Bioetica
Aborto, il mondo dopo la Roe v. Wade
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Questa settimana la rivista online Politico ha pubblicato una bozza di parere trapelata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che avrebbe ribaltato Roe v. Wade , la decisione del 1973 che inquadrava l’aborto come un diritto costituzionale. È ovviamente la più grande storia di bioetica dell’anno.
Cosa dice la bozza?
Il cuore del progetto di parere è che l’aborto non è, come ha dichiarato Roe v. Wade, un diritto costituzionale. Spetta agli Stati decidere in un sistema federale. Comprensibilmente, la bozza viene interpretata dalla furiosa parte pro-choice come un colpo di fortuna a favore della vita. Ma gli argomenti spiegati dal giudice Alito, l’autore, non toccano la personalità del nascituro, con disappunto degli attivisti pro-vita.
Cosa ne pensano gli americani?
È difficile da dire. Secondo i sondaggi citati da politici e attivisti, tra il 60% e l’80% degli americani sostiene i diritti all’aborto.
Se questo è corretto, come ha scritto Frank Bruni sul New York Times , è «un diritto che la maggior parte degli americani vuole».
Ma quando questi numeri vengono esaminati più attentamente, questo supporto è inferiore al «sostegno pubblico ampio e incrollabile» citato dal Washington Post.
Uno studio del Pew Research Center pubblicato il 6 maggio, due giorni dopo la fuga di notizie, mostra che «Circa sei americani su dieci (61%) affermano che l’aborto dovrebbe essere legale in “tutti” o nella “maggior parte” dei casi, mentre il 37% pensare che l’aborto dovrebbe essere illegale in tutti o nella maggior parte dei casi».
Il sondaggio mostra che gli atteggiamenti americani sono più sfumati di quanto affermano gli attivisti pro-choice.
Ad esempio, «un numero inferiore di adulti afferma che l’aborto dovrebbe essere legale dopo 24 settimane di gravidanza, all’incirca quando un feto sano potrebbe sopravvivere al di fuori dell’utero con cure mediche. In questa fase, il 22% degli adulti afferma che l’aborto dovrebbe essere legale, mentre quasi il doppio (43%) afferma che dovrebbe essere illegale». Quindi si potrebbe sostenere che una pluralità di americani crede che l’aborto nel terzo trimestre dovrebbe essere illegale.
Cosa ne pensano i media?
I giornali più influenti hanno descritto la bozza di parere come un passo indietro per i diritti delle donne.
Il New York Times ha dichiarato che «il diritto all’aborto non può essere lasciato alla mercé dei singoli Stati».
Il Guardian lo ha descritto come «il cupo culmine di una crociata di fanatici, contro la volontà della maggioranza, per mettere a rischio la salute, la felicità e la vita delle donne».
L’Economist ha criticato la Corte per la sua mancanza di prudenza: «rischia di danneggiarsi e di accelerare la divisione del Paese in due blocchi reciprocamente ostili».
L’editoriale del Washington Post era intrigante: denunciava la distruzione dei diritti individuali senza menzionare nemmeno una volta la parola «donna». Invece, si riferiva a persone incinte, persone incinte, persone benestanti e persone povere.
Cosa ne pensano i bioetici?
I bioeticisti sono disponibili in tutte le forme e dimensioni. Ma la maggior parte era inorridita. Di seguito sono riportati quattro commenti dei sostenitori di Roe v Wade e tre degli avversari.
Arthur Caplan, della New York University : «È giunto il momento di discutere seriamente di una secessione del Nord? Non voglio essere governato da razzisti bianchi, dai loro tribunali e da fanatici religiosi. Possiamo fingere che ci sia rispetto per la democrazia ma non c’è. 360.000 soldati dell’Unione morirono per preservare la nazione nella guerra civile, altre centinaia di migliaia furono ferite o mutilate. Purtroppo la Camera rimane divisa. È tempo di separarsi e lasciare che i valori comuni guidino la fedeltà nazionale».
Wendy Mariner, della Boston University School of Public Health: «Se nella costituzione non ci sono basi per il diritto all’aborto, allora non ci sono basi per il diritto all’uso della contraccezione».
Louise King, direttrice di bioetica riproduttiva presso la Harvard Medical School: «Non chiediamo donazioni di reni, che oggigiorno sono meno rischiose del parto. Quindi generalmente non chiediamo a un essere umano di donare così completamente se stesso a un altro, ma lo facciamo quando è una persona incinta. Questo, credo, non è conforme alla nostra etica».
Il Centro Hastings: «La decisione, se sarà definitiva, darà un colpo alla libertà riproduttiva, limitando l’aborto attraverso la legislazione a livello statale e rendendo molto più difficile ottenere l’aborto sicuro. Per ragioni strutturali, gli effetti danneggeranno in modo sproporzionato le comunità nere e brown [latinos, etc., ndr], così come le persone a basso reddito che non hanno i mezzi per recarsi in uno stato in cui l’aborto rimane legale».
Robert P. George, dell’Università di Princeton : «La decisione Roe mancava di credibilità intellettuale ma non mancava di sostenitori influenti e potenti. In effetti, ciò che ha sostenuto Roe per quarantanove anni è stato proprio il prestigio, l’influenza e il potere delle persone nel mondo accademico, del giornalismo, dello spettacolo, delle professioni chiave e delle associazioni professionali, delle grandi filantropie, della politica e del mondo aziendale che sono stati profondamente investiti mantenendolo, nonostante la sua manifesta mancanza di credibilità intellettuale».
