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Civiltà

Hulk Hogan e il Dio che distrugge

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«In tre brevi mesi, proprio come ha fatto con le piaghe dell’Egitto, Dio ha portato via tutto ciò che adoriamo. Dio ha detto: “Tu vuoi adorare gli atleti, io chiuderò gli stadi. Tu vuoi adorare i musicisti, io chiuderò gli auditorii. Tu vuoi adorare gli attori, io chiuderò i teatri. Tu vuoi adorare i soldi, io chiuderò l’economia e farò crollare la borsa. Non vuoi andare in chiesa ed adorarmi, io farò in modo che non potrai più andare in chiesa”».

 

«“Se il mio popolo chiamato con il mio nome si umilierà, pregherà e cercherà il mio volto e si allontanerà dalle loro vie malvagie, allora ascolterò dal cielo e perdonerò il loro peccato e guarirò la loro terra”».

 

«Forse non abbiamo bisogno di un vaccino, forse dobbiamo prendere questo tempo di isolamento dalle distrazioni del mondo e avere un risveglio personale in cui ci concentriamo sull’UNICA cosa al mondo che conta davvero. Gesù».

 

Il pulpito di questa predica tagliente sorprende non poco. È un post su Facebook di Hulk Hogan, il massiccio vecchio numero uno di quella lotta fittizia super-televisiva chiamato wrestling.

 

Hogan era il la star indiscussa dello show, il suo personaggio incarnava valori nazionalisti americani (la sua canzone diceva), era quello, tamarrissimo, che arrivato sul ring si strappava la maglia gialla di dosso mostrando un torso fatto di anabolizzanti e raggi ultravioletti.

 

«Forse non abbiamo bisogno di un vaccino, forse dobbiamo prendere questo tempo di isolamento dalle distrazioni del mondo e avere un risveglio personale in cui ci concentriamo sull’UNICA cosa al mondo che conta davvero. Gesù».

Era il campione del match più importante della serata, sfidava solo i big, le buscava ma poi, con una resilienza applaudita dal pubblico sino a spellarsi le mani, resisteva ad ogni manata e pedata (Dan Peterson cercava di tradurre in italoamericano la sua gestualità di incassatore che andava alla riscossa: «nou nou, tu no puoy fare questouh», e vinceva – come da copione.

 

Hulk Hogan, all’anagrafe Terry Bollea (sì, è di origina italiana), ha avuto fama e danari ma anche una vita irta di disgrazia e di peccato. Molti dei suoi amici sono morti, e non è mai stato chiarito se è per ormoni sintetici ed affini utilizzati per le performances. Suo figlio finì coinvolto, come responsabile, in un incidente che costò la morte ad un altro ragazzo. Seguì collasso finanziario, e divorzio dalla moglie. Il Viale del Tramonto era bello che imboccato, come si conviene ad ogni oscura parabola hollywoodiana.

 

Venne poi la cosa più triste ed incredibile. Emerse in rete un filmato di lui che andava a letto con la moglie di quello che era allora il suo migliore amico, un conduttore radiofonico che non si è mai capito che ruolo abbia svolto nello scandalo.

 

Un potentissimo sito di pettegolezzi americano, Gawker, pubblicò il video. Hulk Hogan tentò di denunciare, ma non aveva abbastanza danari per mandare avanti una simile imprese tribunalizia, visto che in USA possono davvero brandire il Primo Emendamento della Costituzione – la libertà di espressione – per coprire la pubblicazione di immagini della vita intima di qualcuno.

 

Con parole del genere, il lottatore dimostra che la devastazione che ha vissuto gli ha lasciato qualcosa. La devastazione che ha vissuto ha, in verità, costruito

Qualcuno gli diede segretamente una mano: il miliardario Peter Thiel, creatore di PayPal e primo investitore in Facebook, uno degli uomini più intelligenti del pianeta, che con Gawker aveva un conto in sospeso. La storia incredibile di questo milionario complotto tribunalizio è raccontata in un libro-rivelazione di qualche anno dopo, Conspiracy.

