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«Satana colpisce il Santissimo Sacramento». Mons. Viganò, omelia del Corpus Domini

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò in occasione della festa esterna del Corpus Domini.

 

 

 

 

Pignus futuræ gloriæ

Omelia nella solennità esterna del Corpus Domini, II Domenica dopo Pentecoste

 

 

Se nascens dedit socium,
Convescens in edulium,
Se moriens in pretium,
Se regnans dat in præmium.

Nascendo si è fatto simile a noi,
nel banchetto si è fatto cibo,
nella morte prezzo di redenzione,
regnando nostro premio.

Hymn. Verbum supernum prodiens ad Mat. 

 

L’ufficio del Corpus Domini fu composto da San Tommaso d’Aquino. Una pia tradizione vuole che il Doctor Angelicus ne abbia trascritto i testi appoggiando l’orecchio al tabernacolo, quasi sotto dettatura del Signore Eucaristico. Tutta la Liturgia di oggi è un canto al Santissimo Sacramento, indissolubilmente legato al Sacrificio della Messa e al Sacerdozio.

 

Nell’antifona O sacrum convivium, l’Aquinate definisce il Santissimo Sacramento – e implicitamente con esso, appunto, la Santa Messa in cui è consacrato – Pignus futuræ gloriæ, pegno di gloria futura.

 

In che cosa l’Augustissimo Sacramento dell’Altare è pegno, ossia promessa vincolante, della gloria eterna del Cielo? Anzitutto nel rendere realmente presente, sotto le specie eucaristiche, il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. L’Ascensione del Salvatore non ci ha privato della Sua presenza in terra: Non derelinquam vos orphanos (Gv 14, 18), ha detto agli Apostoli.

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E la promessa è ribadita a Pietro e agli Apostoli insieme al Non prævalebuntEcce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem sæculi (Mt 18, 20). E dove mai potremmo noi trovare ogni giorno il Signore, se non nel tabernacolo delle nostre chiese? È lì che il divino Prigioniero ha voluto essere: esposto all’adorazione dei fedeli, ma anche alla trascuratezza dei Suoi Ministri o addirittura alla profanazione degli empi. Spesso introvabile, nascosto in un angolo appartato, quasi i servi si vergognassero del loro Padrone dinanzi al turista o all’incredulo che considera la Casa di Dio come un museo, un luogo in cui fotografare distrattamente gli splendori dell’arte sacra senza comprendere per Chi sono stati fatti e cosa ha mosso le anime a quelle vette di bellezza.

 

Ma se tante sono le chiese abbandonate in cui il Signore Eucaristico non riceve gli onori che Gli spettano, non sono poche nemmeno le chiese in cui tante anime buone adorano il Santissimo Sacramento, Gli rendono visita, Gli aprono il cuore per le proprie e le altrui preoccupazioni. Vi è anche qualche sacerdote – in mezzo a molti che passano più tempo su internet che a pregare – che rimane davanti al tabernacolo, dove recita il Breviario o la Corona del Rosario, o dove affida al Signore le anime del suo gregge.

 

Se rimanessimo ad osservare in disparte queste oasi benedette di fede e di carità, potremmo stupirci nel vedere inginocchiati molti giovani, tanti uomini e persone che per il loro aspetto esteriore non si direbbe siano nemmeno Cristiani, ma che per qualche insondabile mistero della Grazia sono vicini al Signore, non si vergognano di venirLo a pregare, anche solo a «farGli compagnia», come qualsiasi persona farebbe con un amico.

 

La crisi che stiamo attraversando non è la prima che la Santa Chiesa affronta. Già in passato Satana ha cercato di colpire il Santissimo Sacramento, la Messa e il Sacerdozio. Pensiamo alle migliaia di martiri uccisi per la loro Fede nel Santo Sacrificio o nella Presenza Reale, all’eresia protestante, alle cosiddette «riforme» di Lutero e di altri eresiarchi, sempre incentrate sulla Messa, per renderla un’agape fraterna, una cena e non il Sacrificio di Nostro Signore.

