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Storia

Attivisti filo-palestinesi chiedonodi protestare a Buchenwald

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Secondo quanto riferito dai media locali, gruppi filo-palestinesi stanno preparando una protesta contro la gestione del memoriale dedicato alle vittime del campo di concentramento nazista di Buchenwald, in Germania.

 

I promotori della campagna online «Kefiah a Buchenwald» hanno accusato i responsabili del sito commemorativo di diffondere «propaganda israeliana» e di offrire «sostegno ideologico al genocidio in corso in Palestina».

 

Gli attivisti stanno organizzando una manifestazione pubblica nei pressi del luogo, vicino alla città tedesca di Weimar, in programma per aprile, in concomitanza con le commemorazioni per l’81° anniversario della liberazione del campo da parte delle forze armate statunitensi.

 

Inoltre, gli attivisti hanno espresso critiche nei confronti del divieto di indossare la kefiah e altri simboli palestinesi all’interno del sito, nonché per l’esclusione dalle iniziative ospitate dal complesso commemorativo di persone critiche nei confronti di Israele.

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Rikola-Gunnar Luettgenau, portavoce della Fondazione memoriali di Buchenwald e Mittelbau-Dora, ha condannato la campagna definendola «una strumentalizzazione del tutto inappropriata della commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo per scopi politici».

 

I gruppi che «celebrano e glorificano» l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e che negano il diritto di Israele a esistere «non hanno posto qui», ha dichiarato sabato Luettgenau.

 

Nel 2025, un tribunale tedesco ha stabilito che il memoriale ha il diritto di vietare l’ingresso a chi indossa la kefiah, motivando la decisione con il fatto che tale simbolo avrebbe «messo a repentaglio il senso di sicurezza di molti ebrei, soprattutto in questo luogo».

 

Tra il 1937 e il 1945, nel campo di Buchenwaldo furono internati circa 278.000 prigionieri, dei quali 56.000 persero la vita. La cattiva fama di Buchenwaldo è inoltre collegata a numerosi dettagli che circolarono ampiamente già prima della conclusione della guerra, tra i quali gli esperimenti medici condotti sui prigionieri, la presenza tra gli internati della principessa italiana Mafalda di Savoia, gli episodi relativi a Ilse Koch, nota come «la strega di Buchenwald», rendendolo uno dei luoghi più inquietanti e terrificanti della Germania nazista.

 

Il lager nei pressi di Weimer fu a lungo il più noto campo di concentramento tedesco – come si sente in Accattone (1961)di Pasolini, con il protagonista Franco Citti che risponde «che è, Buchenwald?» quando gli dicono che dovrebbe lavorare – per poi essere spodestato nell’immaginario collettivo da Auschwitz, divenuto simbolo ultimo dei lager nazisti e installando nell’opinione pubblica la cifra ebraica dello sterminio. I lager non contenevano solo giudei, e i racconti dei cattolici nei lager, come quelli contenuti nel libro Christus im Dachau piano si stinsero sotto i colpi di opere sulla shoah che culminarono con la pellicola hollywoodiana Schindler’s list (1993).

 

 

