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Geopolitica

Il conflitto in Ucraina accelera la fine del dominio dell’Occidente

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Il conflitto ucraino, presentato come un’aggressione della Russia, è invece l’applicazione della risoluzione 2202 del 17 febbraio 2015 del Consiglio di Sicurezza. Francia e Germania non hanno tenuto fede agli impegni assunti con l’Accordo di Minsk II, quindi per sette anni la Russia si è preparata allo scontro attuale. Mosca ha previsto le sanzioni occidentali con molto anticipo, sicché le sono bastati due mesi per aggirarle. Le sanzioni scompaginano la globalizzazione statunitense, perturbano le economie occidentali spezzando le catene di approvvigionamento, facendo rifluire i dollari verso Washington e provocando un’inflazione generale, causando infine una crisi energetica. Chi la fa l’aspetti: gli Stati Uniti e i loro alleati si stanno scavando la fossa con le proprie mani. Nel frattempo le entrate del Tesoro russo in sei mesi sono aumentate del 32%.

 

 

Nei sette anni appena trascorsi spettava alle potenze garanti dell’Accordo di Minsk II (Germania, Francia, Ucraina e Russia) farlo rispettare. Non l’hanno fatto, sebbene l’intesa sia stata avallata e legalizzata il 17 febbraio 2015 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e a dispetto delle affermazioni sulla necessità di proteggere i cittadini ucraini, minacciati dal loro stesso governo.

 

Il 31 gennaio 2022, allorquando cominciavano a circolare notizie su un possibile intervento militare russo, il segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Difesa ucraino, Oleksy Danilov, sfidava Germania, Francia, Russia e Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dichiarando: «Il rispetto degli Accordi di Minsk significa la distruzione del Paese. Quando furono firmati sotto la minaccia armata dei russi e sotto lo sguardo di tedeschi e francesi era già chiaro a tutte le persone razionali che sarebbe stato impossibile applicarli». (1)

 

Sette anni dopo, quando il numero di ucraini uccisi dal governo di Kiev ha superato i 12 mila secondo la versione ucraina e i 20 mila secondo la Commissione d’inchiesta russa, solo allora Mosca ha lanciato un’«operazione militare speciale» contro i «nazionalisti integralisti» ucraini (come vogliono essere chiamati), che i russi definiscono «neonazisti».

 

Sin dall’inizio dell’operazione la Russia ha dichiarato che si sarebbe limitata a soccorrere le popolazioni e a «denazificare» l’Ucraina, non già a occuparla.

 

Ciononostante gli Occidentali hanno accusata la Russia di voler prendere Kiev, di voler rovesciare il presidente Zelensky e annettere l’Ucraina; azioni che evidentemente i russi non hanno fatto. Soltanto dopo l’esecuzione di uno dei negoziatori ucraini, Denis Kireev, ucciso dai servizi di sicurezza del proprio Paese (SBU), e la sospensione dei colloqui da parte del presidente Zelensky, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato di voler inasprire le pretese russe.

 

Ora la Federazione reclama la Novorussia, ossia tutto il sud dell’Ucraina, territorio storicamente russo dai tempi della zarina Caterina II, salvo un’interruzione di 33 anni.

 

Deve essere chiaro che, se la Russia non ha fatto nulla per sette anni, non è stato per insensibilità verso il massacro delle popolazioni russofone del Donbass, ma perché si preparava a fronteggiare la prevedibile risposta occidentale.

 

Secondo la classica citazione del ministro degli esteri dello zar Alessandro II, principe Alessandro Grotchakov: «È ferma intenzione dell’imperatore consacrare la propria sollecitudine preferibilmente al benessere dei sudditi, allo sviluppo delle risorse interne del Paese; questi sforzi potrebbero essere riversati all’esterno solo se gli interessi positivi della Russia lo esigessero imperativamente. Si rimprovera alla Russia l’isolamento e il silenzio di fronte a fatti che contrastano con il diritto e l’equità. Si dice che la Russia tenga il broncio. La Russia non tiene il broncio: si raccoglie».

 

Gli Occidentali hanno qualificato l’operazione di polizia russa «aggressione». Passo dopo passo, sono arrivati a dipingere la Russia una «dittatura» e la sua politica estera «imperialismo». Nessuno sembra aver letto l’Accordo di Minsk II, benché validato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In un colloquio telefonico, rivelato dall’Eliseo, fra i presidenti Putin e Macron, quest’ultimo manifesta disinteresse per le sorti della popolazione del Donbass, ossia disprezzo per l’Accordo di Minsk II.