 

Non stupiamoci dunque se il Maligno ripropone uno schema che ha già dimostrato di funzionare in passato: l’attacco sarà sempre alla Messa, alla Presenza Reale, al Sacerdozio Cattolico. Perché la Messa e l’Eucaristia sono un καθῆκον all’avvento dell’Anticristo. L’ultima persecuzione da parte dell’Anticristo, infatti, avverrà quando – secondo la profezia di Daniele – sarà abolito il sacrificio perenne e sarà collocata l’abominazione della desolazione (Dan 12, 11).

 

Se non siamo ancora giunti alla fine dei tempi, lo dobbiamo certamente all’intercessione della Vergine Maria e di tutti i Santi in Paradiso, alla preghiera delle Anime del Purgatorio in nostro favore, ma anche – e direi soprattutto – a molte anime che su questa povera terra adorano e onorano il Santissimo Sacramento; e ai sacerdoti che Lo rendono presente nella Santa Messa e Lo amministrano ai fedeli.

 

Ecco il pegno di gloria futura che già anticipa in questo mondo la Liturgia perenne del Cielo, perché il Santo Sacrificio della Messa, tanto nello splendore di una basilica quanto nella clandestinità di una soffitta, apre le porte della Gerusalemme Celeste. Sopra ogni altare scende lo Spirito Santo, mentre la Santissima Trinità ratifica quel Sacrificio e ne riversa le infinite Grazie sulla Chiesa. L’intera Corte angelica adora l’Uomo-Dio in ogni Ostia consacrata, in ogni calice offerto.

 

E quando la Fede vacilla nei fedeli o addirittura nei Ministri, quando l’eresia viene a seminare divisione e morte tra le schiere dei credenti, quando l’incredulità o l’indifferenza prendono il posto del fervore e della devozione verso l’Augustissimo Sacramento, ecco che la Provvidenza – anziché colpire con la folgore l’empio che profana le Specie Eucaristiche – compie nuovi miracoli, mostra la viva Carne del Salvatore, il muscolo palpitante del Cuore, il Sangue dell’Agnello immolato. I Santuari Eucaristici di tutto il mondo testimoniano come la Maestà di Dio continui a moltiplicare i prodigi e i segni che provano l’origine divina della Chiesa e che rendono non solo credibile, ma da credersi la Rivelazione di Cristo di cui essa è custode.

 

Poco distante da qui, ebbe luogo nel 1263 il famoso miracolo di Bolsena durante il quale un sacerdote boemo, celebrando la Messa, vide sgorgare sangue dall’Ostia durante la Consacrazione, macchiando il corporale. Il Duomo di Orvieto costruito nel 1290, fu edificato proprio per custodire questo miracolo.

 

 

Dal miracolo di Roma del 595 (dove durante una messa celebrata da Papa Gregorio Magno nella basilica Santa Pudenziana, le specie del pane si trasformate in carne e sangue) ad oggi, la Chiesa ha riconosciuto come di origine più di cento miracoli: pensiamo a quelli di Lanciano, Ferrara, Rimini, Alatri, Siena, Firenze, Parigi, Amsterdam, Cracovia, Bruxelles e tanti altri… Ad ogni occasione il culto eucaristico rinasceva a nuovo vigore, la Fede del popolo ne era risvegliata, le anime tornavano a Dio.

 

Nel pellegrinaggio terreno attraverso il deserto di un mondo ostile, l’uomo ha bisogno di nutrirsi di un celeste Viatico, di un cibo soprasostanziale che renda forte l’anima negli assalti del Maligno: senza il Pane degli Angeli siamo inesorabilmente condannati a morire spiritualmente di fame e di sete. Oggi le nostre chiese sono per lo più deserte e abbandonate: decenni di riti irriverenti e di innovazioni temerarie hanno allontanato i fedeli, disaffezionato i sacerdoti, frustrato le Vocazioni. Quel Sacrificio perenne, via via adulterato e sfigurato, è sempre meno celebrato, e già vi è chi – dopo aver provocato la crisi delle Vocazioni – suggerisce di istituire le diaconesse, aprendo così alle donne l’impossibile via verso il Sacerdozio. Alcuni vescovi, poi, con il complice silenzio di Roma, sono riusciti a vietare di fatto – e abusivamente – la secolare prassi della Comunione in ginocchio e sulla lingua, imponendo a chi crede nella Presenza Reale le irriverenze di quanti sacrilegamente la negano.

