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Pensiero

I pro-life italiani vogliono tenersi la legge 194. Mentre qualcuno dissemina il Paese di feti in barattolo

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Oggi mi ha chiamato un amico per chiedermi se avevo sentito di una nuova iniziativa del mondo prolife italiano.

 

Io rispondo che no, è difficile, se non impossibile, perché, secondo una comprensione ingeneratasi in me nel tempo, considero storicamente l’antiabortismo organizzato come un fenomeno ingenuo se non stupido nel migliore dei casi, venduto se non corrotto nel peggiore, e comunque sempre deleterio, con forte nocumento finale alla stessa causa che credono di portare avanti, la difesa della vita umana.

 

Forse qualche lettore sa cosa ne penso: l’aborto è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole, un’arma di distrazione della massa cattolica: mentre mandano tante brave persone a protestare contro l’interruzione di gravidanza, questi dall’altra parte continuano a sprone battuto con la produzione di esseri umani in laboratorio, che tecnicamente ad oggi, dati governativi ufficiali, uccide più embrioni che l’aborto chirurgico e/o chimico.

 

L’amico comincia a raccontarmi per sommi capi di cosa si tratta: è un insieme di tutte le sigle possibili, sempre le stesse, della giostra catto-attivistica degli ultimi lustri.

 

Quelli che dicevano di lottare contro l’aborto, ma poi hanno mandato alle elezioni politiche personaggi che dichiaravano che la legge feticida non andava toccata.

 

Quelli che dicevano di combattere contro il matrimonio gay, che poi si è materializzato sotto i loro occhi senza che potessero fare niente, pur avendo ampie proiezioni parlamentari (deputati, senatori, ministri, sottosegretari) negli allora partiti di governi.

 

Quelli che dicevano di essere in trincea contro il gender nelle scuole, che ora è percolato sin negli asili, senza che questi, a parte chiedere soldi o fare congressi infertili ed altre trovate pubblicitarie, potessero fare nulla.

 

Quelli che parlavano di dignità umana, per poi fare le conferenze con il green pass – cioè la sottomissione biologica della persona, realizzata attraverso un farmaco derivato dall’aborto.

 

Insomma, capite con quale difficoltà, per ascoltare la storia di questa telefonata, freno il disgusto.

 

Ecco che mi racconta: «si tratta di una raccolta di firme – sì, un’altra… – per modificare la legge 194». Già qui cadono le braccia, e non solo. Ma come? Davvero ancora propongono di stare dentro quella legge, invece che abolirla?

 

In verità non mi sorprendo: da Ruini sino al ministro Roccella, sono decenni che il potere democristiano ancora infiltrato ovunque ci dice che la 194 non si tocca. Tuttavia, possibile che almeno sigle e movimenti (compresi quelli fatti magari da una solo persona, o anche due), perennemente ingannati dalla classe politica ed episcopale, siano rimasti ancora lì, e pure senza vergognarsi?

 

L’amico va avanti, e la racconta tutta: «in pratica si aggiungerebbe un comma nella legge sull’aborto per obbligare il medico che visita la donna che vuole abortire a fargli ascoltare il battito del cuore del bambino, magari farle pure vedere delle ecografie».

 

A questo punto il sangue, e lo schifo, ribollono nelle vene.

 

A questo punto tocca di analizzare il processo cerebrale che sta alle spalle di tale idea, di figurarsi come possa essere venuta loro in mente una cosa del genere.

 

Dobbiamo immaginarci la storia che si sono fatti in testa questi pro-life pro-194: cercate di vederlo proprio come una striscia a fumetti.

 

Primo riquadro: donna triste che va dal tizio in camice, e dice «dottore voglio abortire».

 

Secondo riquadro: il dottore (che magari ha prescritto o eseguito centinaia e migliaia di aborti, o ha visto e lasciato fare quantità di colleghi con cui pranzava continuamente, il tutto votando PD, Radicali, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, quello che volete) che a questo punto esclama, perché intimamente obbligato dalla legge: «prima dobbiamo ascoltare il battito cardiaco del nascituro!»

 

Terzo riquadro: la donna, sentendo il toc-toc del cuore del figlio, esclama (col fumetto seghettato e abbondanza di punti esclamativi): «ma allora è vivo! Non abortisco più!»