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Intelligence

Storia del SOE, l’armata segreta di Churchill

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Il passaggio di consegne da parte del vecchio impero britannico verso il nuovo impero a stelle strisce in seguito alla fine del secondo conflitto mondiale fu epocale e si riferì soprattutto alla percezione, a ragione, dell’inizio di una nuova supremazia sul mondo intero. Questo sorpasso avvenne anche a livello di Intelligence e si manifestò nel superamento da parte dell’OSS-CIA americana sulla SOE britannica nell’arco dello svolgimento dei fatti di guerra. Come spiega Tommaso Piffer nel suo articolo «Office of Strategic Service versus Special Operation Executive» la nascita delle due organizzazioni avvenne in due momenti diversi: prima il SOE, ramo cadetto l’OSS.   L’agenzia dei servizi segreti britannici Special Operations Executive (SOE) divenne la soluzione di Winston Churchill (1874-1965) alle necessità militari impellenti che vennero a formarsi con l’invasione nazista del continente europeo. Chiamata anche «The Baker Street Irregulars» («gli irregolari di Baker Street»), «Churchill’s Ministry of Ungentlemanly Warfare» («il ministero dei diversamente gentiluomini di Churchill») oppure anche «Churchill Secret Army» o l’armata segreta di Churchill, si prese in carico di eseguire tutte quelle operazioni sporche necessarie per contrastare l’avanzata nazista.    Tre dipartimenti distinti voluti espressamente da Churchill vennero dati alla luce nel 1938, occupandosi rispettivamente di propaganda, sabotaggio e guerra irregolare, ricerca e pianificazione, infine vennero fusi in un unico corpo nel luglio del 1940. La nuova agenzia controllava all’incirca 13 mila persone ed era stata posta sotto la responsabilità diretta del Minister of Economic Warfare, il ministero della guerra economica. Il momento che diede il via alla creazione ufficiale della nuova agenzia fu l’occupazione della Francia da parte della Germania nazista.    Inizialmente Churchill aveva posto la SOE sotto la responsabilità di Hugh Dalton (1887-1962), l’ideologia di sinistra di Dalton lo aveva portato a concentrarsi nello svolgere attività di sabotaggio di obiettivi industriali e militari, nel fomentare disordini sindacali, scioperi e rivolte, in diffondere propaganda e nell’organizzare attività terroristiche. Venne in seguito sostituito con il brigadiere Colin Gubbins, il quale dopo aver dimostrato le sue capacità nella Guerra d’Indipendenza irlandese, da direttore dell’addestramento e delle operazioni continuò la sua scalata fino ad assumersi la totale responsabilità dell’agenzia.    I fondamentali obiettivi che decretarono la nascita della SOE furono il sabotare le azioni militari dell’asse e di pari importanza la creazione di eserciti segreti che avrebbero dovuto sollevarsi al momento opportuno. Nell’idea generale inglese, la formazione di questi eserciti nascosti sarebbero stati necessari per sconfiggere l’asse nel momento in cui le truppe alleate avrebbero iniziato a recuperare terreno nelle nazioni europee occupate dal nazifascismo. Questa operazione fu l’inizio di quella struttura che successivamente verrà chiamata Stay Behind con lo scopo di continuare la battaglia sostituendo il bersaglio nazista con il mondo sovietico. 

