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Chi sono i nazionalisti integralisti ucraini?

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Chi conosce la storia dei nazionalisti integralisti ucraini, i «nazisti» secondo la terminologia del Cremlino? Ha inizio durante la prima guerra mondiale, prosegue nella seconda guerra mondiale, poi durante la guerra fredda e, oggi, con l’operazione militare russa. Molti documenti sono stati distrutti e l’Ucraina moderna vieta, pena la reclusione, di menzionarne i crimini. Ma la storia non si cancella: queste persone hanno massacrato almeno quattro milioni di compatrioti e hanno concepito l’architettura della soluzione finale, ossia dell’uccisione di milioni di persone per l’appartenenza, reale o presunta, alle comunità ebraiche o zingare d’Europa.

 

 

Come maggior parte degli analisti e commentatori politici occidentali, anch’io fino al 2014 ignoravo l’esistenza dei neonazisti ucraini. Quando fu rovesciato il presidente eletto vivevo in Siria; credetti si trattasse di gruppuscoli violenti che avevano fatto irruzione sulla scena politica per dare manforte agli elementi filoeuropei.

 

Dopo l’intervento russo ho via via scoperto molti documenti e informazioni su questo movimento politico, che nel 2021 rappresentava un terzo delle forze armate ucraine. In questo articolo presento una sintesi delle mie ricerche.

 

Nei primissimi anni in cui ha avuto inizio questa storia, ossia anteriormente alla prima guerra mondiale, l’Ucraina era una vasta pianura da sempre contesa fra l’influenza tedesca e quella russa. All’epoca non era uno Stato indipendente, ma una provincia dell’impero zarista. Era abitata da tedeschi, bulgari, greci, polacchi, rumeni, russi, cechi, tatari e da una forte minoranza ebraica, supposta discendere dall’antico popolo Cazaro.

 

Un giovane poeta, Dmytro Dontsov, si appassionò ai movimenti dell’avanguardia artistica, ritenendo che avrebbero potuto far uscire il Paese dall’arretratezza sociale. All’impero zarista, immobile dalla morte della grande Caterina, Dontsov preferì l’impero tedesco, fulcro scientifico dell’Occidente.

 

Allo scoppio della Grande Guerra, Dontsov si trasformò in agente dei servizi segreti tedeschi. Emigrò in Svizzera, dove per loro conto pubblicò in diverse lingue il Bollettino delle nazionalità di Russia, incitandovi all’insurrezione le minoranze etniche dell’impero zarista per provocarne il crollo. I servizi segreti occidentali ne adottarono il modello per organizzare, l’estate scorsa a Praga, il Forum dei Popoli Liberi di Russia. (1)

 

Nel 1917 la rivoluzione bolscevica rovesciò la situazione. Gli amici di Dontsov si schierarono con la Rivoluzione russa, mentre lui rimase filotedesco. Nel periodo di anarchia che seguì, l’Ucraina fu divisa di fatto in tre distinti regimi: i nazionalisti di Symon Petliura (che s’imposero nella zona oggi controllata dall’amministrazione Zelensky); gli anarchici di Nestro Makhno (che si organizzarono in Novorossia, territorio che mai conobbe la servitù della gleba, sviluppato dal principe Potemkin); infine i bolscevichi (presenti soprattutto in Donbass). Il grido di battaglia dei sostenitori di Petliura era «Morte agli ebrei e ai bolscevichi!». Moltissimi i pogrom sanguinari da loro perpetrati.

 

Dmytro Dontsov tornò in Ucraina prima della disfatta tedesca e divenne il protetto di Symon Petliura. Dopo una fugace partecipazione alla Conferenza di pace di Parigi, abbandonò la delegazione ucraina, senza che se ne conosca la ragione. In Ucraina aiutò Petliura ad allearsi con la Polonia per schiacciare gli anarchici e i bolscevichi. Dopo la presa di Kiev da parte dei bolscevichi, Petliura e Dontsov negoziarono il Trattato di Varsavia (22 aprile 1920): le forze armate polacche s’impegnavano a respingere i bolscevichi e a liberare l’Ucraina in cambio della Galizia e della Volinia (proprio come oggi l’amministrazione Zelensky negozia l’entrata in guerra della Polonia in cambio degli stessi territori) (2).

 

La guerra fu un disastro.

 

Vladimir Jabotinsky, nato a Odessa, teorico del sionismo revisionista. Secondo lui Israele era una terra senza popolo per un Popolo senza terra.

 

Per rafforzare il proprio campo, Petliura negoziò in segreto con il fondatore dei battaglioni ebraici dell’esercito britannico (la Legione Ebraica), nonché amministratore dell’Organizzazione Sionista Mondiale (OSM), Vladimir Jabotinsky.

 

A settembre 1921 i due concordarono di fare fronte comune contro i bolscevichi, in cambio dell’impegno di Petliura a imporre alle proprie truppe il divieto di continuare i pogrom. La Legione Ebraica doveva diventare la «Gendarmeria ebraica». Ma, nonostante gli sforzi, Petliura non riuscì a tenere a bada i suoi, tanto più che il suo stretto collaboratore, Dontsov, continuava a incitare al massacro degli ebrei.

 

Alla fine, dopo la rivelazione dell’Accordo, l’Organizzazione Sionista Mondiale avversò il regime di Petliura.

 

Il 17 gennaio 1923 l’OSM istituì una commissione d’inchiesta sulle attività di Jabotinsky. Costui si rifiutò di giustificare il proprio operato e diede le dimissioni.

 

Symon Petliura s’impadronì del nord dell’Ucraina. Protettore dei nazionalisti integralisti, sacrificò Galizia e Volinia per combattere i russi.

 

Petliura fuggì prima in Polonia e poi in Francia, dove fu ucciso da un ebreo anarchico di Bessarabia (attuale Transnistria), che durante il processo assunse la piena responsabilità dell’assassinio, dichiarando di averlo commesso per vendicare le centinaia di migliaia di ebrei ammazzati dalle truppe di Petliura e Dontsov. Il processo ebbe grande risonanza. Il tribunale rimise in libertà l’omicida. In quest’occasione fu fondata la Lega contro i Pogrom, la futura LICRA (Lega Internazionale Contro il Razzismo e l’Antisemitismo).

 

I bolscevichi sconfissero non soltanto i nazionalisti, ma anche gli anarchici. S’imposero ovunque e decisero, non senza dibatterne, di unirsi all’Unione Sovietica.

 

Dontsov pubblicò riviste letterarie che esercitarono grande fascino sui giovani. Seguitò ad auspicare un’Europa centrale dominata dalla Germania e si avvicinò al nazismo via via che il movimento si affermava.

 

Ben presto battezzò la propria dottrina «nazionalismo integralista ucraino», in riferimento al poeta francese Charles Maurras. Dontsov e Maurras partono dal medesimo assunto: cercare nella propria cultura gli elementi per l’affermazione di un nazionalismo moderno. Ma Maurras era germanofobo, Dontsov invece germanofilo.

 

L’espressione «nazionalismo integralista» è tuttora rivendicata dagli adepti di Dontsov, che dalla caduta del terzo Reich stanno attenti a ricusare il termine «nazismo», con cui i russi, non senza motivo, li definiscono.

 

Secondo Dontsov, il nazionalismo ucraino si caratterizza per:


– «l’affermazione della volontà di vivere, di potenza e di espansione» (promuove «Il diritto delle razze forti di organizzare popoli e nazioni per rafforzare la cultura e la civiltà esistenti»);


– «il desiderio di combattere e la consapevolezza di doverlo fare fino alle estreme conseguenze» (tesse le lodi della «violenza creatrice della minoranza capace d’iniziativa»).

 

Le sue peculiarità sono:


– «il fanatismo»;
– «l’immoralità».

 

Voltando le spalle al proprio passato, Dontsov divenne un ammiratore incondizionato del Führer. I suoi discepoli avevano fondato nel 1929 l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), la cui figura centrale era il colonnello Yevhen Konovalets, che definì Dontsov «dittatore spirituale della gioventù della Galizia».

 

Mentre nasceva una disputa con un altro intellettuale a proposito dell’estremismo di Dontsov, in guerra perenne contro tutti, Konovalets fu assassinato. L’OUN, finanziato dai servizi segreti tedeschi, si divise in due fazioni. L’organizzazione dei nazionalisti integralisti si chiamò OUN-B, dal nome del discepolo prediletto di Dontsov, Stepan Bandera.