 

E le restrizioni di Traditionis Custodes rendono evidente, anche dopo l’elezione di papa Leone, un’ostilità di tanti vescovi all’antico rito: esso è infatti troppo cattolico, per poter entrare nel grande bazar del Vaticano II assieme ai riti amazzonici o a quelli dei neocatecumenali o dei carismatici. Ed è troppo cattolico credere alla Presenza Reale, adorare Dio nella Santissima Eucaristia, prostrarsi dinanzi al Santissimo esposto nell’ostensorio, professare la fede nel miracolo della Transustanziazione, riconoscere la necessità di essere in grazia di Dio per accostarsi alla Santa Comunione.

 

Molto più semplice avere una messa che piace anche ai Protestanti; un «sacerdozio comune» che permette anche alle donne di accedere al ministero ordinato e che accontenta la religione woke in materia di parità di genere…

 

L’inno Adoro te devote, sempre composto da San Tommaso, riferendosi al Sangue preziosissimo del Redentore, dice:

 

cujus una stilla
salvum facere
totum mundum quit
ab omni scelere.

 

Sarebbe bastata una sola goccia del Sangue del Signore per salvare tutto il mondo da ogni colpa. Ma Dio Si dà in Sacrificio senza riserve, giungendo a versare sangue e acqua dal costato, a dare la vita dopo aver sofferto i tormenti indicibili della Passione. E Si dà gratuitamente, con una generosità e una magnificenza davvero divine.

 

A noi, Ministri dell’Altissimo, incombe la grave responsabilità di assicurare la perpetuazione del Santo Sacrificio; ai fedeli il compito di sostenere spiritualmente e materialmente coloro che rendono presente il Signore nel Santissimo Sacramento.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

22 Giugno MMXXV
Dominica II post Pentecosten
Solennità esterna del Corpus Domini

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Il vescovo Strickland si chiede se il Concilio Vaticano II si sia arreso al modernismo

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Il vescovo Joseph Strickland, in un recente videomessaggio, ha messo in dubbio che il Concilio Vaticano II abbia fatto dei compromessi con il mondo moderno.   Monsignor Strickland sottolinea i pericoli del modernismo, nonché gli avvertimenti di Papa San Pio X contro questa «sintesi di tutte le eresie». Il vescovo ha ricordato che nel 1910 il santo papa richiese a sacerdoti, vescovi e altri «incaricati dell’insegnamento della fede cattolica» di prestare il Giuramento contro il modernismo, con il quale si impegnavano a «rifiutare i principi del modernismo e a preservare fedelmente la dottrina tramandata dagli apostoli».   Monsignor Strickland evidenzia che questo giuramento «rifletteva la convinzione che il modernismo rappresentasse un pericolo costante per la vita della Chiesa» e che tutti i sacerdoti ordinati tra il 1910 e il 1967 erano tenuti a prestarlo. Ciò includeva quasi tutti coloro che avevano partecipato al Concilio Vaticano II, con «pochissime eccezioni».   «Come avrebbero dovuto quei vescovi interpretare il giuramento che avevano pronunciato partecipando a un concilio che mirava a un nuovo rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno? Come avrebbero dovuto conciliare gli avvertimenti intransigente di San Pio X contro il modernismo con il desiderio del concilio di un maggiore impegno nella società contemporanea?», si chiede Sua Eccellenza.