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Fondamentale fu il ruolo del SOE nel riuscire a procurare valuta forte internazionale durante gli anni di guerra. Senza l’apporto costante di nuova linfa vitale procurata nel mercato nero, la banca d’Inghilterra non sarebbe stata in grado di supportare le operazioni di guerra come poi accadde. Lord Selborne, ministro dell’economia di guerra nel 1942, dichiarò che la SOE era la più grande macchina di recupero di valuta estera nei mercati neri d’Europa e Asia, raggiungendo numeri di oltre un milione e settecentomila sterline.   L’Office of Strategic Service (OSS) venne invece creato due anni dopo nel 1942 e immediatamente iniziò la relazione tra i due apparati suddividendone le sfere d’influenza. La SOE si tenne per se la maggioranza dell’Europa inclusi i Balcani mentre l’OSS ottenne la responsabilità per la Cina, l’area del Pacifico e il Nord Africa. Gli accordi riflettevano le rispettive posizioni di forza nel momento degli accordi sullo scacchiere internazionale.    La SOE aveva ormai due anni di esperienza nel campo della resistenza europea e aveva già promosso importanti relazioni con il mondo Polacco e Greco. L’OSS invece era visto come l’ultimo arrivato e nei primi mesi della sua nascita aveva cercato di attingere il più possibile dall’esperienza pregressa dei loro colleghi. Come spesso capita tra cugini, la collaborazione portò alla luce una ovvia rivalità tra anglo-americani e il rapporto tra le due agenzie nel mediterraneo non fu mai di quelli facili.    L’incredibile successo inglese di riuscire leggere i messaggi cifrati dei tedeschi costruì un enorme vantaggio per l’intelligence alleata che viveva quotidianamente dell’invio dei messaggi tradotti. Ogni giorno si assisteva all’invasione degli uffici del SOE e dell’OSS di cable provenienti dai messaggi criptati nazisti. Nonostante contenessero nomi propri cifrati e i luoghi venissero chiamati con nomi di fantasia, gli agenti degli uffici anglo americani assorbivano da questa mole di lavoro una forma di relazione col nemico che aiutava a tenere sempre alto il livello di guardia.    Fu l’ambito balcanico però a rivelarsi il primo vero campo aperto di disputa. Il generale William «Wild Bill» Donovan (1883-1959) avanzò la possibilità di estendere l’influenza dell’OSS sui Balcani questionando la superiorità del SOE. Scavalcando il dialogo tra le parti costituì un ufficio al Cairo, ottenendo, a quanto pare, il diritto a poter esercitare nell’area balcanica. I britannici mantennero il controllo sulle comunicazioni e sui codici. Qualche mese dopo i britannici cambiarono il loro appoggio dal generale Dragoljub «Draža» Mihailović, capo delle formazioni militari Cetniche, con il capo del movimento partigiano comunista Josip Broz Tito.   I britannici mantennero il potere di fatto sull’area e terminarono la luna di miele della coppia bianco-rosso-blu, rimuovendo, come ebbe a scrivere Jay Jakub in Spies and Saboteurs,ogni vestigia di ingenuità dell’OSS.   Nel momento in cui si aprì il fronte italiano con l’armistizio dell’8 settembre, entrambe le agenzie posero un ufficio in terra italiana. Mentre la SOE prese sede a Bari, l’agenzia americana scelse di posizionarsi a Caserta. La gestione dei rapporti tra i due apparati di Intelligence divenne riconosciuto da allora in avanti come il peggior esempio di collaborazione tra due entità governative. I due enti si ritrovarono in competizione su qualsiasi occasione creando non pochi problemi in una situazione, secondo l’autore, di relativa facile lettura.    Con i problemi nati tra le agenzie, lo sviluppo della guerra sentenziò la totale separazione tra le due agenzie e infine il sorpasso degli americani ai danni degli inglesi in termini di numero di missioni e forniture inviate sul campo ai partigiani. L’inversione dei ruoli manifestatosi in Italia, divenne indicativo di un cambio della guardia nel mondo delle operazioni clandestine dal quale ne derivarono importanti conseguenze a livello di supporto verso i movimenti di resistenza e di attività a livello mondiale.    Marco Dolcetta Capuzzo

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Intelligence

L’Italia come «terra bruciata»: dalla guerra di Angleton e Borghese a Gladio

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L’operazione Sunrise avrebbe dovuto consistere nel concludere una pace separata tra Stati Uniti e Germania in modo da poter traslocare le truppe naziste operative in Italia verso il fronte orientale.

 

Allen Dulles, secondo in capo all’OSS, (1893-1969) si spese personalmente per portare a termine il progetto utilizzando i suoi contatti, in particolar modo, con il generale delle SS Karl Wolff (1900-1984). Nel momento in cui Iosif Stalin (1878-1953) si rese conto della manovra sotterranea portata avanti dai suoi alleati bloccò tutto accusando Roosevelt di tradimento. 