 

Quarto riquadro: il bambino nasce e la mamma è felicissima. (Del padre non si sa nulla, mica possiamo metterlo nel fumetto: di fatto la 194/78 lo estromette dall’assassinio del figlio, e questa è una fantasia ad inchiostro sub speciem centum nonaginta quattuor).

 

Quinto riquadro: il bambino cresce e diventa un ingegnere, un geniale musicista, un contribuente dell’8 per mille. L’aborto, grazie a questa piccola gabola inserita nella legge genocida, è sconfitto per sempre. Trionfa il bene e il futuro dell’umanità. Fine.

 

Il lettore capisce da sé che i fumetti della Marvel, paragonati a questo, sono puro neorealismo: L’Uomo Ragno, I fantastici Quattro, L’Incredibile Hulko si danno a questo punto come opere veriste. Mostrano d’improvviso la loro cifra di realismo sociale anche Topolino e Dylan Dog (il quale esclamerebbe, con molta ragione visto il contesto, «Giuda ballerino!»).

 

Siamo nell’antiabortismo fantasy, nella fantascienza pro-life: eppure qualche anziano presente nelle varie sigle dovrebbe ricordarsi di quando la visita per l’aborto poteva essere fatta di un dentista (professione medica che con la ginecologia non c’entra nulla, a parte quel famoso irripetibile canto d’osteria, il duodecimo).

 

Altri, più giovani, possono ricordare che le visite pre-aborto prescritte dalla legge vengono eseguite con tale cura che, anni fa, accadde che mandarono a far abortire una signora che non era nemmeno incinta. È una storia che circolava: scommettiamo che i casi sono molteplici, ma, certamente, non raggiungono i giornali.

 

Non è finita, perché di qui, come la nobile iniziativa contro l’aborto, si va in peggio.

 

L’amico mi legge il testo del comunicato: «La donna ha il diritto di essere resa consapevole della vita che porta nel grembo, una vita con un cuore che pulsa. Solo in tal modo può essere realmente libera e responsabile delle sue azioni».

 

Ammettiamo di non capire cosa ci sia davvero scritto: aiutiamo la donna a capire davvero di stare per divenire un’assassina figlicida?

 

Oppure c’è scritto: lasciamo la donna libera di uccidere il figlio in piena consapevolezza?

 

La parola «responsabile», cosa significa? «Responsabile» di che, visto che l’aborto (con la produzione di esseri umani in vitro e lo squartamento per predazione degli organi) è, al di fuori della guerra, l’unica forma di terminazione della vita altrui (dicesi anche: «omicidio») senza alcuna conseguenza penale, anzi, con dietro una spinta morale dello Stato e della società?

 

Nemmeno ora è finita: la proposta di legge «intende dare piena applicazione alla legge sul consenso informato».

 

Eh?

 

Consenso informato? Ma stiamo scherzando, vero? Il «consenso informato» vale una vita umana? Un bambino vale un bugiardino?

 

E poi, scusate, parliamo di consenso informato, dopo anni di vaccinazioni obbligatorie mRNA? Dopo che milioni di persone (e quanti antiabortisti viscidi, scappati di casa e/o para-democristiani?) si sono iniettati un siero genico sperimentale senza sapere nemmeno cosa fosse – come non lo sapevano nemmeno i produttori dell’intruglio stregonesco genetico-nanolipidico?

 

Massì. I prolife italici cianciano «consenso informato» dopo che hanno accettato – praticamente tutti – il vaccino venuto dal niente, che è stato derivato, memento, proprio dall’aborto.

 

Arrivati qui, non riesco nemmeno a definirmi bene in testa la magnitudine dello schifo che provo.

 

Perché sento addosso le ore-uomo passate in questi anni a riflettere e a scrivere sulla fine del «consenso informato» decretata dalla pandemia, la cancellazione di Norimberga, l’istituzione di un biototalitarismo spietato ed onnipervadente che non ha bisogno né di informarci né di avere il nostro consenso, perché, toltici i diritti e le costituzioni, siamo solo schiavi.