 

Arrivò al processo Bollea vs Gawker un vero principe del foro di Los Angeles, uno studio la cui parcella sarebbe costata, solo per andare a processo, forse una diecina di milioni di dollari. La situazione si capovolse.

 

Si arrivò al verdetto. Hogan chiedeva 100 milioni di dollari di risarcimento. La giuria gliene assegnò 115. Più 25 milioni in «danni punitivi», un istituto giuridico della common law americana. Gawker andò in bancarotta; Bollea, a fine 2016, arrivò ad un accordo, se ne portò a casa 31. Circa 28,5 milioni di euro.

Dio permette la distruzione. Dio distrugge

 

In pratica, ad Hulk Hogan sono tornati i soldi in tasca. Eppure, con parole del genere, dimostra che la devastazione che ha vissuto gli ha lasciato qualcosa. La devastazione che ha vissuto ha, in verità, costruito.

 

Sì, Dio permette la distruzione. Dio distrugge

 

Sta scritto: «Anche sull’Oreb provocaste all’ira il Signore; il Signore si adirò contro di voi fino a volere la vostra distruzione» (Deutoronomio, 9,8)

 

Il Dio dei cristiani, lungi dall’essere un idolo da ONG della parrocchia moderna, è anche un Dio distruttore.

Sta scritto: «Tale condotta costituì, per la casa di Geroboamo, il peccato che ne provocò la distruzione e lo sterminio dalla terra» (1Re 13,34)

 

Non solo il Dio dell’Antico Testamento è uso a catastrofi e distruzione.

 

Dal Vangelo secondo Marco (27, 51): « Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono».

 

Il Dio dei cristiani, lungi dall’essere un idolo da ONG della parrocchia moderna, è anche un Dio distruttore.

 

La Passione, la Croce. Tutti conosciamo questa meccanica spirituale cristiana; non tutti però realizzano quanto sia necessaria. E quanto sia dolorosa

Decenni fa mi ritrovavo ad interrogarmi su questa cosa che la Chiesa moderna, né al catechismo dell’infanzia né altrove, mi aveva insegnato. Dio crea, Dio distrugge, Dio salva. 

 

Inabissatomi in India, mi ritrovai a rimirare l’abbaglio della corrispondenza con la Trimurti indù, cioè la principale terna di divinità che comandano l’induismo post-vedico. (Ne ho scritto a lungo in un libro di un paio di anni fa, Cristo o l’India, una delle mie digestioni della cultura orientale in cui mi è capitato di immergermi).

 

Qualcosa non tornava, ovviamente. Brahma, il creatore, era decisamente una divinità negletta, poco menzionata, poco adorata – e da qui è facile vedere come l’induismo si riveli una gnosi, una religione che odia la creazione, che vive il mondo fisico come un fastidio da cui liberarsi con la liberazione del nirvana (cioè, letteralmente, l’estinzione).

 

Shiva, il distruttore, era ancora più complicato. Era il dio del divenire ma anche dei ladri. La sua storia è piena di cose cose disdicevoli: taglia la testa al figlio perché non lo riconosce, e ci trapianta la testa di un elefante (e la nascita del dio Ganesh); un nano lo sfida a ballare e lui mette su uno ballo ultraspettacolare che culmina con una danza proprio sopra il corpo dle povero nano – chi la fa l’aspetti: una delle sue mogli ammazza Shiva e balla sopra al suo cadavere con una collana di teste mozzate (Kali, la dea della morte); poi c’è l’episodio non chiarissimo nel quale si sarebbe accoppiato con Vishnu, l’altro personaggio della Trimurti. Dai loro semi nasce  il Gange, ma pure un bebé, cui fu dato il nome di Arikaputtiran.

