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Geopolitica

I cristiani del Libano, la guerra e l’espansione di Israele

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Gli eventi dell’attuale conflitto tra Israele ed Hezbollah si susseguono con rapidità impressionante tra bombardamenti particolarmente intensi, uccisioni di leader sciiti, e la presunta sparizione del candidato alla leadership di Hezbollah, già preso di mira dagli attacchi aerei israeliani dopo la morte di Hassan Nasrallah.

 

L’esercito d’Israele starebbe avanzando nel frattempo nel sud del Libano, dove degli scontri avrebbero avuto luogo principalmente nei distretti di Bint Jbeil e Marjayoun.

 

Nella zona, secondo un post di un canale Telegram vicino ad Hezbollah, truppe israeliane sarebbero state viste nei giorni scorsi avvicinarsi ai villaggi cristiani di Ain Ebel e Rmeish, considerati da alcuni come ostili ad Hezbollah o abitati da simpatizzanti del partito delle Forze Libanesi, acerrimo nemico insieme alla Falange, del partito sciita. L’offensiva israeliana sarebbe stata momentaneamente bloccata  da Hezbollah proprio ad Ain Ebel.

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Come riportano diverse fonti giornalistiche internazionali e come risulta dalla storia dei passati conflitti tra Israele ed Hezbollah i due villaggi sono stati spesso «tra due fuochi» data la loro vicinanza al confine con Israele e, mentre Ain Ebel sarebbe già stato evacuato nei mesi passati, Rmeish sarebbe ancora abitato. 

 

Rmeish in particolare si è spesso segnalato in diverse occasioni come luogo ostile ad Hezbollah, non tanto per ragioni politiche quanto per la ferma volontà di non farsi coinvolgere nel conflitto tra la milizia sciita ed Israele opponendosi strenuamente ad ogni tentativo di utilizzo dei villaggi cristiani come campi di lancio per razzi e missili.

 

Tale rifiuto di essere coinvolti nelle ostilità e la volontà di evitare un conflitto su larga scala tra Libano ed Israele è diffusa da tempo tra i cristiani libanesi e non ha nulla a che vedere con un atteggiamento di simpatia nei confronti dello Stato Ebraico. Semmai i cristiani, di diversi schieramenti politici, pur riconoscendo le ragioni dei palestinesi, non vogliono essere coinvolti in una guerra che percepiscono come estranea alle loro comunità e al Libano in generale

 

Non va infatti dimenticato che, in Libano, il Paese in cui da sempre convivono chiese, moschee, casinò e locali notturni, il governo è estremamente attento a qualsivoglia infiltrazione di spie o «talpe» israeliane adotta una politica draconiana nei confronti di ogni possibile «intesa» o contatto tra libanesi e israeliani.

 

Tanto è vero che chi ha vissuto in Libano e frequentato i cristiani locali sa che l’argomento è quasi un «tabù» e spesso Israele non viene nemmeno nominato nelle conversazioni. Permane nel frattempo un atteggiamento di estraneità se non di ostilità nei confronti della presenza palestinese in Libano, ancorché meno scomoda rispetto ai tempi in cui Arafat e l’OLP scorrazzavano armati per il Libano forti della debolezza di uno Stato da sempre diviso lungo fratture religiose e comunitarie.

 

Ciò detto, a oltre trent’anni dalla fine della cosiddetta guerra civile libanese non si può fare a meno di notare che la voce dei cristiani nell’attuale situazione geopolitica e militare è pressoché inesistente. I cristiani libanesi sono di fatto vittime degli eventi, non esprimono nessuna forza reale, incapaci come sono di giocare un ruolo o di mettere fine al conflitto tra Hezbollah, che alcuni osservatori di parte considerano ormai il vero esercito libanese, e lo Stato Ebraico.

 

In uno scontro militare in cui l’elemento religioso la fa ormai da padrone i cristiani, che sono pochi in Medio Oriente ma quasi la metà della popolazione libanese, sembrano incapaci di esprimere una qualsivoglia reazione e non sembra esserci una visione cristiana per il futuro del Libano e del Medio Oriente.