 

Eccoli, discutono di «consenso informato», in un argomento, quello dell’aborto, dove inserirlo non poteva venire in mente neanche sotto tortura – perché è ridicolo, non c’entra nulla con la vita del bambino, che è l’unica cosa che conta! – in un mondo dove, con estrema probabilità, già si muovono i vaccini autopropaganti: cioè, piccole epidemie vaccinali che si diffondono non con programmi statali sanitari di sierizzazione, ma con la diffusione virale tipica delle malattie.

 

Su Renovatio 21 ne parliamo da anni: i vaccini autopropaganti – che sono materialmente la fine del feticcio del «consenso informato» – stanno avanzando, oltre che nei discorsi dei bioeticisti, anche negli esperimenti. E non è detto che quello che chiamano lo «shedding», la diffusione involontaria interpersonale delle proteine spike e possibilmente dell’mRNA (e pure delle particelle LNG che trasportano il materiale genetico del vaccino), una questione che sta impegnando diversi scienziati al momento, non abbiamo un esempio di vaccino autopropagante già con la siringa anti-COVID-19.

 

Il che significa, che c’è chi dice che i non vaccinati si stiano contaminando anche solo rimanendo a contatto con i vaccinati – e non solo con i contatti sessuali (dove, con orrore, si è osservata l’incidenza della spike negli spermatozoi!) ma pure per trasmissione aerea.

 

Gli antiabortisti, che magari si sono fatti il siero fatto con l’aborto, vogliono la clausola di «consenso informato», mentre magari stanno contagiando, con la loro pozione diabolica derivata da sacrificio di bambino, il prossimo loro, senza che questi possa essere informato, o consentire, ad alcunché.

 

Bisogna dire che non sono solo stanco delle ingenuità, così come dei traffici dell’immortale network democristiano para-episcopale, con la loro programmatica opposizione simbolica all’aborto, che mi sono ritrovato ovunque, nel governo Berlusconi, nel governo Monti, nel governo Letta, nel governo Renzi e pure ora, a volte ritornano, nel governo Meloni. Ne ho scritto, negli anni, ad nauseam.

 

Il fatto è che sto cominciando a maturare una visione più ampia, e tetra, che mi rende la dabbenaggine catto-attivista ancora più intollerabile. Non è solo il fatto che il maggiore numero di morti non lo fa la 194/78, ma la 40/2004: cioè muoiono più embrioni con la riproduzione assistita (legge vergata, come quella abortista, da democristiani) che con l’interruzione volontaria di gravidanza. Non è solo il fatto che mi è chiaro, e da anni, che il Vaticano, con i suoi omini piazzati in politica e le capriole bioetiche nei Sacri Palazzi, sta preparando lo sdoganamento del bambino artificiale, dell’umano concepito in provetta, magari bioingegnerizzato col CRISPR.

 

No, il mio livello di disillusione, e di timore, oramai è passato di livello.

 

Ho capito che mentre tutto il mondo pro-vita – per decenni, me compreso – parlava di 194, legge 40, uteri in affitto, DICO, PACS, unioni civili, fecondazione eterologa, gay, testamento biologico, DDL e pontificie accademie, qualcuno nascondeva in giro per il Paese barattoli contenenti feti.

 

Se siete nuovi su Renovatio 21 e questa non l’avete sentita, andate a leggervi qualcuno degli articoli. Bambini perfettamente formati, figli di chissà chi, abortiti chissà come (per cesareo? I bambini abortiti normalmente escono a pezzi, «frullati») inseriti in barattoli pieni formaldeide, e disseminati sul territorio, specialmente in zone verdi.

 

Uno è stato ritrovato poco tempo fa nella campagna veneta. Uno lo avevano rinvenuto nel 2019 in un parchetto di Torino. Indietro con gli anni spuntano gli stessi feti imbarattolati, con la formaldeide, vicino ai fiumi, nei cimiteri… un caso su cui sto cercando materiale, di anni fa, riguarderebbe addirittura una chiesa: enigmatico aborto in bottiglia, piazzato dentro la Casa di Dio.

