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Gruppi per la Messa in latino scrivono al papa per le consacrazioni FSSPX e per la libertà per il rito antico

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I gruppi per la Messa tradizionale Una Voce International (FIUV) e la Latin Mass Society of England and Wales hanno rilasciato questa settimana una dichiarazione congiunta esortando la gerarchia ecclesiastica a porre fine alle restrizioni sulla Messa latina tradizionale a beneficio dei fedeli, alla luce dei piani della Fraternità San Pio X (SSPX) di consacrare nuovi vescovi senza l’approvazione del Vaticano. Lo riporta LifeSite.

 

Nella lettera del 3 febbraio , le organizzazioni, note per la loro promozione della Messa antica, hanno espresso la speranza che la FSSPX possa un giorno ricevere lo status canonico regolare e hanno sottolineato le sfide affrontate dai fedeli devoti alla Messa tridentina, che hanno fatto affidamento sulla società per la Messa e i sacramenti a causa delle restrizioni della Traditionis Custodes. La lettera ha poi chiesto al Vaticano di revocare tali restrizioni e di consentire la creazione di ulteriori parrocchie che celebrino la Messa in latino per accogliere questi fedeli.

 

«Una Voce International e la Latin Mass Society hanno accolto con preoccupazione l’annuncio del Superiore Generale della Fraternità San Pio X (FSSPX), don Davide Pagliarani, secondo cui la FSSPX celebrerà le consacrazioni episcopali il 1° luglio di quest’anno», si legge nel comunicato. «Il nostro ardente desiderio, condiviso da molti cattolici di buona volontà, è la regolarizzazione canonica della FSSPX, che consentirebbe alle sue numerose opere di bene di produrre il massimo frutto possibile».

 

All’inizio di questa settimana, la Casa Generalizia della FSSPX ha annunciato i suoi piani per effettuare nuove consacrazioni episcopali senza l’approvazione del Vaticano a luglio, citando quello che ha descritto come uno «stato oggettivo di grave necessità» per la continuazione del suo ministero sacramentale.

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Nella dichiarazione che annuncia la decisione della società si legge che il Superiore generale, padre Davide Pagliarani, aveva chiesto un’udienza alla Santa Sede lo scorso agosto per presentare quella che lui chiamava la loro «situazione attuale» e la necessità di garantire la continuazione del ministero episcopale.

 

In una seconda lettera, Pagliarani ha espresso esplicitamente la particolare necessità della Fraternità di assicurare la continuazione del ministero dei suoi vescovi, ma ha ricevuto una risposta recente che, secondo la FSSPX, non risponde in alcun modo alle nostre richieste.

 

«Condividiamo l’obiettivo della FSSPX, che l’antica liturgia della Chiesa sia resa il più ampiamente possibile disponibile per il bene delle anime», prosegue la dichiarazione. «Non condividiamo l’analisi della FSSPX sulla crisi della Chiesa in tutti i suoi dettagli. In particolare, sappiamo che molti cattolici possono partecipare alla Messa Tradizionale con tutti i permessi necessari dalla gerarchia ecclesiastica, tanto che non è necessario per loro cercarla in alcun contesto irregolare».

 

«Sappiamo anche, tuttavia, che per altri, partecipare alla Messa tradizionale è stato reso molto difficile: in alcuni luoghi, questo nonostante il desiderio di sacerdoti qualificati di celebrarla per i fedeli, e persino la disponibilità del vescovo locale a consentirlo», hanno aggiunto le organizzazioni. «Questo crea un ambiente in cui la tesi della FSSPX sullo “stato di emergenza” guadagna simpatia».

 

Le organizzazioni tradizionali sembrano suggerire che le restrizioni draconiane imposte da Traditionis Custodes abbiano dato maggiore credibilità all’affermazione della società di trovarsi in uno «stato di emergenza».

 

Infatti, da quando Bergoglio ha promulgato il suo motu proprio Traditionis Custodes del 2021 , diversi vescovi hanno fortemente limitato la celebrazione del rito vetus ordo, portando i fedeli a recarsi sempre più spesso alla FSSPX per la Messa e i sacramenti.

