processo di negromanzia politica globale che il pontefice ha programmato ed eseguito inesaustamente per un’intera decade.

 

Come le giovani guardie rosse radicalizzate da Mao prevalevano sui mandarini degli apparati comunisti, al punto di schernirli e attaccarli, gli eco-zeloti sono in linea con il verbo bergogliano più dei fedeli cattolici, più vescovi.

 

Come siamo arrivati fin qui a noi è chiarissimo. Spero che a voi sia altrettanto chiaro verso cosa stiamo andando. Se non lo è, ripensate alle immagini disseminate da questo articolo, tra i libretti ambientalisti e la Rivoluzione Culturale cinese: stupri, bambini uccisi, parricidi, crudeltà efferate, stragi, cannibalismo.

 

La pensatrice ciber-genderista preferita da papa Francesco, quella citata nella Laudate Deum, parla Cthulhucene, un’era di morte devastata da veri mostri, dove dissolvere la famiglia e coltivare i rapporti con gli animali.

 

Assomiglia, sì, al Regno dell’Anticristo. Ci sta portando, per mano, il papa ecomaoista.

 

Roberto Dal Bosco

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Morti di caldo, morti di inciviltà

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Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.   È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.   Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.

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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.   Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.   Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.   Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.   Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.   In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.   In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.

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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?   Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.   Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.   Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.   Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.   Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.   Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.

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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.   Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.   Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.   Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.   E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).   Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.   Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»  

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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?   Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.   C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.   La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.   E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.   Roberto Dal Bosco

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Navi da guerra naziste affondate riemergono nel Danubio per l’ondata di caldo

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Diverse navi da guerra tedesche affondate durante la Seconda Guerra Mondiale, sono riemerse nel Danubio a causa di una forte ondata di calore e di una prolungata siccità. Le imbarcazioni sono diventate visibili quando il livello dell’acqua del secondo fiume più lungo d’Europa ha raggiunto minimi storici.

 

Foto e video pubblicati sui social media mostravano enormi relitti di navi adagiati nell’acqua e su un banco di sabbia in mezzo al canale vicino al villaggio di Prahovo, in Serbia.

 

In un altro luogo, il relitto di una nave mercantile ungherese affondata nel 1937 è riemerso nei pressi del villaggio croato di Opatovac.

 

Secondo la Banca europea per gli investimenti, circa 200 imbarcazioni potrebbero giacere sul fondo del Danubio. Il trasporto fluviale è quasi completamente bloccato a causa del basso livello dell’acqua, secondo il Ministero dei Trasporti ungherese.

 

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Come riportato da Renovatio 21, anche il primo ministro ungherese Peter Magyar ha affermato che la centrale nucleare di Paks, che copre quasi la metà del fabbisogno elettrico dell’Ungheria, potrebbe rimanere chiusa per settimane a causa dell’insufficiente livello dell’acqua.

 

A Budapest, la scorsa settimana, è stato ritrovato un proiettile di artiglieria tedesco della Seconda Guerra Mondiale vicino al Ponte Margherita, una delle principali arterie stradali della città. Il ritrovamento ha comportato brevi chiusure di sicurezza per consentire l’intervento di una squadra di artificieri. L’autorità meteorologica nazionale ungherese ha inoltre segnalato un livello minimo record di 23 cm nel Danubio che attraversa la città. Il precedente minimo storico, registrato nel 2018, era di 33 cm.

 

Nella Bulgaria settentrionale, il prosciugamento di un fiume ha portato alla luce quelli che si ritiene essere i resti di un mammut. Le ossa sono state ritrovate da un abitante del villaggio di Ryahovo. Nikolay Nenov, direttore di un museo di storia regionale nella vicina città di Ruse, ha definito la scoperta «di grande importanza per la scienza».

 

Secondo l’agenzia Associated Press, nei prossimi giorni il livello del Danubio dovrebbe scendere ulteriormente, senza previsioni di piogge significative e con temperature che dovrebbero superare i 38 gradi Celsius nella regione.