«Il Signore ti distrugge fino a che non lo lasci costruire»

 

Il quale Vishnu, il dio che conserva, il dio che salva, si incarna (la parola è «discesa», avatar in sanscrito) in creature mondane più o meno una dozzina di volte per salvare il mondo. Diventa tartaruga, pastorello, uomo leone, principe, immenso cinghiale, cacciatore, pescione cosmico. Secondo alcune scuole di pensiero, anche Buddha, Gesù Cristo e – qualcuno vagheggia dentro e fuori dell’India – perfino Adolf Hitler sarebbero suoi avatara.

 

Voi capite, niente di tutto questo poteva aiutarmi a comprendere il mistero divino della distruzione. Soprattutto quando essa riguardava la mia vita interiore.

 

Così, sempre tanti anni fa, mi ritrovai a Milano, con ospite in casa un ragazzo cattolico che era sì un bravo ragazzo, ma di cui – dall’alto della mia spocchia farisaica di sapientone –non avevo un gran rispetto sul piano intellettuale. Non apprezzavo la sua fede cieca, genuina, che mi pareva tutto sommato superficiale. Invece avevo solo da imparare da lui.

 

Parlavamo del suo gruppo cattolico, ora forse dissolto, che stava attraversando un momento difficile. Non sembrava turbato dalla cosa. «Il Signore ci distruggerà fino a che non saremo a posto». Era perentorio, sicuro.

 

«Il Signore ti distrugge fino a che non lo lasci costruire». Dio ti umilia e ti mortifica, perché quella è la via per prepararti ad accettare il suo disegno, la sua costruzione.

 

Nessun edificio sarà costruito se prima non saranno distrutte le macerie della Civiltà della Morte che ha creato e diffuso il Coronavirus

Era un momento in cui per varie ragioni non ero al massimo del mio splendore, diciamo così, ma al ragazzo non volevo certo lasciarlo vedere. Per quanto semplici, queste parole potevano non rimbombare nel mio essere. Perché, essendo una verità spirituale ultima ed incontrovertibile, parlavano dritto a me, di me, per me.

 

Sta scritto: «Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni» (Mt 26, 61)

 

Dio mi stava distruggendo – o stava permettendo che mi distruggessero, o che io mi distruggessi da solo. Il chi non aveva importanza, importava il cosa, cioè la realtà vera, predisposta dal disegno di Dio. Realtà che per me, in quel momento tetro, era  sofferenza e disintegrazione di sentimenti e certezze.

 

La Passione, la Croce. Tutti conosciamo questa meccanica spirituale cristiana; non tutti però realizzano quanto sia necessaria. E quanto sia dolorosa.

 

E così eccoci nell’era della croce pandemica. Una croce alla quale in un modo o nell’altro stato chiesto a tutta l’umanità di sottoporvisi. Alcuni hanno perso cari e conoscenti (a me è capitato), altri hanno perso la vita. Altri ancora la salute, il senso del gusto e dell’olfatto, il fatturato, la pazienza, il lavoro.

Prego solo che mi sia ridata la libertà per concentrarmi sulle cose essenziali: l’unità della mia famiglia, le sostanze per alimentarle, il cibo, forse anche la lotta contro chi ci ha fatto piombare in quest’incubo

 

Eppure tutte queste – compresa la vita – sono cose secondarie dinanzi a Cristo. Il lottatore peccatore ha ragione. La Terra desolata non potrà tornare fertile se prima non prepariamo il terreno perché la natura fiorisca.

 

Nessun edificio sarà costruito se prima non saranno distrutte le macerie della Civiltà della Morte che ha creato e diffuso il Coronavirus.

 

Prendetela un’ottava più in basso, se non ce la fate. Il wrestler ci parla dell’inutilità di stadi e sale concerti, campioni dello sport e musicisti famosi. Se penso alla mia vita, vedo quanto ha ragione: oggi non è possibile aver fiducia in nessuna celebrità, politica o musicale, scientifica o sportiva; oggi non penso nemmeno lontanamente ad intrupparmi ad un concertone o ad una partita di calcio, non penso a festoni scatenati. 