 

Negli anni 1932-33 i commissari politici sovietici, per la maggior parte ebrei, istituirono, in Ucraina e in tutte le altre regioni dell’URSS, un’imposta sui raccolti. Questa politica, combinata a importanti e imprevedibili eventi climatici, provocò in molte regioni dell’Unione Sovietica, fra cui l’Ucraina, una gigantesca carestia, conosciuta con il nome di Holodomor. Al contrario di quanto afferma lo storico nazionalista integralista Lev Dobrianski, non si trattò di un piano dei russi per sterminare gli ucraini, dal momento che ne furono colpite anche altre regioni, ma di una gestione inadeguata delle risorse pubbliche in un momento di cambiamento climatico. La figlia di Dobrianski, Paula, divenne una delle collaboratrici del presidente George W. Bush; si batté senza esclusione di colpi per negare le università occidentali agli storici che non aderivano alla propaganda del padre.  (3)

 

Nel 1934 Bandera, in quanto membro dei servizi segreti nazisti, nonché capo dell’OUN-B, organizzò l’assassinio del ministro dell’Interno polacco, Bronislaw Pieracki.

 

Dal 1939 i membri dell’OUN-B, organizzati in una formazione militare, l’UPA, furono addestrati in Germania dell’esercito tedesco, poi, sempre in Germania, dagli alleati giapponesi. Bandera propose a Dontsov di mettersi a capo dell’organizzazione, ma l’intellettuale rifiutò, preferendo il ruolo di leader a quello di comandante operativo.

 

I nazionalisti integralisti riconobbero l’invasione della Polonia, frutto del patto tedesco-sovietico. Come ha dimostrato Henry Kissinger, che certamente non può essere tacciato di simpatie sovietiche, l’URSS non voleva annettere la Polonia, ma neutralizzarne una parte per prepararsi allo scontro con il Reich. Lo scopo del cancelliere Hitler era invece avviare la conquista di uno «spazio vitale» in Europa centrale.

 

Sin dall’inizio della seconda guerra mondiale l’OUN-B si batté, su indicazione di Dontsov, a fianco dei nazisti, contro ebrei e sovietici.

 

La collaborazione tra nazionalisti integralisti ucraini e nazisti proseguì con continui massacri della maggioranza della popolazione ucraina ritenuta ebrea o comunista.

 

Nell’estate del 1941 l’Ucraina fu «liberata» dal III Reich, al motto «Slava Ukraïni!» (Gloria all’Ucraina), grido di battaglia oggi utilizzato dall’amministrazione Zelensky e dai Democratici Usa.

 

A Leopoli, non a Kiev, i nazionalisti integralisti proclamarono l’«indipendenza» dell’Ucraina dall’Unione Sovietica, alla presenza di rappresentanti nazisti e del clero greco-ortodosso, sull’esempio della Guardia di Hlinka in Slovacchia e degli Ustascia in Croazia. Formarono un governo sotto la leadership del Providnyk (guida) Bandera, di cui primo ministro fu l’amico Yaroslav Stetsko.

 

Si stima che i loro sostenitori in Ucraina fossero 1,5 milioni. Dunque i nazionalisti integralisti sono sempre stati esigua minoranza.

 

Celebrazione con dignitari nazisti dell’Ucraina indipendente. I tre ritratti alle spalle degli oratori sono di Stepan Bandera, Adolf Hitler e Yevhen Konovalets.

 

I nazisti si divisero tra la fazione guidata dal commissario del Reich per l’Ucraina, Erich Koch, per il quale gli ucraini erano sub-umani, e quella del ministro dei Territori occupati di Oriente, Alfred Rosenberg, per il quale i nazionalisti integralisti erano validi alleati.

 

Alla fine, il 5 luglio 1941 Bandera fu deportato a Berlino e messo in Ehrenhaft («onorevole detenzione»), ossia sottoposto a obbligo di residenza con rango elevato.

 

Tuttavia, il 13 settembre 1941, poiché membri dell’OUN-B avevano assassinato i capi della fazione rivale, l’OUN-M, i nazisti sanzionarono Bandera e la sua organizzazione. 48 dirigenti dell’OUN-B furono rinchiusi in un campo di prigionia, ad Auschwitz (all’epoca non ancora campo di sterminio, ma semplice prigione).

 

L’OUN-B fu riorganizzata sotto comando tedesco. Tutti i nazionalisti ucraini prestarono allora il seguente giuramento: «Figlio fedele della mia Patria, mi unisco volontariamente ai ranghi dell’Esercito di Liberazione Ucraino e con gioia giuro di combattere fedelmente il bolscevismo per l’onore del popolo. Questa battaglia la combatto a fianco della Germania e dei suoi alleati, contro un nemico comune. Con fedeltà e sottomissione incondizionata credo in Adolf Hitler quale dirigente e comandante supremo dell’Esercito di Liberazione. Sono disposto a sacrificare in ogni momento la mia vita per la verità».

 

Il giuramento dei membri dell’OUN di fedeltà al Führer Adolf Hitler.

 

I nazisti annunciarono di aver scoperto nelle prigioni molti corpi di vittime degli «ebrei bolscevichi». Fu così che i nazionalisti integralisti celebrarono la loro «indipendenza» assassinando oltre 30 mila ebrei e partecipando attivamente al massacro di Babij Jar: 33.771 ebrei di Kiev fucilati in due giorni, il 29 e 30 settembre 1941, dalle Einsatzgruppen dell’SS Reinhard Heydrich.

 

Nel trambusto, Dontsov scomparve. In realtà si era rifugiato a Praga, ove si era messo al servizio dell’ideatore della soluzione finale, Reinhard Heydrich, da poco nominato vicegovernatore di Boemia-Moravia.

 

Heydrich organizzò la Conferenza di Wannsee, che pianificò la «soluzione finale della questione degli ebrei e degli zingari» (4). In seguito istituì a Praga l’Istituto Reinhard Heydrich per coordinare la sistematica eliminazione di queste popolazioni in Europa.

 

L’ucraino Dontsov, che adesso viveva nel più gran lusso a Praga, ne divenne immediatamente amministratore. Dontsov fu quindi uno dei più importanti architetti del più grande massacro della storia. Heydrich fu assassinato a giugno 1942, ma Dontsov mantenne incarichi e privilegi.

 

Reinhard Heydrich pronuncia un discorso al castello di Praga. Era incaricato della gestione della Boemia-Moravia. In realtà il suo compito era coordinare la «soluzione finale» della questione degli ebrei e degli zingari. Dmytro Dontsov entrò a far parte dei collaboratori di Heydrich nel 1942; sovrintese ai massacri in tutta l’Europa, fino alla caduta del Reich. Il castello di Praga a ottobre scorso è stato sede della riunione contro la Russia della Comunità Politica Europea.

 

Stepan Bandera e il suo vice, Iaroslav Stetsko, furono sottoposti a obbligo di residenza nella sede dell’Ispettorato Generale per i Campi di Concentramento, a Oranienburg–Sachsenhausen, 30 chilometri da Berlino. Inviarono in assoluta libertà lettere ai propri sostenitori e ai dirigenti del Reich e non subirono alcuna restrizione.

 

A settembre 1944, mentre le forze armate del Reich si ritiravano e i sostenitori di Bandera cominciavano a rivoltarsi contro i tedeschi, Bandera e Stetsko furono liberati dai nazisti e ricollocati negli incarichi precedenti: ripresero la lotta armata contro ebrei e bolscevichi.

 

Ma ormai era troppo tardi. Il Reich crollò. Gli anglosassoni recuperarono Dontsov, Bandera e Stetsko. Dontsov, il teorico del nazionalismo integralista, fu trasferito in Canada; i due esperti del massacro furono invece mandati in Germania. L’MI6 e l’OSS (antesignano della CIA) riscrissero le loro biografie, cancellandone l’impegno a fianco dei nazisti e le responsabilità nella «soluzione finale».

 

Stepan Bandera in esilio, mentre celebra la memoria di Yevhen Konovalets.

Bandera e Stetsko furono sistemati a Monaco per organizzare le reti stay-behind anglosassoni in Unione Sovietica. Dal 1950 ebbero a disposizione un’importante emittente radiofonica, Radio Free Europe, che condividevano con i Fratelli Mussulmani di Said Ramadan (padre di Tariq).

 

La radio era finanziata dal National Committee for a Free Europe, emanazione della CIA: ne erano membri il direttore della radio Alan Dulles, il futuro presidente Dwight Eisenhower, il magnate della stampa Henry Luce, nonché il regista Cecil B. DeMilles. Lo presiedeva lo specialista di guerra psicologica, e futuro protettore degli Straussiani, Charles D. Jackson.

 

Quanto a Vladimir Jabotinsky, dopo aver abitato in Palestina, si rifugiò a New York, dove lo raggiunse Benzion Netanyahu (padre di Benjamin, attuale primo ministro israeliano). Insieme redassero i testi dottrinali del sionismo revisionista e l’Enciclopedia Ebraica.