 

L’operazione non diede seguito immediato anche per via della richiesta inamovibile di resa incondizionata, contribuì però ad accendere le luci sull’uscita d’emergenza posta sopra la porta tagliafuoco del conflitto mondiale. Prima che fosse istituito il sistema di fuga dell’Europa dei nazisti (le famose ratlines) però, tra i britannici e gli statunitensi, incalzava una visione in cui i tedeschi si sarebbero ritirati in una difesa ad oltranza tra le valli alpine austriache, un’occasione per spingere in una possibile estenuante palude militare i sovietici, allora alleati ma futuri avversari nella Guerra Fredda. Tutto questo sarebbe scaturito dopo aver distrutto le industrie, le infrastrutture e i porti del Nord Italia, strategia chiamata scorched earth o «terra bruciata».

 

I vertici militari alleati non volendo permettere che questa previsione si potesse realizzare, posero le basi per una contro azione che venne denominata piano Ivy. Fare dell’Italia «terra bruciata» avrebbe significato aprire a una deflagrante diffusione del comunismo in una nazione già ad elevatissimo rischio dal punto di vista alleato. Per portare a termine il piano si convenne di riorganizzare la rete di controspionaggio italiana dando l’incarico di gestire il ramo italiano dell’X-2 (il controspionaggio dell’OSS) dell’ufficio di via Sicilia a Roma al giovanissimo ma promettente James Jesus Angleton (1917-1987). 

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Il padre di Angleton, Hugh, prima della guerra era stato presidente della Camera di Commercio Americana in Italia e proprietario della filiale di Milano della National Cash Register Company. James Hugh Angleton (1889-1973), visse con il figlio in Italia per alcuni anni prima della guerra ed ebbe modo di sviluppare vaste conoscenze ai più alti livelli della società italiana. Angleton senior, lui stesso membro dell’OSS durante la guerra, dichiaratamente favorevole ai governi autoritari di Hitler e Mussolini, trasmise la sua visione politica al figlio e sicuramente molti dei suoi contatti. Il giovane James Jesus, quando si trasferì nell’ufficio del controspionaggio americano a Roma, conosceva già bene l’Italia e concorse senza dubbio a plasmarne la futura architettura. 

 

Una delle sue operazioni più importanti fu quella denominata Salty, nome in codice per il capitano di fregata Carlo Resio che divenne il suo contatto privilegiato con la sezione dei servizi segreti della Regia Marina italiana. Infatti, immediatamente dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i servizi italiani si riorganizzarono con i superstiti nel servizio informazioni clandestino (SIC) diretto dall’ammiraglio Francesco Maugeri (1898-1978), con Resio che fungeva da Capo di Stato Maggiore. 

 

L’agente americano aveva tra i suoi contatti anche Valerio Junio Borghese (1906-1974), comandante in capo della Decima Flottiglia MAS e membro di una famiglia della cosiddetta nobiltà nera, quella rimasta fedele alla chiesa in seguito al Risorgimento. In seguito all’armistizio, Borghese e i suoi uomini mantennero una posizione il più possibile autonoma nell’intricato panorama che si veniva delineando e riuscirono a guadagnarsi uno spazio di manovra con l’accordo firmato nel settembre ‘43 con la Kriegsmarine

 

L’attuazione del piano Ivy divenne l’apice della collaborazione tra la X-2 di Angleton e il SIS di Resio. Grazie alle risorse del SIS riuscirono a penetrare l’organizzazione di Borghese nel nord Italia tracciandone la rete messa in piedi. Parallelamente vennero estesi i contatti con più organizzazioni partigiane possibili e con la Pubblica Sicurezza a Roma. 

 

Il capitano Antonio Marceglia, agente per la SIS, ricorda nella relazione stilata in seguito alla sua missione nell’Italia occupata nelle ultime settimane di guerra come la priorità fosse quella di convincere Borghese a salvaguardare la Venezia-Giulia dall’avanzata degli slavi di Tito. Il lungo e pericoloso viaggio del tenente per raggiungere Borghese però si risolse in un nulla di fatto. La volontà di non aizzare i tedeschi con azioni fuori dal normale perimetro e la ricerca di un modo per sopravvivere ai partigiani con l’avvicinarsi della fine della guerra portarono il principe a percorrere giocoforza la strada verso Angleton. 