 

Il virus ha contaminato il mondo, ma la purezza del cuore è lì, disponibile a tutti quanti, così come l’amore del Dio che ci distrugge e che ci salva

Prego solo che mi sia ridata la libertà per concentrarmi sulle cose essenziali: l’unità della mia famiglia, le sostanze per alimentarle, il cibo, forse anche la lotta contro chi ci ha fatto piombare in quest’incubo. Prego per la religione, nel senso etimologico: l’unione. Il nuovo legarsi delle persone attorno non agli idoli, ma a ciò che è necessario, essenziale. I legami di sangue. Il Paese. La comunità. La vita biologica. L’umanità. E poi certo, l’unica vera Religione, quella che ci dà la comunione, quella che ci connette fisicamente a Dio.

 

Dovrei pensare più a Gesù, vero. Ai tempi del Coronavirus, scopro che ho tanto da imparare da Hulk Hogan e da quelli come lui.

 

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».

 

Il virus ha contaminato il mondo, ma la purezza del cuore è lì, disponibile a tutti quanti, così come l’amore del Dio che ci distrugge e che ci salva.

 

 

Roberto Dal Bosco

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Cina

Prove tecniche di cultura neoimperiale: Xi Jinping scrive sulla Civiltà cinese e della sua storia da un milione di anni

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Il numero del 15 luglio del giornale cinese Qiushi, il bimestrale di punta del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese (PCC), ha pubblicato un articolo del presidente Xi Jinping su «Avanzare la ricerca della storia della civiltà cinese e sviluppare una maggiore consapevolezza della Storia mentre si costruisce fiducia nella cultura». Lo riporta l’agenzia di Stato cinese Xinhua.

 

L’articolo vergato dall’uomo forte di Pechino descrive che «il progetto per tracciare le origini della civiltà cinese, ha dimostrato che la storia della Cina include un milione di anni di umanità, 10.000 anni di cultura e più di 5.000 anni di civiltà, secondo l’articolo» scrive Xinhua.

 

«L’articolo sollecita sforzi per approfondire la ricerca sulle caratteristiche e le forme della civiltà cinese e promuovere la trasformazione creativa e lo sviluppo della raffinata cultura tradizionale cinese. Sottolinea inoltre la necessità di promuovere gli scambi e l’apprendimento reciproco tra le civiltà e promuovere lo sviluppo di una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, e la necessità di fare in modo che le reliquie culturali e il patrimonio svolgano il proprio ruolo nello sviluppo culturale e creino un’atmosfera sociale che facilita gli sforzi per portare avanti la raffinata cultura tradizionale cinese».

 

È facile vedere come, dietro la solita lingua di legno pechinese, si intravede lo sforzo per creare i presupposti culturali ad un futuro neoimperiale per la Cina.

 

Parlando di Civiltà cinese antica – antichissima – si vuole affermare il diritto del Regno di Mezzo alla primazia mondiale, che con la patente decadenza degli USA di Biden (considerato da molti, appunto, un pupazzo di Xi e del Partito Comunista Cinese) è alla portata.

 

Forse può aver sorpreso il lettore il fantastico numero scritto da Xi, il milione di anni di storia della Cina, ma c’è una questione scientifica (e quindi politica, e geopolitica) precisa dietro l’incredibile cifra. La Cina è sostenitrice della cosiddetta teoria «Out of Asia» (o meglio «Out of China») che contesta la teoria per cui gli esseri umani si sarebbero evoluti a partire dagli ominidi dell’Africa (teoria detta «Out of Africa»).