 

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 Immagine screenshot da Twitter

 

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La Xylella come prova generale del COVID. Intervista al professor Luca Marini

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Si torna a parlare di Xylella, un allarme mediatico inflitto alla popolazione italiana tutta nel corso oramai di lustri. Ma cosa può nascondersi dietro questo ulteriore fenomeno epidemico-emergenziale? Quali dinamiche sono davvero in gioco? Ne abbiamo discusso con una delle uniche voci davvero dissidenti – ed indipendenti – emersa con forza nel biennio pandemico: il prof. Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma ed ex vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica. Sul caso il professore ha opinioni taglienti e sorprendenti.   Professore, la diffusione del batterio Xylella, che secondo alcuni provoca la morte degli olivi, è un tema praticamente sconosciuto al di fuori dei confini della Puglia. Lei, però, afferma da anni che si tratta di una problematica di portata nazionale, anzi globale. Vuole provare a spiegarci perché? Perché dal punto di vista scientifico, comunicativo e biopolitico l’affaire Xylella è stata la prova generale del COVID: ma la sua percezione è molto limitata, perché ha riguardato solo una regione d’Italia, anzi solo una parte di quella regione, e conseguentemente una aliquota molto ridotta di italiani.   Senta, proviamo a fare un po’ ordine. Quando è iniziato l’affaire Xylella? Quasi quindici anni fa, quando il batterio venne identificato per la prima volta nel Salento. Ma i sintomi della fitopatia nota come «Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo» (CODIRO), di cui la Xylella sarebbe una concausa, erano già noti. Consideri che, secondo alcuni studiosi, i disseccamenti sono praticamente ciclici, anche se su orizzonti temporali molto ampi, praticamente secolari.

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E come è comparso il batterio? E chi lo sa? Due inchieste, una avviata dalla procura di Lecce, l’altra della procura di Bari, sono state archiviate. Fino a qualche tempo fa, qualcuno affermava che il batterio si fosse diffuso dopo lo svolgimento di un workshop sul tema svoltosi in Puglia nei primi anni Dieci. Oggi nessuno ne parla più.   Ma se il workshop avesse costituito l’occasione per diffondere la Xylella, si potrebbe parlare di un vero e proprio complotto? Che vuole che le dica? Pensi al COVID: qualcuno è riuscito a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il virus SARS-CoV-2 sia, o non sia, stato diffuso intenzionalmente? In ogni caso, lasci che glielo dica, a me, come studioso, questo è un aspetto che interessa solo marginalmente.   In che senso? Ma sì, a me, come giurista e studioso di biopolitica, interessa la gestione della problematica. Che la causa sia naturale o umana (e io, per esperienza, propenderei comunque per questa seconda soluzione) cambia poco, se non, nel secondo caso, sul piano delle responsabilità da accertarsi in sede giudiziaria.

