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Il cardinale Burke critica i cambiamenti nella messa dopo il Vaticano II
Il cardinale Raimondo Leone Burke ha affermato che la Santa Messa è stata «radicalmente ridotta» dopo il Concilio Vaticano II con la «spogliazione» di «elementi belli» nella Messa latina tradizionale e ha elogiato la «trascendenza» del rito più antico in un’intervista pubblicata due settimane fa con il conduttore del canale televisivo cattolico americano EWTN Raymond Arroyo. Lo riporta LifeSite.
Anche il cardinale Burke, rinomato canonista ed ex prefetto della Segnatura Apostolica, la corte suprema della Chiesa cattolica, ha sottolineato nel podcast di Arroyo l’importanza di celebrare la Messa ad orientem, ovvero con il sacerdote rivolto verso il tabernacolo o verso est, e quanto un culto appropriato sia necessario per la moralità.
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Arroyo ha osservato che «i giovani accorrono in massa a questa Messa in latino, ovunque io vada. A Nashville, qui a New Orleans, e questa settimana in Inghilterra, un seminario ha offerto il rito romano antico a Birmingham ed era strapieno».
Alla domanda su cosa attragga così tanti giovani alla Messa tradizionale, il cardinale Burke ha risposto: «è la bellezza di quella che io chiamo la forma più antica del rito romano, la forma che ha avuto praticamente dai tempi di Papa San Gregorio Magno (che regnò dal 590 al 604) fino al tempo del Concilio Vaticano II (1962-1965)».
Il porporato statunitense ha poi affermato che i massicci cambiamenti apportati alla liturgia dopo il Concilio Vaticano II sono stati un «abuso» dell’insegnamento del concilio e hanno avuto «un effetto negativo».
«Spesso si fa riferimento alle riforme successive al Concilio di Trento come alle riforme apportate alla sacra liturgia dopo il Concilio Vaticano II. Ma non è così», ha affermato.
«Le riforme successive al Concilio di Trento avrebbero dovuto affrontare alcuni elementi, ma la forma del rito è stata mantenuta e quindi in continuità per oltre 15 secoli. E, mentre, dopo il Concilio Vaticano II – e, sostengo, non a causa dell’insegnamento del concilio, ma del modo in cui tale insegnamento è stato abusato – il rito è stato radicalmente ridotto», ha lamentato.
Il cardinale Burke ha anche affermato che, sebbene «esista una continuità» tra la messa tradizionale e il nuovo rito, «vi è molta tensione».
«Non si può prendere qualcosa di così ricco di bellezza e iniziare a spogliarlo degli elementi belli senza ottenere un effetto negativo», ha affermato.
Il cardinale ha respinto quello che ha definito un «wokeismo ecclesiale» che sostiene che «tutto ciò che è passato non va bene, la forma della Messa non va bene, dobbiamo inventare qualcosa di nuovo», il che, a suo dire, non era nelle intenzioni del Concilio Vaticano II.
La lingua latina, ha anche osservato, «ci ha unificato non solo nel tempo, poiché la Messa è giunta fino a noi, ma anche nello spazio, tanto che ovunque andassimo potevamo sempre pregare la Santa Messa, perché era la lingua della Chiesa».
Infatti, il Concilio Vaticano II ha ordinato che «l’uso della lingua latina sia conservato nei riti latini», e che al canto gregoriano «sia dato il posto principale nelle azioni liturgiche».
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Il Concilio «ha affermato che dovrebbe esserci un canto riparatore del canto gregoriano, ad esempio, che dovrebbe essere insegnato in tutto il mondo», ha detto il cardinale Burke. «Beh, queste cose in qualche modo sono andate perdute. Non ovunque, ma, purtroppo, in gran parte».
Il cardinale Burke ha evidenziato le differenze fondamentali tra la nuova Messa, promulgata da Papa Paolo VI nel 1970 e spesso chiamata Novus Ordo, e la Messa tradizionale, tra cui la lingua, la solennità e la “trascendenza” della Messa in latino, le preghiere ai piedi dell’altare nel rito tradizionale, le preghiere dell’offertorio, la postura liturgica e altre cose.
«Direi che l’elemento principale che, secondo me, attrae i giovani e che attrae me è che la forma del rito è tale da rendere chiaro che è Cristo ad agire», ha affermato.
Nella Messa più antica, mentre «il sacerdote agisce nella persona di Cristo … il sacerdote passa in secondo piano e Cristo emerge grazie alla forma del rito», ha osservato.
«Non c’è spontaneità. Non c’è quel tipo di familiarità che è stata introdotta dopo il Concilio, quando si introduce il linguaggio ordinario nella sacra liturgia», ha detto.
«Non andiamo alla Santa Messa per prendere parte a qualche attività secolare che ci tiene immersi nel mondo e in ciò che non è edificante, che non è stimolante», ha sottolineato il cardinale Burke. «Andiamo lì per incontrare Dio, per essere elevati e per essere attratti a una più profonda conversione di vita, ed è ciò che troviamo in quella che oggi viene chiamata la Forma Straordinaria o l’uso più antico del rito romano».