 

Oggi i servizi segreti occidentali soccorrono i «nazionalisti integralisti» ucraini (i «neonazisti», secondo la terminologia russa) e, invece di cercare una soluzione pacifica, tentano di distruggere la Russia dall’interno. (2)

 

Per il diritto internazionale, Mosca ha solo applicato la risoluzione del 2015 del Consiglio di Sicurezza. Si può deplorarne la brutalità, ma non la si può rimproverare di aver agito precipitosamente (sette anni!), né di essere nell’illegalità (risoluzione 2202).

 

I presidenti Petro Poroshenko, François Hollande, Vladimir Putin e la cancelliera Angela Merkel si erano impegnati, in una dichiarazione «congiunta allegata alla risoluzione, a fare rispettare l’Accordo. Se una di queste potenze fosse intervenuta prima, si sarebbero potute scegliere altre modalità per mettere alle strette l’Ucraina, ma non l’hanno fatto.

 

La logica avrebbe voluto che il segretario delle Nazioni Unite richiamasse all’ordine i membri del Consiglio affinché non condannassero un’operazione di cui avevano accettato il principio sette anni prima, ma ne fissassero le modalità. Non l’ha fatto. Anzi, la Segreteria generale, travalicando il proprio ruolo e schierandosi a favore del sistema unipolare, ha dato istruzione agli alti funzionari presenti sui teatri di guerra di cessare ogni incontro con i diplomatici russi.

 

Non è la prima volta che la Segreteria generale contravviene allo statuto delle Nazioni Unite.

 

Durante la guerra contro la Siria redasse un piano di cinquanta pagine per la deposizione del governo siriano che implicava la decadenza della sovranità popolare siriana e la de-baathificazione del Paese. Un testo che non è mai stato pubblicato, ma che con sgomento abbiamo analizzato su queste colonne.

 

Alla fine, l’inviato speciale del segretario generale a Damasco è stato costretto a firmare una dichiarazione in cui ne riconosceva la nullità. In ogni caso, la nota del Segretariato generale che vieta ai funzionari dell’ONU di partecipare alla ricostruzione della Siria (3) è tutt’ora in vigore e paralizza il rientro in patria degli esiliati, con grave danno non solo per la Siria, ma anche per il Libano, la Giordania e la Turchia.

 

Durante la guerra di Corea, gli Stati Uniti approfittavano della politica sovietica del seggio vuoto per fare la loro guerra dietro la bandiera delle Nazioni Unite (all’epoca la Cina Popolare non faceva parte del Consiglio). Dieci anni fa utilizzavano il personale dell’ONU per fare una guerra totale alla Siria. Oggi vanno oltre, prendendo posizione contro un membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

 

Dopo essere diventata con Kofi Annan un’organizzazione sponsorizzata dalle multinazionali, con Ban Ki-moon e António Guterres l’ONU si è trasformata in succursale del Dipartimento di Stato.

 

La Russia e la Cina sono consapevoli, come del resto anche gli altri Stati, del fatto che l’ONU ha cessato del tutto di svolgere la propria funzione. L’Organizzazione infatti acuisce le tensioni e partecipa ai conflitti, perlomeno in Siria e nel Corno d’Africa. Mosca e Pechino s’impegnano nel potenziamento di altre istituzioni.

 

 

La Russia non concentra più i propri sforzi sulle strutture ereditate dall’Unione Sovietica, come la Comunità degli Stati Indipendenti, la Comunità Economica Euroasiatica, persino l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva; nemmeno sulle strutture ereditate dalla guerra fredda, come l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. S’impegna invece su quelle istituzioni che consentiranno di ridisegnare un mondo multilaterale.

 

Innanzitutto la Russia mette in risalto le azioni economiche dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Non le rivendica come iniziative proprie, ma come sforzi comuni cui partecipa. 13 Stati ambiscono entrare nei BRICS, ma gli attuali membri al momento non sono favorevoli ad accogliere nuove adesioni.

 

Già ora i BRICS hanno un potere molto superiore a quello del G7: agiscono. Per contro, il G7 proclama da diversi anni di voler fare grandi cose, mai realizzate, e dispensa voti, buoni o cattivi, agli Stati che non ne fanno parte.

 

In particolare, la Russia preme per una più ampia apertura e per una più profonda trasformazione dell’Organizzazione di Cooperazione di Shangai (SCO), che finora è stata solo una struttura di contatto dei Paesi dell’Asia centrale, attorno a Russia e Cina, per prevenire i disordini che i servizi segreti anglosassoni tentavano di fomentare.

 

Poco a poco i Paesi membri hanno imparato a conoscersi meglio. Inoltre l’OCS si è allargata, in particolare a India e Pakistan, infine all’Iran. Di fatto essa oggi incarna i principi di Bandung, fondati sulla sovranità degli Stati e sulla negoziazione, in contrasto con quelli degli Occidentali, basati sulla conformità all’ideologia anglosassone.

 

Appunto: gli Occidentali concionano, Russia e Cina agiscono. Dico concionano perché credono che il loro agitarsi sia efficace.

