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«Raggiungere il Signore in Cielo, perché è quella la nostra vera Patria»: omelia di mons. Viganò per l’Ascensione

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò per domenica 1 giugno, festa dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo.

 

 

Modicum

Omelia nell’Ascensione del Signore

 

Modicum et jam non videbitis me,
et iterum modicum et videbitis me,
quia vado ad Patrem.

Jo 16, 16

 

Durante il canto del Vangelo abbiamo visto spegnersi il Cero pasquale, a simboleggiare l’ascesa di Cristo al Padre, quaranta giorni dopo la Resurrezione.

 

Alcuni dipinti rappresentano la scena dell’Ascensione mostrandoci gli Apostoli che guardano verso l’alto, dove talvolta si vede la figura intera del Signore e talaltra si vedono solo i Suoi piedi; in altri, è come se vedessimo ciò che vedeva il Signore ascendendo, ossia i propri piedi e più sotto le facce assorte degli Apostoli. Sono due prospettive differenti della medesima scena, ed è proprio su questa diversa prospettiva che vorrei soffermarmi con voi a meditare il Mistero dell’Ascensione.

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Il motivo per cui credo che una meditazione su questo tema possa essere spiritualmente utile è che tutta la realtà, nell’eternità immutabile di Dio e nel frenetico divenire del tempo, mostra l’ordine divino che unisce il Padre Creatore alle creature, il Figlio Redentore ai redenti, lo Spirito Santificatore ai credenti santificati. E questo intreccio mirabile tra cose soprannaturali e cose terrene, tra spirito e corpo, è stato sancito definitivamente dall’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità, che in Nostro Signore Gesù Cristo vede unita la natura umana e la natura divina nel compimento della Redenzione. Cristo Uomo intercede per gli uomini peccatori, Cristo Dio Si offre al Padre per infinitamente riparare le infinite offese all’infinita Maestà di Dio.

 

Non possiamo concepire Redenzione senza Incarnazione, né Incarnazione senza Carità verso Dio e verso il prossimo. Ed è questa perfezione della nostra Santa Religione che la mostra indubitabilmente come divina: solo un Dio che è Amore (1Gv 4, 16) può concepire la follia di incarnarSi per redimere la creatura che Gli si è ribellata.

 

Solo un Dio incarnato può degnarSi di rimanere tra i Suoi, quaranta giorni dopo essere risorto, rinviando il ritorno corporeo alla gloria del Cielo.

 

Noi guardiamo l’Ascensione dal basso come i discepoli, e vediamo il Signore che se ne va, dopo avere promesso agli Apostoli l’invio dello Spirito Santo, che irromperà nel Cenacolo di lì a dieci giorni. Vediamo i Suoi piedi, i panni della veste, le nubi che si aprono mostrando la Corte celeste.

 

Noi consideriamo l’Ascensione come un momento di separazione e privazione, perché vediamo ascendere il Signore e lasciare questo mondo in una sorta di lunga parentesi tra la partenza e il ritorno glorioso alla fine dei tempi. Noi ci vediamo come combattenti di una guerra lunga e logorante, nella quale siamo stati lasciati senza Re e con generali fiacchi o addirittura traditori. Siamo come gli Ebrei lasciati ai piedi del Sinai da Mosè, tentati di costruirci un vitello d’oro.

 

Dovremmo invece saper guardare l’Ascensione dall’alto, come la vedeva il Signore: gli Apostoli che si fanno sempre più piccoli, i loro tratti che diventano sempre più indistinti, mentre si avvicina sopra di noi la luce sfolgorante del Paradiso, e si fanno più chiare le lodi dei Cori angelici; mentre si aprono le porte della Gerusalemme celeste non solo per il Re dei re, ma anche per le anime sante dell’Antica Legge, liberate dal Limbo la vigilia di Pasqua.

 

Dovremmo considerare l’Ascensione come la necessaria premessa della Pentecoste, e la Pentecoste come l’indispensabile veicolo della Grazia che ci prepara a combattere, a vincere e a meritare la palma della vittoria. L’assenza del nostro Re e Signore ci dà modo di testimoniarGli la nostra fedeltà: non quando Egli vince e trionfa sui Suoi nemici; ma quando tutti, anche i Suoi generali Lo tradiscono e passano all’avversario.