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«Non sono domande che si possono semplicemente liquidare con noncuranza. Meritano un’attenta, onesta e ponderata riflessione», aggiunge.   «C’è un’enorme differenza tra proclamare il Vangelo al mondo e permettere che il mondo diventi il metro di paragone con cui il Vangelo viene interpretato (…) Credo che questa distinzione sia al centro della crisi a cui stiamo assistendo oggi», continua monsignore.   Il prelato si è poi rivolto direttamente al Concilio Vaticano II, che a suo dire merita una riflessione onesta. Ha sottolineato che, a differenza di tutti i precedenti concili ecumenici, il Vaticano II «non ha definito nuovi dogmi né ha emesso nuovi anatemi contro l’eresia». È stato descritto piuttosto come un concilio «pastorale», sia da Papa Giovanni XXIII, che lo aprì, sia da Papa Paolo VI, che lo chiuse. Lo stesso papa Paolo VI, durante un’udienza generale del 12 gennaio 1966, affermò che, proprio per questo carattere pastorale, il Vaticano II aveva evitato definizioni dogmatiche infallibili.   Strickland ha osservato che lo scopo dichiarato del Concilio Vaticano II era quello di «presentare le verità perenni della fede cattolica in un modo più accessibile al mondo moderno».   «Può la Chiesa dialogare con il mondo moderno senza assorbirne i presupposti? Questa domanda è oggi più urgente che mai», ha affermato il vescovo.   Ha poi preso di mira uno dei principali documenti del Concilio, la Gaudium et Spes, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, che «ha delineato una visione di impegno tra la Chiesa e la società contemporanea che ha profondamente influenzato la vita cattolica negli ultimi sei decenni».   «Molti hanno visto questo come uno sviluppo positivo. Altri hanno sollevato seri dubbi sul fatto che parte del suo linguaggio sia stato interpretato in modi che vanno oltre un autentico coinvolgimento e si avvicinano all’adattamento allo spirito del tempo», osserva il prelato texano.   Tali preoccupazioni «meritano un’attenta considerazione», afferma monsignore, «proprio perché San Pio X ci ha avvertito che il modernismo spesso si insinua nella Chiesa gradualmente, rivestito di un linguaggio che appare del tutto ragionevole».

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Il vescovo statunitense fa notare che il cardinale Joseph Ratzinger, il futuro papa Benedetto XVI, disse una volta che la Gaudium et Spes funzionava come una sorta di «contro-sillabo» in opposizione al Sillabo degli Errori, pubblicato da papa Pio IX a corredo della sua enciclica Quanta Cura.   Secondo monsignor Strickland, Ratzinger considerava la Gaudium et Spes «un tentativo di riconciliazione tra la Chiesa e l’età moderna». Ciò solleva la domanda: «se la Chiesa aveva precedentemente messo in guardia con tanta forza contro i pericoli posti dal liberalismo, dal razionalismo e dallo spirito del tempo, avvertimenti che si ritrovano soprattutto negli insegnamenti dei beati Pio IX e Pio X, cosa si intendeva esattamente riconciliare?».   «Le preoccupazioni che avevano suscitato quei solenni avvertimenti non erano più valide? Il pericolo era in qualche modo scomparso? O la Chiesa aveva semplicemente adottato un approccio pastorale diverso, lasciando intatti gli avvertimenti precedenti?»   «Queste sono domande che meritano risposte ponderate», ha affermato Strickland.  

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Qual è la credibilità dottrinale e l’autorità morale del cardinale Fernandez?

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Il 2 luglio 2026, il cardinale Víctor Manuel Fernandez, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha firmato il decreto di «scomunica» contro i vescovi consacranti e quelli già consacrati il ​​giorno precedente a Écône. È ironico vedere questo decreto firmato da un prelato che, il 27 gennaio, durante la sessione plenaria del suo dicastero, aveva invocato «umiltà intellettuale, spirituale e teologica».

 

In quell’occasione, aveva denunciato «l’assolutizzazione della ragione personale o di certi criteri morali che potrebbero condurre a gravi abusi». Tra gli esempi citati figuravano l’Inquisizione, le guerre mondiali e l’Olocausto… Questo monito viene ora respinto dal cardinale argentino, ma solo perché implica la scomunica di duemila anni di Tradizione.