Il porporato wisconsino ha sottolineato che molte persone parlano della «trascendenza» della Messa antica e di come «sia chiaro quando si assiste a questo rito che sta avvenendo qualcosa di celeste, qualcosa che è al di là di questo mondo», il che è «essenziale» per il culto.
«L’adorazione è adorazione di Dio come Dio stesso ci ha insegnato ad adorarlo», ha dichiarato il prelato, spiegando come le preghiere ai piedi dell’altare nella Messa tradizionale, eliminate nel Novus Ordo, «siano entrate nella forma della Messa dall’antica forma di culto ebraica, le preghiere del sacerdote prima di entrare nel Sancta Sanctorum».
Inoltre, il Burko ha sottolineato come la Messa in latino contenga «belle preghiere per l’offertorio» e «preghiere più ricche prima della Santa Comunione del sacerdote». «Tutti questi sono elementi che … continuano a riportarci alla presenza di Cristo», ha detto il cardinale.
Il cardinale Burke ha anche sottolineato l’importanza della postura liturgica ad orientem, in cui il sacerdote è rivolto verso il tabernacolo o verso Est – da cui Cristo verrà alla Sua Seconda Venuta – anziché verso l’assemblea. Ha descritto la posizione ad orientem, standard nella Messa in latino ma poco comune nel Novus Ordo, come «la postura più naturale e logica».
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«Tutti sono rivolti a Dio» quando il sacerdote è rivolto ad orientem, ha detto il cardinale. «Il sacerdote non prega il popolo. Il sacerdote non mette in scena una sorta di teatrino per il popolo. È alla testa del popolo, guidandolo nella preghiera a Dio».
«La posizione più naturale e logica è che il sacerdote sia rivolto verso est. Non volta le spalle al popolo, ma, come un buon pastore, è alla sua testa, lo guida e il popolo lo segue», ha affermato.
Sebbene alcuni possano minimizzare l’importanza delle questioni liturgiche, il cardinale Burke ha sottolineato che la corretta adorazione di Dio è di fondamentale importanza per la moralità e la virtù, poiché fornisce la forza per sconfiggere il male.
«L’adorazione di Dio, l’elevazione della nostra mente e del nostro cuore a Dio, ha un aspetto profondamente morale», ha affermato. «Ci chiama a superare le tentazioni, a superare gli effetti del peccato originale sulla nostra vita».
«È nella sacra liturgia che entriamo in contatto con Dio nel modo più perfetto possibile. Siamo in comunione con Dio nel modo più perfetto possibile», ha spiegato. «E questo ci dà forza e vigore per continuare la battaglia per sconfiggere il male nelle nostre vite e per fare il bene, per servire ciò che è bene».
«È semplicemente un dato di fatto che quando la liturgia viene banalizzata – ad esempio, San Paolo ha affermato che a Corinto, nei primi giorni della Chiesa, le persone mangiavano, bevevano e si comportavano nel contesto della sacra liturgia – allora ne consegue immoralità», ha avvertito.
Il porporato americano ha citato l’esempio di Paul Claudel, il poeta francese che ebbe un’esperienza di conversione durante i vespri solenni nella cattedrale di Notre Dame.
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«La bellezza, la musica, la forma della preghiera dei vespri gli diedero la forza di intraprendere una conversione di vita», ha raccontato il cardinale Burke. «E le storie sono innumerevoli».
«L’antica forma del rito romano ispirò proprio queste conversioni» e «condusse alla nascita di santi, creò santi, aiutò le persone a diventare eroiche nella loro vita cristiana», ha affermato.
«Il mondo ha bisogno di salvezza, e questo vale anche per la sacra liturgia. Ciò che dovremmo offrire nel culto sacro è esattamente l’adorazione di Dio, non l’adorazione di noi stessi e della nostra natura decaduta», ha concluso il cardinale.
Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi giorni il cardinale Raymond Burke e l’arcivescovo di San Francisco Salvatore Cordileone hanno celebrato la cosiddetta «Messa delle Americhe» come una Messa tradizionale in latino presso il Santuario, situato a La Crosse, nello Stato americano del Wisconsin.
Un mese fa il cardinale aveva tuonato riguardo al messaggio di Fatima, che egli sostiene mette in guardia dall’«apostasia pratica del nostro tempo».
Secondo quanto riportato, Burke due mesi fa avrebbe chiesto a papa Leone XIV di porre fine alla persecuzione contro la Santa Messa della Tradizione.
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Immagine screenshot da YouTube
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La virtù di fortezza in tempi di crisi
L’attuale crisi nella Chiesa solleva per noi diversi interrogativi: quanto durerà? Sembra che siano disponibili molte opzioni per affrontare la sofferenza e le ansie che essa provoca.
La precipitazione o l’esitazione prolungata, anche sotto apparenze di bene, ci conducono sulla strada sbagliata e ci inducono a prendere decisioni errate.