 

Così Stati Uniti e Regno Unito, poi Unione Europea e Giappone, hanno adottato misure economiche molto dure contro la Russia. Non osando dire che si trattava di mosse di una guerra finalizzata a mantenere il dominio Occidentale sul mondo, le hanno definite «sanzioni», benché non ci siano stati né un processo né un’arringa della difesa né una sentenza.

 

Ovviamente si tratta di sanzioni illegali perché decise fuori dalle istituzioni delle Nazioni Unite. Ma gli Occidentali, che hanno la pretesa di essere i difensori delle regole internazionali, non sanno che farsene del diritto internazionale.

 

Ovviamente il diritto di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio impedisce che si prendano sanzioni contro uno di loro; questo perché la finalità dell’Onu non è conformarsi all’ideologia anglosassone, ma preservare la pace mondiale.

 

Riprendo l’osservazione fatta precedentemente: Russia e Cina avanzano, ma a un ritmo completamente diverso da quello degli Occidentali. Tra l’impegno russo d’intervenire in Siria e il dispiegamento dei soldati trascorsero due anni; due anni necessari per completare le armi che ne avrebbero garantito la superiorità sul campo di battaglia. Ne sono occorsi sette perché la Russia passasse dall’impegno assunto con Minsk II all’intervento militare in Donbass; sette anni usati a preparare l’aggiramento delle sanzioni economiche occidentali.

 

Per questa ragione le sanzioni non sono riuscite a mettere in ginocchio l’economia russa, ma colpiscono in profondità chi le ha volute.

 

I governi tedesco e francese prevedono gravissimi problemi energetici; già ora alcune imprese girano a rilento e presto saranno costrette alla chiusura. L’economia russa invece è in piena espansione.

 

Dopo due mesi in cui il Paese ha vissuto sulle riserve, ora è tempo di abbondanza. Nel primo semestre c’è stato un boom delle entrate del Tesoro russo, che sono aumentate del 32% (4).

 

Non soltanto il rifiuto occidentale del gas russo ha fatto salire i prezzi, a vantaggio del primo esportatore, la Russia, ma questo strappo alla concezione liberale ha spaventato gli altri Stati che, per rassicurarsi, si sono girati verso Mosca.

 

La Cina, che gli Occidentali presentano come venditrice di paccottiglia, nonché Stato rapace che fa cadere le sue prede in una spirale d’indebitamento, ha in realtà annullato la maggior parte dei debiti di 13 Stati africani.

 

Ogni giorno ascoltiamo i nobili discorsi occidentali e le loro accuse alla Russia e alla Cina. Ma ogni giorno, se guardiamo i fatti, constatiamo che la realtà è differente.

 

Per esempio, gli Occidentali ci spiegano, senza darcene prova, che la Cina è una «dittatura» e che «ha incarcerato un milione di uiguri». Mancano statistiche recenti ma è noto a tutti che in Cina ci sono meno carcerati che negli Stati Uniti, sebbene questi ultimi abbiano una popolazione pari a un quarto di quella cinese. Ci spiegano anche che in Russia gli omosessuali sono perseguitati, ma a Mosca ci sono discoteche gay più grandi di quelle di New York.

 

La cecità occidentale porta a situazioni grottesche, ove i dirigenti occidentali sono incapaci di vedere l’impatto delle proprie contraddizioni.

 

Il presidente Emmanuel Macron è stato nei giorni scorsi in Algeria per tentare di riconciliare le due nazioni e comperare il gas necessario a sopperire alla carenza che egli stesso ha contribuito a causare.

 

Il presidente francese è consapevole di essere arrivato tardi: le alleate Italia e Germania hanno già fatto i loro acquisti. In compenso, Macron ostenta di credere, a torto, che il principale problema franco-algerino sia la colonizzazione. Non si rende conto che l’Algeria non può avere fiducia nella Francia perché Parigi sostiene i suoi peggiori nemici, gli jihadisti della Siria e del Sahel. Macron non coglie il nesso tra l’assenza di relazioni diplomatiche con la Siria, l’estromissione della Francia dal Mali (5) e la freddezza con cui è stato ricevuto ad Algeri.

 

Vero è che i francesi non sanno chi siano gli jihadisti: hanno recentemente giudicato, nel più grande processo del secolo, gli attentati di Saint-Denis, dei caffè di Parigi e del Bataclan (13 novembre 2015) senza porsi il problema dei sostegni degli Stati agli jihadisti. Non hanno certo dimostrato senso della giustizia, hanno manifestato invece codardia. Si sono lasciati terrorizzare da un pugno di uomini; l’Algeria invece ne ha dovuti affrontare durante la guerra civile decine di migliaia e ne affronta altrettanti nel Sahel.