 

Bandera e Stetsko viaggiarono molto. Organizzarono operazioni di sabotaggio in tutta l’Unione Sovietica, in particolare in Ucraina, e volantinaggi aerei. Allo scopo crearono il Blocco delle Nazioni Antisovietiche (ABN), che riuniva Paesi omologhi dell’Europa centrale (6).

 

L’agente britannico che faceva il doppio gioco, Kim Philby, informava in anticipo i sovietici delle azioni dei banderisti. Bandera incontrò Dontsov in Canada per chiedergli di mettersi a capo della lotta. L’intellettuale rifiutò nuovamente, preferendo dedicarsi ai propri scritti. Il suo pensiero andò alla deriva, involvendosi in un delirio mistico ispirato ai miti vichinghi variaghi: annunciava la battaglia finale dei cavalieri ucraini contro il dragone russo.

 

Bandera invece si alleò con il leader cinese Chiang Kai-Schek, che incontrò nel 1958. L’anno successivo Bandera fu assassinato a Monaco dal KGB.

 

Chiang Kai-Schek e Iaroslav Stetsko alla fondazione della Lega Anticomunista Mondiale.

 

Stetsko continuò la lotta per mezzo di Radio Free Europe e l’ABN. Andò negli Stati Uniti per testimoniare davanti alla Commissione per la repressione delle attività antiamericane, presieduta dal senatore Joseph McCarthy.

 

Nel 1967 fondò con Chiang Kai-Schek la Lega Anticomunista Mondiale (6). Alla Lega aderirono molti dittatori filostatunitensi di tutto il mondo; aveva due scuole di tortura, a Panama e a Taiwan. Ne fece parte anche Klaus Barbie, che assassinò Jean Moulin in Francia e poi Che Guevara in Bolivia.

 

Nel 1983 Stetsko venne ricevuto alla Casa Bianca dal presidente Ronald Reagan e partecipò con il vicepresidente George Bush padre alle cerimonie delle «Nazioni prigioniere» (ossia occupate dai sovietici) di Lev Dobrianski. Finché morì nel 1986.

 

Ma la vicenda non finisce qui. La moglie, Slava Stetsko, si mise a capo delle organizzazioni del marito. Anch’ella andò in giro per il mondo per sostenere ogni lotta contro russi e cinesi; meglio: contro i comunisti. Al crollo dell’URSS, Slava Stetsko si limitò a cambiare il nome della Lega facendola diventare Lega per la Libertà e la Democrazia, denominazione che conserva a tutt’oggi. In seguito si dedicò a riaffermarsi in Ucraina.

 

Nel 1994 Slava Stetsko si presentò alle prime elezioni dell’Ucraina indipendente. Fu eletta alla Verkhovna Rada ma, essendole stata revocata la cittadinanza ucraina dai sovietici, non poté presentarsi. Non desistette: fece venire il presidente ucraino Leonid Kuchma a Monaco, dove lo incontrò nei locali della CIA per dettargli passaggi della nuova Costituzione, che ancora oggi all’art. 16 sancisce che «la preservazione del patrimonio genetico del popolo ucraino pertiene alla responsabilità dello Stato». L’Ucraina persiste a proclamare ancora la discriminazione razziale, come nei periodi più bui della seconda guerra mondiale.

 

Slava Stetsko fu rieletta nelle due successive legislature, di cui presiedette solennemente le sedute di apertura, il 19 marzo 1998 e il 14 maggio 2002.

 

Nel 2000 Lev Dobransky organizzò a Washington un grande convegno con molti ufficiali ucraini. Vi invitò lo Straussiano Paul Wolfowitz, ex collaboratore di Charles D. Jackson. Durante il simposio i nazionalisti integralisti si misero a disposizione degli Straussiani per distruggere la Russia (8).

 

L’8 maggio 2007, a Ternopol, per iniziativa della CIA i nazionalisti integralisti dell’Autodifesa del Popolo Ucraino e gli islamisti fondarono un Fronte Antimperialista antirusso, presieduto congiuntamente dall’emiro di Ichkeria, Dokka Umarov, e da Dmytro Yarosh (attuale consigliere speciale del capo delle forze armate ucraine). Vi presero parte organizzazioni di Lituania, Polonia, Ucraina e Russia, oltre ai separatisti di Crimea, Adighezia, Dagestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Karachayevo-Cherkessia, Ossezia e Cecenia. Non potendovi partecipare a causa delle sanzioni internazionali, Umarov inviò un intervento scritto.

 

Retrospettivamente, i tatari di Crimea non riescono a spiegare la loro presenza alla riunione se non con il loro passato al servizio della CIA contro i sovietici.

 

Dopo la «rivoluzione arancione», il presidente filostatunitense Viktor Yushchenko creò un Istituto Dmytro Dontsov. Yushchenko è un esempio di ripulitura anglosassone: ha sempre affermato di non avere alcun rapporto con i nazionalisti integralisti. L’Istituto Dmytro Dontsov fu chiuso nel 2010 e riaperto dopo il colpo di Stato del 2014.

 

Il presidente Yushchenko poco prima della fine del suo mandato elevò il criminale contro l’umanità Stepan Bandera al titolo di «eroe della Nazione».

 

Nel 2011 i nazionalisti integralisti riuscirono a far approvare una legge che vieta di commemorare la fine della seconda guerra mondiale, perché vinta dai sovietici e persa dai banderisti. Ma il presidente Viktor Yanukovich rifiutò di promulgarla. Furiosi, i nazionalisti integralisti attaccarono il corteo dei veterani dell’Armata Rossa, caricando di botte dei vecchi. Due anni dopo le città di Leopoli e d’Ivano-Frankivsk abolirono le cerimonie della Vittoria e vietarono ogni manifestazione di esultanza.

 

Nel 2014 gli ucraini di Crimea e del Donbass rifiutarono di riconoscere il governo frutto di un colpo di Stato. La Crimea, che si era proclamata indipendente prima dell’Ucraina, espresse di nuovo la propria volontà e aderì alla Federazione di Russia. Il Donbass scelse un compromesso. I nazionalisti ucraini, guidati dal presidente Petro Poroshenko, smisero di provvedere ai servizi pubblici e bombardarono la popolazione. In otto anni assassinarono almeno 16 mila concittadini nell’indifferenza generale.

 

È così che dopo il colpo di Stato del 2014 le milizie nazionaliste integraliste furono incorporate nelle forze armate ucraine. Nel loro regolamento interno impongono a ogni combattente di leggere le opere di Dmytro Dontsov, in particolare il suo capolavoro, Націоналізм (Nazionalismo).

 

Ad aprile 2015 la Verkhovna Rada dichiarò i membri dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) «combattenti per l’indipendenza». La legge fu promulgata a dicembre 2018 dal presidente Poroshenko. Chi fece parte delle Waffen SS ebbe diritto a una pensione di vecchiaia retroattiva e a ogni genere di privilegio. La stessa legge stabilì che affermare che i militanti dell’OUN e i combattenti dell’UPA collaborarono con i nazisti e praticarono la pulizia etnica di ebrei e polacchi è reato. Se questo articolo fosse pubblicato in Ucraina manderebbe in prigione me per averlo scritto e voi per averlo letto.

 

Il 1° luglio 2021 il presidente Volodymyr Zelensky ha promulgato una legge che pone le popolazioni autoctone dell’Ucraina sotto la protezione dei diritti dell’uomo. Diritti che, per difetto, i cittadini di origine russa non possono invocare davanti a un tribunale.

 

A febbraio 2022 le milizie nazionaliste integraliste, che rappresentavano un terzo delle forze armate del Paese, stavano pianificando un’invasione coordinata di Crimea e Donbass. Furono fermate dall’operazione militare russa, finalizzata a far applicare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e mettere fine al calvario delle popolazioni del Donbass.

 

La vice-prima ministra canadese, Chrystia Freeland, e i membri della sezione canadese dell’OUN durante una manifestazione di sostegno al presidente Zelensky. Freeland è candidata alla segreteria generale della Nato.

 

A marzo 2022 il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, rompendo con il «sionismo revisionista» di Benjamin Netanyahu (figlio del segretario di Jabotinsky) suggerì al presidente Volodymyr Zelensky di acconsentire alle richieste russe e di denazificare l’Ucraina (9).