In questi tempi segnati da incertezza, sofferenza e difficoltà, la dottrina cattolica offre una luce particolare attraverso la virtù della fortezza, una delle quattro virtù cardinali.
Essa può essere definita come segue: «La fortezza è la virtù morale che assicura fermezza e costanza nel perseguimento del bene di fronte alle difficoltà. Rafforza la determinazione a resistere alle tentazioni e a superare gli ostacoli della vita morale. La virtù della fortezza ci permette di vincere la paura, anche della morte, e di affrontare prove e persecuzioni. Ci dispone fino a rinunciare e sacrificare la nostra vita per difendere una giusta causa».
Questa virtù non è semplicemente stoica resistenza o puro coraggio naturale. È una disposizione abituale dell’anima, perfezionata dalla grazia, che ordina l’appetito irascibile – quella parte di noi che reagisce alle difficoltà e alle minacce – secondo la ragione illuminata dalla fede.
San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologica (I-II, q. 123), specifica che la forza ha come oggetto principale la paura e l’audacia, specialmente di fronte al pericolo mortale. Essa consiste in due movimenti complementari: «aggredi» (intraprendere, attaccare il male) e «sustinere» (sopportare; resistere). Nei momenti di crisi, è spesso il secondo a prevalere: la pazienza e la costanza di fronte a ciò che non può essere immediatamente cambiato.
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La fortezza di fronte alle crisi contemporanee nella Chiesa e nella società
Le crisi economiche, sociali, spirituali, religiose o personali generano naturalmente paura, ansia, scoraggiamento e talvolta disperazione. Nella tempesta alcuni credono sia più prudente abbandonare la barca con mare mosso e farsi travolgere dalle onde, altri cambiano rotta senza vedere bene con una bussola che cambia continuamente, altri ancora, come un pilota di aereo affetto da disorientamento spaziale, perché non ha più i consueti punti di riferimento, prendono le decisioni in base ai propri sentimenti e sensazioni piuttosto che credere negli strumenti ancora a disposizione.
La virtù della fortezza non nega queste emozioni; le domina. Impedisce che l’anima rimanga paralizzata. La fortezza combatte innanzitutto i nemici interiori: l’ansia, la paura, i dubbi che immobilizzano. Rende l’uomo «resiliente», capace di restare fedele al bene anche quando tutto sembra andare in pezzi.
Questa forza trova il suo modello supremo in Gesù Cristo. Sulla Croce, Nostro Signore ha affrontato la sofferenza e la morte non per temerarietà, ma per amore fedele fino alla fine. «Nel mondo avrete tribolazione, ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). I martiri, il cui sacrificio è considerato da san Tommaso l’atto di fortezza più perfetto, illustrano questa verità: preferirono la fedeltà a Dio alla conservazione della loro vita terrena.
Oggi la forza si manifesta meno spesso nel martirio cruento che nella fedeltà quotidiana: continuare ad amare la Chiesa, a pregare, a lavorare per il bene comune e la salvezza delle anime, a difendere la verità nonostante pressioni, perdite o incomprensioni. La fortezza non è isolata. Si fonda sulle altre virtù cardinali (prudenza, giustizia, temperanza) e, ancor più, sulle virtù teologali. La fede dà il senso della prova; la speranza impedisce di cedere alla disperazione; la carità motiva il sacrificio. Ella è elevata anche dal dono dello Spirito Santo che porta lo stesso nome.
Così, ciò che è impossibile con le sole forze umane, diventa possibile mediante la grazia: «La mia forza è il Signore» (Sal 118,14).
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Praticare la fortezza oggi
Come possiamo coltivare questa virtù in tempi di crisi? Innanzitutto attraverso la preghiera umile e perseverante, che unisce l’anima alla fonte di ogni forza. Poi attraverso atti quotidiani di fedeltà: mantenere gli impegni nonostante la fatica di una crisi che dura da tempo, rifiutare la menzogna o il facile compromesso, sostenere tutte le anime disorientate, accettare la sofferenza senza amarezza. La pazienza (perseverare nel presente) e la perseveranza (perseverare nel bene) sono preziose alleate della forza.
Dobbiamo evitare anche gli eccessi opposti: la codardia, che fugge il dovere, e l’incoscienza, che si mette in pericolo senza discernimento. Entrambi sono contrari alla virtù della prudenza. La vera forza è misurata, ordinata al vero bene e sempre aperta alla misericordia. La fortezza mantiene l’animo calmo, pacifico e coraggioso nonostante il disprezzo, l’ingiustizia e l’ostracismo.
Nelle crisi che scuotono il nostro mondo, la Chiesa e la nostra vita, Ella trasforma la prova in un’opportunità di crescita spirituale, accresce i nostri meriti. Ci ricorda che il bene non è vinto dal male e che chi si affida a Dio può rimanere saldo, anche quando tutto vacilla.
Don Philippe Pazat
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine: Francisco de Zurbarán (1598–1664), San Bonaventura e San Tommaso d’Aquino davanti al Crocifisso (1629), Gemäldegalerie, Berlino
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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