 

E come tra gli Ebrei vi furono quanti seppero attendere il ritorno di Mosè con le tavole della Legge senza costruirsi idoli rassicuranti, così – e a maggior ragione – nella Chiesa vi sono stati, vi sono tuttora e sempre vi saranno quanti tengono a mente le parole del Salvatore: Ancora un po’ e non mi vedrete più; ancora un po’ e mi rivedrete, perché vado al Padre (Gv 16, 16). Ancora un po’ e mi rivedrete: non saprete né il giorno né l’ora, perché il padrone verrà come un ladro nella notte, come lo Sposo atteso dalle vergini.

 

 

 

Dovremmo, carissimi fedeli, capire che siamo noi a dover raggiungere il Signore in Cielo, perché è quella la nostra vera Patria: Quæ sursum sunt quærite, ci ha detto il divin Maestro: Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra (Col 3,1-2).

 

In questa luce, le contingenze umane acquisiscono il loro giusto peso, perché sono ricondotte in quel κόσμος di cui Nostro Signore è vero e assoluto Pantocratore, Signore di ogni cosa, Padrone del tempo e della storia. Instaurare omnia in Christo (Ef 1, 10) significa proprio questo: ricapitolare, riportare al proprio principio primo, riconoscere la Signoria di Cristo. E dunque, poter leggere la promessa divina del Non prævalebunt (Mt 16, 18) nella consapevolezza tanto della Croce quanto della Resurrezione, della necessaria battaglia come della indefettibile vittoria.

 

Se comprendiamo che le vicende terrene che coinvolgono l’umanità intera e ciascuno di noi singolarmente sono indefettibilmente intrecciate all’eternità di Dio; se capiamo che la nostra Fede non è la risposta umana e immanente al bisogno di credere, ma l’adesione fiduciosa e consapevole all’opera perfetta di un Dio che ci vuole salvi e santi; se contempliamo l’Ascensione come speculare al ritorno glorioso del Rex tremendæ majestatis del Giudizio Universale, allora ci rendiamo anche conto che si tratta davvero di un modicum, di poco tempo. E con la Speranza teologale dell’aiuto di Dio, possiamo affrontare questa parentesi, questo modicum, con rinnovato vigore.

 

Cari fedeli, sappiamo bene che questi sono giorni difficili: le recenti vicende, la morte di Jorge Bergoglio, la convocazione del Conclave, l’elezione di papa Leone giungono in un momento in cui siamo logorati da decenni di crisi, con gli ultimi terribili anni di usurpazione, eresie, scandali, e l’apostasia della quasi totalità della Gerarchia cattolica.

 

A questi eventi si aggiunge il colpo di stato globalista, la sempre più evidente ostilità dei governanti nei confronti dei governati, l’incombente instaurazione della tirannide del Nuovo Ordine Mondiale con la sua agenda diabolica. Siamo tutti stanchi e provati. Stanchi di combattere contro palesi menzogne spacciate per verità.

 

Stanchi di dover giustificare l’ovvio, quando l’intero sistema propaganda l’assurdo. Stanchi di doverci difendere da coloro che dovrebbero invece soccorrerci. Stanchi di doverci proteggere da medici che vogliono avvelenarci, da giudici che vogliono incarcerare gli onesti mentre liberano i delinquenti, da maestri che insegnano errori, da sacerdoti e vescovi che diffondono l’eresia e l’immoralità.

 

Non siamo fatti per questo: non sta al gregge comandare ai pastori, all’allievo insegnare al maestro, al malato dare lezioni al medico. Per questo esiste l’autorità: perché come espressione vicaria dell’unica Autorità di Gesù Cristo Re e Pontefice essa governi per il Bene, e non per distruggere l’istituzione entro cui essa è esercitata e per disperderne i membri.

 

La nostra stanchezza, l’amarezza nel vedere così spesso frustrate le occasioni che la Provvidenza ci offre, il logorio di un combattimento snervante con un nemico infido e senza validi alleati: tutto questo fa parte del tempo della prova.

 

È la nostra croce, una croce che il Signore ha sapientemente calibrato perché con la Sua Grazia siamo in grado di portarla fino in fondo, una croce individuale e collettiva che nessun potere terreno potrà mai mutare né cancellare. È la croce che la Chiesa deve abbracciare, perché essa è la sola speranza – spes unica – per uscire vittoriosi da questa battaglia epocale: senza la passio Ecclesiæ è impossibile che il Corpo Mistico possa trionfare con il suo Capo divino.