 

Imbaldanzito dall’insperato sostegno, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, osò evocare il caso del presidente ebreo dell’Ucraina: «Il popolo ebreo nella sua saggezza ha detto che gli antisemiti più veementi sono in genere loro stessi ebrei. Ogni famiglia ha la sua pecora nera, come si suol dire». Era troppo per gli israeliani, che si allarmano sempre quando si tenta di dividerli. L’omologo di Lavrov, Yair Lapid, ricordò che gli ebrei non hanno mai organizzato da sé l’olocausto di cui sono stati vittime.

 

Stretto fra la propria coscienza e le alleanze, lo Stato ebraico ribadì a non finire il proprio sostegno all’Ucraina, ma rifiutò di inviarle anche la benché minima arma.

 

Alla fine fu lo stato-maggiore a decidere: il ministro della Difesa, Benny Gantz chiuse ogni possibilità di sostegno in armi al successore dei massacratori degli ebrei.

 

Gli ucraini sono gli unici nazionalisti che si battono non per il loro popolo, non per la loro terra, ma per un’unica idea: annientare ebrei e russi.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

Principali fonti:

Ukrainian Nationalism in the age of extremes. An intellectual biography of Dmytro Dontsov, Trevor Erlacher, Harvard University Press (2021).
Stepan Bandera, The Life and Afterlife of a Ukrainian Nationalist. Fascism, Genocide, and Cult, Grzegorz Rossoliński-Liebe, Ibidem (2014).

 

 

NOTE

1) «La strategia occidentale per smantellare la Federazione di Russia», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 agosto 2022.

2) «La Polonia e l’Ucraina», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 14 giugno 2022.

[3«L’Holodomor, nouvel avatar de l’anticommunisme “européen”» (estratto di Le Choix de la défaite), Annie Lacroix-Riz (2010).

4) «The Wannsee Conference in 1942 and the National Socialist living space dystopia», Gerhard Wolf, Journal of Genocide Research, Vol 17 N°2 (2015). https://doi.org/10.1080/14623528.2015.1027074

5) Notiziari del Blocco delle Nazioni Antisovietiche sono disponibili nella Biblioteca di Réseau Voltaire. ABN Korrespondenz (auf Deutsch), ABN Correspondence (in english).

6) «L’internazionale criminale: la Lega anticomunista mondiale», di Thierry Meyssan, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 3 luglio 2016.

7) «Ucraina: la seconda guerra mondiale non è finita», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 26 aprile 2022.

9) «Israele sbalordito dai neonazisti ucraini», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 8 marzo 2022.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di Mykola Vasylechko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

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Béchir Gemayel, eroe del Libano cristiano

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Il Libano, magnifico paese d’Oriente la cui civiltà risale a tempi antichissimi… Evangelizzato fin dagli albori della Chiesa, fu tra le sue montagne ricoperte di cedri che i cristiani trovarono rifugio dall’invasione islamica iniziata nel VII secolo. Pur non essendo mai stati assoggettati alla dhimmitudine, la loro presenza sembrava tuttavia destinata a scomparire all’alba degli anni Settanta. Questo senza aver fatto i conti con l’emergere di un giovane leader del calibro dei più grandi eroi.

 

La famiglia Gemaiel

Il 10 novembre 1947, la casa dei Gemayel era in festa: il sesto figlio di Pierre e Geneviève era appena nato ad Achrafieh, lo storico quartiere cristiano di Beirut. Il piccolo Béchir fu subito portato a essere battezzato nella chiesa di San Michele nel villaggio di Bikfaya, la roccaforte di famiglia incastonata tra le montagne vicine. Da lì, fin dal XVII secolo, questa stirpe di personaggi illustri era fiorita, ancorata a una solida casa di pietra tramandata di generazione in generazione, ognuna delle quali aveva dato i natali a grandi uomini: ufficiali militari, medici, avvocati, giornalisti, diplomatici…

 

È vero che i massacri di cristiani perpetrati tra il 1858 e il 1860 dai Drusi sotto l’influenza britannica costrinsero parte della famiglia all’esilio. Il clan si stabilì a Mansourah, una grande comunità libanese in Egitto, dove l’economia era in piena espansione grazie alla recente apertura del Canale di Suez. Il nonno paterno di Béchir tornò in Libano all’inizio del XX secolo come medico; tra i suoi pazienti a Beirut figuravano molte personalità influenti in Libano. Devoto maronita, il dottor Amine era noto per la sua fede e la sua integrità morale.

 

Il padre, Pierre, nacque nel 1905 a Bikfaya. Aveva nove anni quando la sua famiglia fu costretta all’esilio per la prima volta, questa volta a Mansourah, a causa della carestia che gli Ottomani inflissero al Libano durante la Prima Guerra Mondiale. A tredici anni tornò in Libano e continuò gli studi presso i Gesuiti. Meno dotato a livello accademico rispetto al padre, divenne farmacista a Place des Canons, a Beirut. La sua fama crebbe come grande sportivo: fondò la Federazione Libanese di Calcio e la rappresentò alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Profondamente colpito da ciò che vide lì, al suo ritorno diede un forte impulso alle Falangi Libanesi, un movimento sportivo che divenne rapidamente uno strumento di azione politica per i giovani nazionalisti libanesi.

 

Pierre Gemayel fece pressione sulle autorità francesi per ottenere l’indipendenza del suo paese, che era sotto mandato dal 1918. Manifestò senza lasciarsi intimidire dalle minacce e raggiunse il suo obiettivo il 22 novembre 1943, approfittando delle divisioni interne tra le fazioni di Vichy e golliste durante la Seconda Guerra Mondiale. Il primo esemplare della nuova bandiera libanese fu creato nella casa dei Gemayel, disegnato direttamente sul pavimento e cucito da Geneviève, la madre di Béchir.

 

Geneviève aveva 25 anni quando sposò Pierre nel 1934. Donna dalla forte personalità, questa libanese era nata nel 1908 a Mansourah, in una famiglia esiliata in Egitto, e tornava in patria solo per le vacanze, durante le quali conobbe suo marito. Ben preparata per la sua missione, era abile in ogni tipo di lavoro manuale, così come nelle arti – musica e pittura – ricevendo diversi riconoscimenti dal re Fouad d’Egitto. Tenace e audace, ottenne segretamente la patente di guida a 16 anni e il brevetto di pilota a 20.

 

I coniugi Gemayel ebbero quattro figlie e poi due figli maschi, Amine e Béchir. Madre devota, preparò le figlie a diventare mogli esemplari e colte, capaci di gestire una casa e crescere i figli. Si dedicò con attenzione agli studi dei ragazzi, ma Béchir, troppo birichino e irrequieto, sarebbe sempre stato uno studente mediocre. Pierre esercitò la sua autorità paterna; i pasti in famiglia si consumavano in assoluto silenzio; dopo la messa, le domeniche erano dedicate a lunghe passeggiate. Al suo fianco, Béchir imparò il significato del servizio, dell’integrità e dell’amore per il Libano. Per tutta la vita, si sarebbe rivolto al padre in piedi, per rispetto.

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La giovinezza di un leader

La giovinezza di Béchir fu turbolenta; non sopportava di essere disciplinato quando la percepiva come ingiusta. Suo padre dovette disciplinarlo severamente, correggendo i suoi capricci e la sua testardaggine. Testardo, birichino e paladino della giustizia, fu spesso sottoposto a punizioni e convocazioni, fino a essere espulso a 12 anni dal collegio gesuita di Jamhour. Dopo un percorso scolastico caotico, conseguì finalmente il diploma di maturità in lettere a 20 anni. Va detto che, dopo aver lasciato il collegio, Béchir si era dedicato all’attivismo politico con le Kataeb, le Falangi Libanesi, un impegno ben più stimolante.

 

Come leader, riunì attorno a sé un gruppo di amici e prestò loro libri ben informati. Le sezioni studentesche di Kataeb intrapresero un addestramento paramilitare in montagna, aiutarono i più poveri, parteciparono ai principali eventi locali e condussero incursioni e scontri di strada contro le azioni antipatriottiche dei militanti di sinistra filo-palestinesi e dei musulmani panarabisti. Questi giovani strinsero amicizie e legami di lealtà duraturi; in seguito avrebbero servito fianco a fianco nel Consiglio militare delle forze libanesi.

 

Nel 1966, durante le attività della sezione, conobbe una graziosa ragazza di sedici anni, Solange, studentessa presso la scuola del convento delle suore francescane dove imparava il mestiere di segretaria. Si frequentarono sinceramente per undici anni prima di decidere di sposarsi e mettere su famiglia nel marzo del 1977. Precedentemente mediocre e indisciplinato, Béchir iniziò a lavorare con impegno e nel 1971 conseguì la laurea in diritto francese e libanese presso l’Università di San Giuseppe, laureandosi con lode. Insegnò anche educazione civica in una delle sue ex scuole, il Modern Institute of Lebanon. I suoi studenti impararono il senso di responsabilità; rimasero colpiti dalla sua calma, dalla sua franchezza e dalla sua capacità di ascolto.

