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Geopolitica

I media francesi cercano di coprire i crimini militari in Mali: ONG russa

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La campagna informativa lanciata da diversi media francesi in relazione alla situazione in Mali si basa su una grossolana falsificazione ed è volta a nascondere i crimini dell’esercito francese, sostiene Mira Terada, capo della Fondazione russa Battle Injustice. Lo riporta la testata governativa russa Sputnik, ora non raggiungibile dal web italiano

 

A maggio, il vice inviato russo presso le Nazioni Unite Dmitrij Poljanskij ha affermato che la Russia ha avviato una discussione in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione nella città maliana di Gossi con l’obiettivo di sollevare la questione della campagna di disinformazione scatenata dalla Francia con accuse contro Mali e Russia.

 

Ad aprile, secondo quanto riferito, le truppe maliane hanno trovato corpi sepolti vicino all’ex base francese di Gossi.

 

«Secondo l’opinione unanime degli esperti della Fondazione per la battaglia contro l’ingiustizia, i media francesi stanno cercando di nascondere gli evidenti crimini disumani dell’esercito francese con l’aiuto di una grossolana e infondata falsificazione informativa», ha detto Terada ai giornalisti ad un evento a San Pietroburgo.

 

Terada ha osservato che il Mali e la Russia dovrebbero condurre un’indagine indipendente. Gli esperti russi dovrebbero condurre prontamente questa indagine e rivelare le prove quando verrà creata un’istituzione veramente obiettiva e indipendente, che continuerà ad occuparsi di questioni di regolamentazione delle relazioni internazionali, ha aggiunto.

 

La task force militare a guida francese Takuba è stata fondata nel 2014 da diversi Paesi europei per consigliare e assistere l’esercito maliano nella loro lotta contro il terrorismo nel Sahel.

 

Il 17 febbraio 2022, la Francia e i suoi alleati a Takuba, insieme a un piccolo numero di soldati canadesi, hanno iniziato un ritiro congiunto delle truppe dal Mali a causa di disaccordi con il governo di transizione della nazione africana, salito al potere a seguito di un’acquisizione militare.

 

Secondo il presidente francese Emmanuel Macron, il ritiro delle truppe dal Paese richiederà dai quattro ai sei mesi. Il governo maliano, a sua volta, ha esortato Parigi a ritirare «senza indugio» le truppe impegnate nelle operazioni di antiterrorismo.

 

Lo scorso lunedì, le autorità di transizione maliane hanno annunciato la loro decisione di interrompere la cooperazione in materia di difesa con la Francia.

 

L’Italia è operativamente presente in Mali dal 14 gennaio 2020 con un contingente militare, che sottostava all’operazione Barkhane, a guida francese. La missione è stata finanziata dal governo italiano a maggio 2020 (governo Conte bis) con una dotazione di 49 milioni di euro.

 

Secondo l’osservatorio sulle spese militari Milex, «la task force per il recupero e soccorso medico composta da un ospedale da campo, decine di mezzi terrestri, tre elicotteri da trasporto truppe CH-47F Chinook del 1° Reggimento Antares di Viterbo (che imbarcano i fucilieri Guardian Angel del 66° Reggimento aeromobile Trieste di Forlì) scortati da tre elicotteri da combattimento AH-129D Mangusta del 5° Reggimento Rigel e del 7° Reggimento Vega della Brigata Aeromobile Friuli di Casarsa», per un totale attuale di 250 uomini.

 

Per supportare missione in Mali è stata potenziata anche il contingente italiano in Niger, che prevede 295 soldati , 100 veicoli e 6 velivoli. Alla missione nigerina erano stati assegnati 2021 con 44,5 milioni di euro nel 2021

 

Il Mali ha subito due golpe militari, l’ultimo nel 2021. Parigi ha quindi annunciato il ritiro delle truppe e la fine dell’operazione Barkhane entro questa primavera. Gli occidentali accusano la giunta militare del colonnello Assimi Goïta di essersi rivolta alla Russia, che avrebbe mandato i contractor del Gruppo Wagner, i quali si sarebbero posizionati in una base di Timbuctù abbandonata dai francesi

 

Secondo la testata dei missionari Nigrizia l’Italia – a differenza di Francia, Germania, Svezia, Norvegia – non sta lasciando dal Mali.

 

Secondo alcune testate, l’Italia avrebbe favorito un accordo fra il governo e i gruppi armati ribelli del Nord, che avrebbero firmato un accordo di principio a Roma a inizio anno.