 

E né pace, né concordia, né prosperità saranno mai possibili, dove le speranze umane non riposano sull’osservanza della Santa Legge di Dio e non riconoscono l’universale Signoria di Gesù Cristo.

 

Non sta a noi – a nessuno di noi – dare soluzioni ordinarie in circostanze del tutto uniche e straordinarie. A noi è richiesto – e qui ci soccorre la saggezza della regula Fidei – di non mutare nulla di ciò che il Signore ha insegnato alla Chiesa e che la Chiesa ci ha fedelmente trasmesso. Continuare a credere ciò che credevano i nostri padri non ci priverà della gloria eterna, solo perché rifiutiamo le novità introdotte da falsi pastori e da mercenari.

 

Il giorno del Giudizio particolare al momento della nostra morte e il giorno del Giudizio Universale alla fine dei tempi non saremo giudicati sulla base di Amoris Lætitia o di Nostra Ætate, ma del Vangelo.

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Viviamo dunque ogni istante della nostra vita sapendo che questo è il tempo della prova; e che quanto più infurierà la battaglia, tanto più si moltiplicheranno le Grazie che Nostro Signore ci concederà per combattere e vincere. E se è vero che il Signore si trova ora fisicamente in Cielo, è altrettanto vero che Egli ha voluto concedere ai Suoi Ministri di renderLo ancora presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare.

 

Ogni tabernacolo, per quanto abbandonato e negletto dall’insipienza degli uomini, riporta in questa valle di lacrime la gloria del Cielo, l’adorazione degli Angeli e dei Santi, la Presenza Reale del Dio incarnato.

 

È vero: si spegne la fiamma del Cero pasquale, ma rimane viva e ardente la fiammella della lampada rossa che onora il Re eucaristico. Risplenda anche la fiamma di Carità che arde in ognuno di noi, perché la nostra anima possa essere meno indegna di farsi dimora della Santissima Trinità.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

29 Maggio MMXXV
in Ascensione Domini

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Immagine: Jan Matejko (1838–1893), Ascensione (1884), Museo Nazionale, Varsavia.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

Spirito

Il Vaticano contro l’«estremismo» dei fedeli che «sollevano la questione» della Comunione in mano

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Il Vaticano ha messo in guardia contro l’«estremismo» di coloro che «sollevano la questione» della ricezione della Comunione sulla mano, in piedi o in ginocchio. Lo riporta LifeSite.   In un resoconto della visita ad limina della Conferenza Episcopale di Panama al Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il dicastero, guidato dal grande nemico della Messa tradizionale cardinale Arturo Roche, ha elencato gli argomenti discussi durante l’incontro.   In merito alla liturgia sarebbe stato sollevato il «pericolo dell’estremismo nella sfera liturgica e della strumentalizzazione della celebrazione eucaristica da parte di certi gruppi di fedeli».   «Questi gruppi tendono a provocare divisioni e confusione sollevando questioni come la ricezione della Comunione in ginocchio e sulla mano, o l’uso del velo da parte delle donne. È stato ribadito che l’Eucaristia è il sacramento dell’unità e non può diventare oggetto di contesa», ha scritto il dicastero sulla sua pagina web a proposito della visita. Lungi dall’essere fonte di divisione o confusione, sollevare la questione della Comunione in mano e in piedi è un aspetto molto importante per trattare il Santissimo Sacramento in modo riverente e appropriato.   La tradizione della Chiesa cattolica, che dura da oltre 1300 anni e non si è interrotta fino al Concilio Vaticano II, prevede che i fedeli laici ricevano il Santissimo Sacramento, amministrato da un sacerdote, sulla lingua in ginocchio. Questa pratica tradizionale è dovuta in parte al fatto che le mani dei sacerdoti vengono consacrate in modo speciale durante l’ordinazione, affinché possano maneggiare la Santa Eucaristia, che è Dio stesso.   San Tommaso d’Aquino nela Summa Theologiae ha spiegato che questa è una delle tre ragioni per cui solo ai sacerdoti è permesso toccare l’Ostia consacrata:   «Per riverenza verso questo Sacramento, nulla lo tocca se non ciò che è consacrato; perciò il corporale e il calice sono consacrati, e allo stesso modo le mani del sacerdote per toccare questo Sacramento. Pertanto, non è lecito a nessun altro toccarlo, salvo in caso di necessità, ad esempio se dovesse cadere a terra o in qualche altro caso di urgenza». (Summa Theologiae, III, Q. 82, Art. 13)   Ricevere l’Eucaristia sulla mano aumenta significativamente il rischio di profanazione del Santissimo Sacramento e comporta inevitabilmente la perdita di particelle dell’Eucaristia, che possono cadere sul pavimento o altrove.   Ricevere la Santa Comunione in ginocchio è anche un importante atto di riverenza verso il Santissimo Sacramento. La Scrittura stessa sottolinea come inginocchiarsi sia un gesto di riverenza proprio di Nostro Signore Gesù Cristo: «Che ogni ginocchio si pieghi nel nome di Gesù, quelli che sono nei cieli, sulla terra e sotto terra», scrisse san Paolo nella lettera ai Filippesi (2,10).   In quanto Dio stesso, l’Eucaristia non merita niente di meno che un atteggiamento di profonda riverenza. Mentre la posizione inginocchiata è propria dell’adorazione di Dio stesso, la posizione eretta si assume quando si interagisce con un pari.