 

In tale contesto si è vista unicamente la reazione del politico cristiano Samir Geagea, capo della milizia ora partito delle Forze Libanesi, che ha invitato diverse forze politiche ad incontrarsi in una conferenza nazionale per porre fine all’attuale situazione affinché lo stato riprenda il controllo del territorio ed il Libano sia messo al riparo dai conflitti che dilagano nella regione. 

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L’ironia di tutto ciò è che alla vigilia dell’invasione terrestre da parte di Israele, il multiconfessionale esercito libanese si è completamente ritirato abbandonando le sue posizioni nel sud del Paese.

 

È pertanto difficile se non impossibile che l’esercito libanese possa controllare il sud Libano senza entrare in conflitto con Hezbollah movimento, partito e milizia capace di tenere testa alle truppe israeliane fin dal precedente conflitto del 2006.

 

Tuttavia l’incognita più grande resta un’altra. 

 

Ipotizziamo che lo Stato Ebraico decida di far avanzare le sue truppe oltre il fiume Litani procedendo magari verso Beirut e poi ancora oltre verso le zone interamente cristiane del Monte Libano. 

 

L’ipotesi non è poi così campata per aria se consideriamo le parole che Bezalel Smotrich, ministro delle finanze israeliano ha espresso qualche giorno fa durante un’intervista concessa alla rete franco-tedesca ARTE per un documentario sull’attuale «destra» nazional-religiosa israeliana. Israele si espanderà annettendo, oltre ai territori palestinesi, diverse altre terre tra cui Damasco e il Libano

 


Le premesse sono fatte di fanatismo, e odio blasfemo contro Nostro Signore Gesù Cristo e i cristiani mentre coloni estremisti occupano sempre nuovi territori.

 

Se mai quella situazione si verificherà come si comporteranno i cristiani libanesi?

 

Victor Garcia

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Immagine di Evilscaught via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported.

Geopolitica

Trump definisce «idiota» il suo inviato in Ucraina che sostiene Zelens’kyj

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Il presidente statunitense Donald Trump ha chiamato «idiota» il suo inviato speciale per l’Ucraina, Keith Kellogg, a causa del suo sostegno pubblico a Volodymyr Zelen’kyj. Lo riporta il New York Times, che cita funzionari anonimi.   A novembre, l’agenzia Reuters ha riferito che Kellogg prevedeva di rassegnare le dimissioni dall’incarico entro la fine del mese. L’agenzia ha descritto il generale in pensione come «un orecchio comprensivo» nell’amministrazione Trump, favorevole all’Ucraina, definendo le sue probabili dimissioni «una notizia sgradita» per Kiev.   Le divergenze tra Trump, che auspicava una rapida risoluzione diplomatica del conflitto ucraino, e Kellogg erano già emerse a febbraio dell’anno precedente, come indicato dal NYT in un articolo pubblicato martedì.   In quel periodo, il presidente degli Stati Uniti aveva attaccato Zelen’kyj, definendolo «un dittatore senza elezioni». Il leader ucraino aveva rifiutato di convocare nuove elezioni presidenziali, invocando la legge marziale in vigore nel Paese a seguito del conflitto con la Russia.

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Il Kelloggo, però, non aveva condiviso la definizione di Trump, pubblicando anzi un post elogiativo su Zelen’kyj su X, descrivendolo come un «leader coraggioso e combattivo di una nazione in guerra».   Quando l’inviato si è presentato alla Casa Bianca poco dopo, Trump lo ha accolto in modo secco, chiedendogli: «Quindi lei definisce Zelen’kyj combattivo e coraggioso?», secondo quanto riferito al giornale da due funzionari anonimi.   Stando alle fonti, Kellogg ha replicato: «Signore, lo è. È una lotta esistenziale sul suolo ucraino per la sopravvivenza della sua nazione. Quando è stata l’ultima volta che un presidente americano ha dovuto affrontare una situazione simile? È stato Abramo Lincoln».   «È un idiota», ha commentato in seguito Trump riferendosi a Kellogg, rievocando lo scambio in una conversazione con altri collaboratori, come affermato dai funzionari.   Il NYT ha riportato che figure nell’amministrazione vicine al vicepresidente statunitense JD Vance ritenevano Kellogg «una reliquia della Guerra Fredda» e dubitavano che la Russia «avrebbe mai collaborato con lui». Secondo loro, le proposte dell’inviato per risolvere il conflitto – tra cui un cessate il fuoco incondizionato, il proseguimento degli aiuti militari americani all’Ucraina e l’inasprimento delle sanzioni contro Mosca – avrebbero soltanto protratto gli scontri, mentre Washington necessitava di una «de-escalation» della situazione, ha scritto il giornale.   Il Kellogg ha effettuato vari viaggi a Kiev l’anno scorso, ma non ha mai raggiunto Mosca. È stato inoltre assente dall’incontro tra Trump e il presidente russo Vladimiro Putin in Alaska ad agosto, nonché dai recenti colloqui tra il presidente degli Stati Uniti e Zelensky a Mar-a-Lago, in Florida, domenica.