 

Su InfoVaticana, il 6 luglio, Pedro Gomez Carrizo sostiene che il decreto firmato dal cardinale Fernandez rappresenta soprattutto il fallimento di Leone XIV. Esprime giustamente la sua indignazione: «Che una figura del genere possa sostenere la scomunica in nome della purezza della comunione ecclesiale è semplicemente il colmo dell’assurdità. È il colmo dell’assurdità perché uno degli aspetti che più distingue gli scomunicati da coloro che li scomunicano è che i primi denunciano proprio come i secondi abbiano svuotato di significato le proprie azioni». In altre parole: quanto insensate siano diventate le loro azioni.

 

E per specificare cosa è diventata oggi la Dottrina della Fede, di cui il cardinale Fernandez è responsabile: «La dottrina è poco più di un rapporto redatto da un gruppo di lavoro, sempre dipendente dal contesto; la morale si è gradualmente dissolta in questa misericordia senza giudizio che accompagna il peccatore, avendo cura di non metterlo a disagio; la liturgia soffre da decenni di creatività parrocchiale; la Germania tenta da anni lo scisma a piccoli passi, e il Partito Comunista Cinese ordina vescovi; la Curia mette i cardinali al servizio delle suore prefette, mentre le coppie omosessuali vengono benedette a condizione che non preghino in latino; la cura pastorale non consiste più nel condurre le anime alla verità, ma nel ricoprire la pillola dottrinale fino a nasconderla completamente, e la sinodalità ha permesso che antiche eresie rinascano, splendenti, appena uscite da una sessione di brainstorming».

 

Pedro Gomez Carrizo pone la domanda che tutti si pongono: «come può Roma pretendere che la sua scomunica venga presa sul serio, dopo essersi prodigata per dimostrare che tutto, o quasi tutto, può essere sfumato, contestualizzato, negoziato, tollerato, reinterpretato o benedetto da una nota a piè di pagina [un’allusione ad Amoris Laetitia, dove la comunione per i cattolici divorziati e risposati è permessa con una semplice nota a piè di pagina]? È Roma stessa che, per decenni, ha svalutato il linguaggio con cui ora pretende di giudicare. Non dovrebbe sorprendersi che la sua teologia ‘liquida’ non stia facendo impressione».

 

«In breve», ha proseguito, «Roma ha creato eccezioni a destra e a manca per i casi più inaccettabili, ma ha eretto una barriera insormontabile di fronte a Écône. Questa ‘selettività delle eccezioni’ tradisce le carenze dell’autorità: con la Germania, tutto è un processo; con Écône, è una barriera assoluta. La Chiesa post-conciliare ha finalmente scoperto che l’inferno non è vuoto, ma vi vede solo i seguaci di mons. Lefebvre. A questi bambini è la sola pietra che viene data quando chiedono il pane».

 

Poi, Pedro Gomez Carrizo si è rivolto a colui per il quale il cardinale Fernandez firmò questo decreto, Leone XIV: «volendo presentarsi come garante della comunione, papa Prevost si è ritrovato erede di un’autorità sperperata. Ha ereditato una Roma abituata a tollerare l’intollerabile e, dopo aver affidato questo delicato compito all’uomo che simboleggia la peggiore deviazione dottrinale, scelse di rispondere a Écône con il gesto più severo, sebbene le sue stesse parole fossero già state pubblicamente ignorate».

 

«Senza ristabilire l’ordine, si è reso conto di non averlo imposto. Se la firma è di Tucho [il soprannome confidenziale del cardinale Fernandez], il fallimento è di Leone XIV. […] Dimostrare la forza del potere è facile, ma non sembra essere il modo migliore per riconquistare la propria autorità». Ciò che non è altrettanto facile è convincere la gente che questa preoccupazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X sia nata da un’intollerabile indisciplina e non da un’autentica e santa necessità, appagata per la gloria di Dio, per il bene delle anime e per la santificazione dei suoi membri e fedeli, ora scomunicati o ingiustamente minacciati di scomunica.