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Non solo: c’è, nemmeno dietro l’angolo, l’enorme tema dei satanisti e delle Messe nere. È infatti arcinoto come la possibilità di non dare sulla lingua l’Eucarestia crei la questione della profanazione: in breve, alimenti network satanisti, che per i loro immondi riti necessitano dell’Ostia consacrata (hanno, di fatto, più fede di molti vescovi…)   L’idea di tale pericolo era giù presente nell’istruzione di Paolo VI, quando si dice che «con questa forma ormai tradizionale (…)si evita il pericolo di profanare le specie eucaristiche, nelle quali «è presente in modo unico, sostanzialmente e ininterrottamente, il Cristo tutto e intero; Dio e uomo». Parimenti, la Redemptionis Sacramentun scrive che «se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli».   La questione è rimbalzata nelle cronache mondiale, in maniera comica e tragica al contempo, quando un gruppo Satanista ha officiato un rito fuori dal Campidoglio del Kansas, dovendo però assicurare che l’Ostia che sarebbe stata utilizzata non era consacrata.   Tale cortocircuito dello Stato moderno ha visto quindi l’attuarsi di una scena eroica: quando il satanista ha innalzato la particola e la ha buttata al suolo calpestandola, un signore che stava ai lati è intervenuto gettandosi a terra per consumarla con la bocca, ricevendo quindi le botte dal leader satanista.

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Nel frattempo, vescovi come monsignor Michael Martin di Charlotte (USA) si è pubblicamente rifiutato, durante una Cresima, di dare la Comunione a famiglie inginocchiate per ricerverla. Monsignor Martin l’anno scorso non aveva solo proibito la messa antica, ma anche la Comunione da genuflesse e laddove possibile aveva chiesto l’eliminazione delle balaustre.   Si tratta di un altra «legge» imposta dai vertici (la Chiesa come lo Stato) contrariamente alla sensibilità del popolo che fingono di voler servire: un sondaggio in America due anni fa mostrò che la larga maggioranza dei cattolici vuole la fine dell’Eucarestia messa in mano. Durante il corso di questo anno è emerso che Madre Teresa di Calcutta avrebbe detto ad un sacerdote che la Santa Comunione nella mano era «il peggior male» che mai aveva veduto.   Nell’aprile 2025 arcivescovo Bruno Forte, dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto aveva rimproverato tre parrocchiani per aver ricevuto la Santa Eucaristia sulla lingua.   Durante l’omelia, Forte rimprovera i tre fedeli per aver ricevuto la Santa Comunione sulla lingua e affermata che qualsiasi cattolico che scelga di ricevere la Comunione sulla lingua non solo è «disobbediente» alla gerarchia ecclesiastica, ma commette anche il peccato di orgoglio.   «Per secoli la Chiesa ha preso in mano la comunione. Solo in alcuni secoli oscuri, temendo la mancanza di igiene, si è sostituito questo gesto con quello del prenderla in bocca» spiega monsignor Forte, forte forse di tanti insegnamenti pandemici pienamente recepiti dal cattolicesimo moderno.   «Ma grazie a Dio oggi siamo tutti cresciuti. Le mani ce le laviamo», assicura l’arcivescovo, che in realtà non lo può sapere, e che probabilmente non è mai stato nel bagno di un Autogrill, dove è possibile osservare l’immancabile tragitto delle moltitudini dal pisciatoio all’auto senza passare per il lavandino. (Monsignor Forte probabilmente è di quelli che non sanno perché nei bar all’aperitivo la ciotola della nocciolino include un cucchiaino).   «Per cui la Comunione si prende in mano» annunzia perentorio il religioso, «con il gesto umile di stendere la mano e di accoglierla».   «Chi non lo fa, fa un atto di orgoglio, si crede più saggio e più esperto del papa e dei vescovi che hanno deciso che la Comunione si prende in mano». Anche qui, è sensibile un accento dai tempi pandemici, quando alla popolazione veniva ripetuto di fidarsi degli esperti.   «Per piacere siate umili ed obbedienti alla Chiesa. Almeno nel momento in cui fate la Comunione, facendo la volontà che è quella espressa nella Chiesa, dal papa e dai vescovi».   Non è chiaro da dove il monsignore esperto tragga l’ordine secondo cui «la Comunione si prende in mano» secondo la volontà di Chiesa, papa e vescovi.   La Santa Comunione sulla lingua è stata la norma nella Chiesa per oltre 1.300 anni, mentre la Comunione sulla mano si è diffusa a livello mondiale solo con le riforme degli anni Settanta.   Monsignor Forte è ritenuto da alcuni osservatori come teologo pro-LGBT che ha introdotto il tema dell’omosessualità al Sinodo per la famiglia  