 

Dopo aver completato gli studi, Béchir scelse di diventare avvocato e svolse dei tirocini negli Stati Uniti prima di fondare il proprio studio legale ad Achrafieh nel 1974. Ma gli eventi presero una svolta drammatica…

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La guerra inevitabile

La guerra civile libanese, ben più di una guerra civile, fu una guerra di liberazione, poiché gran parte della popolazione si schierò con potenze straniere in nome dell’Islam. Dal 1948, la società libanese aveva in gran parte accolto i palestinesi espulsi dalle loro case dalla creazione dello Stato di Israele a beneficio degli ebrei sionisti. I maroniti, noti per la loro generosità, accolsero con favore questi rifugiati di confine, che ben presto si sentirono a casa.

 

Dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 in poi, furono massicciamente armati dall’Unione Sovietica e dai Paesi arabi. Lo Stato libanese, troppo debole, fu in gran parte sopraffatto e perse ogni controllo; cedette zone extraterritoriali all’interno del proprio territorio, nelle quali l’esercito non poté più entrare. Béchir aveva 22 anni quando, nel 1969, i cristiani libanesi furono costretti a riconoscere di essere invasi dai rifugiati. Nel 1975, i rifugiati erano oltre 600.000 su una popolazione di due milioni.

 

Insieme ai musulmani libanesi, i palestinesi crearono uno Stato nello Stato, esercitando una propria forza di polizia, rapendo cristiani che torturavano ed estorcevano denaro, e molestando e violentando donne cristiane nei loro campi. Nel 1970, Béchir Gemayel ne fu testimone diretto, venendo detenuto per ventiquattro ore. Il suo orgoglio esplose; decise di resistere e liberare il suo paese dall’immigrazione occupante con cui socialisti, comunisti, sunniti e drusi libanesi avevano cospirato. La strada islamica si unì attorno al fucile palestinese, pronta a cacciare i cristiani e a sottometterli, come incita il Corano. Bisognava agire: «Dopo, sarà troppo tardi!», dichiarò Béchir.

 

Le prime forze armate Kataeb, composte da 80 combattenti, marciarono nel 1973. Due anni dopo, contavano 3.000 giovani cristiani, addestrati in segreto sulle montagne vicino a Jounieh. Gli assalti alle posizioni dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, molto più pesantemente armata, rappresentarono il loro battesimo del fuoco.

 

«Il 13 aprile 1975 fu il giorno di una cospirazione il cui obiettivo principale era eliminare il ruolo politico e culturale dei cristiani e trasformare il Libano in uno stato islamico. La resistenza del popolo cristiano ha sventato questo progetto. Non abbiamo assolutamente alcuna intenzione di vivere in sottomissione a nessuno». Queste sono le parole di Bashir per spiegare cosa accadde in quella splendida giornata di sole ad Ain el-Remmaneh, un sobborgo meridionale di Beirut, dove le milizie palestinesi aprirono il fuoco sui cristiani riuniti nel cortile della chiesa di Bon-Secours il giorno della sua inaugurazione.

 

Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso: scoppiò la guerra. Gli uomini presero le armi e non lasciarono in vita nessuno dei 25 fedayn provocatori. Un’ora dopo, il leader druso Kamal Jumblatt invocò la mobilitazione dei musulmani contro i cristiani, e una pioggia di proiettili si abbatté sulla chiesa di Bon-Secours e sul quartiere circostante.

 

Il bombardamento scatenò immediatamente una mobilitazione cristiana, nonostante le scarse risorse militari a disposizione. I combattenti lottarono ferocemente per la sopravvivenza: gli scontri di strada causarono 120 morti in quattro giorni. Ogni uomo si affidò a Dio e alla Vergine Maria, consapevole che lo attendeva un esito fatale contro un nemico che raramente faceva prigionieri.

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Operazione di sopravvivenza

Vennero formati commando cristiani d’élite, guidati dal formidabile Béjin, addestrati da soldati libanesi e da un ex ufficiale francese del 2° Reggimento Paracadutisti Stranieri (2e REP), François Borella. Data l’urgenza della situazione, ogni fucile era indispensabile, e Jocelyne Khoueiry formò un battaglione femminile. Béchir si guadagnò il rispetto nelle battaglie urbane; il suo autocontrollo, il suo innato genio militare e la sua umiltà gli valsero la lealtà dei combattenti e della popolazione. Fu così che gradualmente ottenne posizioni di crescente importanza, culminate nel comando supremo dei Kataeb, che rappresentavano il 60% delle milizie cristiane.

 

I quartieri cristiani di Beirut, assediati e bombardati, devono essere protetti e le famiglie in lutto devono ricevere assistenza. I combattenti falangisti lottano con tale ferocia per la loro sopravvivenza che la determinazione del nemico spesso vacilla. Riescono a resistere per mesi, con una manciata di uomini, contro un avversario pesantemente armato e numericamente superiore. Alcuni studenti francesi si uniscono a loro. A volte interi settori cadono, come il 16 gennaio 1976 a Damour, dove gli aggressori saccheggiano, violentano e uccidono gli abitanti: la Croce Rossa conta 580 cristiani morti, tra cui decine di corpi smembrati. Seguono numerose battaglie – nel quartiere degli hotel, nella zona di quarantena, a Dbayeh, a Tall el-Zaatar e altrove – caratterizzate da impressionanti successi difensivi.

 

L’esercito nazionale libanese è ormai ridotto a un cadavere, poiché i soldati musulmani hanno disertato in massa – il 60% dei suoi ranghi – portando con sé le armi per unirsi alla coalizione islamica, l’Ummah. Bashir comprende che, in inferiorità numerica di trenta a uno e armato solo di Kalashnikov e lanciarazzi, la sua lotta non può continuare. Poiché nessun Paese occidentale è disposto a sostenerlo, stringe un’alleanza pragmatica con Israele per procurarsi armi pesanti, un accordo reciprocamente vantaggioso.

 

Infuriati, i musulmani intensificarono i loro attacchi terroristici nel 1977 e la Siria invase gran parte del Paese sotto le spoglie di una forza fantoccio di deterrenza araba, l’ADF. Arafat aveva detto dei cristiani libanesi: «Ne elimineremo un terzo, un altro terzo fuggirà e l’ultimo terzo si sottometterà». Ora è troppo tardi: la guerra ha forgiato una squadra eccezionalmente forte attorno a Béchir.

 

Nel 1978, i Kataeb arrivarono persino a liberare una caserma dell’esercito libanese assediata dai siriani. Il presidente libanese, Elias Sarkis, comprese che il futuro del paese era ormai nelle mani del giovane leader cristiano. Per cento giorni, Bashir e la sua milizia furono accerchiati dall’esercito professionale siriano ad Ashrafieh; un bombardamento infernale, con 2.000 proiettili al giorno, si abbatté sulla popolazione civile, intere famiglie perirono e gli interventi chirurgici furono eseguiti al buio negli ospedali. Ma, con grande stupore della stampa mondiale, i cristiani resistettero: i siriani furono sconfitti e si ritirarono con pesanti perdite. Béchir, esausto, esultò. Le Nazioni Unite chiesero un cessate il fuoco; la vittoria politica internazionale fu significativa.

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Unificare il fucile cristiano

Nel 1979, gli attentati contro i cristiani continuarono con il pretesto di «punizione»; diversi loro leader furono assassinati da autobombe. Tra questi c’era Maya, la figlia di Béchir di soli 20 mesi, che morì tragicamente insieme a sette guardie del corpo. Con la moglie Solange, Béchir pianse davanti alla piccola bara bianca: «La mia piccola Maya è una delle nostre martiri e non sarà caduta invano. Noi andiamo avanti!».

 

Uno degli altri problemi che Bashir dovette affrontare quell’anno fu la necessità di sottomettere militarmente, tramite incursioni di commando, altre milizie cristiane non appartenenti al clan Kataeb. Tra queste milizie, alcuni combattenti cedettero alle tentazioni, insite in ogni guerra civile, di comportarsi da criminali. Di fronte a questo grave dilemma morale, il 7 luglio lanciò un attacco contro di loro e, come gesto di buona volontà, in seguito integrò, senza distinzione, i membri onesti di tutte le milizie esistenti sotto un unico comando pluralista: le Forze Libanesi.