 

Le organizzazioni tradizionali hanno concluso la loro lettera esortando Papa Leone e la gerarchia ecclesiastica a essere consapevoli di queste sfide e ricordando loro l’elogio dei Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI per l’antica liturgia e i fedeli devoti alla sua celebrazione.

 

«Esortiamo i nostri vescovi, e soprattutto Sua Santità Papa Leone XIV, a essere consapevoli di queste realtà pastorali, che in questo momento stanno precipitando in una crisi le cui conseguenze nessuno può prevedere», hanno scritto.

 

«Ciò che i cattolici hanno associato al desiderio del “Messale antico” non è una forma liturgica dannosa o nuova. Papa San Giovanni Paolo II ha definito il nostro desiderio di questo Messale una “giusta aspirazione” (Ecclesia Dei, 1988), e in seguito papa Benedetto XVI lo ha descritto come una fonte di “ricchezza” (Lettera ai Vescovi , 2007)», hanno concluso.

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Diversi prelati cattolici hanno denunciato le dure restrizioni della Traditionis Custodes, sottolineando che né il papa né i vescovi hanno il diritto di sopprimere la Messa tridentina.

 

Il cardinale Raimondo Leone Burke ha sottolineato che la messa in latino «non è mai stata giuridicamente abrogata» e che non è ammissibile per un papa fingere di esercitare un «potere assoluto» per «sradicare una disciplina liturgica».

 

Il vescovo Athanasius Schneider , vescovo ausiliare di Astana, Kazakistan, ha sottolineato che il Santo Padre non ha il diritto di sopprimere la Messa tridentina, che è stata la liturgia di numerosi santi, sottolineando che non è disobbedienza continuare a celebrare o partecipare all’antica Messa:

 

«I fedeli, così come i sacerdoti, hanno diritto a una liturgia che è una liturgia di tutti i santi (…). Pertanto, la Santa Sede non ha il potere di sopprimere un patrimonio di tutta la Chiesa; è un abuso, sarebbe un abuso anche da parte di un vescovo. In questo caso, si può continuare a celebrare la Messa anche in questa forma: è una forma di obbedienza (…) a tutti i papi che hanno celebrato questa Messa».

 

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Immagine di Cistercians from Vyšší Brod Monastery via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare

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Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.   Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.   Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.

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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.   Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.   Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.   Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.   Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.

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Profanazione in una cappella di Bari

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La settimana scorsa è stata profanata la cappella del cimitero di rione Santo Spirito di Bari. La scoperta è avvenuta quando i parroci del quartiere si sono recati nella necropoli per la messa in suffragio dei defunti.

 

I delinquenti si sono introdotti all’interno del luogo sacro distruggendo l’altare e danneggiando la statua della Madonna presente in cappella. Pare che i ladri non abbiano risparmiato nemmeno i paramenti sacri che sono stati trafugati.

 

Fortunatamente questo «atto vandalico ha riguardato esclusivamente il furto del tabernacolo che in quel momento era assolutamente vuoto: non vi è stata pertanto alcuna sottrazione di ostie consacrate», come precisato dai presbiteri baresi tramite i loro canali social.

 

I parroci don Fabio Campione, don Tommaso Genghi e don Gianni De Robertis hanno commentato così tale sfregio: «Un gesto ignobile, che ha profondamente turbato l’intera comunità in un momento di preghiera e di festa», riporta La Gazzetta del Mezzogiorno. 

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La profanazione è avvenuta a ridosso della festa patronale in onore di Maria Immacolata. Nonostante il sopruso, i prelati annunciano che le celebrazioni proseguiranno.

 

«Nonostante questo, la nostra Comunità non si lascia intimidire: celebreremo la Festa Patronale con ancora più fede e partecipazione, come segno di speranza che nessun atto di violenza potrà mai spegnere», si legge nella pagina Facebook della parrocchia. I fedeli sono invitati a stringersi in preghiera dopo l’accaduto, mentre resta da chiarire la dinamica dell’irruzione e individuare i responsabili di tale oltraggio.