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Arquidiocese de Braga, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons
 
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Il segreto della santità di san Francesco

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A otto secoli dalla sua morte, san Francesco continua a essere ammirato. Ma il suo vero esempio è assai più impegnativo dell’immagine che spesso viene data di lui.

Nelle abbondanti ricerche sui grandi mistici o sui grandi pensatori, non si può fare a meno di indagare la loro fonte di ispirazione. Per quanto riguarda san Francesco d’Assisi, non c’è bisogno di cercare lontano, perché lo dice egli stesso nel suo Testamento: «Dopo che il Signore mi ebbe dato dei frati, nessuno mi mostrò che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo il santo Vangelo».

 

Di fatto, è nel Vangelo che cerca la sua vocazione. Dopo i sogni che lo distolgono dalla carriera delle armi, dopo il bacio al lebbroso e l’inizio del restauro della cappella di San Damiano, dopo essere stato rinnegato da suo padre, ascolta nel Vangelo del giorno l’invio in missione degli Apostoli (Mt 10, 5-16): «Predicate e dite: Il regno dei Cieli è vicino… Non possedete né oro, né argento, né denaro nelle vostre cinture; né sacco per il cammino, né due tuniche, né scarpe, né bastone…». Andrà dunque a predicare coltivando la povertà.

 

Quando dei discepoli lo raggiungono, è ancora nel Vangelo che cerca quali indicazioni dare loro: «Secondo uno dei racconti, egli fece semplicemente il segno della croce sul libro dei Vangeli, lo aprì in tre punti, e vi lesse tre testi. Il primo era la storia del giovane ricco il cui rifiuto di vendere tutti i suoi beni fu l’occasione del grande paradosso del cammello e dell’ago.

 

Il secondo era il comando ai discepoli di non prendere nulla con sé per il viaggio, né bisaccia, né bastone, né denaro. Il terzo era quella parola, che si può dire letteralmente cruciale, secondo cui il discepolo di Cristo deve anch’egli portare la sua croce». (1)

Il Vangelo preso alla lettera

Allora seguirà il Vangelo, alla lettera: rinnegato da suo padre, si rallegra di poter dire in tutta verità: «Padre nostro che sei nei cieli»; impone a coloro che vogliono diventare suoi discepoli di vendere tutti i loro beni, di darne il ricavato ai poveri (Mt 19, 21), poi di seguirlo. Quando entra in una casa, le augura anzitutto la pace (Mt 10, 12). Organizza i grandi capitoli che riuniscono tutti i frati in una gioiosa imprevidenza che inquieta san Domenico, poiché il Signore ha detto di non preoccuparsi del bere e del mangiare (Mt 6, 31), cose alle quali Egli provvede in modo spettacolare. È detto di abbandonare il mantello a chi chiede la tunica (Mt 5, 40): uno dei primi frati del santo si affretta a correre dietro a un ladro che aveva fatto solo metà del suo lavoro rubandogli il cappuccio, per dargli anche tutto l’abito.