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Uno sguardo retrospettivo alla dottrina eterodossa del Prefetto della Dottrina della Fede

Per comprendere appieno la natura paradossale – per non dire aberrante – di un decreto di scomunica dfirmato dal cardinale Fernandez, è utile ripercorrere alcuni momenti della sua carriera, iniziata sotto Francesco e fedelmente proseguita sotto Leone XIV.

 

Quando fu nominato a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede nel 2023 da Francesco, il blog argentino The Wanderer ricordò opportunamente un’omelia di Tucho in cui dichiarava: «senza rendersene conto, la Chiesa ha sviluppato per secoli una dottrina piena di classificazioni che affermava: a) solo i battezzati che sono nella grazia di Dio possono ricevere la comunione e coloro che sono in stato di peccato mortale no; b) solo coloro che si pentono dei loro peccati ed esprimono l’intenzione di cambiare vita possono ricevere l’assoluzione sacramentale. Questa è una cosa terribile… Ma per fortuna questo è accaduto in passato, e ora c’è papa Francesco».

 

Questa clemenza «pastorale» si applica a tutti (todos, come ha detto Francesco)… eccetto i sacerdoti e i fedeli della Tradizione.

 

Il cardinale Fernandez sapeva perfettamente cosa si aspettasse da lui papa Francesco, poiché lo aveva chiarito al momento della sua nomina a capo del Dicastero per la Fede, in una lettera datata 1° luglio 2023, che rappresenta una vera e propria dichiarazione d’intenti: «il dicastero che presiederete in passato ha fatto ricorso a metodi immorali. Erano tempi in cui, anziché promuovere la conoscenza teologica, si perseguivano possibili errori dottrinali. Ciò che mi aspetto da voi è senza dubbio molto diverso». —Ad eccezione dei cosiddetti cattolici «preconciliari»…

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L’autore segreto di Amoris Laetitia e Fiducia Suplicans

Tucho deve tutto a Francesco, di cui è stato penna obbediente – persino servile – in Amoris Laetitia (19 marzo 2016), che autorizza la comunione ai cattolici divorziati e risposati caso per caso, e in Fiducia Suplicans (18 dicembre 2023), che permette la benedizione delle coppie omosessuali e irregolari.

 

Un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori più attenti a Roma: la penna nascosta di Francesco non solo ha scritto gran parte di Amoris Laetitia, ma ha anche incluso interi passaggi dei suoi stessi articoli, in particolare sulla questione dei cattolici divorziati e risposati. In breve, il papa ha copiato Tucho, e Tucho ha copiato se stesso.

 

Ancor prima che Francesco salisse al soglio pontificio, Bergoglio stava pensando e Fernandez stava scrivendo. Nel 2007, il documento finale dell’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM) ad Aparecida, di cui il cardinale Bergoglio fu responsabile, rivela questa stretta collaborazione.

 

Da papa, Francesco vi ha fatto riferimento in diverse occasioni, esprimendo persino il suo entusiasmo: ogni volta che veniva menzionata la parola Aparecida, lasciava intendere di considerare questo documento il suo più importante risultato programmatico. È importante sapere che il documento di Aparecida fu redatto da Fernandez, naturalmente secondo i desideri e le direttive di Bergoglio.

 

Lo zelo di Tucho era evidente anche in anticipo: nel 2018, Francesco nominò Fernandez arcivescovo di La Plata, la seconda sede episcopale più grande dell’Argentina. Uno dei suoi primi atti fu la sospensione del motu proprio Summorum Pontificum nella sua diocesi. Non ne diede una vera e propria motivazione. Il suo approccio si può riassumere in una frase: «I cattolici non hanno bisogno del rito tradizionale e la Chiesa non ha bisogno di cattolici legati alla Tradizione».

 

Nel luglio 2021, Francesco abrogherà il motu proprio Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II [1988] e il Summorum Pontificum di Benedetto XVI [2007], sostituendoli con Traditionis Custodes, che limita drasticamente la celebrazione della Messa tradizionale. Il cardinale argentino aveva semplicemente anticipato la decisione, pianificata da tempo, del papa argentino.