 

L’esercito cristiano è ora unificato, con 20.000 uomini in stato di allerta permanente, i suoi squadroni corazzati, i suoi cannoni da 155 mm, i suoi porti privati ​​e la sua pista di atterraggio. Ordine, disciplina, onestà e condotta esemplare sono le parole d’ordine di Bashir, applicate alla lettera. I musulmani prendono sul serio questo principio con questa dimostrazione di forza: Bashir esige integrità dai suoi amici cristiani.

 

Essendo diventato il rappresentante numero uno indiscusso del fronte cristiano, dovette preparare con cura i suoi discorsi, perché il mondo intero lo ascoltava. I suoi discorsi erano semplici e diretti. Uomini esperti e studiosi lo circondavano per consigliarlo: Selim Jahel, Charles Malek e padre Selim Abou. Senza compromessi, disse la verità con cortesia e fermezza a diplomatici e politici, arrivando persino a rimproverare il Vaticano per il suo sostegno ai palestinesi a scapito dei cristiani d’Oriente. Va detto che all’inviato di Béchir a Roma era stato detto dal rappresentante della Santa Sede: «Andate a parlare con i russi!», nonostante Mosca avesse condannato a morte il leader cristiano.

 

L’ambasciatore americano fu informato che i piani degli Stati Uniti per i libanesi, elaborati senza il loro contributo, non avrebbero avuto successo, perché «solo i libanesi possono decidere per sé stessi». Non aveva senso pianificare il loro disarmo: «Sappiamo quando abbiamo bisogno dell’esercito e quando no». Fiducioso nella propria forza militare, Bashir si fece beffe delle visioni utopiche americane del suo paese: «Non abbiamo bisogno di soldati americani per difenderci; sta a noi morire per la nostra patria, come hanno già fatto 4.000 martiri».

 

Incoraggiò i suoi uomini, dichiarandosi orgoglioso di essere tra loro, ammirando il loro spirito di sacrificio e gli insegnamenti che offrivano al mondo. Spettacolari parate li riunivano, mettendo in mostra la loro perfetta organizzazione; così, il 22 ottobre 1980, in occasione della Festa dell’Indipendenza, si rivolse a 40.000 persone riunite nello stadio Jounieh: «Siamo i santi di questo Oriente e dei suoi demoni, la sua croce e la sua punta di lancia, la sua luce e il suo fuoco. Siamo capaci di bruciarlo se ci bruciano le dita, di illuminarlo se le nostre libertà vengono rispettate».

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Il punto di svolta di Zahle

Nel dicembre del 1980, le truppe siriane decisero di conquistare Zahle, una città cristiana nella valle della Bekaa con una popolazione di 200.000 abitanti. Le milizie delle Forze Libanesi impedirono loro l’ingresso; assalti supportati da pesanti bombardamenti di artiglieria si abbatterono sulle case. Iniziò l’assedio della città. La neve ostacolò le operazioni su larga scala e i commando cristiani Maghawir di Joe Eddé si distinsero per la loro brillante azione, conquistando una decina di posizioni nemiche.

Umiliati da questa inaspettata resistenza, i siriani inviarono ingenti rinforzi, ma senza successo. Nell’aprile del 1981, l’opinione internazionale fu influenzata da questa impresa. Bashir divenne molto popolare; lo si sentì alla radio RMC: «Incredibili atti di eroismo si sono verificati tra le montagne. I nostri giovani sono stati costretti a marciare per 48 ore nella neve, trasportando munizioni sulle spalle fino ai loro compagni a Zahle. I combattenti sono morti di stenti mentre erano di guardia tra le montagne».

 

La popolazione cristiana sopportò mesi di incrollabile resistenza in condizioni estreme, sotto continui bombardamenti. Gli Stati Uniti, governati da Ronald Reagan dal gennaio 1981, cambiarono atteggiamento nei confronti dei cristiani libanesi, che avevano imparato a rispettare: l’obiettivo non era più quello di sacrificarli all’Islam, ma di proteggerli. Anche in Francia, François Mitterrand era stato appena eletto e, paradossalmente, considerava la protezione dei cristiani libanesi una tradizione millenaria da preservare.

 

Una missione diplomatica delle Forze Libanesi fu aperta a Parigi e lo stesso Michel Rocard si recò in Libano per rendere omaggio a Bécir. Grazie a tale sostegno, i siriani furono costretti a togliere l’assedio alla città. Con grande sorpresa di tutti, quando le truppe delle Forze Libanesi, stremate da cinque mesi di combattimenti, uscirono vittoriose dalle loro trincee il 30 aprile, erano rimasti solo 95 combattenti. Questa battaglia di Zahle, ampiamente pubblicizzata, fu un trionfo per Bashir; la comunità cristiana lo acclamò ovunque. Divenne popolare persino tra i musulmani libanesi, ai quali tese una mano di riconciliazione.

 

Béchir fu accolto negli Stati Uniti nell’agosto del 1981 insieme alla moglie Solange. I siriani, sostenuti dall’URSS, furiosi, si vendicarono assassinando l’ambasciatore francese a Beirut, Louis Delamare, il 4 settembre 1981.

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La «ridotta cristiana»

Un altro aspetto che ha colpito la stampa internazionale è il netto contrasto tra le aree amministrate dalle milizie cristiane e quelle controllate dai musulmani. «La zona cristiana», scrive un giornale, «è la Costa Azzurra con un incredibile boom immobiliare!». In queste aree, le milizie, dal 1976, hanno preso il controllo di tutti i settori, con un’efficienza persino superiore a quella dello Stato stesso.

 

Sostenuto da comitati di base, il Partito Kataeb sovrintende a tutto: dai trasporti pubblici alla manutenzione delle condutture idriche, dalla rete elettrica al servizio postale rapido. Bashir partecipa alle riunioni in loco, che trattano un’ampia gamma di argomenti. Centoventisei comitati si occupano dell’istruzione, organizzando ripetizioni gratuite per gli studenti in difficoltà; gli ospedali sono riforniti in modo impeccabile di medicinali; i rifugi sono arredati e mantenuti. Una casa di riposo per veterani si prende cura dei feriti e dei disabili a spese delle Forze Libanesi, che provvedono anche al sostentamento delle loro famiglie.

 

I combattenti trascorrono quattro giorni alla settimana al lavoro o all’università e tre al fronte. L’enclave cristiana di un milione di abitanti su 2.000 chilometri quadrati, inclusa Beirut Est, appariva nel 1981 come un piccolo paradiso libanese, ed era difficile immaginare che la guerra infuriasse ogni giorno a pochi passi di distanza. Le Forze Libanesi imponevano tasse inferiori a quelle statali; nuove attività commerciali venivano create continuamente, a volte da espatriati che erano tornati «nel paese di Béchir» per beneficiare del successo.

 

Nasce un vero e proprio Stato, ma Béchir ripete che si tratta solo di uno Stato pilota per il nuovo Libano che dovrà essere costruito sui suoi 10.452 km² di territorio: «Non si tratta di accontentarsi di 50 km di costa e 20 km di montagne. Libereremo tutto, altrimenti tutto ciò che abbiamo fatto sarà stato vano».

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La salita finale

Il 6 giugno 1982, gli israeliani invasero il Libano meridionale: si trattava dell’Operazione «Pace per la Galilea», volta a costringere i palestinesi, nemici dell’OLP, ad abbandonare il Libano e a stroncare un focolaio di terrorismo ai confini dell’entità sionista. Il 26 luglio, Béchir annunciò alla radio la sua candidatura ufficiale alle elezioni presidenziali libanesi. Per lui, tutti gli occupanti stranieri – siriani, palestinesi, israeliani, ecc. – non avevano più alcun ruolo in Libano; era giunto il momento di riprendere il controllo del paese.

 

Fece del ritorno di tutti i cristiani alle loro case un principio inviolabile e rimase intransigente di fronte alle arroganti richieste di Israele, il suo principale fornitore di armi. Il leader palestinese Arafat comprese che le masse musulmane libanesi si stavano allontanando da lui e si stavano avvicinando sempre più a Bashir. Richiese quindi una flotta internazionale – americana, anglo-italiana e francese – che arrivò il 18 agosto e, nel giro di due settimane, imbarcò 70.000 palestinesi diretti verso altre destinazioni.

 

Il 23 agosto, il Parlamento libanese si riunì e, su 63 membri, Béchir ottenne 59 voti contro 4 astensioni: anche i musulmani votarono per lui. Fu un trionfo. Il presidente senza potere che Bashir avrebbe dovuto succedere, Elias Sarkis, pianse di gioia: «Questo è il giorno più felice della mia vita, Bashir è stato eletto! È la ricompensa per sei anni di sofferenza».