 

Lo stesso Angleton racconta in una rara intervista concessa a Epoca nel 1976. Dopo gli avanzamenti nella negoziazione separata della resa tra Dulles e i rappresentanti delle forze armate tedesche in Italia Wolff e Eugen Dollmann (1900-1985), grazie anche alla cooperazione del barone Parrilli, arrivò il momento per Angleton di svolgere il suo compito. L’americano e Resio si recarono segretamente a Milano in una villa fatta preparare per l’occasione. Non appena Borghese arrivò venne nascosto in soffitta. Sempre secondo l’intervista, al piano di sotto contemporaneamente si teneva una cena con un collega inglese appena tornato dalle discussioni sull’armistizio con il generale delle forze armate tedesche in Italia Heinrich von Vietinghoff (1887-1952). 

 

Dopo aver appreso che il piano degli alleati fosse quello di lasciare Borghese nelle mani dei partigiani e quindi inviarlo a morte certa per fucilazione, Angleton decise di portarlo con se. Il giorno successivo vestito con un uniforme americana, attraversarono l’Italia con la loro jeep e lo consegnarono al capo di stato maggiore della Marina Raffaele De Courten (1888-1978) perché sostenesse il processo. Dopodichè Angleton dichiara nell’intervista di non averlo mai più incontrato. 

 

Altre fonti invece raccontano di come gli accordi per l’estensione del loro impegno non più a difesa delle infrastrutture italiane ma contro i Sovietici continuarono anche oltre la fine del conflitto. Molti della Decima vennero inquadrati nelle fila dell’organizzazione Stay Behind e concorsero a formare una parte fondamentale dell’operazione Gladio, non solo in Italia. Questo esercito nascosto manipolò le sorti politiche italiane per decenni grazie alla sua forza economica e copertura politica. 

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Come ci racconta Paul L. Williams in Operation Gladio, Allen Dulles, nonostante alcuni dettagli come l’obiettivo dei mille anni del Reich e l’idea di übermenschen e untermenschen, rimaneva un sostenitore del nazismo, almeno in termini oppositivi al nolscevismo. In fin dei conti, dalla sua visuale, i nazisti erano cristiani, avevano un senso hegeliano della storia, condividevano uno stesso retaggio storico e soprattutto basavano l’economia sulla proprietà privata. Dall’altra parte vedeva i sovietici vedeva come dei senza Dio, con la missione di sovvertire il mondo e di far collassare il capitalismo, con l’obiettivo finale di raggiungere uno Stato senza Stato, basato sulla proprietà comune. 

 

Con la conferenza di Yalta i peggiori incubi di Dulles cominciarono a prendere forma delineando una futura guerra con l’Unione Sovietica. Appena terminata la conferenza, Dulles portò Reinhard Gehlen (1902-1979), ex capo dell’Intelligence nazista e futuro responsabile di quella tedesca dell’Ovest, BND, a Fort Hunt per cominciare a pianificare l’immediato dopo guerra.

 

Proprio come per Borghese e i soldati della Decima MAS, Gehlen e i suoi uomini, soprannominati i werewolf (i «lupi mannaro»), sarebbero stati convertiti in gladiatori, i primi componenti della strategia Stay behind, gestita dalla NATO, di controllo e difesa dei confini europei. 