 

Mentre Russia e Cina avanzano, l’Occidente regredisce. E continuerà a precipitare se non chiarirà la propria politica, se non la farà finita con la duplice morale e non smetterà il doppio gioco.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) «Ukraine security chief: Minsk peace deal may create chaos», Yuras Karmanau, Associated Press,  31 gennaio 2022.

2) «La strategia occidentale per smantellare la Federazione di Russia», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 agosto 2022.

3) «Paramètres et principes de l’assistance des Nations Unies en Syrie», di Jeffrey D. Feltman, Réseau Voltaire, 15 ottobre 2017.

5) «Il Mali e le contraddizioni francesi», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 23 agosto 2022.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0), immagine modificata.

 

 

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Economia

Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.

 

Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».

 

Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».

 

«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.

 

Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.

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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».

 

Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.

 

All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».

 

Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.

 

Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Geopolitica

Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione

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Alla vigilia del vertice BRICS di Nuova Delhi, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso quella che presenta come la realtà della crisi strategica in corso. Lo riporta EIRN.   Ancora prima dell’apertura dei lavori, l’11 settembre, rispondendo a una domanda dei media sulla Germania, aveva già impostato il quadro, avvertendo che l’Occidente sembrerebbe intenzionato a riscrivere la storia della sconfitta del nazismo nella Seconda guerra mondiale. «Ora parlano di contemplare l’invio di truppe in territorio ucraino. Ciò significherebbe una guerra con la Russia», ha detto senza ambiguità.   Putin ha evitato di entrare nelle vicende politiche interne tedesche e ha offerto una lettura strategica secca. «Tutto ciò che sta accadendo ora in tutta Europa è la conseguenza di errori sistemici commessi dal cosiddetto Occidente, o, per essere più precisi, dai circoli globalisti occidentali, in ambito politico, di sicurezza ed economico».   Secondo Putin l’errore si è radicato «in seguito alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Unione Sovietica; si consideravano in cima all’«Olimpo» e, evidentemente, conclusero che, in primo luogo, potevano fare tutto e, in secondo luogo, che loro stessi erano incapaci di sbagliare. Da quel momento in poi, questi errori iniziarono ad accumularsi e a ingigantirsi».

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Sul piano della sicurezza, ha sostenuto che fu lanciata un’offensiva per frammentare e indebolire la Russia, prima «attraverso l’uso di terroristi nel Caucaso e di separatisti, poi con altri metodi e ora, per mezzo del regime neonazista in Ucraina… Non appena il regime fu rovesciato, ripeto, con un sanguinoso colpo di Stato, l’obiettivo di far entrare l’Ucraina nella NATO fu immediatamente messo in moto, e questo, di fatto, è diventato la causa principale dei tragici eventi odierni in Ucraina».   Si è poi soffermato su energia ed economia: «Abbiamo fornito gas all’Europa a un prezzo di 150 dollari – anzi, 180 dollari – per 1.000 metri cubi… ‘No’, insistevano, ‘i prezzi devono essere fissati in borsa’. Li abbiamo avvertiti che il gas non è una merce di mercato, o almeno non una merce di mercato classica; questo approccio non porterà a nulla e i prezzi non faranno altro che aumentare».   «E così è stato: ora i prezzi sono a 1.000 dollari o euro per 1.000 metri cubi. E potrebbero benissimo salire ancora… E perché? Chi si occupa di trading in borsa non si preoccupa delle condizioni tecniche di questi impianti di stoccaggio e dei volumi fisici coinvolti. Credono che oggi sia più vantaggioso estrarre gas da depositi acquistati a prezzi inferiori, e per quanto riguarda il futuro, beh, vedremo».   Quelle élite, ha aggiunto il presidente russo, cercano ora di allarmare l’opinione pubblica con «una mitica minaccia russa, che risalirebbe all’epoca sovietica. Ma una simile minaccia non esiste e non è mai esistita. Noi non minacciamo, né intendiamo minacciare, i paesi europei…».   «Ciononostante, persistono su questa strada, chiedendo determinati cambiamenti. Ma quali cambiamenti cercano? Stanno forse tentando di rivedere gli esiti della Seconda Guerra Mondiale? A quale scopo stanno conducendo i loro popoli? Verso la guerra con la Federazione Russa? Ora parlano di valutare l’invio di truppe in Ucraina. Ciò significherebbe una guerra con la Russia. E presumo che i cittadini europei capiscano cosa sta succedendo».  

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);  
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Geopolitica

Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese

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Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.

 

Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.

 

«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.

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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».

 

Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.

 

La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.

 

Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.

 

Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.

 

La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.

 

Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.

 

Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.

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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.

 

Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.

 

Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.

 

In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.

 

Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.

 

Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.

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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.

 

Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.

 

In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.

 

Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».

 

Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.

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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.

 

Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.

 

La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.

 

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Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International

 

 

 

 

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