 

Chiamò immediatamente Bashir, chiedendogli di barricarsi nel palazzo presidenziale, poiché era diventato il bersaglio numero uno del terrorismo internazionale. Bashir non lo ascoltò: voleva dedicarsi al suo popolo, all’immensa folla che gridava di gioia. Tutti erano convinti che la rinascita del Libano stesse finalmente per iniziare; i funzionari pubblici si precipitarono al lavoro; la corruzione scomparve in massa.

 

Prima di entrare in carica, Bashir volle riunire per l’ultima volta la sua squadra originale. Il 14 settembre uscì di casa per trascorrere parte della giornata al Convento della Croce, dove incontrò sua sorella Arze, una suora, e sua moglie Solange. Verso le 16:00, si trovava negli uffici di Kataeb ad Achrafieh e aveva appena iniziato la riunione quando una violenta esplosione fece saltare in aria l’edificio: palestinesi e siriani si erano vendicati.

 

Il corpo del leader cristiano è stato identificato tra le macerie grazie alla fede nuziale al dito. Bashir ha così reso l’anima a Dio all’età di 34 anni, Presidente del Libano, lasciando una vedova di 32 anni e due figli, oltre a un popolo libanese inconsolabile: «Mai nella storia del Libano un uomo ha suscitato tanta speranza né ha fatto scorrere tante lacrime», ha scritto un giornalista.

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Il monaco-soldato

È una coincidenza che quest’uomo sia morto nella festa della Santa Croce, il 14 settembre? Noi non lo crediamo. Poche ore prima dell’attentato, aveva detto in un discorso: «Quando si tenta di eliminarci o di cancellarci dalla mappa, Cristo stesso ci chiede di morire testimoniando per Lui, ed è ciò che sta accadendo in Libano. Spero che tutti all’estero lo capiscano. Oggi testimoniamo per tutti i cristiani del mondo, proprio come i primi cristiani, in epoca romana, morirono per testimoniare la fede e la religione cristiana».

 

Bashir ritiene che decenni di menzogne ​​e codardia siano la vera causa della guerra civile: «Solo la verità ci permetterà di proteggerci e di camminare a testa alta». La negazione della realtà, «per il Libano, ha causato 100.000 morti». La lotta per la verità è quindi essenziale: «Non riusciremo mai a uscire da questa crisi se non avverrà in ognuno di noi un’autentica rivoluzione interiore, prerequisito per una riforma generale».

 

Mettendo in pratica il quarto comandamento di Dio, Béchir ricordò ai suoi compatrioti il ​​dovere di proteggere e far crescere l’eredità ricevuta, affinché potessero trasmetterla ai loro discendenti. Per fare ciò, dovevano riprendere il controllo del proprio paese; gli interessi del Libano dovevano avere la precedenza sull’immigrazione incontrollata e ostile. Nel febbraio del 1982, disse ai giovani soldati delle Forze Libanesi: «Dovete essere estremamente ben preparati, in modo da poter essere soldati su cui possiamo contare. Sarete la forza che impedirà al deserto di inghiottirci».

 

Proprio il giorno della sua morte, difese l’onore del suo paese contro gli arroganti globalisti occidentali, precursori dell’odierno«wokismo»: «Abbiamo 6.000 anni di storia di cui siamo orgogliosi e sappiamo cosa dobbiamo fare per preservare questo patrimonio. Non abbiamo lezioni di civiltà o cultura da ricevere da nessuno. Siamo orgogliosi di ciò che possediamo! Siamo orgogliosi di tutto il nostro patrimonio!»

 

L’istruzione scolastica deve essere «un’istruzione che scaturisca dalla nostra civiltà e da programmi di studio che riflettano il cuore delle nostre vite. Vogliamo che i libri di storia insegnino la nostra visione della storia». Egli sa che «ogni sradicamento crea un vuoto psicologico, un intenso disorientamento nel cittadino e, al tempo stesso, apre una breccia abbastanza ampia da poter essere sfruttata da un’occupazione straniera».

 

Di fronte alla dhimmitudine che i musulmani cercano di imporre con la forza ai cristiani del Libano, Béchir è intransigente: «Vogliamo vivere qui e camminare a testa alta! Vogliamo rimanere in questo Oriente, affinché le campane delle nostre chiese continuino a suonare quando vogliamo, nelle gioie e nei dolori! Vogliamo poter battezzare come vogliamo; vogliamo poter praticare le nostre tradizioni e i nostri riti, la nostra fede e le nostre convinzioni, come vogliamo».

 

Di fronte ai sacrilegi dei musulmani, Béchir non trema: «Ricostruiremo la chiesa di Damour, anche se l’hanno profanata, deturpata e saccheggiata!». Non si fa illusioni sull’ecumenismo suicida praticato dal Concilio Vaticano II in poi: «Il mio problema non è vedere uno sceicco e un prete abbracciarsi, o una moschea e una chiesa che chiamano alla preghiera con un muezzin. Questi sono simboli esteriori che non hanno alcuna importanza ai miei occhi». Avverte Papa Giovanni Paolo II che «i cristiani del Libano non sono materiale di prova per il dialogo cristiano-musulmano nel mondo».

 

Sa che le masse musulmane bramano costantemente l’Ummah, la sottomissione della terra alla comunità islamica, ma, fatalisticamente, tendono a baciare la mano che non possono tagliare, quella del più forte. È ben consapevole dell’atteggiamento attendista dei musulmani: «È impossibile sapere con certezza cosa pensino. Del resto, mi chiedo se lo sappiano nemmeno loro stessi; sono in uno stato di completa confusione ideologica».

 

Con la vittoria di Béchir in guerra, hanno capito che è meglio per loro scegliere l’interesse nazionale del Paese. È così che il deputato sciita Mohsen Slim osserva che, dopo le elezioni, «i musulmani in Libano, più dei cristiani, sostengono il nuovo regime, il regime dello sceicco Béchir Gemayel. I fatti lo dimostrano».

È come un fratello che Béchir mette in guardia il nostro Occidente apatico: «C’è una decadenza evidente in Occidente, forse una nuova definizione delle cose… Un giorno l’Occidente sentirà il bisogno di tornare qui, alle sue radici. L’Occidente deve rinnovarsi. C’è una decadenza dei grandi valori umani che hanno creato l’influenza dell’Occidente. Questa decadenza di costumi, valori e morale conduce necessariamente alla decadenza politica, mentre ad affrontarla c’è un blocco monolitico, una società assoggettata a un sistema totalitario».

 

Béchir era abituato a ricevere da Dio le grazie necessarie. Sua moglie Solange ricorda: «Béchir non andava mai a dormire senza pregare, e senza pregare in ginocchio! Sapevo che pregava perché lo faceva in ginocchio. Avrebbe potuto farlo discretamente a letto. Non me ne sarei accorta, ma quella era la sua fede».

 

Frequentava con piacere l’Università dello Spirito Santo di Kaslik per plasmare le sue scelte politiche e militari. Pregava, si confessava, partecipava alla Messa con i suoi uomini, coltivava la sua cultura e riceveva guida, in particolare da Padre Boulos Naaman, Superiore Generale dell’Ordine Maronita. Padre Mouannès afferma che è per questo che «la Resistenza aveva un fondamento culturale, teologico e spirituale, oltre che una purezza nella sua azione politica». Testimonia: «Ognuno di noi deve portare la propria croce. Bashir fu chiamato alla croce affinché potesse identificarsi con il Signore. Quella chiamata culminò in un’ondata di sangue ad Achrafieh, in un nuovo battesimo che fu un battesimo di sangue».

 

Che Dio ci doni di nuovo uomini come questi!

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata

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Geopolitica

Israele penetra più a fondo in Libano e conquista un castello crociato del Medio Evo

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Israele ha preso il controllo del castello di Beaufort, una fortezza crociata di 900 anni e un punto strategico chiave nel Libano meridionale, definendo la conquista una «svolta decisiva» nella campagna in corso.   L’occupazione del sito è stata annunciata domenica, quando lo Stato Ebraico ha diffuso foto di bandiere israeliane e della Brigata Golani che sventolavano sopra la fortezza. Il castello medievale, noto anche come Qalaat al-Chakif, era stato in precedenza utilizzato da Israele come base durante i vent’anni di occupazione del Libano meridionale, terminata nel 2000.   Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha salutato la cattura come un importante successo, affermando di aver ordinato all’esercito di «ampliare le manovre di terra in Libano». Secondo quanto riportato dai media, le Forze di Difesa Israeliane non hanno trovato armi all’interno del castello.  