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Geopolitica

Israele metterà al bando più di 30 gruppi umanitari che operano a Gaza

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Secondo quanto riferito mercoledì dal quotidiano Asharq Al-Awsat, Israele intenderebbe vietare a 37 organizzazioni umanitarie di operare nella Striscia di Gaza a partire dalla prossima settimana, salvo che queste non forniscano informazioni dettagliate sul proprio personale palestinese.

 

Tra le ONG incluse nell’elenco, figurerebbero Medici Senza Frontiere, Oxfam e il Consiglio norvegese per i rifugiati.

 

La misura potrebbe essere adottata nonostante le crescenti critiche provenienti dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, ha riportato il giornale. Le autorità israeliane riterranno comunque incomplete le eventuali risposte fornite, ha dichiarato Bushra Khalidi, responsabile delle politiche di Oxfam. «Siamo preoccupati per i dati personali sensibili, soprattutto considerando il bilancio delle vittime di oltre 500 operatori umanitari», ha aggiunto.

 

«Israele conduce da anni una campagna per screditare le organizzazioni umanitarie (…) Per le famiglie di Gaza, questo significherà riparazioni più lente, forniture ridotte e attese più lunghe per i servizi di base», ha proseguito il Khalidi parlando con una testata russa. «Continueremo a lavorare a Gaza nonostante il divieto perché questo è il nostro imperativo umanitario. Questo è il nostro mandato», ha concluso. Il termine ultimo fissato da Israele per la consegna dei dati richiesti alle ONG scade a mezzanotte di mercoledì.

 

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Immagine di UNRWA/ Ashraf Amra via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 IGO

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Geopolitica

Yemen: l’avanzata dei separatisi alimenta la tensione fra Riyadh e Abu Dhabi

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   Il leader del Consiglio presidenziale (sostenuto dai sauditi) dichiara lo stato di emergenza e annulla il patto di difesa con gli Emirati. Caccia colpiscono carico di armi per i separatisti. Nella nazione teatro di un conflitto contro i ribelli filo-iraniani il rischio di ulteriore deriva violenta e caos. Sullo sfondo la decisione di Israele di riconoscere Somaliland nella guerra contro Houthi (e Teheran).    In una fase di crescente tensione che, da scontro locale rischia di innescare una escalation su scala regionale, il leader del consiglio presidenziale in Yemen sostenuto dall’Arabia Saudita ha dichiarato lo stato di emergenza e annullato un patto di sicurezza con gli Emirati Arabi Uniti (EAU).   Dietro la rottura, e la contrapposizione frontale fra Riyadh e Abu Dhabi, vi sarebbe l’avanzata delle forze separatiste vicine agli Emirati che, in questi ultimi giorni, hanno conquistato alcune porzioni di territorio. «L’accordo di difesa congiunta con gli Emirati Arabi Uniti è annullato» afferma la nota, mentre un decreto separato annuncia uno stato di emergenza di 90 giorni che include un blocco aereo, marittimo e terrestre di 72 ore.