 

Chesterton esulta nel riferire questo zelo evangelico e rileva, in quell’occasione, il miracolo delle prime due conquiste di Francesco, cioè Bernardo di Quintavalle e Pietro Cattani: «Ciò che vedevano i cittadini di Assisi non era altro che il cammello che passava in trionfo per la cruna dell’ago e Dio che compiva cose impossibili, perché a Lui tutte le cose sono possibili; non era altro che un prete che si strappava la veste come il Pubblicano, e non come il Fariseo, e un uomo ricco che se ne andava gioioso, perché non aveva più beni». (2)

 

La dottrina spirituale del santo di Assisi si trova dunque tutta intera nel Vangelo, e anzi, a detta degli specialisti, nei passi del Vangelo che sono letti nella liturgia, poiché non ne cita altri nei suoi diversi scritti. I vangeli delle domeniche bastano come cammino sicuro verso il cielo, a patto che li si metta in pratica!

Al di là delle apparenze, la vera vita cristiana

Ma il modo di metterli in pratica spaventa la Curia romana. Non soltanto perché la Regola sottoposta dal Poverello all’approvazione del papa sarà una regola religiosa in più, mentre il IV Concilio Lateranense nel 1215 aveva vietato di approvarne di nuove; ma anche perché sembra impraticabile. Al che un cardinale reagisce: se questa regola è impraticabile, significa che il Vangelo è impraticabile. Bestemmia inammissibile. Come più tardi san Benedetto Giuseppe Labre, san Francesco è un richiamo divino al pericolo che c’è nell’adagiarsi in una vita cristiana comoda al punto da confondere la sapienza umana con quella di Dio.

 

Eppure non si chiede a tutti di vivere così. E san Francesco sa fare la differenza tra le pratiche esteriori e la virtù. A proposito della beatitudine dei poveri in spirito, commenta: «Molti sono assidui all’orazione e agli uffici, praticano l’astinenza e la mortificazione corporale; ma per una sola parola che sembra loro un’ingiuria o perché li si priva di qualcosa, sono subito scandalizzati e turbati. Questi non sono poveri in spirito».

 

Allora in che cosa consiste la vita cristiana secondo il Vangelo? Basta rileggere il discorso della montagna (Mt 5-7). Non è bene riassumerlo, se Gesù ha ritenuto bene di entrare nei dettagli, ma diamone un’idea: evitare non soltanto i peccati che lasciano tracce (non uccidere, non rubare), ma anche gli altri (non insultare né disprezzare, Mt 5, 21-26), i peccati interiori (peccato di desiderio, Mt 5, 27-30), le intenzioni cattive dietro le buone azioni (Mt 6, 1-6), le occasioni di peccato (Mt 18, 8-9), saper rinunciare al proprio diritto per il bene della pace, dare più del dovuto e persino di ciò che viene chiesto (Mt 5, 38-42), coltivare la lealtà e la veracità piuttosto che i raggiri (Mt 5, 33-37).

 

Il miglior riassunto sarà sempre il doppio comandamento della carità, poiché è la carità soprannaturale che anima i nostri atti a fare la differenza tra la lettera disseccata e lo spirito che vivifica.

 

Il Vangelo è messo in risalto in modo notevole nella liturgia: processione per la lettura solenne alla messa cantata, incensazione, bacio del libro dei vangeli, giuramenti sul Vangelo, consegna dell’evangeliario al diacono, al vescovo, imposizione sulle spalle e sul capo dell’eletto all’episcopato, etc.

 

Sarebbe inammissibile che, nonostante questa pompa liturgica, il Vangelo che è stato il trampolino di san Francesco verso il cielo non sia letto, compreso e soprattutto praticato.

 

Don Nicolas Cadiet

 

NOTE

1) Gilbert Keith Chesterton, San Francesco di Assisi, c. 4.

2) Ibidem.

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Immagine: Lodovico Cigoli (1559–1613), San Francesco d’Assisi (1597-1599), Ermitage, San Pietroburgo.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

 


 