O. Carter Snead, di Notre Dame: «il parere permette semplicemente al nostro Paese di entrare a far parte della comunità delle Nazioni di tutto il mondo, compresi paesi progressisti come Francia e Svezia, che si autogovernano sulla questione dell’aborto attraverso il processo politico deliberativo. Non dobbiamo avere paura di governare noi stessi in questo campo. Il popolo americano è all’altezza della sfida di creare leggi e politiche che si prendano giustamente cura delle madri, dei bambini – nati e non nati – e delle famiglie».
Charles Camosy, della Creighton University School of Medicine: «Gallup e altri trovano costantemente che sono i più vulnerabili economicamente i più contrari all’aborto e i privilegiati economicamente i più favorevoli al diritto all’aborto. È abbastanza per le nostre classi più privilegiate usare i poveri come spunti di discussione a favore delle proprie opinioni sull’aborto – opinioni che i poveri, in generale, non condividono».
Michael Cook
Bioetica
Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi
Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.
Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.
Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.
Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?
Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.
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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.
Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.
La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.
Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.
È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.
Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.
È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?
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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.
Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.
Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.
Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.
Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto
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Bioetica
Europarlamente ex IRA dice di aver abortito per poter andare a mettere una bomba
L’ex europarlamentare del Sinn Fein, Martina Anderson, ha confessato di aver abortito per non compromettere una missione di attentato dell’IRA (Esercito Repubblicano Irlandese). Lo riporta Life Site.
In vista del lancio della sua autobiografia, Choosing the Struggle («Scegliere la lotta»), Anderson ha dichiarato a Miriam di RTE One di aver scelto la «lotta» (cioè, il terrorismo) piuttosto che la vita del suo bambino non ancora nato. Ha scoperto di essere incinta poche settimane dopo aver iniziato a pianificare un attentato.
«Le donne come me che hanno avuto una gravidanza non pianificata, a causa delle circostanze in cui mi sono trovata, hanno dato priorità alla lotta contro la malattia, hanno abortito, la decisione più difficile e dolorosa della loro vita», ha detto la donna originaria di Derry.
«Non volevo deludere i miei compagni», ha dichiarato alla testata irlandese Joe. «Me ne sono andata in silenzio, sono tornata in silenzio e ho vissuto in silenzio per oltre 40 anni.»
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La Anderson spera che la confessione del suo aborto possa contribuire a porre fine alla «vergogna» che le donne come lei subiscono.
«Credo che raccontare la mia storia possa dare un piccolo contributo per fermare la stigmatizzazione morale e sociale che colpisce donne come me. Sarebbe stato più facile rimanere in silenzio e lasciare che la gente mi giudicasse», ha dichiarato a RTE One. «Rispetto le convinzioni religiose altrui su questo argomento, non cerco di convertire nessuno, né di ottenere perdono o approvazione.»
Anderson fu condannata all’ergastolo nel 1986 per cospirazione finalizzata a provocare esplosioni. Fu rilasciata 13 anni dopo in virtù degli accordi del Venerdì Santo e in seguito si dedicò alla politica.
L’ex europarlamentare ha anche raccontato di come, mentre era in prigione, le sia stato asportato l’utero durante un intervento per curare dei polipi, rendendola incapace di avere figli.
L’idea di uccidere il proprio figlio per andare possibilmente ad uccidere altre persone è probabilmente inedita, e rappresenta un quadro rivoltante come pochissimi altri. I social media hanno attaccato duramente la donna, che ha poi avuto una carriere di europarlamentare a Bruxelles, dove ha potuto dedicarsi a grandi cause fondamentali come il cambiamento climatico – che è di fatto, una propaggina dell’antiumanismo abortista inventato proprio da quelli che lei credeva essere i suoi nemici, gli inglesi con il loro reverendo Malthus.
Per quanto disperante, il racconto dell’ex terrorista è, a suo modo, illuminante, gettando nuove basi per la comprensione della Necrocultura nello Stato moderno, perfino nei casi di dissidenza estrema: ovvero, vediamo qui il legame tra abortismo e terrorismo, medesime pratiche votate alla morte, con tutte le varianti giustificazioni sociopolitiche del caso.
Non è un caso che nello Stato moderno, e quindi nel Sovrastato europeo, chi abortisce e progetta attentati possa fare carriere e divenire rappresentante democratica del popolo. Si tratta, davvero, di tanta materia per riflessioni anche radicali
Un’ultima nota: abbiamo rilevato su Renovati 21 le dichiarazioni in stile IRA del «Nuovo Movimento Repubblicano» irlandese, che con videomessaggi minacciano, mascherati ed armati come d’ordinanza, i politici locali responsabili dell’immigrazione selvaggia e della sessualizzazione dei bambini. Ecco, ci pare che sia da discutere la distanza – ideologica, politica, sociale – che hanno le rivendicazioni di questo nuovo gruppo, sorto sulle ceneri del fuoco repubblicano ormai estinto, da quelle dello storico movimento terroristico che terrorrizzò la Gran Bretagna per decadi, e che ora è finito perfino digerito nei Parlamenti e negli europarlamenti.
Il mondo è cambiato, le priorità di protezione del popolo pure, e non siamo sicuri che in passato la generazione dei boomer abbia mai davvero deciso di difendere il popolo che diceva di voler servire – abortendo, terrorizzando, accettando la Morte come principio politico della propria vita.
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Immagine di GUE/NGL via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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