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Gli annunci di Rashad al-Alimi, capo del Presidential Leadership Council, giungono mentre la coalizione a guida saudita che combatte in Yemen contro i ribelli Houthi (sostenuti dall’Iran e che controllano la capitale Sana’a) avrebbe colpito un carico di armi destinato ai separatisti. Le forze del Consiglio di transizione meridionale (SCT), sostenute dagli EAU, hanno conquistato il sud dello Yemen questo mese, prendendo il controllo della maggior parte della provincia di Hadramawt, ricca di risorse, e di ampie zone della vicina Mahrah.   In un discorso televisivo Alimi avrebbe ordinato alle forze del Sct di restituire il territorio alle forze sostenute dall’Arabia Saudita, definendo l’avanzata dei separatisti una «ribellione inaccettabile» in una nazione già lacerata dai conflitti e cancellato il «patto di difesa» con gli Eau. Lo scontro, infatti, rischia di frammentare ancor più il territorio e frantumare il già traballante governo dello Yemen, il quale conta diverse fazioni sostenute dalle potenze del Golfo ricche di petrolio, in primi Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Le crescenti tensioni minacciano inoltre i già lenti negoziati di pace con gli Houthi, che nel 2014 hanno cacciato il governo riconosciuto dalla comunità internazionale innescando l’intervento militare delle forze di Riyadh.   Già in passato Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si erano scontrati in territorio yemenita, facendo temere una sanguinosa escalation in tutta la regione. Nel 2018, dietro impulso di Washington che puntava a stabilizzare l’area e rinsaldare l’asse comune anti-iraniano al tempo della prima presidenza del Tycoon Usa Donald Trump, Riyadh e Abu Dhabi hanno mediato una «pace di facciata» che non è però servita a risolvere problemi annosi e irrisolti da tempo.   Sulla controversia è intervenuto anche il ministero saudita degli Esteri, con un appello che richiama le parti in causa: «Il regno – si legge in una nota – sottolinea l’importanza per gli Emirati Arabi Uniti di rispondere alla richiesta della Repubblica dello Yemen di ritirare le proprie forze militari dal territorio entro 24 ore e di cessare qualsiasi sostegno militare o finanziario a qualsiasi parte nello Yemen». Del resto per Riyadh è in gioco una «linea rossa» che riguarda direttamente «la sicurezza nazionale», per la contiguità territoriale col Paese teatro del conflitto e per i lanci di missili già registrati in passato dal territorio yemenita verso il regno wahhabita.   Nel fine settimana le forze saudite avrebbero effettuato raid aerei mirati contro il tentativo di attracco di due imbarcazioni provenienti dal porto emiratino di Fujairah, prive di autorizzazioni e con un carico sospetto. Dopo essere arrivate a Mukalla, le navi hanno disabilitato i loro sistemi di tracciamento e hanno scaricato grandi quantità di armi e veicoli da combattimento per sostenere le milizie separatiste. In precedenza lo stesso STC (Southern Transitional Council) aveva respinto le richieste di ritirare le sue forze dai governatorati orientali di Hadramawt e Al-Mahra, dicendo di essere prossima alla «dichiarazione di uno Stato» autonomo nel Sud.

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In questo quadro si inserisce anche la dichiarazione di Israele di riconoscere la nascita della (Repubblica di) Somaliland, Stato indipendente dell’Africa orientale a riconoscimento limitato sul piano internazionale e composto dalle province settentrionali della Somalia. Una mossa che avrebbe come scopo strategico quello di creare un ponte per meglio contrastare gli attacchi dei ribelli Houthi dallo Yemen, ma che ha già sollevato scontri e controversie sul piano regionale e globale.   Fra le voci critiche la Turchia, che negli ultimi 13 anni ha compiuto investimenti significativi in Somalia e non è certo disposta a cedere parte del territorio, oltre a divisioni già profonde con lo Stato ebraico per la guerra a Gaza contro Hamas e le decine di migliaia di vittime civili.   Significativo, da ultimo, il fatto che l’annuncio del premier israeliano Benjamin Netanyahu sia stato oggetto di condanna da parte di molti Paesi arabi e mediorientali, con la rimarchevole eccezione degli Emirati Arabi Uniti.   Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne. Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Immagine di Saudi Press Agency via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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