 

Questi macabri rituali sembrano quasi diventare una nefasta routine. Come scritto poche settimane fa su Renovatio21, un altro luogo sacro è stato profanato: la chiesa di San Giorgio in Conca, a Cattolica, provincia di Rimini, appartenente alla parrocchia di Santa Maria di Nazareth di Montalbano dove il tabernacolo è stato divelto e portato via dalla chiesa mentre le ostie consacrate sono state ritrovate sparse all’esterno.

 

Sono episodi che colpiscono al cuore noi cristiani e questo fenomeno dilaga un po’ in tutto il mondo, non solo in Italia. In Francia due uomini omosessuali hanno compiuto una serie di furti introducendosi in 29 chiese cattoliche nell’arco di tre mesi, rubando ostie consacrate e utilizzando i vasi sacri come decorazioni domestiche. La Francia – che oramai possiamo considerare un’ex Nazione cattolica – subisce il vandalismo religioso sempre più marcatamente con la profanazione di chiese sparse un po’ in tutto il territorio transalpino.

 

Anche oltreoceano si hanno episodi simili: nella parrocchia di San Michele Arcangelo a Portland, nell’Oregon, è stato rubato il tabernacolo.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa a Perugia sono state trafugate ostie consacrate, tanto che in Umbria è altissima l’attenzione per evitare che le Ostie finiscano in mani sbagliate.

 

Sono crimini che feriscono e offendono nel profondo la fede di noi cattolici. Preghiamo e celebriamo messe di riparazione a tali sfregi, sperando che episodi del genere non accadano più.

 

Francesco Rondolini

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La Russia colpisce uno stabilimento di Kiev per la produzione di droni

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Il ministero della Difesa russo ha riferito che la Russia ha condotto attacchi di alta precisione contro installazioni militari e industriali ucraine a Kiev.   In una dichiarazione rilasciata sabato, il ministero ha affermato che le forze russe hanno condotto attacchi notturni contro lo stabilimento Aerodron di Kiev, che produce velivoli a pilotaggio remoto (UAV).   Gli attacchi hanno colpito anche gli stabilimenti della Fanplit, dove vengono assemblati e stoccati i droni Fire Point-2. Il sito era stato camuffato da impianto civile per la produzione di compensato e mobili, ha aggiunto il ministero.  

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Il ministero della Difesa di Mosca ha inoltre segnalato attacchi contro i porti di Izmail, Chernomorsk e Yuzhny nella regione di Odessa, descrivendoli come importanti snodi logistici utilizzati dalle forze armate ucraine. Tra gli obiettivi figuravano depositi di carburante, magazzini per il trasporto di materiale militare, depositi di armi e attrezzature e infrastrutture portuali a supporto delle operazioni militari ucraine.   La valutazione degli attacchi a lungo raggio in corso ha confermato che gli armamenti russi mantengono la capacità di «penetrare in modo affidabile qualsiasi sistema di difesa antiaerea o missilistica fornito a Zelens’kyj da sponsor occidentali», ha affermato il ministero della Difesa in una dichiarazione separata rilasciata nel corso della giornata. Le capacità di attacco a lungo raggio del Paese non sono concentrate esclusivamente sugli «obiettivi nella presunta Kiev meglio difesa», poiché le truppe continuano a colpire località designate in tutta l’Ucraina, così come nel Mar Nero su «vari tipi di navi che trasportano armi e attrezzature militari per il regime di Zelens’kyj», ha aggiunto il ministero.   Secondo il ministero della Difesa russo, il bombardamento notturno è stato effettuato in risposta agli attacchi di Kiev contro le infrastrutture civili russe.   Kiev ha intensificato gli attacchi con droni a lungo raggio contro infrastrutture energetiche e obiettivi civili all’interno della Russia, a fronte delle continue battute d’arresto sul campo di battaglia. La scorsa settimana, il ministero della Difesa russo ha annunciato la liberazione dell’importante roccaforte ucraina di Konstantinovka, nel Donbass nord-occidentale, dopo settimane di aspri combattimenti, affermando che l’avanzata ha aperto la strada verso l’agglomerato di Slavjansk-Kramatorsk, le ultime due grandi città della regione ancora in mano alle forze ucraine.  

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Immagine di Kevin M. Gill via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
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