 

Nonostante la teoria perdesse peso nel consenso scientifico internazionale, il paleoantropologo Jia Lanpo, il fondatore della disciplina nel suo Paese e scopritore dei resti del cosiddetto Sinanthropus pekinensis («L’uomo di Pechino», sottospecie dell’homo erectus), sostenne la teoria dell’umanità cinese fino alla sua morte nel 2001: per Jia la culla dell’uomo è situata nella Cina sud-occidentale.

 

In pratica, la Cina rivendica di essere la madre dell’umanità intera.

 

Il lettore può capire l’implicazione nazionalista, nonché sottilmente razzista dell’idea: del resto, la Cina è l’unica superpotenza tecnicamente monoetnica.

 

La Cina sta riscrivendo la storia in modo piuttosto pubblico Ai tempi delle Olimpiadi di Pechino, durante la colossale cerimonia di apertura dei giuochi creata dal regista Zhang Yimou, venne dato molto risalto alla storia del navigatore e diplomatico cinese Zhang He (1371-1411), una sorta di Cristoforo Colombo del Celeste Impero.

 

È stato sostenuto, e pure da miltiari americani, che oltre ad Asia e Africa, l’intrepido ammiraglio avrebbe scoperto perfino l’America circa 70 anni prima degli europei. Tale idea è chiamata «ipotesi 1421». Inutile dire che sia popolarissima in Cina.

 

La Cina si prepara a dominare il mondo. Non solo con i prodotti a basso costo e virus: anche con il revisionismo storico.

 

 

 

 

Immagine del teschio di Einsamer Schütze via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata.

 

 

 

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Civiltà

Birmania, in aumento l’estrazione illegale di terre rare, sostenuta dalla Cina

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Dopo il colpo di Stato dell’anno scorso l’attività mineraria nel nord del Myanmar è quintuplicata. I rifiuti tossici e radioattivi ammontano a milioni di tonnellate. La regolamentazione del settore è quasi impossibile per la presenza di una milizia affiliata al regime birmano.

 

 

Nello Stato settentrionale del Kachin è quintuplicata l’estrazione di terre rare che vengono esportate in Cina grazie alla complicità di una milizia vicina al regime birmano.

 

Lo afferma il sito indipendente The Irrawaddy, secondo cui a Pangwa, nella municipalità di Chipwi – dopo il colpo di Stato della giunta militare che ha estromesso il governo civile guidato da Aung San Suu Kyi il primo febbraio dell’anno scorso – è aumentato l’afflusso di lavoratori cinesi nella regione.

 

Le terre rare sono un gruppo di minerali necessari alla produzione di tecnologie avanzate, tra cui auto elettriche, smartphone, turbine eoliche e aerei da combattimento.

 

Con l’aumento della domanda di prodotti high-tech, i giacimenti di terre rare sono diventati di primaria importanza: la loro produzione è quasi interamente controllata dalla Cina, che ne è la prima fonte a livello globale, seguita dagli Stati Uniti e dal Myanmar.

 

Ma l’estrazione dei minerali, se non regolamentata, inquina l’ambiente in modo pesante: esistono studi cinesi risalenti agli anni ‘90 che documentano i danni ecologici causati dall’attività mineraria illegale.

 

Pechino si dedica all’estrazione di terre rare nel nord del Myanmar dal 2016 dopo aver vietato le attività illecite all’interno dei propri confini: oggi oltre la metà dei minerali che arrivano in Cina provengono dall’ex Birmania, con un aumento di anno in anno intorno al 23%

 

Già nel 2018 il Myanmar era per la Cina il principale fornitore di terre rare. Secondo fonti ufficiali cinesi, tra maggio 2017 e ottobre 2021 il Myanmar ha esportato 140 mila tonnellate di terre rare per il valore di oltre un miliardo di dollari.

 

Gli ambientalisti del Myanmar sostengono che ci sarebbero un centinaio di miniere nel nord del Paese, tutte sotto il controllo di investitori cinesi e della New Democratic Army Kachin (NDA-K), una milizia affiliata all’esercito birmano. Nel 2009 è stata rinominata dai generali birmani Border Guard Force.