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Un autore controverso

Il prelato, scrittore nell’ombra, non firmava i documenti del suo padrone e benefattore; tuttavia, ha firmato due opere scandalose che ha accuratamente rimosso dalla sua biografia ufficiale: Sáname con tu boca: El arte de besar [«Guariscimi con la bocca: L’arte del bacio», 1995]. Un libro che gli valse il soprannome di Besuqueiro [Il Baciatore], e che Tucho stesso presentò così:

 

«Vi racconterò cosa provano le persone quando si baciano». Per farlo, ho parlato a lungo con molte persone che hanno una vasta esperienza in questo campo, e anche con molti giovani che stanno imparando a baciare a modo loro… Spero che queste pagine vi aiutino a baciare meglio, che vi motivino a liberare il meglio di voi stessi in un bacio…

 

Un’altra opera omessa dalla sua voce bio-bibliografica: La pasión mística: espiritualidad y sensualidad [«Passione mistica: spiritualità e sensualità», 1988]. Questa esposizione sulle esperienze mistico-sensuali valse al suo autore un altro soprannome: Tucho besame mucho [«Tucho, baciami tanto», un riferimento al tango composto dalla pianista messicana Consuelo Velázquez, nel 1932].

 

Sotto la veste di temi «spirituali», il libro offre un’analisi meticolosa delle estasi non mistiche, sia maschili che femminili, e arriva persino a legittimare le relazioni omosessuali, affermando che non sono un peccato. Ad esempio, afferma: «Questo non significa, ad esempio, che un omosessuale cesserà necessariamente di essere omosessuale. Ricordiamo che la grazia di Dio può coesistere con le debolezze e anche con i peccati, quando vi è un condizionamento molto forte. In questo caso, la persona può compiere azioni oggettivamente peccaminose, ma non essere colpevole e non perdere la grazia di Dio». [p. 80]

 

In altre parole, gli omosessuali possono commettere atti oggettivamente peccaminosi, ma non sono colpevoli. Qui troviamo già un’allusione a ciò che verrà trovato in Fiducia supplicans: le relazioni omosessuali, sebbene oggettivamente peccaminose, non sono necessariamente colpevoli. Questa è l’opinione del Prefetto del Dicastero della Fede, difensore dell’ortodossia cattolica.

 

Sostenitore della «moralità graduale», Tucho ha affermato: «Il matrimonio cristiano è un ideale bellissimo, ma quando parliamo di gradualismo intendiamo che dobbiamo tenere conto della realtà concreta di coloro che non possono raggiungere questo ideale, e dobbiamo quindi ricordare quella categoria del “bene possibile” evocata da papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, alla quale dobbiamo aspirare anche a costo di sporcarci le mani nel fango della strada».

 

Come osserva con buon senso The Wanderer: «la teologia di Tucho sembra confusa. La grazia non si acquisisce gradualmente: o la si ottiene o non la si ottiene; o la si possiede o non la si possiede; o la si trova o la si perde. Un cristiano è o in stato di grazia o in stato di peccato. La teologia cattolica non ha mai affermato che si possa essere progressivamente in stato di grazia: mezza grazia o un quarto di grazia non sono misure comuni, nemmeno oggi».

 

Sul quotidiano argentino La Nación, Tucho predica una società più «inclusiva» sotto la bandiera dell’uguaglianza: non guardiamo alle idee, agli orientamenti sessuali. Fratelli tutti! Siamo tutti fratelli… «In altri tempi», conclude The Wanderer, «queste tesi avrebbero condotto il loro autore direttamente alla deposizione. Nelle circostanze attuali, lo hanno condotto direttamente alla cattedra di custode della dottrina cattolica».