 

Come riportato da Renovatio 21, il 10 gennaio 2022 il Mali aveva annullato gli accordi militari con Parigi.

 

Pochi mesi prima, il primo ministro del Mali Choguel Kokalla Maiga aveva pesantemente accusato la Francia di addestrare gli stessa terroristi che dice di combattere.

 

 

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Geopolitica

Hamas afferma di essere pronto a cedere il governo di Gaza

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Hamas ha annunciato di essere disposta a trasferire integralmente il controllo del governo di Gaza a un comitato tecnicocratico palestinese, come previsto dal piano di pace proposto dal presidente statunitense Donald Trump.

 

Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG) è stato istituito nell’ambito di un fragile accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, mediato da Washington e entrato in vigore alla fine dello scorso anno.

 

«Tutti i ministeri, le agenzie e i dipartimenti, anche quelli del settore della sicurezza, sono pronti a consegnare tutti i fascicoli al comitato indipendente», ha dichiarato il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, in un’intervista all’AFP pubblicata mercoledì.

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«Il comitato entrerà poi nella Striscia di Gaza. Seguirà il processo di passaggio di consegne», ha aggiunto, precisando che sono state predisposte tutte le condizioni necessarie per un trasferimento completo della governance dell’enclave palestinese.

 

Hamas è ora «pronta a intraprendere tutti i passaggi della seconda fase» del piano di pace di Trump, ha concluso Qassem.

 

Il passaggio delle consegne dal gruppo militante e il suo disarmo rappresentano il passo successivo nella roadmap delineata dal presidente statunitense per porre fine al conflitto tra Hamas e Israele e procedere alla ricostruzione di Gaza.

 

Il giorno precedente, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva avvertito che Gerusalemme Ovest non autorizzerà l’avvio della ricostruzione nell’enclave, in gran parte devastata, fino a quando Hamas non avrà completato il disarmo totale.

 

«Israele manterrà il controllo di sicurezza» sia su Gaza che sulla Cisgiordania, ha ribadito, confermando l’opposizione alla creazione di uno Stato palestinese.

 

Secondo il piano di pace di Trump, la gestione ordinaria di Gaza dovrebbe essere affidata al NCAG, composto da 15 tecnocrati palestinesi. Tale organismo opererebbe sotto la supervisione di un «Consiglio per la Pace», presieduto dal presidente statunitense.

 

Nonostante il cessate il fuoco mediato da Trump, Israele e Hamas si sono accusati reciprocamente di continue violazioni. L’armistizio ha posto fine a un conflitto scoppiato il 7 ottobre 2023, quando militanti di Hamas hanno attaccato Israele, causando circa 1.200 morti e il rapimento di oltre 250 persone. In risposta, lo Stato degli ebrei ha imposto un blocco e lanciato un’operazione militare su Gaza, che secondo il ministero della Salute dell’enclave controllato da Hamas ha provocato la morte di quasi 72.000 palestinesi.

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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

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Geopolitica

Al-Jolani visita Mosca per la seconda volta in meno di quattro mesi

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Mercoledì il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il suo omologo siriano Ahmed al-Sharaa – già noto come il terrorista ricercato Muhammad al-Jolani – per discutere della ricostruzione della Siria, della cooperazione bilaterale e del ruolo di Mosca nel Paese. Si è trattato della seconda visita di Al-Sharaa nella capitale russa in meno di quattro mesi.   Al-Sharaa, un tempo a capo del gruppo islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS), è salito al potere alla fine del 2024 in seguito alla caduta del governo di Bashar Assad. Il deposto leader siriano è fuggito in Russia, dove gli è stato concesso asilo, e da allora vive a Mosca con la sua famiglia.   Mosca ha proseguito la collaborazione con la nuova leadership siriana e ha mantenuto la sua presenza militare presso la base aerea di Khmeimim e la base navale di Tartus in Siria.   Durante l’incontro, Putin ha dichiarato che i rapporti diplomatici tra Russia e Siria sono sempre stati amichevoli e ha ringraziato al-Sharaa per aver contribuito a svilupparli ulteriormente. Il presidente russo ha inoltre rilevato che il volume degli scambi commerciali tra i due paesi è aumentato del 4% rispetto all’ultimo incontro tra i due leader, avvenuto a ottobre.