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«Ora il mio obiettivo è consolidare ed espandere il nostro controllo nei luoghi che erano sotto il controllo di Hezbollah. La conquista di Beaufort rappresenta una tappa fondamentale e un cambiamento radicale nella politica che stiamo portando avanti», ha affermato il Netanyahu.   Israele ha inoltre proseguito la sua campagna di bombardamenti nel Libano meridionale, notevolmente intensificatasi negli ultimi giorni. La maggior parte degli attacchi risulta concentrata intorno alla città di Nabatieh e nelle sue immediate vicinanze, che si prevede diventerà il prossimo obiettivo dell’offensiva di terra.   Gli attacchi hanno inflitto gravi danni alle aree residenziali e ai dintorni della città, come documentano le riprese. L’offensiva israeliana continua nonostante il cessate il fuoco dichiarato più di sei settimane fa. Le ostilità in corso tra Israele e il gruppo militante libanese Hezbollah sono una conseguenza del più ampio conflitto nella regione, innescato dall’attacco israelo-americano all’Iran.   Sebbene la tregua sia entrata in vigore il 17 aprile, le ostilità non si sono mai fermate, con Israele e Hezbollah che si sono ripetutamente accusati a vicenda di averla violata. L’Iran ha posto la fine definitiva della guerra in Libano come condizione per i negoziati con Washington, mediati dal Pakistan, in corso dai primi di aprile ma che finora non hanno prodotto risultati concreti.   Il castello di Beaufort, noto in arabo come Qalat al-Shaqif, sorge su uno sperone roccioso a circa 700 metri di altitudine nel Libano meridionale, dominando la valle del fiume Litani. La sua posizione estremamente strategica lo ha reso per secoli un osservatorio militare cruciale e una fortezza contesa, capace di collegare visivamente l’area interna del Libano con il nord di Israele e le alture del Golan. Questa eccezionale rilevanza geografica ha fatto sì che la rocca rimanesse al centro di conflitti armati dal medioevo fino ai giorni nostri.   Le origini della struttura originaria rimangono in parte avvolte nel mistero, con ipotesi che collocano i primi insediamenti difensivi in epoca romana o bizantina, successivamente riadattati dalle forze arabe. La storia documentata della fortezza moderna comincia però nel 1139, quando il re di Gerusalemme, Folco d’Angiò, sottrasse il controllo del sito al governatore di Damasco e lo cedette ai signori crociati di Sidone. Furono proprio i Crociati a fortificare massicciamente la rocca, battezzandola Beaufort, che in antico francese significa bella fortezza.

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Nel 1189 il celebre condottiero musulmano Saladino pose l’assedio alla fortezza. Nonostante la strenua resistenza del signore del luogo, Reginaldo di Sidone, che venne fatto prigioniero, la guarnigione crociata capitolò nel 1190 in cambio della sua liberazione. Nei decenni successivi il castello cambiò mano più volte attraverso patti politici; tornò temporaneamente ai cristiani nel 1240 e fu venduto ai Cavalieri Templari vent’anni più tardi.   Il dominio dei Templari fu però breve, poiché nel 1268 il sultano mamelucco Baybars espugnò definitivamente la rocca. Sotto i Mamelucchi e il successivo Impero Ottomano, Beaufort visse secoli di relativa calma alternati a parziali distruzioni, per poi subire gravi danni strutturali a causa del forte terremoto della Galilea nel 1837, venendo in seguito abbandonato e ridotto a rifugio per pastori.   Il valore militare di Beaufort è riemerso prepotentemente nella storia contemporanea. Durante la guerra civile libanese, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat occupò le rovine, sfruttando i bunker sotterranei per lanciare attacchi missilistici verso il nord di Israele. Nel 1982, in concomitanza con l’invasione del Libano, le forze armate israeliane conquistarono la fortezza dopo una violenta battaglia notturna condotta dalla brigata Golani. Israele stabilì una base fortificata all’interno del sito archeologico per diciotto anni, fino al ritiro definitivo avvenuto nel maggio del 2000.   Dopo l’abbandono israeliano, l’area è passata sotto l’influenza della milizia di Hezbollah e ha vissuto una parziale fase di restauro turistico, ottenendo anche uno status di protezione speciale da parte dell’UNESCO nel 2024 per preservarne il valore storico. Tuttavia, come vediamo ora, la stabilità è durata poco.    

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Immagine di Julien Harneis via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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Storia

L’UE segue le orme del declino dell’Impero Romano: parla il premier ceco

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Il primo ministro ceco Andrej Babis ha paragonato l’UE all’Impero romano nei suoi ultimi anni, affermando che Bruxelles sta indebolendo il blocco con le sue politiche economiche, climatiche e di sicurezza.

 

Babis è tornato al governo a dicembre, dopo che il suo movimento ANO ha conquistato il 34,5% dei voti e 80 seggi nella camera bassa del parlamento, composta da 200 membri. Da allora, si è imposto come uno dei principali sostenitori della sovranità nazionale, di una revisione delle politiche dell’UE e di un approccio più pragmatico alle sfide economiche e di sicurezza dell’Europa.

 

In un’intervista pubblicata domenica, Babis ha accusato Bruxelles di condurre l’economia del blocco verso il declino attraverso quella che ha definito la sua aggressiva agenda di decarbonizzazione. «L’UE si trova probabilmente sulla stessa strada che ha portato alla fine dell’Impero romano», ha dichiarato al Financial Times.

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La spinta dell’UE verso l’eliminazione graduale dei combustibili fossili è diventata sempre più controversa. Critici in Germania, Italia, Polonia, Ungheria e Slovacchia sostengono infatti che gli obiettivi climatici, la tassazione del carbonio e le normative ambientali stiano facendo aumentare i costi energetici e indebolendo la competitività industriale, mentre i governi devono affrontare anche l’incremento delle spese per la difesa e le conseguenze economiche del conflitto in Ucraina.

 

Babis ha inoltre affermato che Praga probabilmente non raggiungerà quest’anno l’obiettivo della NATO di destinare il 2% del PIL alla difesa, nonostante avesse dichiarato di averlo raggiunto nel 2025. Ha attribuito tale pressione in parte al deficit ereditato dal precedente governo filo-europeo di Petr Fiala.

 

La questione si inserisce in un più ampio dibattito all’interno dell’UE sulla dipendenza dagli Stati Uniti, che coprono circa il 60% della spesa militare totale della NATO. Il presidente Donald Trump ha avvertito che gli Stati Uniti potrebbero ridurre il proprio impegno nella difesa europea se i paesi della NATO non aumenteranno in modo significativo le spese militari.

 

Il dibattito ha evidenziato visioni contrastanti all’interno della leadership ceca. Babis e il presidente Petr Pavel, ex alto ufficiale della NATO e convinto sostenitore dell’Ucraina, si sono scontrati sulla politica di difesa, sugli aiuti a Kiev e sulla rappresentanza ceca nei vertici dell’Alleanza.

 

Mentre Babis detiene maggiore autorità formale in qualità di primo ministro e leader della maggioranza parlamentare, Pavel resta una voce autorevole su politica estera e sicurezza.

 

Le pressioni economiche, i problemi di sicurezza e la dipendenza dalla protezione militare esterna sono alla base del paragone tracciato da Babis con l’antica Roma.

 

Gli ultimi secoli dell’Impero Romano furono segnati da instabilità politica, difficoltà economiche e sforzi militari eccessivi. L’Impero divenne sempre più dipendente da truppe straniere, mentre faticava a finanziare le proprie difese a causa del declino del commercio, della contrazione dell’attività economica e delle crescenti pressioni esterne.

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L’Impero romano d’Occidente crollò formalmente nel 476 d.C. con la deposizione dell’ultimo imperatore. L’autorità politica si frammentò nei regni successori e l’Europa entrò in un lungo periodo di decentramento.

 

Secondo lo storico Edward Gibbon (19737-1794) nella sua monumentale Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano, l’Impero Romano d’Occidente crollò a causa di una letale combinazione di corruzione interna, perdita delle virtù civiche tradizionali e le devastanti invasioni barbariche. I romani persero le virtù marziali e la devozione allo Stato che avevano reso grande Roma, diventando deboli e molli. Affidando la difesa dei confini a mercenari barbari, i Romani persero il controllo del proprio destino. Questi soldati finirono per integrarsi nella società e distruggere l’impero dall’interno.

 

Il Gibbone segna inoltre l’esempio di coloro che credono che il cristianesimo sia tra le cause della fine di Roma. Secondo la tesi di Gibbon, la nuova religione diffuse un’etica pacifista e ultraterrena che minò le tradizionali virtù guerriere e l’attaccamento alla gloria terrena dello Stato. In realtà, ciò che fu di Roma, a partire dalla sua stessa lingua, sopravvisse nei millenni proprio grazie alla religione di Cristo, che stabilì il suo centro proprio nella capitale dell’Impero inizialmente suo persecutore.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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