 

Pertanto, come possiamo non porci queste domande sul cardinale Fernandez: perché è Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede? Come può Leone XIV mantenerlo in questa posizione? Quando verrà destituito?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Gender

Il cardinale arcivescovo di Tokyo elogia la nuova campagna statale giapponese pro-LGBT

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Il cardinale arcivescovo di Tokyo ha espresso apprezzamento per il piano recentemente annunciato dal governo giapponese finalizzato a promuovere l’educazione sulle persone che si identificano come LGBT. Lo riporta LifeSite.   Il cardinale Isao Kikuchi, arcivescovo di Tokyo, ha dichiarato a UCA News che «è significativo che il governo giapponese abbia chiaramente articolato una politica volta ad approfondire la comprensione delle minoranze sessuali».   Il piano, approvato il 16 giugno, deriva dal LGBT Understanding Promotion Act del 2023 e, a quanto pare, «mira a stabilire linee guida fondamentali per governi, scuole e imprese».

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Il cardinal Kikuchi sembrava operare una distinzione tra la moralità dell’omosessualità e la psicologia che ne sta alla base.   Secondo quanto riportato da UCA News, l’approccio della Chiesa cattolica alle minoranze sessuali comporta sia una dimensione etica fondata sulla fede, sia una comprensione più approfondita della vita umana stessa.   Il porporato nipponico ha sottolineato che «una comunità inclusiva che accoglie tutti non è lo scopo del nostro atteggiamento in quanto tale; piuttosto, è il primo passo verso la realizzazione del mondo che Dio ci chiama a costruire». Ha quindi evitato di esprimere in modo esplicito la posizione della Chiesa sull’immoralità degli atti omosessuali.   Kikuchi fu nominato vescovo da Papa Giovanni Paolo II nel 2004 e cardinale da Papa Francesco nel 2024.   Il piano giapponese per il 2026 per la promozione della consapevolezza LGBT prevede un’educazione pubblica che include l’utilizzo da parte del governo di opuscoli, video formativi e altro materiale educativo sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.   Tale programma educativo dovrà estendersi alle scuole, dove gli insegnanti dovranno essere formati per comprendere le tematiche LGBT e per affrontare il bullismo e la discriminazione. Il piano incoraggia inoltre i luoghi di lavoro ad essere accoglienti nei confronti delle persone che si identificano come LGBT e affronta in modo specifico insulti, molestie e la rivelazione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere di qualcuno senza il suo consenso («outing»).   Il Giappone rimane uno dei pochi Paesi del mondo sviluppato, insieme a Paesi come la Corea del Sud e la Repubblica Ceca, a non aver legalizzato il cosiddetto «matrimonio» omosessuale.

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Tuttavia, sebbene anche la premier giapponese, Sanae Takaichi, si opponga al cosiddetto «matrimonio» omosessuale, il Paese, fortemente laico, sostiene in larga parte questa pratica deviante: secondo un sondaggio Pew del 2023, circa il 70% dei giapponesi sarebbe favorevole al «matrimonio» omosessuale, il tasso di accettazione più alto tra tutti i Paesi asiatici presi in esame.   Come riportato da Renovatio 21, a novembre, la Corte di Tokyo ha stabilito che il divieto giapponese di «matrimonio» omosessuale è costituzionale, in una decisione insolita che si discosta da una serie di sentenze dei tribunali del Paese che avevano stabilito che la mancanza di riconoscimento legale del «matrimonio» omosessuale violava la Costituzione. Tuttavia, le alte corti giapponesi non hanno l’autorità di invalidare la legge vigente, il che rende queste sentenze puramente simboliche.   Come riportato da Renovatio 21, il tema dell’ascesa LGBT fu al centro di una notevole frizione tra l’ambasciatore USA a Tokyo nel 2023, l’ebreo obamiano Rahm Emanuel, e la Shinseiren («Associazione Nazionale per la Guida Spirituale»), cioè la maggiore sigla della religione scintoista, che già l’estate precedente aveva distribuito un opuscolo di 94 pagine a una grande riunione per i membri affiliati della Dieta giapponese, appoggiandosi per lo più del Partito Liberal Democratico al governo. Il testo includeva la trascrizione di una conferenza che descriveva l’omosessualità come «un disturbo mentale acquisito, una dipendenza» che poteva essere risolta con la «terapia riparativa».  

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