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E allora ci dica: come è stata gestita la questione Xylella? Imputando esclusivamente a essa la causa del CODIRO. Sulla base delle conclusioni raggiunte da una parte della comunità scientifica, la normativa europea e italiana, dopo un lungo periodo di attendismo che potrebbe non essere stato del tutto casuale, si sono concentrate sulla lotta al batterio imponendo soluzioni peggiori del male perché fondate, in prima battuta, su una sola misura: l’eradicazione degli olivi. Niente ricerca scientifica, niente di niente: solo eradicazioni.   Si è trattato di un approccio un po’ radicale, no? Soprattutto se si pensa che le eradicazioni, non solo degli olivi colpiti dal CODIRO, ma di tutti quelli presenti nel raggio di 100 metri da quello considerato malato, venivano effettuate in nome e per conto del principio di precauzione, un principio che nessuno, in Europa, invocava più dal 2003, e cioè da quando era stata liberalizzata la commercializzazione degli alimenti contenenti, costituiti o derivati da OGM. Praticamente, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere al paradosso di alberi sani abbattuti per precauzione e di cibi transgenici (come di apparati produttivi letali) imposti alla popolazione. Questa, del resto, è l’Europa che vuole il capitalismo ultra-finanziario e digitale.   Torniamo alla Xylella. In seguito, all’eradicazione si sono aggiunte altre misure eterogenee, dal reimpianto di varietà considerati resistenti alla Xylella alle cosiddette buone pratiche agricole volte a limitare la diffusione di un insetto la [Sputacchina, ndr] che nel frattempo era stato individuato come vettore del batterio. Tutte queste misure, comunque, hanno prodotto, di fatto, risultati univoci e disastrosi.   Di che tipo? Pensi al contrasto alla Sputacchina, che si traduce nella necessità di eliminare l’erba in cui vive e si sposta l’insetto: questo risultato può essere ottenuto o con arature periodiche, i cui costi sono cresciuti negli ultimi anni in modo tale da risultare praticamente insostenibili per chi non disponga di macchinari propri, o con l’impiego di ben più economici diserbanti, preferiti dalla maggior parte dei coltivatori. Ciò vuol dire che, se una delle concause del CODIRO fosse proprio l’uso massiccio di diserbanti, la soluzione normativa finirebbe per instaurare una spirale viziosa. Ma non è tutto qui.   Perché, c’è di peggio? Certo. A distanza di quindici anni dall’inizio della vicenda, solo gli osservatori più ottusi potrebbero ostinarsi a negare che la gestione della Xylella non sia servito, di fatto, a 1) ostacolare la ricerca di altre possibili cause del CODIRO, con specifico riferimento, come detto, all’uso massiccio di diserbanti e fitofarmaci; 2) ridurre la biodiversità imponendo, in luogo degli olivi espiantati, il reimpianto di un numero ridottissimo di varietà (in origine una sola), ciò che fatalmente favorirà la diffusione di future fitopatie; 3) standardizzare verso il basso la qualità dell’olio prodotto a detrimento non solo delle tanto celebrate eccellenze alimentari e del Made in Italy, ma anche della dieta mediterranea, con intuibili conseguenze sulla salute umana se è vero che l’uomo è ciò che mangia; 4) compromettere la sopravvivenza dei piccoli produttori mediante la sostituzione di pratiche e modelli agricoli tradizionali con metodi e sistemi agro-industriali e, quindi, favorire ulteriormente i processi di concentrazione della proprietà e di globalizzazione dei mercati; 5) modificare permanentemente il paesaggio pugliese quale preludio all’insediamento di infrastrutture simbolo di una controversa transizione ecologica ed energetica, dalle pale eoliche ai parchi fotovoltaici alla TAP; 6) non ultimo, dividere la società tra «negazionisti» e «regolisti», e cioè tra scettici oscurantisti in odore di anarchia e zelanti cittadini ossequiosi delle leggi, secondo il classico evergreen «divide et impera».

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Messa così è difficile pensare che dietro tutta questa storia non ci sia un complotto. Diciamo che la gestione della Xylella, azzerando diritti e libertà fondamentali di quanti (pugliesi e non) hanno dovuto sottostare a un impianto normativo scellerato, costituisce nient’altro che una applicazione del metodo totalitario, metodo che consiste, in buona sostanza, nel manipolare i dati scientifici per propagandare il terrore al fine ultimo di soggiogare i cittadini.    Sembra di ascoltare il tormentone post-COVID.  Se preferisce, diciamo che le misure di gestione dell’emergenza Xylella hanno avuto come scopo precipuo – con largo anticipo rispetto al COVID – l’azzeramento della libertà e dell’autonomia individuale quale preludio all’instaurazione e all’accettazione acritica del totalitarismo biopolitico globale, e cioè del totalitarismo promosso dalle élites finanziarie transnazionali di matrice giudaico-massonica che punta a controllare l’intera dimensione psico-fisica dell’essere umano, dalla nascita alla morte.   Certo è strano che tutto ciò sia stato sperimentato in un settore, come l’agricoltura, la cui importanza, tutto sommato, non sembra determinante. Niente di più logico, invece. il complesso di conoscenze antropologiche, culturali e medico-religiose direttamente connesso al mondo rurale, unitamente alle possibilità di autarchica sussistenza che da sempre assicura l’agricoltura, sono viste come un pericolo nel quadro dell’euro-globalismo promosso dal capitalismo ultra-finanziario e digitale. E quindi non deve stupire che lo scopo reale della PAC [la politica agricola comune, ndr] sia, da sempre, proprio quello di uccidere l’agricoltura europea: da questo punto di vista, anzi, l’affaire Xylella è solo l’ultimo capitolo di un disegno strategico che parte da lontano.  

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