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«Sebbene forse non sia un obiettivo così ambizioso come avremmo voluto, è comunque un passo avanti, e una tendenza che dovremmo proseguire. Continuiamo a lavorare attivamente per sviluppare la nostra partnership in tutti i settori», ha affermato.   Mosca e Damasco intendono collaborare in un’ampia gamma di settori, tra cui sanità, edilizia, industria e sport, secondo quanto dichiarato dal presidente russo. Le aziende e le imprese edili russe sono pronte a collaborare con i loro partner siriani per la ricostruzione della nazione mediorientale, ha aggiunto Putin.   Il presidente russo ha inoltre espresso apprezzamento per gli sforzi di Damasco volti a ripristinare l’integrità territoriale della Siria e si è congratulato col Jolani/Sharaa per aver riportato sotto il controllo governativo i territori a est del fiume Eufrate.   Il Jolani/Sharaa ha ringraziato Putin per gli sforzi compiuti dalla Russia per stabilizzare la situazione in Siria e in Medio Oriente, sottolineando che Mosca svolge un ruolo fondamentale nella regione. Ha inoltre affermato che Mosca e Damasco hanno molte questioni all’ordine del giorno e ha espresso la speranza che i colloqui siano fruttuosi.   A dicembre, Al-Sharaa si è recato a Washington per colloqui con il presidente Donald Trump, il quale si è dichiarato «molto soddisfatto» della nuova leadership siriana.   Il già jihadista terrorista, su cui pendeva una taglia da 10 milioni di dollari emessa dal dipartimento di Stato USA, è stato anche a Nuova York a settembre per la plenaria ONU, ricevuto con tutti gli onori dal segretario di Stato Marco Rubio e pure dall’ex direttore della CIA David Petraeus.   L’arrivo dell’ex membro di al-Qaeda in Siria coincideva con l’anniversario della strage delle Torri Gemelle.   Come riportato da Renovatio 21al-Jolani ha incontrato alti funzionari israeliani in un «silenzioso» sforzo di normalizzazione dei rapporti tra Damasco e lo Stato degli ebrei in stile accordi di Abramo.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 
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Geopolitica

«Basta con gli ordini di Washington»: parla il presidente ad interim del Venezuela

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La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, ha affermato di aver raggiunto il limite della pazienza nei confronti delle imposizioni provenienti da Washington, lanciando la prima sfida aperta alla Casa Bianca dopo il rapimento del leader venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti avvenuto all’inizio di questo mese.

 

La Rodriguez ha assunto la guida del Paese in seguito al raid e al sequestro di Maduro da parte statunitense, datato 3 gennaio. In un primo momento, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato che Washington avrebbe «governato» il Venezuela, per poi esprimere in seguito il proprio sostegno a Rodríguez durante la fase transitoria.

 

«Basta con gli ordini di Washington sui politici in Venezuela», ha dichiarato la Rodriguez rivolgendosi a un gruppo di lavoratori del settore petrolifero a Puerto La Cruz, in un evento trasmesso domenica dall’emittente statale Venezolana de Televisión.

 

«Lasciamo che la politica venezuelana risolva le nostre divergenze e i nostri conflitti interni», ha aggiunto la presidente in carica, precisando che la Repubblica ha già pagato un prezzo altissimo per le conseguenze del fascismo e dell’estremismo nel Paese.

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Subito dopo aver giurato come presidente ad interim, Rodriguez aveva affermato che nessun «agente straniero» avrebbe controllato il Venezuela né lo avrebbe ridotto a una «colonia». Successivamente, il direttore della CIA John Ratcliffe si è recato a Caracas per un incontro con lei, apparentemente per trasmetterle le condizioni poste da Trump per un miglioramento delle relazioni bilaterali, che comprendevano cambiamenti sia nella politica interna sia in quella estera.

 

Da quel momento, la Rodriguez ha intrapreso passi per conformarsi alle richieste statunitensi, tra cui l’apertura del settore petrolifero venezuelano alle compagnie americane e una maggiore cooperazione in ambito di sicurezza.

 

Trump ha lodato la Rodriguezza definendola una «persona straordinaria» al termine di una loro conversazione telefonica della scorsa settimana, evidenziando gli «enormi progressi» registrati dopo l’accettazione delle richieste americane e annunciando una partnership «spettacolare» nei settori del petrolio e della sicurezza nazionale. Anche il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha lasciato intendere che la revoca delle sanzioni potrebbe essere ormai prossima.

 

La scorsa settimana, la Casa Bianca ha reso noto l’intenzione di invitare la Rodriguez a Washington, a seguito del colloquio telefonico avvenuto con Trump.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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