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Storia

La dinastia Pahlavi e l’effetto domino americano

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Come spiega Annie Jacobsen nella sua opera Surprise, Kill, Vanish con l’inizio della Guerra Fredda il Medio Oriente subito si dimostrò essere uno dei teatri più caldi di quel momento storico. Seduto sopra il più vasto giacimento di petrolio del mondo, era di strategica importanza controllarlo affinché non cadesse nelle mani del proprio avversario. La spinta sovietica su quei territori era forte e gli Stati Uniti erano disposti a tutto pur di non cedere metri alla superpotenza avversaria.    La situazione era particolarmente complicata soprattutto per questioni religiose. Parecchi omicidi venivano portati avanti da fanatici che in Iran erano riusciti ad eliminare otto elementi di alto rango del governo. Si facevano chiamare Fedayyin-e-Islam, «coloro che si sacrificano per l’Islam«, fondamentalisti sciiti la cui missione era quella di estirpare dall’Iran gli elementi corrotti attraverso l’assassinio.   I fedayyin si erano formati sulla base degli Hashshashin, gruppo di guerrieri fondamentalisti sciiiti operativi nell’undicesimo secolo guidati dalla figura leggendaria di Hassan-i-Sabbah, dal cui nome deriva il termine «assassino». 

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Solo pochi anni prima, nel 1949, i fedayyin avevano provato ad assassinare lo shah, Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980) per questioni religiose, ma, colpito alla bocca, alla schiena e centrato per tre volte al cappello, riuscì a salvarsi una volta giunto in ospedale. Lo shah, salito al trono con l’invasione anglo-sovietica dell’Iran del 1941, in seguito alla destituzione del padre Reza Shah Pahlavi (1878-1944) per timore che si alleasse con le forze dell’Asse, governò fin da giovanissimo secondo i voleri anglo-americani.   Gli alleati, con l’invasione raggiunsero il doppio scopo di mettere in sicurezza i giacimenti petroliferi e di assicurare un corridoio ai sovietici sotto l’attacco nazista dell’Operazione Barbarossa. La Russia, in forza dei molti russi rifugiatisi in Persia in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, ebbe sempre una presenza costante nel territorio. Con la fine del conflitto mondiale, in seguito alla dislocazione delle truppe sia inglesi che sovietiche nell’estate del 1946, i russi cercarono di ottenere concessioni per l’estrazione petrolifera ma inutilmente, in seguito anche alla strenua resistenza anglo-americana.   Dopo il tentativo di uccisione di Reza Pahlavi, nei media si videro accusati i Tudeh, il gruppo pro-sovietico presente in Iran, ai quali vennero confiscati i beni e in seguito arrestati a centinaia. I fedayyin allora risposero uccidendo il ministro della Corte Imperiale. Pahlavi nominò al suo posto, come primo ministro, un generale ardentemente anticomunista che venne ucciso con un colpo di pistola. Nelle stesse scale dell’università dove per poco non morì lo Shah, venne assassinato anche il ministro dell’Istruzione dodici giorni dopo il primo ministro. Pahlavi decretò la legge marziale.    Nei Paesi vicini accaddero fatti simili. Il Libano vide il suo primo ministro venire ucciso da un sicario. Tre giorni dopo il re della Giordania venne ucciso con tre colpi di pistola di fronte al figlio sedicenne.   Le proteste, dunque, esplosero a Teheran. Per dare un segnale forte alle folle, venne nominato primo ministro Mohammad Mossaddeq (1882-1967), un generale nazionalista che come prima cosa nazionalizzò il petrolio facendo infuriare gli inglesi, storicamente possessori della maggior raffineria del Paese, la Anglo-Iranian Petroleum Company. Come seconda, fece imprigionare il numero uno dei fedayyin, richiamando la vendetta del gruppo sciita.    Nel 1953, il presidente americano Dwight «Ike» Eisenhower (1890-1969) organizzò un incontro con il Comitato di Strategia Psicologica (PSB). Lo scopo della riunione fu quello di discutere un piano per la creazione di una operazione coperta con lo scopo di mettere fine al governo di Mohammad Mossaddeq. Secondo Allen Dulles (1893-1969), direttore della CIA, se nulla si fosse fatto sicuramente l’Unione Sovietica ne avrebbe approfittato espandendo la sua sfera di influenza. Secondo la Jacobsen, Dulles spinse sull’acceleratore utilizzando la teoria dell’effetto domino. Se non si fosse intervenuti subito, i Comunisti avrebbero preso potere sul 60% delle riserve mondiali di petrolio.    La teoria del domino, una particolare versione della politica del contenimento, ipotizzava che la conquista comunista di uno Stato avrebbe provocato la caduta a catena degli Stati adiacenti, in un continuo processo di aggressione ed espansione che doveva essere bloccato, con fermezza, al suo primo manifestarsi. Questa teoria venne ampiamente utilizzata dai governi americani sotto nomi differenti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e con l’inizio dell’intenso confronto con l’Unione Sovietica, in particolare fu richiamata nel tragico caso dell’intervento in Vietnam.   Si può trovare nella «lezione di Monaco», concernente l’appeasement britannico verso l’escalation di Adolf Hitler (1889-1945) in Germania, un inevitabile precedente nell’immaginario politico americano. Il primo utilizzo del concetto dell’effetto domino venne da Harry Truman (1884-1972), che paragonò il pericolo delle guerre civili in Turchia e Grecia nel 1947 a una mela marcia che avrebbe ammorbato anche le mele adiacenti.   Il primo impiego dell’esatta metafora, invece, fu da parte di Eisenhower quando, alla conferenza di Ginevra del 1954, in seguito alla richiesta di aiuto in Indocina – il nome coloniale del Vietnam – da parte della Francia, dimostrò con queste parole il crescente timore di Washington che l’influenza comunista potesse espandersi in tutta la regione.   Il ministro della Difesa Charles Erwin Wilson (1890-1961) rincarò la dose e convinse Eisenhower a intervenire in Medio Oriente. Il militare ricordò le tre vie rimaste da poter percorrere. La prima, quella della diplomazia non aveva funzionato. La seconda, quella dell’intervento diretto era assolutamente sconsigliabile. La terza, l’ultima possibile, recitava lo stesso copione già visto in Corea e in Guatemala, la via dell’operazione coperta. Il presidente diede autorizzazione a proseguire e il 4 aprile del 1953 un milione di dollari fu inviato alla stazione di Teheran con l’obiettivo far cadere il primo ministro iraniano Mossaddeq. 