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Cremazione

Lo Stato italiano contro i morti

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Anche quest’anno festeggiamo lavorando l’inciviltà dello Stato moderno, nello specifico lo Stato italiano, che non permette di onorare i nostri defunti.   Pochi sono in grado di trovare una  spiegazione al fatto che uno Stato – cioè un insieme di essere umani che, per ragioni ancestrali o anche solo di convenienza, si unisce – non debba permettere ai suoi cittadini un giorno di riposo per pensare ai cari estinti. Che sono nella quasi totalità, ricordiamolo bene, cittadini dello stesso Stato che hanno espletato, con la vita, tutte le funzioni (rispetto della legge, pagamento dei tributi, sopportazione dei soprusi) che lo stesso Stato ha loro demandato.   Si tratta, con evidenza, del disprezzo che lo Stato moderno ha per i suoi sudditi, e per gli esseri umani in generale. Quando diciamo che il sistema operativo dello Stato moderno è la Cultura della Morte, stiamo riferendoci all’atto di uccidere e basta: dal momento in cui l’umano, sempre eccedente e problematico, viene eliminato, la struttura se ne dimentica immediatamente, ed esige che i suoi  infeudati facciano altrettanto.   È così: ogni anno, il 25 aprile (a danno di San Marco…) dobbiamo ricordarci della «Liberazione» (via saturation bombing angloamericani) dell’Italia, cioè del sacrificio del cinghialone col mascellone con tanto di pubblico ludibrio del corpo ignudo suo e dell’amante. Tuttavia un giorno di festa per pensare a chi è stato vicino a noi (chi ci ha conosciuto, chi ci ha procreato, chi ci ha allevato, chi ci ha amato,  e perché no, chi ci ha odiato) no, lo Stato non può permettercelo. Così: lo Stato che porta Halloween nelle scuole non lascia che i suoi cittadini vadano alla Messa dei defunti: perché, se non sei pensionato (quelli che ben presto finiranno nell’oblio dell’eutanasia pubblica, come quella varata poc’anzi dal Veneto apostata) è difficile che tu possa trovare il momento di andare in campo santo e pure in chiesa.   (Tra cattolici rimasti tali, sappiate, ci siamo comunque organizzati con celebrazioni, catafalchi, Dies Irae e teschi inclusi alle 18:30, per permettere a tutti i lavoratori, quelli a cui lo Stato sarebbe devoto sin dal primo articolo della Costituzione di partecipare. Ne daremo, magari, anche qualche immagini nei prossimi giorni – tanto per far capire davvero, nel momento delle città lasciate incendiare dai maranza, cosa significa oggi essere antisistema)   Bisogna capire che il 2 novembre non è mai stato un giorno di festa civile (ossia una festività nazionale riconosciuta dallo Stato con la conseguente chiusura di uffici, scuole e attività lavorative) in tutta la storia della Repubblica Italiana o del precedente Regno d’Italia, cioè del famoso Stato «laico».   A questo punto il lettore può iniziare ad intuire il perché: lo Stato dell’Italia unita è stato creato dai massoni, in senso totalmente contrario a quello della fede del popolo. L’Unità dell’Italia è stata voluta e programmata dalla Loggia, con tutti gli aiutini inglesi del caso, per spazzare via la superstizione cattolica da questa regione d’Europa, e trasformarla nel paradiso della religione del progresso che si merita.   I massoni odiano qualsiasi culto non sia quello esoterico della loro «scienza»: lo si vede ancora oggi in certi gruppetti di tizi dall’aspetto impiegatizio che passano il tempo a denigrare le credenze popolari (e ogni forma di religione, o di possibilità del paranormale); magari questi nemmeno sono massoni, ma ricordano certe parole di monsignor Delassus ne Il problema dell’ora presente, quando indica come i piani profondi della setta verde hanno bisogno di personaggi non accortissimi che stiano in superficie a fare pure pubblicità alla causa.   Ecco che quindi anche il culto dei morti – il più arcaico, il più umano – deve essere spazzato via. E quando diciamo spazzato via, è proprio letterale: i morti sono ridotti in cenere.   Sì, perché la massoneria ha avuto un ruolo fondamentale e determinante nell’introdurre, promuovere e legalizzare la cremazione moderna in Italia e in Europa nell’Ottocento. La pratica di incenerire i morti è stata vietata per secoli dal Cristianesimo, che imponeva l’inumazione (la sepoltura sotto terra) nel rispetto del dogma cattolico della risurrezione dei corpi. La rinascita della cremazione in epoca contemporanea fu una battaglia esplicitamente  guidata in prima fila dalle Logge massoniche nel nome dello Stato «laico», cioè della sottomissione dell’umanità al Nulla grembiulista.   Subito dopo l’Unità d’Italia, medici, scienziati e intellettuali (molti dei quali appartenenti alla Massoneria e alla Sinistra risorgimentale) iniziarono a promuovere la cremazione per ragioni igienico-sanitarie, di progresso scientifico e per sottrarre il monopolio dei funerali alla Chiesa Cattolica. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, sorsero in tutta Italia le prime Società per la Cremazione ( SOCREM). Queste associazioni, nate per finanziare i primi templi crematori, furono fondate, dirette e sostenute economicamente quasi interamente da massoni.   Il primo forno crematorio d’Italia (e del mondo moderno) fu inaugurato a Milano nel 1876 per cremare la salma di Alberto Keller, un importante industriale filantropo di origini svizzere e noto massone, che lasciò i fondi necessari proprio per questa causa. Il forno fu progettato sfruttando anche gli studi scientifici del medico massone Malachia De Cristoforis. La legalizzazione si ebbe con la Legge Crispi (1888): La pratica divenne ufficialmente legale e regolamentata a livello nazionale grazie all’art. 59 della legge sulla sanità pubblica del 1888 promossa dall’allora Presidente del Consiglio Francesco Crispi, anch’egli tra i più celebri esponenti della Massoneria italiana dell’epoca, ancora oggi mattatore della toponomastica delle nostre città. Proprio a causa dell’autoevidente attivismo massonico dietro questo movimento, la Chiesa Cattolica visse la diffusione della cremazione come un attacco diretto alla fede cristiana e ai propri rituali. Nel 1886, il Sant’Uffizio emanò una severissima condanna decretando la scomunica per chiunque scegliesse di farsi cremare o facesse propaganda per le società cremazioniste, escludendo i fautori della cremazione dai funerali religiosi e dalla sepoltura in terra consacrata.   Poi arrivò il 1963, anno in cui il Concilio Vaticano II e Papa Paolo VI rimossero il divieto canonico cattolico sulla cremazione, a patto che la scelta non fosse dettata da sentimenti esplicitamente anticristiani o di negazione dei dogmi della fede, una condizione che ricorda un po’ le scomuniche ai fedeli della Messa della Fraternità San Pio X, che arrivano solo se uno aderisce ad alcune posizioni (cattoliche).   Fu una delle prime cose che Paolo VI, l’amico del padre costituente Aldo Moro, fece una volta divenuto papa. Montini, quello che il 4 ottobre 1965 si rivolse a quelli dell’ONU dicendo «Quando voi uscite da questa aula il mondo guarda a voi come agli architetti». Alcuni dicono che con lo sdoganamento religioso dei forni crematori stesse ricambiando un favore di conclave. Vai a capire.   Ad ogni modo, quello che è la cremazione – annichilimento della tradizione, del passato, del presente, del futuro – lo abbiamo sentito dire bene, inaspettatamente, da Tucker Carlson, che en passant, in un suo recente monologo, ha parlato di come oggi l’idea di vivere e morire nella stessa cittadina dove sono sepolti i propri genitori è  condannata dal potere neoliberale come un «privilegio» di cui vergognarsi, perché per il mondo moderno il mercato (cioè lo sradicamento dell’essere umano) vale più del rispetto di chi siamo e di ciò che trasmettiamo.