 

Non nascondo, infine, che nonostante la mia tenacia, ancora nulla ho capito riguardo a cosa fossero quelle decine di barili pieni di feti ritrovati in quel capannone di Granarolo… Chi erano? Come erano stati ottenuti? A cosa servivano? All’uomo che tenta di unire i puntini, può uscire il pensiero più folle, e finire per ipotizzare che siano in qualche modo correlati a questi feti in barattolo occultati nel territorio – un fenomeno il cui pattern, ci rendiamo conto, è stato ipotizzato solo da Renovatio 21.

 

Torno a parlare di questa storia perché, qualora avessi ragione, saremo davanti alla necessità di capire che la lotta contro l’aborto è condotta sul piano sbagliato, con i mezzi sbagliati, e magari pure con le persone sbagliate.

 

E se l’aborto, invece che essere una faccenda di raccolta di firme e di marcette, di comma di legge, di incontri con vescovi e parlamentari farlocchi… fosse una guerra con forze sataniste, post-sataniste, organizzate in reti di cui mai abbiamo avuto sentore?

 

Quanto è importante l’aborto per questi attori invisibili, se arrivano a incastonare nelle provincie – a loro pericolo – questa serie di capitelli occulti fatti di feti morti?

 

Quella motivazione esoterica, prima che sociopolitica, ha davvero la persistenza dell’aborto legale nel nostro Paese?

 

Dovete capire che per me non è una domanda campata in aria. Qualche idea mi gira già per la testa, e da tempo. Ci sono alcune cose che mi hanno riportato riguardo ad antiche figure che sulla carta dovevano combattere l’aborto (hanno fallito, o anzi hanno fatto peggio) che, messe insieme con altre informazioni, mi hanno portato ad unire altri puntini ancora… facendo uscire disegni indicibili, che lambiscono scandali e misteri del Paese.

 

Non lo sto dicendo per una qualche forma di vanteria, per gongolare stile «io-so-una-cosa-che-voi-no», anche perché con certezza non so nulla, sono solo stato gettato, con la mente, in quadro che è spaventoso, e ogni passo che faccio in avanti, più mi rendo conto che l’abominio è radicato in cose che nulla hanno a che fare con la politica, con la CEI, con gli attivismi inetti e babbalei.

 

Non è una ricerca che ho portato a compimento: non ho certezze, perché so che nel momento in cui mi dedicassi a cercarle, ne verrei divorato, non potrei pensare ad altro, finirei come tutti quegli scrittori la cui esistenza finisce consumata dall’ossessione per un serial killer… e mi rendo conto che è proprio questa la questione, perché qui parliamo di persone e strutture che hanno consentito l’omicidio seriale non di decine, non di centinaia, ma di milioni di persone.

 

Qualcuno, operante su un livello ancora incompreso, ha impostato questo immane sacrificio umano – e lo sta mantenendo, forse pure con segni occulti.

 

Mi fermo qua. Il fastidio per l’ingenuità pro-vita sta lasciando il passo alla paura, all’orrore.

 

Il fumetto che descrive ciò di cui sto scrivendo è, quello sì, davvero un pezzo di letteratura fantastica. Tuttavia, esso è aderente alla realtà: mostruosa e oscura, la storia più orrenda che abbiate mai sentito, il racconto che più nella vita dovrebbe intimorirvi, la maledizione concreta che dovrebbe terrorizzare tutti i cristiani, e non solo loro.

 

Nell’orrore e nell’incomprensione, nel mistero e nella stupidità, il sacrificio umano nazionale va avanti.

 

Mentre i catto-ebeti continueranno, ad aeternum, a non capire un cazzo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

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Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione

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La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.

 

Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.

 

Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.

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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.

 

La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.

 

Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.

 

A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).

 

Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.

 

Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.

 

Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.

 

Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.

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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.

 

La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.

 

A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.

 

Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.

 

Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.

 

Taro Negishi

Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.   Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.   Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.   Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?   E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.   Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!   Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)   Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»   Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.   E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.   Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?   Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.   E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.   A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».   Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.   «Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».   Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.   Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.   Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.   Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.   Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.   E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.   Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News
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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.

 

Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».

 

È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.

 

Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.

 

A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.

 

Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.

 

Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.

 

Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.

 

Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.

 

Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.

 

E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.

 

Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.

 

La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.

 

Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.

 

Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.

 

La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.

 

Elisabetta Frezza

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