 

Tra il 2019 e il 2020 erano state trovate da parte del Dipartimento minerario del Kachin diverse miniere illegali: i funzionari hanno spiegato che la presenza di gruppi armati al confine ha sempre reso difficile la regolamentazione del settore. Il precedente governo civile nel 2019 aveva per due volte chiuso tutte le attività, ma con il ritorno al potere della giunta militare sono poi riprese.

 

Secondo alcune stime, tra maggio 2017 e ottobre 2021 il Myanmar ospitava 284 milioni di tonnellate di rifiuti tossici e 14 milioni di tonnellate di rifiuti radioattivi. Per decine di villaggi birmani al confine cinese il suolo e le falde acquifere sono inutilizzabili a causa dell’attività estrattiva.

 

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

Immagine da Asianews

 

 

 

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Civiltà

Potrebbero esserci fino a quattro civiltà malvagie nella nostra galassia: studio

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Un ricercatore calcola che ci sono fino a quattro civiltà aliene potenzialmente «dannose» solo nella nostra galassia, la Via Lattea.

 

Secondo un paper del ricercatore spagnuolo Alberto Caballero non è un azzardo presumere che gli alieni siano simili agli umani e cioè bellicosi e inclini a invadere territori altrui, e quindi pare ci possa essere una probabile potenziale minaccia per noi terrestri. 

 

Il Caballero non è un astrofisico, ma uno studente di dottorato di risoluzione dei conflitti presso l’Università spagnola di Vigo. Sull’argomento delle intelligenze extraterrestri ha però già pubblicato un articolo sull’International Journal of Astrobiology dell’Università di Cambridge sul famigerato segnale extraterrestre  chiamato WOW!.

 

Lo studio del Caballero, che sta tra l’esperimento mentale e la teoria dei giochi, trae le sue conclusioni utilizzando una formula che prende in considerazione come i progressi tecnologici sembrano rendere le civiltà meno propense a invadersi a vicenda.

 

Utilizzando i dati noti sui modi in cui gli esseri umani hanno storicamente invaso i territori degli altri e confrontandoli con il numero di presunti esopianeti abitabili nella Via Lattea, il ricercatore spagnuolo ha incentrato sulla risoluzione dei conflitti sugli alieni deducendone che potrebbero esserci fino a quattro civiltà aliene ostili nella nostra galassia.

 

Ciò detto, scrive Futurism, il rischio per il nostro pianeta è abbastanza ridotto, tanto che la Terra ha molte più probabilità di essere distrutta da un asteroide che di essere invasa da alieni conquistadores

 

«Ho scritto basandomi solo sulla vita come la conosciamo» ha detto Caballero a Vice.  «Non conosciamo la mente degli extraterrestri. Una civiltà extraterrestre potrebbe avere un cervello con una composizione chimica diversa e potrebbero non avere la nostra empatia o potrebbero avere comportamenti più psicopatologici».

 

Ci sono un sacco di presupposti di base nell’articolo di Caballero: primo, che una civiltà extraterrestre sarebbe anche abbastanza interessata all’umanità a tal punto da invaderci, e in secondo luogo che l’aumento dei progressi tecnologici li renderebbe meno bellicosi e non di più.

 

Come riportato da Renovatio 21, il direttore del programma pubblico USA per la ricerca di intelligenze extraterrestri SETI già aveva dichiarato che «probabilmente ci sono civiltà malevole altrove nell’universo, quindi è sicuramente qualcosa che dovremmo considerare mentre continuiamo a esplorare l’universo».

 

Il capo del programma spaziale russo ha invece detto di recente che  gli alieni ci starebbero già studiando e monitorando e tutto sta a capire se siano civiltà pacifiche o con intenzioni bellicose. 

 

 

 

 

Immagine di noble6211 via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0)

 

 

 

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