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La cremazione, ha detto Carlson, serve a questo: a disintegrare i nostri cari e a far finta che non sono mai esistiti.   Proprio così: ci vogliono schiavi in un eterno presente fatto di obbedienza e di consumo. Esattamente come nei social (che sono, una volta di più, prodromi della società del futuro prossimo): provate a cercare quello che avete sentito, o detto, qualche settimana fa.   Ecco perché oggi non ci consentono di stare a casa, e pensare ai nostri padri, o a continuare il lutto per chi ci stava vicino, e non c’è più. Non ci è consentita una pausa per meditare il mistero della morte: perché lo Stato massonico odia il Mistero, e ancora più significativamente lo teme.   Perché il Mistero risolve, guarisce, libera. Il Mistero è la Verità, la Via, e la Vita. Sì, il Mistero della Morte è il Mistero della Vita, e potete immaginare come un popolo che lo realizzi non sia più comandabile a piacimento, sia un popolo fatto, letteralmente, di anime libere.   Ecco spiegato, cari lettori, perché oggi state lavorando. Vi stanno facendo pensare ad altro.   Potete fare, ad ogni modo, un bell’atto di disobbedienza anche ora: chiudete gli occhi, e con la mente (è ancora permesso, ma non per molto), recitate: Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace.    Amen.   Roberto Dal Bosco

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Immagine: Cimitero Monumentale di Milano: Tomba Sommaruga-Faini, opera di Giannino Castiglioni, 1935. Immagine di Santilio via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 Internationa
 
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