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L’operazione rinominata Ajax, fu messa in atto nella terza settimana dell’agosto del 1953. Mossaddeq non fu assassinato, bensì arrestato per tradimento e condotto in prigione per tre anni prima di commutare la pena ai domiciliari morendo poi nel 1967. L’uomo della CIA, Fazlollah Zahedi (1892-1963), ufficiale militare, rimpiazzò Mossaddeq come primo ministro, preparando la strada alla venuta dello shah Reza Pahlavi e alla completa realizzazione del coup d’état.    Nel 1979 Pahlavi verrà spodestato da gruppi di soldati armati facenti parte dei fedayyin e seguaci dell’ayatollah Ruhollah Kohmeini (1902-1989) i quali diedero vita alla Rivoluzione Iraniana. Proprio questi soldati fecero parte di una politica, posteriormente decisamente suicida, messa in atto da parte della CIA. Come tattica per creare blocchi all’espansione degli «atei comunisti sovietici», si andavano a cercare le cellule paramilitari più religiosamente fondamentaliste fornendogli supporto materiale e addestramento militare.    Oggi a distanza di quasi cinquant’anni dalla presa del potere di Kohmeini, conseguenza dello sviluppo e sfruttamento di una di queste cellule paramilitari, stiamo assistendo nuovamente a tumulti nella capitale Teheran con un potenziale nuovo cambio di rotta anche nel nome della, ancora una volta, dinastia Pahlavi. In questo caso il movente indicato in superficie pare essere ideologico e religioso al contrario di come accadde negli anni cinquanta quando venne praticamente dichiarato ai media internazionali che si trattava di una questione prettamente petrolifera.    Marco Dolcetta Capuzzo

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